CORTE DI APPELLO DI PERUGIA

SEZIONE PENALE

Processo verbale redatto in forma integrale o riassuntiva, ai sensi degli articoli 134 e segg. C.P.P., da personale tecnico esterno all'Amministrazione dello Stato, in ausilio del Segretario verbalizzante, relativo al

PROCEDIMENTO N. 641/2003

A CARICO DI: GRECO IVO + 3

UDIENZA DEL GIORNO DODICI MAGGIO 2004

(Rinvio dall'udienza del 03 maggio 2004)

COLLEGIO:    PRESIDENTE:   DOTT. RENATO SANTILLI

             CONSIGLIERI:  DOTT. NICOLA ROTUNNO (Relatore)

                            DOTT. MAURO DI MARZIO

PUBBLICO MINISTERO:    DOTT. PIETRO MARIA CATALANI

SEGRETARIO D'UDIENZA:  ROSARIO ROCCO REPICE

IMPUTATI E DIFENSORI:

1)GRECO IVO - AVV. S. TENTORI MONTALTO SOST. PROC.

2)CAPALDO PELLEGRINO - AVV. F. COPPI, AVV. F. VASSALLI DI FIDUCIA

3)CARBONETTI FRANCESCO - AVV. S. ZAGANELLI DI FIDUCIA

4)D'ERCOLE STEFANO - AVV. F. VASSALLI SOST. PROC.

RESPONSABILE CIVILE: S.G.R. SOCIETÀ DI GESTIONE PER IL REALIZZO S.p.A. - AVV. M. CASELLATO

PARTI CIVILI E DIFENSORI: AVV.RA STATO - AVV. M. G. SCALAS (x parti pubbliche in atti)

RINVIO ALL'UDIENZA DEL: 31 MAGGIO 2004, ore 9.30.


Il presente verbale viene aperto alle ore 10.00.

Il Presidente dispone che il processo verbale relativo al presente procedimento sia redatto con la stenotipia in forma integrale ai sensi degli articoli 134 e segg. del Codice di Procedura Penale.

In sede di rinvio dall'udienza del 3 maggio 2004.

Si dà atto che sono presenti gli imputati Capaldo Pellegrino e Greco Ivo, mentre non sono comparsi gli imputati Carbonetti Francesco, D'Ercole Stefano (già contumaci all'udienza del 26 aprile 2004).

1)L'imputato Greco è assistito e difeso dall'Avvocato Fabrizio Lemme di Roma, difensore di fiducia - assente; oggi sostituito dall'Avvocato Stefano Tentori Montalto del Foro di Perugia, come da nomina fatta a verbale udienza 26 aprile 2004.

2)L'imputato Capaldo Pellegrino è assistito e difeso dall'Avvocato Francesco Vassalli unitamente all'Avvocato Franco Coppi di Roma, difensori di fiducia - presenti.

3)L'imputato Carbonetti è assistito e difeso dall'Avvocato Stelio Zaganelli del Foro di Perugia, difensore di fiducia - presente, il quale lascia l'aula nominando sostituto processuale l'Avvocato Anna D'Alessandro.

4)L'imputato D'Ercole è assistito e difeso dall'Avvocato Angelo Alessandro Sammarco di Roma, difensore di fiducia - assente, oggi sostituito dall'Avvocato Francesco Vassalli, come da delega in atti.

Per il Responsabile Civile S.G.R. Società Gestione per il Realizzo S.p.A. è presente il difensore Avvocato Mario Casellato, in sostituzione dell'Avvocato Vassalli, come da delega in atti.

Presente il Procuratore Generale.

PER LE PARTI CIVILI:

- L'Avvocatura dello Stato in persona dell'Avvocato Maria Grazia Scalas, per la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Giustizia, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

Si prosegue nella discussione.

AVV. Franco COPPI (Difesa Capaldo): Signor Presidente, signori della Corte, io nutro profonda considerazione per il rappresentante della Procura Generale, che ho il piacere di rincontrare qui a Perugia, dopo gli anni romani; ma mi sia consentito dire che, questa volta, nessuno degli argomenti che egli ha speso a sostegno della sentenza di primo grado può essere condiviso. Si dirà che questa è una osservazione fin troppo ovvia provenendo da parte del difensori di uno degli imputati, ma, come vedrete, proprio dalla fragilità e dalla contraddittorietà delle sue argomentazioni discende la prova più evidente della infondatezza della sentenza di primo grado, e quindi la necessità di riformarla con una pronunzia di assoluzione di Pellegrino Capaldo, che con l'amico e collega Francesco Vassalli difendo. Dico subito che noi non affideremo certamente soltanto alla analisi critica delle argomentazioni del Procuratore Generale le sorti della causa, siamo stati troppo scottati dalla sentenza di primo grado per rinunciare ad una analisi del provvedimento qui impugnato. E dico subito, e per questo chiedo anticipatamente scusa alla Corte, chiedo soprattutto alla Corte di voler fare esercizio di pazienza nel seguirci in questo discorso, che il nostro esame sarà un esame puntiglioso, e forse in qualche punto anche noioso, là dove dovremmo fare riferimento puntuale agli atti del processo; non sarà, insomma, una partecipazione ad una "festa di danza alla corte asburgica", che oltre tutto non abbiamo mai avuto il piacere di frequentare, anche perché siamo di origini plebee, e neppure sarà "una sbirciatina data dal buco della serratura" perché non abbiamo questo vizio di guardoni. Sarà un esame a 360 gradi della sentenza, sarà un esame, dicevo, puntiglioso, anche se in qualche misura noioso. Però incominciamo subito con il dire che già nella sua requisitoria il Procuratore Generale ha dato dimostrazione della inconsistenza degli argomenti, che, a suo avviso, dovrebbero militare a favore della sentenza di primo grado. Perché più di una volta il Procuratore Generale, ed è sufficiente leggere il testo scritto della sua requisitoria (qui, per fortuna, abbiamo la possibilità di rimeditare su quanto viene detto in sede di discussione, grazie anche allo scrupolo della Corte e all'abilità della persona che sta compiendo questo faticoso lavoro), nel corso della sua requisitoria, il Procuratore Generale ha riconosciuto più volte che il comportamento di Pellegrino Capaldo è un comportamento che, dal suo punto di vista, deve essere considerato legittimo, giustificabile, comprensibile. Specialmente con riferimento al problema del prezzo - cito testualmente le affermazioni del Procuratore Generale - "Capaldo poteva proporre il prezzo che voleva", leggo questo a pag. 55, per esempio, della sua requisitoria. Si dà atto essere vero che dal punto di vista di Pellegrino Capaldo "la FEDERCONSORZI era soltanto un complesso di beni in vendita". Aggiunge ancora il Procuratore Generale che la visione di Pellegrino Capaldo "non poteva che essere una visione economica" e sotto questo punto di vista, pag. 74 della sua requisitoria, la visione economica di Pellegrino Capaldo "era una visione corretta" - dice il Procuratore Generale - "erano altri, eventualmente, che avrebbero dovuto bloccare quella iniziativa", ma le cose dal punto di vista di Pellegrino Capaldo erano certamente correttamente impostate. Allora il primo interrogativo che noi ci poniamo, proprio ascoltando il Procuratore Generale, è questo: come può una condotta, che viene definita in sé legittima, una condotta che viene definita corretta, una condotta che viene definita comprensibile e giustificabile, diventare illecita? Ora, mi sia consentito subito dire che non si può rispondere a questo interrogativo, come fa il Procuratore Generale, il quale afferma che: in definitiva, l'alchimia che avrebbe trasformato una condotta lecita e comprensibile e giustificabile in una condotta illecita sta nel fatto che questa condotta accede, peraltro, alla condotta illecita del Presidente Greco, e avrebbe comunque portato un contributo causale alla verificazione dell'evento. A parte il fatto che della illiceità della condotta del Presidente Greco parleremo, e parleremo a lungo, Francesco Vassalli ed io, secondo la divisione di compiti che abbiamo tra di noi deciso, a parte quindi che noi non ammettiamo proprio nulla in punto di illiceità della condotta del Presidente Greco; sia concesso dire, peraltro, che dal punto di vista giuridico, anche se la condotta del Presidente della Fallimentare dovesse essere considerata una condotta illecita, non basta accedere ad una condotta illecita perché una condotta in sé ed ontologicamente lecita divenga penalmente rilevante. Sotto questo punto di vista è sufficiente pensare, per esempio, all'Art. 117 del Codice Penale, che qui ricordo non certo per fare riferimento ad esso in quanto applicabile nella nostra materia, ma soltanto per ricavarne un principio di carattere generale. La Corte sa perfettamente che la condotta dell'estraneo può diventare penalmente rilevante, nell'ottica dell'Art. 117, soltanto se essa in partenza è già illecita, altrimenti la condotta dell'estraneo, di per sé lecita, anche se accede ad una condotta illecita altrui, rimane una condotta lecita. Questo è un principio di carattere generale, che noi ricaviamo dal sistema, e quindi quando il Procuratore Generale accosta la condotta di Pellegrino Capaldo a quella del Presidente Greco per dedurne poi una possibile illiceità, afferma una cosa che in punto di diritto in realtà non esiste. E, d'altra parte, noi leggiamo nei manuali - soprattutto nei manuali della nostra giovinezza, oggi le cose sono in parte cambiate, ma vedremo che la conclusione è sempre la stessa - che per aversi un concorso di persone nel reato (perché non dimentichiamo questa è l'imputazione da cui muove la causa) è necessario l'accordo tra le persone ritenute concorrenti e partecipi in un determinato reato, e l'accordo significa volontà e consapevolezza di partecipare alla condotta illecita altrui, volontà e consapevolezza di produrre l'evento. Sappiamo che oggi le cose sono cambiate, specialmente nella giurisprudenza, per quanto riguarda l'elemento soggettivo nel quadro del concorso di persone nel reato; soprattutto a seguito degli stimoli provenienti dalla criminalità organizzata e dalle dimensioni che la criminalità organizzata ha assunto, la giurisprudenza abbandona piano piano la tesi dell'accordo come nucleo del concorso e preferisce parlare di volontà di partecipare alla condotta illecita di altri, in modo da non dover fondare necessariamente tutto il concorso sull'accordo. Ma a parte il fatto che in alcune fattispecie non si può prescindere dall'accordo, e questa fattispecie concreta, così come è stata elaborata, è certamente fondata sulla ipotesi dell'accordo, come vedremo di qui a poco, comunque, anche a voler considerare l'anima del concorso come volontà di partecipare alla condotta illecita altrui, le cose non cambiano, è sempre necessario che da parte del soggetto estraneo vi sia questa consapevolezza del disvalore della condotta altrui, in certi casi addirittura la consapevolezza della illiceità dell'evento, e quindi una volontà di partecipare alla condotta illecita altrui, una volontà di contribuire causalmente alla produzione di un evento, il cui disvalore è stato puntualmente delineato dal soggetto estraneo. Nel caso di specie, quindi, una consapevolezza della illiceità della condotta del Presidente Greco, la volontà di accedere a quella condotta per la realizzazione di un evento - la manomissione del patrimonio della FEDERCONSORZI in violazione della par condicio creditorum - un evento illecito a cui si mira e a cui si intende portare un contributo causale attraverso la propria condotta. Ora, il Procuratore Generale tutto questo avrebbe dovuto dimostrare, e avrebbe dovuto dimostrare innanzitutto la sussistenza di un accordo tra il Presidente Greco e Pellegrino Capaldo, oltre quanto le prove in realtà conclamano in senso contrario.

Ora, nella requisitoria del Procuratore Generale tutto questo manca, come, a dir la verità, tutto questo manca nella sentenza. Più divento vecchio e più mi rendo conto che ormai le parole sostituiscono i fatti. Una vecchia regola del diritto penale è che le conclusioni si traggono dai fatti, non basta mettere insieme parole. Ed invece la motivazione della sentenza di primo grado è un complesso di parole totalmente sganciate dai fatti, come vedremo. Non ho potuto portare qui tutto il processo, ho portato soltanto gli atti più significativi proprio perché ogni affermazione, che io intendo fare in critica della sentenza, troverà una sua puntuale corrispondenza nelle pagine del processo. Tutto questo è mancato nella requisitoria come è mancato nella sentenza. Manca, insomma, la indicazione del punto, del momento, e naturalmente poi dei moventi in relazione ai quali una condotta, come vi dicevo, quella di Capaldo, definita lecita diventa invece condotta assolutamente illecita, condotta penalmente rilevante. Né si può dire, signor Presidente e signori della Corte, che la illiceità è nella condotta stessa, che le condotte stesse sono condotte che conclamano la loro illiceità, perché, in realtà, se noi non dimostriamo in questo processo che le condotte sono frutto di un accordo e discendono da un accordo, noi non potremmo mai, mai fondare la prova della illiceità sulla condotta in sé considerata. Queste condotte sono condotte neutre o addirittura condotte che possono trovare spiegazione in una infinità di motivi. Il Presidente Greco aveva una infinità di motivi leciti per accedere alla proposta di una vendita in blocco. Pellegrino Capaldo - noi poi continuiamo a parlare di Pellegrino Capaldo, ma in realtà il suo progetto è stato sottoposto alla valutazione ed alla approvazione di una infinità di persone, chiamiamolo per comodità il "progetto Capaldo" - ha dalla sua una infinità di motivi leciti per essere proposto, per essere coltivato e per essere attuato. La sentenza parla di prezzo vile e di vendita a prezzo vile, e la viltà del prezzo sarebbe lo strumento attraverso il quale è stata violata la par condicio dei creditori. Ma la viltà del prezzo può discendere solo dall'accordo, è necessario dimostrare che le parti si sono messe d'accordo su quel prezzo per frodare i creditori. Questo bisognava dimostrare, impresa peraltro impossibile, e questo ci spiega perché poi il Procuratore Generale non si sia avventurato in questa prova. Perché, come dovremmo dire più di una volta nel corso della nostra discussione, noi abbiamo dimostrato nei motivi di appello, e a dir la verità era stato sostenuto disperatamente da Pellegrino Capaldo nella sua difesa nel corso del giudizio di primo grado, che tutta l'operazione è stata, invece, studiata nell'interesse dei creditori. S.G.R., come dirà De Brina, teste che è stato totalmente ignorato dalla sentenza di primo grado, era uno strumento interno al ceto dei creditori, e quindi lo strumento che era stato ideato era uno strumento concepito proprio per realizzare l'interesse dei creditori. E se così è, non si vede come si possa parlare di bancarotta tanto sotto il profilo dell'elemento materiale quanto sotto il profilo dell'elemento soggettivo, se lo strumento studiato, S.G.R., è uno strumento studiato negli interesse dei creditori. Siamo agli antipodi dell'elemento materiale e dell'elemento soggettivo del delitto di bancarotta. Tutto ciò, ripeto, avrebbe dovuto trovare dimostrazione nella sentenza prima e nella requisitoria poi, che l'ha voluta sostenere, ma mi pare che, riesaminando fino in fondo, fino all'ultima virgola, la sentenza e la requisitoria nulla si troverà in questo senso. Questa sensazione di fragilità, di incompletezza e di contraddittorietà della difesa della sentenza risulta ulteriormente conclamata dall'analisi delle poche battute, delle pochissime battute che il Procuratore Generale - faccio riferimento alle pagg. 78 e 79 della sua requisitoria - da lui dedicate esplicitamente alla posizione di Pellegrino Capaldo.

Noi abbiamo ascoltato, con una qualche sorpresa, anche se con compiacimento e con la intima convinzione che ciò che il Procuratore Generale diceva in quel momento corrispondeva a verità, ma con una sorpresa giustificata poi dalla contraddittorietà delle conclusioni, il Procuratore Generale definire Capaldo "persona perbenissimo", neanche "perbene", "perbenissimo". Allora noi vorremmo sapere come, perché, attraverso quali procedimenti una "persona perbenissimo" diventi "per malissimo". Tanto più che lo stesso Procuratore Generale, dando uno scossone tremendo alla tesi del concorso, su cui è fondata l'imputazione e su cui è fondata la sentenza, afferma esplicitamente: "posso benissimo credere che Greco e Capaldo non fossero amici, né conoscenti, né che si fossero messi d'accordo come due malandrini per fare questa cosa". Ora, ognuno comprende facilmente che rispetto al capo di imputazione, invece, bisognava dimostrare che queste due persone si erano comportate "come due malandrini"; solo dimostrando che si erano comportati "come due malandrini" si poteva giungere alla conclusione della viltà del prezzo e delle operazioni compiute in frode dei creditori. Fuori dell'accordo di "due malandrini", al di sotto dell'accordo non c'è possibilità per l'Accusa di sostenere tutta la sua ricostruzione. Guardate, d'altra parte, quali sono gli argomenti che il Procuratore Generale porta a sostegno della sua tesi, quando cerca di criminalizzare la condotta di Pellegrino Capaldo; che cosa afferma? "Capaldo è una persona perbenissimo, anzi, la mia sensazione si è accentuata ascoltandolo questa mattina nelle sue dichiarazioni spontanee, ma per aversi bancarotta - questo si afferma in punto di diritto da parte del Procuratore Generale - basta la fuoriuscita di un bene dalla garanzia per i creditori e il consilium fraudis". Ora, quanto al primo punto, e cioè alla fuoriuscita del bene dalla compagine patrimoniale della FEDERCONSORZI, "Capaldo aveva la consapevolezza di fare un buon affare in posizione monopolistica". Ora, questa affermazione non merita commenti, signori della Corte, perché si giustifica da sola la critica che noi intendiamo muovere ad essa. Torneremo sulla questione del "buon affare", torneremo sulla questione della "posizione monopolistica". Ma la Corte comprende perfettamente che il problema non è se la vendita in blocco fosse o non fosse un buon affare, fosse o non fosse un cattivo affare; il problema è stabilire se si trattava di un fatto illecito, di un fatto lecito, di un fatto penalmente rilevante o meno, questo era il problema, e quindi bisognava dimostrare che c'era una distrazione ed una dissipazione dolose in danno dei creditori. Di tutto ciò, ovviamente, non c'è prova e, soprattutto, non si può pensare che alla prova si possa supplire con la affermazione "buon affare in posizione monopolistica", è fin troppo ovvio che si possano fare buoni affari, che si possano buoni affari anche nelle procedure concorsuali senza per questo dover commettere fatti illeciti, fatti penalmente rilevanti. Quanto poi al fatto che Capaldo si fosse trovato in una "posizione monopolistica", premesso che Capaldo non ha fatto nulla per rimanere in una posizione monopolistica, a parte il fatto che il Presidente Greco non gli ha fatto 'terra bruciata intorno' per favorire questo monopolio; l'argomento, casomai, torna a nostro vantaggio: se Capaldo si è trovato solo nella sua offerta, vuol dire che altri, che pure avevano pensato a fare i loro affari (vedi Roverato), non hanno ritenuto quella proposta una proposta tanto favorevole da poter essere superata con altre proposte ancora appetibili, e che avrebbero quindi potuto consentire ad altri di fare buoni affari. Quindi dire che Capaldo ha agito "in una posizione monopolistica", da una parte, non significa nulla e se, dall'altra, qualche cosa significa, significa qualche cosa a nostro favore. Quanto poi al "consilium fraudis", sostiene il Procuratore Generale che il "consilium fraudis è qualche cosa di molto meno dell'accordo necessario per creare concorso in reati". Ora, il Procuratore Generale mi pare che dimentichi ancora una volta che questo processo è tutto fondato sulla ipotesi dell'accordo, e quindi del concorso tra il Capaldo e Greco. Quindi noi se veniamo a leggere nella sua requisitoria che qui c'è un "consilium fraudis" che integrerebbe il dolo di bancarotta, ma che questo "consilium fraudis è molto meno dell'accordo che peraltro è necessario per integrare il concorso in altri reati", noi ci troviamo ancora una volta di fronte ad una affermazione che dimostra la inconsistenza delle tesi accusatorie. Ed infatti, se noi procediamo nella lettura delle considerazioni del Procuratore Generale, noi vediamo che il Procuratore Generale - faccio riferimento alla pag. 79 della sua requisitoria - non individua il dolo di Pellegrino Capaldo nell'accordo con Greco, ma, ancora una volta, nella consapevolezza che un bene esce dal patrimonio della FEDERCONSORZI, e dalla consapevolezza di fare un affare in posizione monopolistica, e cioè è 'il cane che si morde la coda' perché alla fine del discorso si torna a parlare del "buon affare" e della "posizione monopolistica", coinvolgendosi in una contraddizione insuperabile con quanto era stato detto a proposito di Capaldo, "persona perbenissimo", e soprattutto di una condotta di Pellegrino Capaldo "comprensibile dal punto di vista economico, legittima, corretta" e via dicendo. Ora, da questa impostazione a me pare non si sfugga. Se il prezzo deve essere definito "vile", lo può essere definito soltanto in funzione di un accordo puntuale su quel prezzo e su un accordo fatto in maniera tale da escludere qualsiasi vantaggio per altri in relazione alla operazione che si voleva realizzare; altrimenti noi potremmo dire che quel prezzo era un'offerta che era stata fatta da una persona interessata ad una determinata soluzione, un prezzo che poteva essere liberamente formato dall'offerente secondo i suoi criteri, un prezzo che la controparte (se nel Presidente Greco e nel Tribunale Fallimentare vogliamo vedere una controparte) che era libera di accettare, come meglio riteneva e secondo i propri criteri, l'offerta se ritenuta vantaggiosa. Quindi, signor Presidente e signori della Corte, se noi fossimo tentati di risolvere questa causa soltanto attraverso l'analisi critica delle considerazioni del Procuratore Generale, io credo, se la passione difensiva non mi fa velo, che potremmo anche fermarci qui e concludere appunto, raccogliendo quasi un suggerimento del Procuratore Generale, e con un qualche cinismo appunto dire: il prof. Capaldo è estraneo al commissariamento che avviene il 17 maggio 1991, è estraneo alla richiesta di concordato, che avviene un paio di mesi dopo, all'apertura del procedimento di concordato, alla omologazione; la sua proposta è del 27 maggio del '92, ed è quindi una proposta che viene affacciata quasi alle soglie della sentenza di omologazione; a quell'epoca Greco e Capaldo non si conoscevano, non si frequentavano, Capaldo era libero di formare la offerta che riteneva e il Tribunale di accettarla o meno. E` vero, signor Presidente, noi difensori non possiamo certo seguire la politica dello struzzo e non immaginare possibili obiezioni alle nostre tesi, saremmo dei pessimi difensori. E' vero, quindi, che qualcuno potrebbe obiettarci, a questo punto, che quando viene decisa la omologazione della richiesta di concordato, la offerta Casella-Capaldo era arrivata al Tribunale, ma la Corte sa perfettamente, e in particolare il Consigliere Relatore che ha studiato puntualmente gli atti, che l'offerta Capaldo non incide per nulla sulla decisione di omologare la richiesta di concordato. A parte le date, è precedente di soli due mesi, ma è sufficiente leggere la motivazione della sentenza di omologazione, sulla quale dovremo tornare più di una volta.

Nella sentenza si legge che la proposta Casella è nulla più se non una lettera di intenti, è arrivata due mesi prima, c'è la proposta di un prezzo che indubbiamente è di molto inferiore alle stime che erano state compiute fino a quel momento. Il Tribunale Fallimentare coglie immediatamente i vantaggi di una vendita in blocco, fa riferimento già a questi possibili vantaggi, ma non prende posizione rispetto all'offerta, afferma, anzi, che l'offerta dovrà essere attentamente analizzata in seguito. L'offerta, in altre parole, appartiene al momento della esecuzione del concordato, non incide sulla decisione di omologazione, quindi sotto questo punto di vista a me pare che l'obiezione possa essere facilmente superata. Ma abbiamo detto, signor Presidente e signori della Corte, che noi non intendiamo limitarci ad una critica delle considerazioni del Procuratore Generale e della Parte Civile, su cui pure qualche cosa dovremmo dire in questa fase del giudizio; siamo troppo preoccupati dalla sentenza di primo grado, troppo scottati da quella esperienza negativa per fermare qui il nostro discorso. Allora procediamo adesso più analiticamente all'esame della sentenza impugnata, cercando di aggiungere considerazioni, perlomeno di approfondire considerazioni che sono già state esposte nei motivi di appello, per cercare di alleviare in parte la noia della Corte, costretta altrimenti a sentirsi ripetere cose che già sa.

La sentenza impugnata definisce Capaldo "un abile finanziere" e, se si fosse fermata qui, avremmo potuto prendere questa qualificazione come un complimento, come un giudizio lusinghiero. Ma la sentenza aggiunge subito dopo che, in realtà, Capaldo è l'ideatore e lo stratega di una operazione volta a conseguire un vantaggio ingiusto; anzi, la sentenza lo definisce come "autore di una condotta addirittura spregiudicata". Ora, noi qui saremmo tentati di proporvi un ritratto di Pellegrino Capaldo per quello che egli è, ma non perderemo troppo tempo su questo, intanto perché, quando si vuole definire una personalità e si vuole qualificare una personalità, in un processo penale bisogna procedere per prove. Ora, qui non è che le prove mancherebbero, ma sarebbero talmente tali e tante le prove per dimostrare quanto sia galantuomo Pellegrino Capaldo e per dimostrare quale sia la sua statura scientifica, culturale e morale, quali siano gli impegni sociali che egli ha ritenuto di dovere assolvere con profondo disinteresse, che potremmo passare tutta la giornata, perché anche questi sono fatti che debbono essere provati. D'altra parte, ci rendiamo conto che si potrebbe facilmente obiettare che una prima volta viene per tutti e che, quindi, Capaldo ha perso la testa e, rinnegando tutto ciò che egli è, in questa operazione è incappato nelle maglie del Codice Penale. Ci risparmiamo questa analisi della personalità di Pellegrino Capaldo perché, per fortuna, i fatti di questo processo parlano da soli, e costituiscono la prima testimonianza della onestà e della correttezza dell'imputato che noi assistiamo.

Ci limitiamo semplicemente a dire che Pellegrino Capaldo è una singolare figura di intellettuale: è un professore di università che si dedica prevalentemente agli studi; è un professore di università, caso unico, che dopo la sentenza di primo grado quasi si vergognava di ripresentarsi davanti ai propri studenti, tanto è vero che ha presentato dimissioni da professore universitario esclusivamente per la ingiusta umiliazione patita a seguito della sentenza di primo grado (cosa che in Italia non capita proprio tutti i giorni); è uno studioso che alterna alla ricerca scientifica la sperimentazione sul campo pratico di quanto egli va studiando, sperimentando ed insegnando nella università. Questa è la ragione per la quale egli, spesso, è stato chiamato anche a livello di Governo a rendere consigli, a fornire pareri; sotto questo punto di vista io mi permetto di rinviare alla pag. 161 e seguenti del verbale dell'interrogatorio reso da Pellegrino Capaldo nel corso del giudizio di primo grado, nell'ambito di queste dichiarazioni egli ha fatto riferimento ad alcuni degli incarichi importanti e che con personale disinteresse egli ha gestito. Aggiungo che anche in questa vicenda viene fuori tutto l'uomo Capaldo perché Capaldo da questa vicenda non voluto neppure una lira di compenso, la sua soddisfazione era la soddisfazione di uno studioso, di un (incomprensibile) che vedeva realizzato un progetto innovativo che permetteva di chiudere in tempi rapidi una macchinosa procedura concorsuale con la massima soddisfazione possibile per tutti i creditori. Se c'è qualcosa di vero, e sul punto concludo, su quella dottrina di matrice tedesca, secondo la quale al tipo di fatto dovrebbe corrispondere sempre un particolare specifico tipo di autore; di talché non esiste tanto il furto quanto il ladro, non esiste tanto lo sfruttamento della prostituzione quanto lo sfruttatore; io credo che Capaldo ne sia la dimostrazione perché in lui è assolutamente impossibile vedere il tipo di bancarottiere spregiudicato, che la sentenza invece ha voluto vedere, o, se volete, intravedere forse dal buco della serratura.

Secondo la sentenza, Capaldo sarebbe all'origine di tutto (vedremo che è un argomento ripreso anche dalla Parte Civile). Capaldo è l'ispiratore del Ministro Goria, ed è quindi l'abile finanziere che architetta fin dall'inizio tutta questa operazione, la preordina, la organizza, la pensa, e la attua in funzione appunto di uno smantellamento del patrimonio e di tutta la struttura della FEDERCONSORZI, e si appropria, alla fine, questa la tesi della sentenza di questo patrimonio, a prezzo assolutamente vile.

Anche la Parte Civile sostiene questo, faccio riferimento alla pag. 5 della trascrizione della sua arringa, là dove leggiamo: "non si vede perché Goria doveva interpellare Capaldo per poi disattenderlo", frase disarmante nella sua disattenta superficialità, il fatto di chiedere un consiglio non significa essere poi obbligati a seguire quel consiglio, e, come vedremo di qui a poco, in realtà Goria più che consigli cercava avalli, comunque queste affermazioni sono smentite dai fatti.

Come la Corte ormai già sa, il primo contatto di Capaldo con la FEDERCONSORZI, della quale non si era mai occupato, della cui esistenza, ovviamente, non poteva non essere a conoscenza, ma di cui non si era mai occupato, avviene su richiesta di Lobianco, siamo nel 1988. La FEDERCONSORZI va male e Lobianco chiede un parere a Capaldo, corre al consulto di un grande clinico, non dimentichiamo che Capaldo insegna appunto economia aziendale. Capaldo ricorda quali furono le sue conclusioni, e la Corte potrà rileggerle alla pag. 162 del suo verbale. Capaldo rileva che gli investimenti sono assolutamente improduttivi, anche perché la FEDERCONSORZI aveva l'abilità di comperare immobili dai consorzi per poi riaffittarli a canoni irrisori a tutti quanti i consorzi. Quindi gli investimenti sono improduttivi, il ricorso al debito da parte dei consorzi, e quindi da parte della FEDERCONSORZI, ha raggiunto livelli assolutamente insostenibili, i costi sono mostruosi. Nella sentenza di omologazione il Presidente Greco valuterà in 6, 7 miliardi al mese il costo di questa elefantiaca struttura. I crediti sono di realizzo difficilissimo, se non impossibile. E quindi i consigli di Capaldo sono di smobilizzare il patrimonio, di rivedere la struttura di questi consorzi per renderla più agile, più snella e per alleggerire i costi. Diagnosi e prognosi sono impietose: se non si corre ai ripari per la FEDERCONSORZI è la fine, è la rovina assoluta e certa. Naturalmente non se ne fa nulla. In Italia spesso si chiedono consigli, ma poi, quando si ricevono buoni consigli, questi buoni consigli vengono riposti nel cassetto. Capaldo ricorda di aver avuto qualche colloquio con l'allora Presidente della FEDERCONSORZI Scotti, di avere avuto qualche scambio di idee con Pellizzoni, il nuovo Direttore Generale, però rammenta che il suo interesse sulla FEDERCONSORZI tornò ad essere l'interesse di uno studioso; tanto è vero che egli aveva programmato uno studio da svolgersi a livello universitario sulla FEDERCONSORZI, e già pensava agli allievi a cui avrebbe potuto affidare questo studio. Ma il tempo passa senza che nulla si faccia e la situazione peggiora.

In questo processo noi abbiamo visto affacciarsi una infinità di persone, che probabilmente, con la coda sulle... con la preoccupazione di potere essere nuovamente coinvolti in questa vicenda, si sono preoccupate soprattutto di difendersi, anche là dove avrebbero dovuto soltanto dichiarare la verità. Uno di questi ineffabili personaggi è uno dei sindaci, il quale ha affermato che in FEDERCONSORZI "non si muoveva foglia che Capaldo non volesse". Ha osservato giustamente Capaldo che quel sindaco, anziché trinciare giudizi di questo genere, avrebbe fatto bene, a suo tempo, a svolgere bene il mestiere del sindaco adempiendo ai doveri della sua funzione. Ma questa affermazione malevola, fatta soltanto allo scopo di allontanare da sé qualsiasi sospetto, è una affermazione smontata dai fatti. In realtà, nessuno dei consigli di Capaldo è stato raccolto, tanto è vero - ecco perché noi diciamo che dobbiamo stare ai fatti ed abbandonare il gusto di affabulare parole prive di riscontro - che nell'aprile del '91 Goria nuovamente si rivolge a Capaldo perché la situazione non solo non è migliorata, ma la situazione è addirittura peggiorata, e Goria avanza a Capaldo la tesi del commissariamento. Come vedremo di qui a poco, Goria, in realtà, aveva già deciso di commissariare e, probabilmente, voleva l'avallo più autorevole che potesse in quel momento raccogliere, cioè quello di uno studio del livello di Pellegrino Capaldo. Ma come Capaldo ricorda, la Corte rileggerà la pag. 169 del suo interrogatorio, Capaldo espresse parere contrario al commissariamento motivandolo in maniera persuasiva. Egli si rese conto di avere a che fare..., adesso siccome Goria - poveretto - è morto, ma siccome è stato Presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro, deve essere per forza uno che ci capiva. Io vi chiedo di percorrere, nella galleria della vostra memoria, gli incontri che avete avuto con persone collocate al posto sbagliato, e voi certo ricorderete le vignette di Forattini. Quando Goria, ignoto a quasi tutti gli italiani, divenne Presidente del Consiglio, Forattini lo rappresentava nelle sue vignette soltanto con la circonferenza della testa, i capelli che erano caratteristici e la barba, ma non c'erano gli occhi, non c'era la bocca e non c'era il naso proprio a sottolineare l'anonimato grigio di questa persona. Adesso qui nella sentenza, siccome Goria è stato Ministro del Tesoro, deve essere uno che per forza ci capiva. Ma Capaldo, che di Goria ne capiva qualcosa di più, osserva che la proposta di commissariamento di Goria era una proposta dilettantesca. Capaldo ricorda che un conto è commissariare una banca, con una Banca d'Italia che sa benissimo quello che deve fare e che interviene 24 ore dopo, muovendo secondo schemi e modelli collaudati; un conto commissariare, dall'oggi al domani, la FEDERCONSORZI. Capaldo non vede dietro la proposta di Goria un progetto definito ed attuabile, ecco perché propone la tesi della ispezione, il guadagnare un po' di tempo, capire un po' meglio per vedere poi quello che si deve fare. Goria non se ne dà per inteso e, come voi sapete, dispone, nel giro di pochi giorni, il commissariamento. Quindi parlare di Capaldo come dell'ispiratore di Goria, come del consigliori di Goria è una cosa contraddetta dai fatti. Si dirà: ma queste sono affermazioni di Capaldo, non abbiamo nessun riscontro alle sue affermazioni. Intanto, incominciamo con il dire che se vogliamo utilizzare i criteri che vengono utilizzati normalmente per la valutazione della credibilità, anche nel campo della criminalità organizzata non chiediamo un trattamento di favore, noi sappiamo che uno degli indici di credibilità sta nella puntualità e nella minuzia con la quale i ricordi vengono presentati all'esame del Tribunale. Sotto questo punto di vista Capaldo ha quasi ripetuto parola per parola ciò che egli afferma di avere detto a Goria. Ma a parte questo, che la posizione di Capaldo fosse quella deriva, innanzitutto, dalle dichiarazioni di Pellizzoni, il quale ricorda perfettamente qual era la posizione di Capaldo rispetto alla idea di Goria, e, in secondo luogo, discende la prova della verità delle affermazioni di Goria ancora una volta dai fatti: Capaldo sparisce dalla circolazione. Se egli fosse stato il consigliere e l'ispiratore di Goria, ma perché Goria non avrebbe dovuto nominare lui stesso commissario, anzi addirittura commissario unico? E se pure si volesse dire che Capaldo non voleva assumersi questo incarico, per quale motivo Goria non avrebbe dovuto segnalare ai tre commissari - Gambino, Cigliana, Locatelli - che quel progetto era stato discusso con Capaldo e che quindi era bene che si prendessero contatti con Capaldo? Non risulta, anzi è negata in radice l'esistenza di qualsiasi contatto, di qualsiasi scambio di idee, di qualsiasi richiesta di consiglio da parte dei tre commissari nei confronti di Capaldo. Non solo, ma il progetto Goria è un progetto in contrasto tanto con l'idea originaria di Capaldo - quella espressa nel 1988 a Lobianco - quanto con quello che sarà poi il progetto Capaldo del 1992. Goria va assolutamente per la sua strada. E quindi, da un lato, la situazione, dal 1988 in poi, è peggiorata; dall'altro, Goria crede, paradossalmente, nella possibilità di un risanamento della FEDERCONSORZI e nel rilancio addirittura della FEDERCONSORZI. Ecco perché non può nominare Capaldo perché Capaldo la vedeva in maniera completamente diversa, e quindi nomina i famosi tre commissari con un obiettivo, che è l'obiettivo del risanamento. E sotto questo punto di vista noi possiamo leggere le dichiarazioni rese da Agostino Gambino, e faccio riferimento alle pagg. 4 e 6 del verbale, dove sono riportate le sue dichiarazioni in sede di dibattimento, là dove Gambino afferma puntualmente che la tesi di Goria era appunto quella di giungere al risanamento della FEDERCONSORZI e alla creazione, quindi, di una nuova FEDERCONSORZI che potesse continuare sulla strada della precedente. Si sarebbe dovuto salvare la realtà imprenditoriale della FEDERCONSORZI come strumento di aiuto e di assistenza alla agricoltura italiana, questo dichiara Gambino a pag. 4 delle sue dichiarazioni. Ed ancora pag. 6: era una proposta, era una idea di Goria, si trattava in definitiva di salvare, di costituire una società di commercializzazione che mantenesse la realtà imprenditoriale della FEDERCONSORZI. Tanto è vero che, in un primo momento, si pensa anche ad una forma di liquidazione volontaria, etc. etc.. Vi risparmio la lettura di Cigliana, vi rimando semplicemente alle pagg. 71 e 72 del suo verbale: Cigliana ribadisce puntualmente le stesse cose. E che non si tratti di ricordi sfumati nel tempo noi lo ricaviamo dal fatto che il decreto del Ministro, con il quale si commissariava la FEDERCONSORZI, si nominavano i commissari e via dicendo, all'Art. 2: affida ai commissari compiti di risanamento economico e finanziario e, nel suo ingenuo ottimismo, fissa la data del 31 dicembre 1992 come termine entro il quale i commissari avrebbero dovuto convocare l'assemblea per la nomina dei nuovi amministratori, dei sindaci e quindi per la ricostituzione degli organi sociali.

Cigliana, che non è un fulmine di guerra, che non è poi questo genio, ma con molto buonsenso riferisce le cose per come se le ricorda, afferma, impietosamente, che Goria si comportò da vero dilettante e che Goria, probabilmente, deve avere sentito qualche banchiere, non il sistema bancario, e da qualche banchiere può avere avuto forse qualche incoraggiamento in questo senso; faccio riferimento alla pag. 71 delle dichiarazioni di Cigliana, là dove gli afferma che il Ministro forse pensava a qualche affidamento ricevuto da qualche singolo banchiere e che quindi fosse possibile giungere ad un accordo con le banche, e via dicendo. Gambino ricorda che passarono quindici giorni, non ci fu bisogno di più di quindici giorni per rendersi conto che il progetto era assolutamente inattuabile. Anche perché alla notizia del commissariamento questo genio della finanza e della economia che era - pace all'anima sua - il Ministro Goria non aveva calcolato che le banche avrebbero ritirato l'appoggio. Altro che il sistema bancario che viene in aiuto al programma di Goria! Il sistema bancario leva le gambe, si allontana da questo programma e i commissari sono costretti a chiedere l'ammissione alla procedura di concordato. Le date parlano da sole: il 17 maggio il Ministro scioglie il Consiglio di amministrazione e il Collegio sindacale nomina i commissari; il 4 di luglio, un mese e mezzo dopo, i commissari chiedono l'ammissione al concordato preventivo con cessione dei beni, dopo avere sperimentato anche la impossibilità di praticare una liquidazione volontaria; pochi giorni dopo, tra il 18 e il 22 di luglio, il Tribunale apre la procedura con parere favorevole del Pubblico Ministero. Quindi si verifica proprio quello che Capaldo temeva, quello che Capaldo aveva tentato di scongiurare, quando aveva invitato Goria a prendere un momento di tempo e a riflettere sulla situazione: la FEDERCONSORZI è destinata, ovviamente, alla chiusura.

Ora, io credo che, con riferimento a questo periodo di tempo, nessuno potrà mettere in discussione, nessuno potrà dubitare del fatto che Capaldo sia assolutamente fuori gioco. Aggiungo e ribadisco con molto vigore che oltre tutto Capaldo e Greco non si erano mai visti in questo periodo di tempo e continueranno a non vedersi ancora per molto tempo. Il Procuratore Generale ha avanzato qualche dubbio: possibile che non si conoscessero? Ma noi dobbiamo tenere presente, signori della Corte, che Capaldo non è un avvocato, Capaldo non fa l'avvocato, Capaldo non frequenta il Tribunale Fallimentare; credo che abbia messo piede al Tribunale Fallimentare per la prima volta quando, in compagnia dell'avv. Casella, è andato a presentare il suo progetto, a ricevere richieste di chiarimenti, di precisazioni e di approfondimenti da parte del Tribunale Fallimentare, da parte dei commissari e via dicendo. Quindi sotto questo punto di vista il sospetto del Procuratore Generale è infondato e mi sia consentito di dire, ancora una volta, che anche i sospetti debbono comunque trarre alimento dai fatti. Qui non c'è nulla che deponga a favore dei sospetti del Procuratore Generale.

Si apre così la procedura, e conviene subito affrontare un tema, naturalmente io lo affronto dal mio punto di vista, sull'argomento certamente poi interverrà da maestro il collega Vassalli, io vedo le cose soprattutto dal punto di vista dell'elemento psicologico e di quanto interessi il profilo più spiccatamente e rozzamente penalistico della vicenda, tutti gli aspetti di diritto commerciale e di diritto fallimentare saranno approfonditi dal collega Vassalli, con il quale condivido l'onore della difesa del prof. Capaldo.

Il punto su cui la sentenza insiste in particolare è che i commissari premono immediatamente per vendite frazionate e subitanee e che Greco si oppone. In questa opposizione di Greco viene vista la prova della vendita di Greco e del suo Ufficio al "progetto Capaldo". Allora, ancora una volta, richiamiamo le date. La procedura inizia il 18 luglio del '91 ed i commissari immediatamente sollecitano le vendite, perché devono fare fronte a necessità, a costi, a spese e via dicendo. Per ammissione della stessa sentenza, Capaldo incomincia a pensare al suo progetto all'inizio del '92, e quindi sei mesi dopo l'iniziare di queste richieste da parte dei commissari. La proposta sarà avanzata solo il 27 di maggio. Quindi cosa c'entra Capaldo con la resistenza opposta dal Presidente Greco alle richieste di procedere immediatamente a vendite frazionate? E poi, signori della Corte, e voi siete maestri sul punto, ma la posizione del Presidente Greco era una posizione così ingiustificata? Questo suo opporsi alle richieste di vendite frazionate era veramente arbitraria e può trovare spiegazione solo nel fatto che egli doveva colludere con Capaldo di lì a mesi o di lì ad un anno? Ora, il Presidente Greco ha detto con assoluta fermezza che, ad avviso suo e di tutto il collegio, la vendita frazionata prima della omologazione non è ammissibile, può essere effettuata solo in casi eccezionali, solo di fronte a beni che si vanno deteriorando, a beni che possono essere rapidamente persi. Tanto è vero che là dove questa esigenza si è verificata essa è stata soddisfatta. Greco ricorda che si è proceduto alla vendita di Fidital, dello zuccherificio castiglionese, di bestiame, di prodotti agricoli, di macchine; tutto ciò che si poteva deteriorare o che per ragioni di mercato era sottoposto alla possibilità di un deterioramento, quello è stato venduto, ma in linea di principio non si può procedere a vendite frazionate.

Ora, questa posizione del Presidente Greco trova innanzitutto una conferma nelle dichiarazioni di Picardi, che è una persona perbene, ma che soprattutto era il commissario giudiziale, ed è un professore che ha insegnato nella sua vita diritto processuale civile e diritto fallimentare, anche nella università di Perugia; io vi rimando alle pagg. 248 e 249 delle dichiarazioni di Picardi, dove si legge che la posizione di Greco era una posizione corretta. Ma c'è di più: che la correttezza della posizione del Presidente Greco è riconosciuta, paradossalmente, dallo stesso Gambino, e Gambino non poteva non riconoscerla per la sua esperienza di avvocato e per la cattedra che egli si porta appresso, quella di ordinario di diritto commerciale. Perché il Gambino, a pagg. 25 e 27 delle sue dichiarazioni, afferma, e sembra quasi di vederlo seduto in cattedra mentre pronunzia il principio: non è corretto vendere prima che una procedura concorsuale sia arrivata alla sua certezza giuridica. Certo, avevano le loro esigenze, dice Gambino, e avremmo preferito una maggiore elasticità da parte del Tribunale, ma mi rendo conto che la nostra era una forzatura, e quindi aderire alla loro richiesta sarebbe stata da parte del Presidente Greco una forzatura. Ed allora io vorrei sapere perché oggi si rimprovera a Greco, nella prospettiva della collusione con Capaldo, una condotta, che lo stesso Gambino afferma sarebbe stata una forzatura se posta in essere; paradossalmente, il rispetto della legge diventa motivo di accusa nei confronti del Presidente Greco e rimbalza su Capaldo, che stava lì alla finestra pronto a piombare come un falco sul patrimonio della FEDERCONSORZI. E le stesse cose dice Cigliana, anche qui rileggerete la pag. 77 delle sue dichiarazioni. Anche Cigliana è perfettamente consapevole che la loro richiesta era una richiesta al limite della legge. Quindi la procedura si sviluppa assolutamente in modo regolare e, mi sia consentito dirlo, sotto il controllo di una persona come Picardi, che nessuno ha mai ritenuto responsabile di nulla, neppure sotto il profilo di un obbligo giuridico di impedire eventi criminosi, perché non c'era proprio nulla da impedire, un Picardi che sorveglia attentamente il corso della procedura e che non ha nulla da obiettare. Giungiamo così al 27 maggio del 1992.

Il 27 maggio del 1992 è una data fatidica che interessa questo processo sotto due punti di vista. Sotto un primo punto di vista perché i commissari approvano il bilancio del '91, dichiarano la perdita del capitale e, inoltre, avanzano quella che impropriamente è stata definita una "istanza", ma che noi chiameremo "istanza" perché così è intitolata, al Tribunale relativa alla questione se la società debba essere messa in liquidazione, e rassegnano le loro dimissioni. Casella, nello stesso giorno, inoltra ufficialmente per la prima volta il progetto. E' fin troppo ovvio non resistere alla tentazione di sostenere che c'è un rapporto di causalità tra due fatti che accadono nello stesso giorno. Ma, in realtà, come i fatti dimostrano, non c'è nessuno rapporto di causalità tra le dimissioni dei commissari e l'inoltro del progetto Capaldo-Casella al Tribunale. Il Procuratore Generale e la sentenza parlano di una "fuga" dei commissari, una fuga da che? Gambino: "noi non sapevamo nulla del progetto Capaldo, noi abbiamo appreso della esistenza di questo progetto e, in linea sommaria, degli elementi del progetto soltanto il giorno dopo le nostre dimissioni, il 28 di maggio, perché il quotidiano 'Repubblica' ha dedicato due fogli interi al progetto Casella". Cigliana conferma, Locatelli conferma, allora noi possiamo ben dire che i tre commissari sono credibili. E' vero, ma torneremo sul punto, che Gambino, intervistato, dice: "speriamo che qui qualcuno non ci voglia fare un buon affare", ma sulla frase torneremo di qui a poco.

Incominciamo con il dire che i commissari sono ben credibili, quando affermano che non sapevano nulla del "progetto Capaldo" e del "progetto Casella", mi sia consentito allora dedurre che se non sapevano nulla, certamente non possono essere stati influenzati da questo progetto nel prendere la loro decisione di dimissioni. D'altra parte, se andiamo alla pag. 28 delle dichiarazioni di Gambino, noi vediamo che Gambino precisa in maniera puntuale il perché delle dimissioni. A parte il fatto che se n'era andato dal Ministero dell'Agricoltura Goria, e che quindi era venuto meno questa sorta di 'santo protettore' dei tre commissari, ed è noto che quando si cambia Ministro cambiano linee, cambiano politiche, questa è anche la ragione per la quale D'Ercole verrà 'cacciato' dal posto di commissario, perché arriva poi il Bordone, che ha un'altra linea, e D'Ercole verrà addirittura allontanato, questa è la realtà. Ma comunque, al di là di questi retroscena e di queste dietrologie, sta di fatto che Gambino spiega le ragioni delle sue dimissioni e quelle dei suoi colleghi con il fatto che il mandato, che era stato loro conferito, era esaurito, anzi, era esaurito perché non si era potuto assolvere a quel mandato, non era stato possibile salvare la FEDERCONSORZI, non era stato possibile creare questa nuova struttura, e la FEDERCONSORZI era destinata alla conclusione della procedura concordataria. Gli interventi più urgenti erano stati compiuti, i beni di deperimento facile erano stati venduti, la procedura era stata avviata, l'omologazione era alle porte, e quindi sotto questo punto di vista Gambino ritiene che il mandato fosse esaurito e che non ci fosse ragione di rimanere in quella funzione. Quindi parlare di "fuga" è soltanto una frase ad effetto che in realtà non trova conforto - tanto per cambiare - nelle prove. Ma la sentenza sostiene che i commissari non si sono limitati a dimettersi, perché in realtà i commissari hanno segnalato la perdita del capitale, (non ci voleva un grande sforzo visto qual era il capitale della FEDERCONSORZI), hanno sollevato il problema della liquidazione, la società deve essere messa in liquidazione. Ed addirittura rivolgono una istanza al Tribunale, che Greco candidamente fa sparire, ed è ovvio che la deve fare sparire, secondo la sentenza, perché accedere alla istanza, accogliere la istanza, convocare l'assemblea, decretare la liquidazione - lasciamo stare se tutto ciò era di competenza o meno del Tribunale Fallimentare e questo lo spiegherà Vassalli - ma comunque accedere a quella istanza significava contraddire l'aspirazione di Greco alla vendita in blocco e contraddire la collusione con Capaldo, ecco perché si fa sparire la istanza. D'altra parte, se quella istanza avesse circolato, il Ministro poteva addirittura lui essere allarmato e quindi intervenire con i suoi poteri. Ora, signor Presidente e signori della Corte, la toga che noi indossiamo è sì una corazza contro le prepotenze del potere, ma io l'ho interpretata sempre ed innanzitutto come una fonte di obblighi per chi la indossa, e chi indossa la toga non può avere paura, non può avere paura delle parole, di ciò che dice, anche se naturalmente di ciò che dice si assume la responsabilità. Ebbene, noi siamo stati attaccati, specialmente dalla Parte Civile a dire il vero, nel senso che noi avremmo definito questa sentenza gravida di pregiudizi, e quindi avremmo sostenuto che la sentenza di condanna nei confronti di Pellegrino Capaldo discenderebbe, in definitiva, da pregiudizi della sentenza, e questo non si fa, questo non è bello, ciò che dice la Difesa non è elegante e soprattutto non sarebbe corretto.

Noi diciamo che la sentenza, evidentemente, non ha letto i documenti, non ha ascoltato i testimoni, o perlomeno soltanto quelli che le facevano comodo, forse si sentiva un po' troppo sicura nella sua sicumera di avere capito tutto in punto di diritto. Certo, noi non vogliamo parlare di un pregiudizio doloso, lungi da noi l'idea che il Tribunale sia entrato in aula prima dell'inizio del processo con la decisione di condannare senza neppure leggere le carte, ascoltare i testimoni, raccogliere le prove; noi intendiamo fare riferimento a quel pregiudizio che può nascere, anche nell'animo del giudice, e che può nascere per le più svariate cause, per esempio, un pregiudizio derivante da una valutazione superficiale della differenza tra le stime e il prezzo, o anche un pregiudizio derivante dalla disistima, molto diffusa, mi sia consentito dirlo, in Umbria per gli ambienti romani, Roma è considerata qui una specie di fogna. Francamente né Vassalli né io ci sentiamo topi di fogna romana, anzi, sotto questo punto di vista mi sia consentito di dire che lo stesso Procuratore Generale non scherza sul punto, è stato opportunamente fermato dal Presidente, ma si stava abbandonando a considerazioni sull'ambiente romano certamente non piacevoli e che mi consentono di dire che questo è un pregiudizio, e che mi consentono di dire che se io dovessi essere giudicato, nonostante la vecchia conoscenza, dal Procuratore Generale qui, provenendo da Roma, avrei i miei brividi in funzione di un evidente pregiudizio. Questo intendo dire. E noi possiamo parlare di pregiudizi con riferimento alla sentenza perché la lettura diretta, la lettura vera, la lettura serena dei documenti dimostra che il Tribunale è fuori strada ed afferma cose non corrispondenti al vero. Come afferma, e lo vedremo di qui a poco, cose non corrispondenti al vero la Parte Civile nel suo tentativo di difesa della sentenza del Tribunale. Ma l'istanza di cui stiamo parlando è stata letta, o perlomeno è statu riletta dal Tribunale? Il Tribunale se ne è ricordato quando ha deciso? Il Tribunale se ne è ricordato quando ha scritto la motivazione della sentenza? La Parte Civile se n'è ricordata, quando ha detto che i tre commissari non sapevano che strada prendere? La istanza è qui, vi è stata già letta dal collega che ha rappresentato il Responsabile civile: "Considerato che gli scriventi commissari governativi ritengono non ricorrere i presupposti per una messa in liquidazione della FEDERCONSORZI, in quanto essa è già assoggettata ad una procedura di concordato preventivo con cessione dei beni, di natura sostanzialmente liquidatoria". Non ricorrono i presupposti per la messa in liquidazione, se però la Signoria Vostra - in Italia molti di noi sono stati a scuola dai preti, o pure non essendo stati a scuola dai preti hanno imparato di questa cultura pretesca - ritenesse, al contrario, che si debba procedere ad una formale liquidazione della società, si accomodi pure. Questa sarebbe la istanza di chi non sa che strada deve essere imboccata? Questa è la strada ignota che un professore di diritto commerciale non saprebbe se deve essere intrapresa o meno? Questa è una chiara presa di posizione, nel senso che non c'è ragione di ricorrere alla liquidazione con una "pretesca" - se mi si consente la espressione - remissione poi alla responsabilità del Presidente del Tribunale di fare eventualmente cosa diversa. E questa è la istanza che il Presidente Greco, dolosamente, avrebbe dovuto far sparire? Quando, vera essendo la ipotesi della collusione, sarebbe stato per lui molto semplice scrivere sotto: visto, si approva quanto dicono i commissari, non c'è luogo di procedere alla liquidazione, immediatamente l'avrebbe dovuto scrivere. In realtà, è una istanza sulla quale non c'è luogo a procedere ed è buttata lì insieme alle altre diecimila carte di questa procedura che Greco si portava avanti e indietro dall'ufficio o a casa. Questa è la verità. Ecco perché poi quella povera De Vitis, che è stata tanto svillaneggiata, anche, mi sia consentito il dirlo, dallo stesso Procuratore Generale, dice: ma se la avessero rivolta a me una istanza di questo genere io l'avrei messa agli atti senza provvedere. Questa è la verità, signor Presidente e signori della Corte. Ed ancora più esplicito è Gambino, quando a pag. 23 ricorda che, prima ancora di inoltrare questa istanza al Tribunale, egli e i suoi colleghi si erano rivolti al Ministro e avevano avvertito il Ministro che non ricorrono presupposti per la liquidazione. "Signor Ministro, le trasmettiamo per i provvedimenti di competenza il bilancio che abbiamo approvato e che viene trasmesso anche al commissario giudiziale, e confermiamo che non ricorrono i presupposti per una messa in liquidazione, essendosi già in presenza di una procedura concorsuale liquidatoria". Qui sono ancora più espliciti perché non fanno neppure riferimento al fatto di avere comunque rimesso al Tribunale la possibilità di una eventuale valutazione contraria. Nei confronti del Ministro sono perentori, non ricorrono i presupposti per la messa in liquidazione. Vassalli vi spiegherà che dal punto di vista del diritto commerciale e del diritto fallimentare questa soluzione è anche esatta, ma dal punto di vista della prova della collusione, del dolo, noi ci troviamo di fronte ad un documento che dice esattamente il contrario di ciò che la sentenza afferma, là dove vuole sostenere la tesi di una collusione tra i due, e là dove quindi vuole sostenere che Greco faceva sparire i documenti che non gli erano comodi, che non tornavano a favore di questa soluzione. Oltre tutto, abbiamo visto che le cose non stanno così, perché il documento diceva esattamente il contrario. Lo stesso, ribadisce poi Gambino in dibattimento, perché Gambino in dibattimento non può che confermare ciò che la sua scienza gli aveva imposto a suo tempo di dire, ciò che aveva scritto; anche in dibattimento egli afferma che non c'erano i presupposti per la liquidazione ed aggiunge un dato di grande importanza, egli ricorda di averne addirittura parlato con Picardi, dice: "forse ne ho parlato anche preventivamente con il Presidente Greco, ma non lo ricordo, certo è che ne ho parlato con Picardi". Dunque che cosa doveva fare Greco? Su che cosa doveva provvedere? Se doveva provvedere, avrebbe dovuto appunto immediatamente scrivere che aderiva al parere dei commissari. E quando l'ineffabile Piovano - e cerchiamo di evitare riferimenti ad ambienti romani - si presenta da Greco avendo ereditato la carica di commissario, e quindi anche il protocollo delle istanze e degli atti del collegio dei commissari e gli chiede notizia di questa famosa istanza, Greco avrebbe potuto battersi una mano sulla fronte e avrebbe potuto dire: hai ragione, non ho ancora provveduto, la porto in collegio, oppure: sì, guarda, è così come dicono i commissari. No, di fronte a Piovano, che poi alla fine si dichiarerà favorevole alla procedura, ma che in quel momento, come ogni buon commissario, puntava soprattutto alla vendita frazionata dei beni, probabilmente oppone qualche resistenza (perché bisogna anche saper leggere tra le righe di ciò che si dice e di ciò che si scrive nei verbali), Greco lo liquida rapidamente dicendogli: prenditi un parere, vai da D'Alessandro, chiedi a D'Alessandro. Un parere che si ha il coraggio dire che verrà, però, reso in ritardo, quando poi il parere è un parere favorevole. Io capisco che si possa parlare di doloso occultamento di un documento o di ritardata presentazione di un documento, quando si tratta di prove a noi contrarie, ma qui D'Alessandro rende un parere anch'esso favorevole alla soluzione secondo la quale non era necessario procedere alla messa in liquidazione.

La sentenza si dilunga, con una pignoleria che francamente non merita grande apprezzamento da parte nostra, perché, aggiunge, l'istanza non fu protocollata, Greco custodiva l'istanza nella sua borsa e quindi queste sono tutte delle circostanze che depongono per l'occultamento, e l'occultamento era in funzione della collusione con Capaldo, che era di là da venire, naturalmente, come dimostreremo di qui a poco. Ma tutto questo cede di fronte al fatto che l'istanza era iscritta nel protocollo dei commissari e Greco non poteva non pensare che di questa istanza non vi fosse quindi traccia in atti ufficiali. C'era stato un passaggio di consegne tra il collegio dei commissari e Piovano, e Greco non poteva non immaginare che anche le cose rimaste in sospeso non venissero evidenziate al nuovo commissario. Ma a parte queste cose, perché si potrebbe dire che a tutto ciò Greco non ha pensato, resta questa circostanza di fatto, secondo cui appunto Greco poteva accedere agevolmente a quella istanza ed esprimere parere favorevole alla soluzione prospettata da parte dei commissari. Ecco perché poi Greco va capito. E sotto questo punto di vista un passaggio per gli Uffici fallimentari di Roma potrebbe essere comodo, quando dice che in definitiva la storia del protocollo era una questione di scarso rilievo, o quando fa riferimento alla bolgia di quell'ufficio, o al fatto che i documenti venivano accatastati per terra, e via dicendo, e che quindi poteva benissimo darsi che una istanza fosse nella sua borsa e nella borsa rimanesse per un mese, o che qualcosa cosa, come sarà per i pareri di Carbonetti, possa andare perduta. Ecco perché soprattutto la De Vitis non si straccia le vesti, quando le fanno notare che Greco non aveva sottoposto al loro esame questa istanza. Afferma la sentenza che, però, anche l'invito di Greco a Piovano di munirsi di un parere sarebbe sospetto perché Greco indica anche il professionista a cui rivolgersi; il che a questo punto dovrebbe farci ritenere che il prof. D'Alessandro, la cui dirittura morale non è stata messa da nessuno in discussione, sarebbe stato poi o prima o nel corso d'opera avvicinato dal Presidente Greco per fornire un parere di comodo nell'interesse del Presidente della Fallimentare, non credo di poter seguire la sentenza in queste dietrologie, che sono oltre tutto anche offensive per persone che non meritano sospetti di questo genere.

Ma abbiamo visto che il 27 maggio è giornata drammatica, secondo la sentenza, perché Casella inoltra anche il progetto. Diciamo subito, per quel che mi riguarda, che è un progetto, che verrà poi sicuramente analizzato più a fondo dal collega Vassalli, che non esitiamo a definire innovativo sia dal punto di vista giuridico sia dal punto di vista economico. Per inciso: si è detto un progetto oltre tutto approvato da fior di banchieri, da persone che sono nel mondo della economia e che sanno apprezzare progetti di questo tipo. Per il momento, a me interessa semplicemente sottolineare, riprendendo quello che avevo detto all'inizio della discussione, che questo progetto non influisce certamente sulla omologa del concordato, è sufficiente leggere la sentenza di omologazione per rendersi conto che l'omologazione ci sarebbe stata anche senza l'offerta di Casella. La sentenza si dilunga nell'esporre le ragioni di meritevolezza, le ragioni per le quali si deve accedere alla linea del concordato e, quindi, sotto questo punto di vista l'offerta Casella non c'entra proprio nulla per quanto riguarda la decisione del Tribunale. E` una sentenza, questa, molto trasparente di cui io, per quanto mi riguarda, non posso non sottolineare alcuni passaggi.

Intanto io mi permetto di osservare, perché ho l'impressione che anche questa sentenza sia stata un po' troppo trascurata dalla decisione qui impugnata, che la sentenza - richiamo l'attenzione della Corte sulla pag. 15 - analizza a lungo la sussistenza delle condizioni di ammissione della FEDERCONSORZI al concordato preventivo, ed espone puntualmente, con estrema trasparenza, le ragioni per le quali si deve accedere a questa soluzione. A pag. 28 la sentenza, che si dimostra puntualmente informata anche di tutta la vicenda nella quale si inserisce la procedura di cui ci stiamo occupando, si dilunga per spiegare le ragioni del progetto Goria, del risanamento della FEDERCONSORZI ed illustra, siamo alla pag. 29, le ragioni del fallimento di quel progetto e quindi la necessità di imboccare la strada del concordato. La sentenza si fa carico, poi, di alcuni aspetti e di alcune problematiche di natura sociale, che essa definisce nodali ai fini della decisione che intende assumere, a dimostrazione poi di una coincidenza di interessi solidaristici tra il Tribunale e il progetto Capaldo-Casella. Faccio riferimento alle pag. 33-35, dove la sentenza pone il problema del personale dipendente, e quindi della fine che potrebbe fare il personale dipendente nell'ambito di questa procedura; sotto questo punto di vista la sentenza osserva che dovranno essere presi addirittura provvedimenti di carattere legislativo, bisognerà intervenire perché questo è un punto cruciale della vicenda. Si passa, poi, all'esame del problema della dimissione dei beni, e la sentenza indica un suo punto di riferimento fisso, e cioè che bisogna operare allo scopo di salvaguardare il patrimonio nell'interesse dei creditori. La sentenza, per via che non si è occupata di possibilità alternative, non ha esaminato strade diverse da percorrere - siamo alla pag. 37, e sulla pag. 37 io richiamo in modo particolare l'attenzione della Corte - ricorda che sono fioccate le richieste di vendite frazionate di questo o di quel bene, ma afferma apertamente, sapendo in questa maniera di sottoporsi a controllo di chi avesse letto la motivazione, che tutte quelle richieste, in realtà, nascondevano intenti chiaramente speculativi: chi intendeva acquistare singoli beni frazionati, intendeva fare un affare, ma cedere a queste suggestioni avrebbe significato compromettere la compattezza di un patrimonio che doveva essere mantenuto unito e saldo nell'interesse dei creditori. La De Vitis, io non so perché il Procuratore Generale ce l'ha tanto con questa povera De Vitis, presentata come una donnetta da quattro soldi, una specie di incompetente che non capiva niente, ma la De Vitis ha capito tutto e benissimo, quando, a distanza di dieci anni e alla soglia di quasi 80 anni ricorda puntualmente: ma non si poteva procedere a vendite frazionate, perché altrimenti a noi sarebbe rimasta quella che a Roma si chiama la "zella"; tutti si sarebbero comperati i beni più appetibili, alla procedura sarebbero rimasti rimasugli insignificanti e la procedura avrebbe dovuto continuare a vivere, fin tanto che non fosse stato possibile eliminare tutta questa roba. Ecco perché il vantaggio della vendita in blocco, di cui parleremo di qui a poco, si staglia immediatamente nella valutazione del Tribunale. Ci leviamo tutto, il buono ed il cattivo, le attività e le passività, ciò che può trovare collocazione sul mercato e ciò che non troverà, se non difficilissimamente, collocazione sul mercato. Questo è il discorso. E la sentenza di omologazione, a pag. 37, parla di intenti speculativi che debbono essere frustrati.

Quanto all'analisi delle cause del dissesto viene da ridere a pensare come si sia cercato di difendere in questo processo la storia dei crediti vantati da FEDERCONSORZI, e in modo particolare di quel credito truffa nei confronti del Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste. La sentenza ridicolizza la sussistenza di questi crediti, perché sono crediti in gran parte nei confronti dei consorzi che erano tutti avviati sulla strada del fallimento, e perché il credito MAF - il famoso credito MAF, ci ho impiegato un bel po' di tempo per capire Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste, ma questo significa - è un credito assolutamente impagabile. Capaldo ha avuto lo scrupolo di andare a chiedere addirittura alla Banca d'Italia che possibilità c'erano di ottenere soddisfazione di questo credito, ma la De Vitis, prima di Capaldo, ha osservato che questi soldi non sono stati mai messi nel bilancio dello Stato, che lo Stato non ci pensava per niente a pagare questo credito e che quindi questo credito è un credito assolutamente inesigibile, non calcolabile quindi nella prospettiva della realizzazione di un qualche utile in questa procedura. Finalmente, signor Presidente e signori della Corte, la sentenza di omologazione si preoccupa di dimostrare la convenienza della procedura concordataria rispetto alla procedura del fallimento, soprattutto sotto il profilo del grado satisfattivo che il concordato è in grado di realizzare e in funzione del fattore tempo, un fattore che è totalmente ignorato dalla sentenza di primo grado e che in queste vicende, come vedremo di qui a poco, ma è sufficiente, per esempio, leggere le dichiarazioni di Lachelli, un testimone con il quale il Pubblico Ministero si è complimentato per la chiarezza e per la competenza, per rendersi conto di quanto sia importante il fattore tempo in queste vicende. E per parlare da persone di buonsenso e non tanto da esperti di economia, è ovvio che ottenere cento lire adesso può essere molto più vantaggioso e molto più significativo che non ottenerle di lì ad alcuni anni, o di ottenere anche una cifra superiore, ma a distanza di molti anni. Un altro punto su cui mi permetto di richiamare la vostra attenzione, signori della Corte: la sentenza si pone poi finalmente il problema dell'attivo della FEDERCONSORZI, siamo alle pagg. 84 e seguenti della sentenza. La sentenza ricorda puntualmente, non si nasconde dietro nulla, la prima stima dei commissari governativi, quella di 4.120 miliardi e rotti, ricorda che questa stima aveva avuto una riduzione datata al 30 novembre del '91, era scesa a 3.680 miliardi, ricorda la stima Picardi che è di 3.939 miliardi. Ora, la sentenza, signori della Corte, si sofferma analiticamente su queste valutazioni, e in modo particolare sulla valutazione Picardi, e riporta le sue conclusioni a pag. 96: "la valutazione eseguita dal commissario giudiziale appare, di tutta evidenza, il risultato - state attenti, signori - di un meditato e puntuale esame delle singole poste attive; risultato cui egli è pervenuto dopo avere prospettato e poi valutato tutte le incidenze positive o negative che potevano influenzare il cespite. La valutazione sembra dunque ragionata ed approfondita e merita, perciò, di essere accolta nelle sue conclusioni". Questo è il documento di una persona che ha colluso con Capaldo? Ma quella era l'occasione per dire: Picardi non ha capito niente, questa stima è una stima irrealistica, bisognerà scendere di molto, questa stima non si può in nessun modo realizzare. Ed invece la sentenza di omologazione ricorda che il lavoro di Picardi è stato accurato e minuzioso, in realtà vedremo che non fu né accurato né minuzioso e che Picardi sotto questo punto di vista ha proceduto un po' con una sorta di cesoia, che non è esattamente il bilancino che dovrebbe essere usato in operazioni di questo genere. Ma comunque quella valutazione di quasi 4.000 miliardi è considerata frutto di un attento e minuzioso ed analitico lavoro, dal quale la sentenza non prende le distanze proprio nel momento e proprio nella occasione in cui avrebbe dovuto farlo. Perché è la stessa sentenza del Tribunale di Perugia a ricordarci che, nel frattempo, era stata inoltrata la proposta Casella, e quindi la sentenza sapeva che la proposta di Casella era una proposta per 2.150 miliardi. Quale occasione migliore per prendere le distanze da Picardi e dire: dobbiamo orientarci su livelli completamente diversi. Perché dire, in quella maniera così netta e così esplicita, che la stima di Picardi meritava la più ampia considerazione e la più profonda adesione? Nulla, nulla, nulla di tutto questo.

Finalmente si passa alla ricerca dei criteri per l'esecuzione del concordato e si fa presente che i parametri che il Tribunale ritiene di dover privilegiare sono la celerità, la economicità della soluzione e il coinvolgimento di tutti gli organi nel concordato. A pag. 100 la sentenza, sempre motivando, afferma testualmente: "le linee tradizionali della liquidazione concordataria sembrano del tutto inadatte alla presente procedura". Il problema tempo angoscia il Tribunale. La De Vitis - forse è una battuta, ma è una battuta che esprime questa preoccupazione - afferma: era la procedura più grande che fosse mai capitato di trattare al Tribunale di Roma e, considerando i tempi normali, ci sarebbe voluto "mezzo secolo" per chiuderla, non sarà mezzo secolo, ovviamente, ma certamente parecchi e parecchi lustri e quindi la necessità di porsi questo problema. Ebbene, nonostante il tempo sia fattore determinante nella valutazione della convenienza di una proposta e, in particolare, della proposta Casella, che prevedeva la chiusura della procedura nell'ambito di 18 mesi, testualmente la sentenza afferma: "la necessità di prevedere varie ipotesi di liquidazione, che potranno realizzarsi gradatamente a seconda delle opportunità che si presentano". Come fa la sentenza a dire che il Tribunale abbia volutamente ignorato la possibilità di percorrere altre strade? Vedremo che la sentenza di omologazione, oltre tutto, darà incarico al commissario giudiziale di formulare un piano alternativo alla vendita in blocco da presentare entro due mesi, e ciò è in coerenza con quanto la sentenza afferma a pag. 105, dove analizza la offerta di Casella, la qualifica come una prima lettera di intenti, si pone il problema della ammissibilità della vendita in blocco con riferimento ad una situazione di concordato preventivo. Perché, se non erro, esistevano precedenti in favore di altre soluzioni, questa era una novità, ma ragionando e motivando il collegio giunge alla conclusione della esperibilità di questa soluzione, anche nell'ambito del concordato. E si pone finalmente il problema del prezzo, dando atto della profonda differenza che corre tra le stime di cui prima abbiamo parlato e il prezzo che viene adesso offerto. Una valutazione, però, da compiere appunto tenendo conto dei parametri di cui abbiamo detto. Si fa presente che se si adotterà questa soluzione sarà la FEDERCONSORZI stessa, attraverso il suo rappresentante legale, a compiere gli atti di disposizione, e finalmente si precisano i ruoli che dovranno avere anche per il futuro tutti gli organi della procedura, perché è desiderio del Tribunale che tutti siano coinvolti e responsabilizzati nella procedura: commissario governativo, commissario giudiziale, comitato dei creditori, dunque una procedura assolutamente trasparente (sul punto certamente da par suo dirà Francesco Vassalli), ma a me sembra che, se in quella sentenza di omologazione si vuol vedere uno dei punti attraverso i quali si realizza il programma illecito concordato dai due imputati, ancora una volta l'Accusa faccia un buco nell'acqua e la sentenza non abbia offerto motivazioni persuasive.

Si potrebbe dire, a questo punto, che l'accordo criminoso, però, nasca in questo momento. Il Tribunale ha omologato, adesso bisogna incominciare a fare di conto, ed in questo momento sorge il progetto criminoso, l'accordo criminoso nasce in questo momento. Anche perché Gambino, intervistato, ha affermato: "speriamo che qualcheduno non faccia un buon affare". Ora, io capisco Gambino, addirittura l'ho difeso in questo procedimento in fase di indagini, capisco quello che ha detto. Lui muoveva da una stima originaria superiore ai 4.000 miliardi, vede su "Repubblica" - ed è sempre una cattiva esperienza fidarsi di quel che si legge sui giornali - riassunto il progetto Casella, e se ne viene fuori con questa frase, forse perché lui pensava ai suoi famosi 4.000 miliardi. Poi Gambino è un'autorità nel campo del diritto commerciale, ma i docenti di diritto commerciale non sono necessariamente degli esperti di commercio e di mercato, il giurista conosce i profili formali delle cose non necessariamente gli aspetti sostanziali e tutto ciò che c'è dietro dal punto di vista economico, se li capisce tanto di guadagnato ma non è necessariamente mestiere suo. Se Gambino ci avesse capito qualche cosa di prezzi e di valori, per esempio, non avrebbe colto come seria la valutazione di Palazzo Rospigliosi a 200 miliardi, una valutazione che implicava a Roma, negli anni '90, una valutazione di 30 milioni al metro quadrato, quindi una valutazione che non veniva praticata neppure per l'attico con la vista su Piazza di Spagna, se Gambino di prezzi e di commercio avesse inteso qualche cosa; né avrebbe potuto non rilevare - e noi rileveremo di qui a poco - gli errori metodologici che sono stati compiuti dai periti del gruppo De Santis nella valutazione dei crediti e quant'altro. Forse sarà stato indispettito del fatto che un collega, un economista aveva trovato una soluzione che il collegio commissariale non era riuscito a trovare, comunque sta di fatto, al di là di quel che Gambino poteva pensare, stiamo ai fatti ed esaminiamo la proposta dal punto di vista giuridico e dal punto di vista economico. Io qui vi rinvio alle dichiarazioni di Capaldo, alle pag. 174 e seguenti, si potrà obiettare che sono dichiarazioni ancora una volta di un imputato, ma qui Capaldo delinea e rappresenta dei fatti obiettivi sui quali non si può far cadere il sospetto che siano dichiarazioni interessate data la sua posizione.

Qual è l'obiettivo che Capaldo ritiene di perseguire e che naturalmente sottopone poi a coloro che approveranno il suo progetto e che diventeranno suoi partecipi in questo progetto? Il primo obiettivo è quello di consentire alla procedura di monetizzare il più rapidamente possibile ed il più possibile. Il fattore tempo è presentato da Capaldo come un fattore determinante. Di fronte al rischio di una procedura che possa durare parecchi lustri e che possa bruciare, attraverso i prezzi e i costi della procedura, gran parte da ciò che si può ricavare, l'incubo è chiudere e chiudere presto. In questa prospettiva l'acquisto in blocco dei beni presenta una serie di vantaggi: si risparmia tempo, ovviamente; si realizza un prezzo certo e sicuro a fronte della incertezza di un prezzo che si sarebbe dovuto ricavare negli anni attraverso le solite procedure; c'è un enorme risparmio di costi rispetto ai 6-7 miliardi mensili che in quel momento pesavano sulla procedura. Anche se, dice Capaldo, la soluzione della vendita in blocco non è la più favorevole per l'acquirente, perché l'acquirente di per sé ha interesse ad acquistare i pezzi più pregiati e ad abbandonare le rimanenze e i rimasugli alla procedura; quindi si sceglie quella soluzione già in una visuale di interesse di tutti i creditori e non - su questo io fino allo spasimo mi batterò - e non nell'interesse di un terzo estraneo. Perché solo dimostrando l'interesse di un terzo estraneo si può accettare di sostenere l'accusa. Qui tutto è nell'interesse dei creditori, come vedremo di qui a poco. Altro che bancarotta! Non si tratta di fare un affare, si tratta di chiudere in tempi brevi, con soddisfazione ragionevole per tutti i creditori, una procedura che altrimenti minacciava di rosicchiare, attraverso i costi, tutti i possibili attivi. Io oggi a 65 anni rimpiango di avere scelto il ramo penalistico perché ho visto le parcelle che corrono, e le spese, e i costi, si va a (--) e a miliardi. Aveva ragione lei, signor Procuratore Generale, quando diceva che questo è stato un pascolo a cui hanno attinto in tanti, l'unico che non ha attinto è Capaldo, che non ha percepito neppure un onorario da questa vicenda. Sono d'accordo con lei, sono migliaia di miliardi che se ne vanno via in una maniera fantastica, e quindi la necessità di ridurre i costi. Ed ecco poi la trovata di Capaldo. Chi è che potrà portare in porto questa operazione? Su questo richiamo in modo particolare l'attenzione della Corte, che, d'altra parte, vedo assolutamente vigile. Si dovrà costituire una società aperta alla partecipazione di tutti i creditori, e soltanto dei creditori, perché l'operazione non ha finalità speculative. Ecco perché poi il problema del prezzo diventa un problema irrilevante, come vedremo di qui a poco. Questo è il punto qualificante del progetto: solo i creditori; il che significa che tutta l'operazione è concepita in funzione dei creditori. I creditori partecipano in proporzione del credito, il capitale è contenuto in una misura ridotta proprio per consentire a tutti, anche ai creditori medi e piccoli, di partecipare e tutti possono ottenere una soddisfazione da questa procedura, che sarebbe stato follia pensare di potere realizzare se si fosse proceduto attraverso le vie tradizionali ed attraverso i mezzi tradizionali; perché? Ed è bene ribadirlo con molta fermezza. Perché i creditori potevano fino a venti milioni incassare il cento per cento del valore del loro credito, perché la società si impegnava appunto ad acquistare al cento per cento del valore nominale i crediti dei creditori fino a venti milioni; fino ai cinquecento milioni - siamo sempre nell'ambito dei crediti piccoli o medi - era garantito, attraverso questa procedura, l'acquisto da parte dei creditori del 42%, o, meglio, il riacquisto del 42% del loro credito, mentre per quelli fino ad un miliardo si arrivava al 40% del valore nominale. Quindi i creditori potevano cedere il credito e in questa maniera avrebbero incassato immediatamente l'importo che era stato sopra indicato e si sottraevano all'alea della procedura, alle lungaggini della procedura e all'entità, sempre discutibile, dei ricavi della procedura; oppure, se volevano, potevano attendere l'esito della procedura e i relativi riparti, ma sempre con la opzione di accedere alla famosa S.G.R., cioè a questa società che si andava a costituire. Venne scartata la possibilità, ma questo sta a dimostrare lo spirito con il quale si agiva, di realizzare la partecipazione alla società dei creditori attraverso il conferimento dei crediti nel capitale, ma venne fatto tutto il possibile perché tutti i creditori potessero partecipare alla società, e se si tiene conto che i creditori erano migliaia e che migliaia di creditori sarebbero potuti diventare soci della società, questo è sufficiente a dimostrare che non vi era nessuna finalità speculativa in Pellegrino Capaldo. Perché se si fosse voluto speculare, non ci voleva molto a due o tre banche di consorziarsi e di rilevare esse tutto quel complesso di beni, e poi di venderseli realizzando profitti che sarebbero rimasti a loro. Nel momento, invece, in cui i creditori entrano nella società, semmai la società riuscirà a realizzare dei profitti, questi profitti saranno ridivisi tra i creditori. Ecco perché io non riesco a capire, mi sembra quasi di impazzire di fronte a questa sentenza. Come si fa a parlare di bancarotta, quando qualsiasi profitto ritorna a vantaggio dei creditori? Quando, quindi, i creditori ricevono immediatamente soddisfazione dei loro crediti per ciò che riguarda i creditori medio-piccoli, e quando a tutti i creditori è lasciata la possibilità di entrare nella società e quindi di partecipare agli eventuali utili che si dovessero ricavare, oltre i 2.150 miliardi dalla vendita di questi beni? Ma la sentenza ha letto, per esempio, le dichiarazioni di Maugeri, altro teste pressoché ignorato dalla sentenza, là dove Maugeri afferma che sono state fatte pubblicazioni sui giornali per avvertire tutti i creditori di questo progetto, per illustrare le caratteristiche di questo progetto, quando lui ricorda che sono state spedite migliaia di raccomandate ai creditori per rappresentare a loro la possibilità di entrare nella società. Dice Maugeri: "parecchie centinaia di creditori hanno risposto, qualcuno per dichiarare fin da subito che non era interessato, qualcuno per chiedere maggiori precisazioni, quindi abbiamo avuto anche degli incontri, qualcuno ha chiesto degli appuntamenti, abbiamo ricevuto creditori per spiegare nel dettaglio come era il piano", rileggete per cortesia questa udienza del 6 luglio 2001, e vedrete qual è l'impegno che è stato posto dal progetto per sollecitare tutti i creditori ad entrare nella società. E voi capite, senza bisogno di essere grandi economisti, che soltanto attraverso la riduzione e la concentrazione dei soci in poche persone si poteva sperare, eventualmente, di realizzare un utile, non polverizzando gli utili per migliaia di soci, quanto erano quelli che potenzialmente potevano diventare tali nella società che si andava costituendo. La sentenza ha il coraggio - lo dico con tutto il rispetto ovviamente, ma l'affermazione è talmente enorme, che non riesco a trovare altra espressione - di dire: ma la vostra idea di difensori potrebbe anche essere accettata se effettivamente tutti i creditori avessero partecipato alla società, e invece non tutti i creditori hanno partecipato. Ora, questa è una affermazione clamorosa nel suo errore, perché la sentenza confonde tra la esclusione dei creditori e la volontaria astensione ad un affare che veniva proposto. Qui nessuno ha escluso nessuno. Io capisco se il progetto fosse stato concepito in maniera da impedire a qualcuno di partecipare, o se il progetto avesse previsto che la società era formata da soci che non avevano niente a che vedere con il ceto creditore. Qui la società è aperta a tutti, e se qualcuno non partecipa non partecipa per sua libera scelta, e non partecipa per sua libera scelta perché non c'è un affare; perché la previsione è di portare in bilancio a pari, non ci sono intenti speculativi, si tratta di chiudere rapidamente andando grosso modo alla pari. Chi vuole partecipare, nella speranza che si possa realizzare qualche utile, si accomodi, altrimenti siamo pronti a soddisfare tutti, chi non vede l'affare si potrà astenere, potrà fare quello che vuole, ma nessuno è obbligato a fare nulla. Anche perché, e coloro che non hanno partecipato in effetti sono stati soddisfatti, alla stessa stregua di tutti gli altri, non sono state fatte preferenze, non è che sono stati soddisfatti prima i soci della società e poi gli altri, più i soci della società e meno gli altri, tutti sullo stesso piano. Questo è detto in maniera assolutamente lucida da Capaldo, pagg. 198 e 199 del suo troppo ignorato interrogatorio da parte della sentenza di primo grado. E` esemplare, perché ancora una volta noi ci rifacciamo ai fatti, l'atteggiamento delle banche estere. Certo, era un po' difficile far capire a banche giapponesi etc. il meccanismo che era stato studiato. Le banche straniere si informano, partecipano a queste riunioni, vedono che in definitiva partecipare o non partecipare alla società è lo stesso, casomai la partecipazione alla società potrebbe implicare qualche rischio, se non si riesce a realizzare la somma prevista e si astengono, ma non sono contrarie. Leggete le dichiarazioni rese dall'avv. Susanna Beltramo, udienza 12 luglio 2001, è la rappresentante di due sindacati di banche estere: "tutti i creditori furono invitati a partecipare alla società S.G.R., le banche straniere che avevano effettuato i finanziamenti preferirono rimanere creditori, non avevano interesse - cito la pag. 267 del verbale - a trasformare il credito in una partecipazione azionaria". Le banche avevano voluto essere informate, avevano raccolto tutti questi dettagli, ma le banche estere non si sono mai volute impegnare al punto che non avevano voluto neppure inserirsi nel comitato dei creditori. L'atteggiamento delle banche è: stiamo alla finestra e raccogliamo gli utili di una operazione rispetto alla quale non vediamo il vantaggio di partecipare. Questo è l'atteggiamento delle banche estere e di tutti i creditori che non hanno ritenuto di dover aderire. Mi piace ricordare sotto questo punto di vista il testimone Di Brina, testimone mai preso in considerazione dalla sentenza di primo grado. Di Brina è un avvocato, un professore di università, un professore di diritto fallimentare e di diritto commerciale, è un professore che ha fatto una infinità di concordati, di liquidazioni, di fallimento, e via dicendo, ed è il coadiutore o il subcommissario dell'avv. D'Ercole, e cioè dell'ultimo dei commissari prima di Lettera. Il fatto che facesse o no un affare la S.G.R. voleva dire che facevano un affare o no gli stessi creditori che partecipavano all'S.G.R.. Tutti coloro che hanno un minimo di esperienze di queste cose hanno subito capito lo spirito di quel progetto: l'affare non lo faceva la S.G.R., perché la S.G.R. non era una entità distinta dai creditori sul piano economico, e quindi se faceva un affare la S.G.R. lo facevano i creditori. Badate che Di Brina è un testimone, non è un imputato che si deve difendere. "Si trattava di una operazione di assoluta trasparenza, è stata fatta una proposta a tutti i creditori per entrare nella S.G.R. al fine di lucrare eventuali vantaggi, che con la operazione S.G.R. ipoteticamente potevano esserci". Ma dove sta la bancarotta? Dove sta l'attività volta ad alterare la par condicio dei creditori? Dove sta l'interesse personale ed egoistico di Pellegrino Capaldo? E seppure vogliamo vedere Pellegrino Capaldo banchiere e Presidente di una banca, dove sta l'interesse della sua banca, quando la società è aperta a tutti e quando i profitti saranno polverizzati tra tutti, se mai ci saranno? E ancora Di Brina: "è ovvio che la partecipazione era aperta a tutti i creditori", e c'è una cosa molto bella che Di Brina dice: "noi non ci siamo posti problemi giuridici perché siamo arrivati quando la sentenza era già omologata, ma dal punto di vista intellettuale e morale noi ci siamo sentiti rasserenati dalla constatazione che la S.G.R. era uno strumento interno al ceto dei creditori, e quindi sotto questo punto di vista non ci importava affatto che si trattasse di 2.150, o 3.000, o 4.000, perché comunque tutto era concepito nell'interesse dei creditori. Ecco quindi perché noi abbiamo ritenuto che dal punto di vista intellettuale e dal punto di vista morale potevano ritenerci rasserenati da questa soluzione". Allora, signor Presidente e signori della Corte, parlare a questo punto di una alterazione della par condicio a me pare sia veramente assurdo. La partecipazione alla società non garantisce alcun privilegio e il prezzo offerto, e dobbiamo adesso aprire questo nuovo capitolo, era il prezzo massimo pagabile non avendo intenti speculativi, ma avendo di mira solo il pareggio del bilancio. Qualcuno maliziosamente potrebbe chiedere: ma perché, allora, soltanto alcuni dei creditori, i più grossi, hanno aderito a questa operazione, perché gli altri non hanno aderito? Ma la risposta è semplice: coloro che avevano interesse, soprattutto il maggiore interesse alla accelerazione dei tempi della procedura, erano i creditori di maggior rilievo e di maggior conio, al piccolo creditore, ovviamente, questo interessava molto meno, e siccome il vantaggio consisteva soprattutto nel chiudere una procedura che altrimenti minacciava di durare per anni, ecco perché i maggiori creditori aderiscono a questa soluzione, non perché da quella soluzione essi potessero ricavare dei vantaggi. Capaldo afferma che il prezzo offerto non è stato calcolato in funzione delle procedure concorsuali, così come, invece, maliziosamente sostiene la sentenza, non è vero che 2.150 sia stato calcolato come somma necessaria a pagare il 40%, non è, insomma, la somma minima attraverso la quale si poteva rispettare la percentuale fissata legislativamente. E`, invece, la somma massima che si poteva offrire realisticamente valutando che cosa? Non le stime astratte dei beni, ma valutando realisticamente quello che si poteva ottenere dai singoli cespiti, dalle singole voci; e la valutazione di Capaldo, che è uomo che queste cose conosce, e la valutazione degli altri banchieri, che con lui studiarono il prezzo da formulare, era che da quei beni si potevano ricavare 2.800-2.900 miliardi. Perché non è stata indicata la cifra? Perché ai 2.150 miliardi bisognava aggiungere le spese, bisogna tenere conto degli interessi che correvano sul tempo medio calcolabile della operazione e questo, salvo ognuno, non può evidentemente essere posto a carico dell'acquirente, il quale non voleva fare un affare, ma non intendeva neppure fare beneficenza, altrimenti avrebbe offerto non più 2.150 miliardi, ma ne avrebbe offerti soltanto 1.000, ovviamente. In questa maniera si riesce a rimborsare, a parte i creditori piccoli soddisfatti al cento per cento, secondo la percentuale del 40%, i creditori. La riprova è nei fatti perché tutta questa vicenda è stata passata al vaglio da parte della Guardia di Finanza, dietro incarico della Commissione parlamentare di inchiesta. Certo, io posso anche capire che il Tribunale di Perugia non abbia grande dimestichezza con le commissioni parlamentari di inchiesta, però chi ha avuto pratica di queste commissioni non deve pensare ad una allegra scampagnata tra amici. Basterebbe pensare alla diversità di interessi politici che animano i membri della commissione per rendersi conto di come vengono condotte queste indagini. Lasciamo stare l'aspetto formale, e cioè che la commissione ha gli stessi poteri del Pubblico Ministero, e via dicendo, ma in realtà la commissione agisce con grande rigore e con grande severità nella speranza di trovare il pelo nell'uovo e nella speranza di potere fare le scarpe alla parte avversa. Questo è lo spirito delle commissioni. La commissione ha esaminato le operazioni una per una, sono state passate al setaccio, e la Guardia di Finanza ha compiuto tutte le quante le sue valutazioni. Il volume della Commissione parlamentare è un volume alto così, io mi limito semplicemente a citare le pagg. 206, 207, 208, dove sono riportate le conclusioni. In queste conclusioni la Commissione parlamentare riconosce che non c'è stata finalità speculativa in nessuna delle operazioni, che grosso modo i prezzi realizzati erano i prezzi di mercato, qualche volta si è realizzato qualche cosa di meno, qualche volta qualche cosa di più, ma normalmente le cose sono andate esattamente secondo le previsioni del progetto Capaldo. Naturalmente la sentenza fa strame della commissione, sarebbe quasi da inoltrare questo documento al Parlamento perché veda in che modo è preso in considerazione da un giudice della Repubblica italiana. Si fanno delle ironie sul Presidente di questa commissione, e siccome il Presidente è lo sventurato Cirami, autore di altrettanta sventurata proposta di legge, si fanno anche dei giochini di parole, cara Parte Civile, anche intorno al legittimo sospetto e a quant'altro che dovrebbe circondare la relazione della commissione, e questo una sentenza non se lo può permettere! Io adoro il giudice che sappia fare arma di ironia, che sappia scherzare nel corso del dibattimento perché questo serve molte volte a stemperare tensioni e ad arrivare con serenità alla decisione. Odio il giudice che fa dello spirito nella sentenza, perché questo non gli è consentito! Altro che balli alla corte asburgica, intravisti dal buco della serratura! Non so di che cosa si parla, forse perché io stavo dall'altra parte del buco, e non ho l'abitudine di sbirciare. Altro che sospetti! Questo è un lavoro serio di una commissione del Parlamento italiano che giunge alla conclusione che il progetto Capaldo era un progetto serio e che nulla è stato fatto in violazione della legge e per finalità speculative. Certo, la motivazione di una commissione parlamentare non fa cosa giudicata, lo sappiamo benissimo, non abbiamo bisogno di andare a scuola per sapere qual è la differenza tra la sentenza passata in giudicato e una commissione; ma non abbiamo neppure bisogno di andare a scuola per sapere che il lavoro di una commissione va rispettato e che soprattutto va rispettato quando non si abbandona a giudizi, ma chiama a suo sostegno i risultati obiettivi della Guardia di Finanza. Altrimenti diciamo che sono tutti corrotti: è corrotto Greco, è corrotto Capaldo, è corrotta tutta la Guardia di Finanza, è corrotto tutto il Parlamento, e questa è carta straccia che possiamo buttare via!

Il progetto Capaldo, dicevo, prevedeva la partecipazione alla società di tutti i creditori e, si badi, per via che si voleva alterare la par condicio e per via che si volevano realizzare chissà quali profitti illeciti la partecipazione dei creditori, signor Presidente e signori della Corte, rimane aperta per un anno dopo la costituzione della società. Ma l'interesse sarebbe stato di chiudere il più presto possibile, meno gente viene e se ci saranno dei guadagni più alti saranno i guadagni dei soci. No, anche dopo la costituzione della società, la società rimane aperta alla partecipazione di altri eventuali aspiranti soci, e questo avviene ancora per un anno. Allora, signor Presidente e signori della Corte, io mi permetto di osservare, da quel modestissimo penalista che sono, che per valutare la sussistenza del dolo noi dobbiamo rifarci all'inizio della condotta. Non esistono più le figure del dolo subsequens, del dolo alternativo, e via dicendo; il dolo deve presidiare la condotta criminosa da suo inizio e quindi noi dobbiamo portarci al momento dell'offerta, ma al momento dell'offerta viene prospettata una società - la famosa S.G.R. che avrebbe dovuto essere costituita - blindata, è una società aperta solo ai soci, e non si sa neppure quali e quanti saranno i soci che aderiranno perché potrebbero aderire tutti, anzi, si fa l'impossibile perché aderiscano tutti. Quindi, anche se il prezzo fosse stato volutamente basso, o, come dice la sentenza, addirittura vile, anche se fosse stato possibile prevedere dei profitti dalla vendita dei beni, i profitti ritornavano a vantaggio dei soci che avessero aderito alla società. E siccome il dolo va valutato in quel momento, Capaldo si augura che tutti i creditori partecipino, e quindi immagina che se ci saranno profitti i profitti saranno ripartiti tra tutti i creditori, nessuno escluso. Come si fa a parlare di dolo? Come si fa a parlare di dolo di un delitto di bancarotta? Come si fa a parlare di dissipazione dei beni? Se ai creditori viene garantita la possibilità immediata di ottenere cifre, che mai sarebbero riusciti ad ottenere attraverso una procedura normale, così come l'esperienza ci insegna, e se, addirittura, come clausola di riserva viene immaginata questa società che se realizzerà profitti li ridividerà tra i soci che sono tutti creditori? Questo è il punto, signor Presidente e signori della Corte. Siamo agli antipodi del dolo del delitto di bancarotta. Se si studia una soluzione nell'interesse dei creditori, non si può parlare di un dolo del delitto di bancarotta, se è vero che il dolo del delitto di bancarotta presuppone la consapevolezza e la volontà di alterare la par condicio dei creditori. Nel nostro caso ciò che circonda l'offerta di 2.150 miliardi, e quindi la società, la società blindata, la società aperta ai soci, è l'opposto del dolo, perché si ragiona e si opera in funzione dell'interesse dei creditori. Il progetto opposto era un progetto che avrebbe dovuto immaginare una società non aperta ai creditori: una società che comprava i beni, liquidava i creditori a quattro soldi e poi intascava il profitto dei beni dopo averli venduti. E mi sia consentito dire che a Capaldo, se avesse avuto in mente un progetto di questo genere, non mancava certamente l'inventiva per trovare uno strumento capace di realizzare un interesse egoistico, né mancavano i supporti di carattere economico, visto che avete tanto sbandierato la sua importanza di economista, la sua dimestichezza con il mondo bancario, la sua carica di Presidente di una banca e via dicendo. Qui, invece, come vi dicevo, è tutto il contrario, i creditori sono sollecitati a partecipare - e torno ad insistere, e poi abbandono il tema perché non voglio poi apparire come un Pierino fastidioso - la società è aperta alla partecipazione di tutti i soci e, nel momento in cui parte l'offerta, neppure si sa quali e quanti saranno i soci, anzi, si auspica la partecipazione di tutti. Vediamo, comunque, signor Presidente e signori della Corte, come si giunge a questa famosa offerta di 2.150 miliardi.

 

Alle ore 11.50 l'udienza è sospesa brevemente.

 

L'udienza riprende alle ore 12.15.

 

AVV. Franco COPPI (Difesa Capaldo): Dobbiamo adesso esaminare, signor Presidente e signori della Corte, il più rapidamente possibile, come si sia giunti, comunque, all'offerta di 2.150 miliardi, perché anche sul punto la sentenza impugnata non ha mancato di sviluppare osservazioni critiche nei confronti dell'operato del prof. Capaldo. Capaldo rende le sue dichiarazioni sul punto a partire dalla pag. 181 del verbale. Vediamo di sintetizzare il suo punto di vista e vediamo soprattutto come le sue considerazioni corrispondano realmente ai fatti. Capaldo ha sempre detto che le stime che erano state effettuate, tanto quelle che possiamo riferire al Tribunale Fallimentare, o comunque ai commissari governativi, quanto la stima Picardi, erano delle stime non realistiche. Il prof. Capaldo non si impegna tanto sul tema delle partecipazioni, perché anche se con riferimento alle partecipazioni qualche cosa avrebbe potuto essere detto, e forse qualche valutazione avrebbe potuto essere rivista, tuttavia, tenendo conto di una corretta e felice procedura di liquidazione, si poteva alla fine dire che per quanto riguarda le partecipazioni le valutazioni, anche adottando un po' criteri compensativi, si potevano considerare condivisibili, comunque accettabili nel complesso. Assolutamente inaccettabili erano, innanzitutto ed invece, le valutazioni per quanto riguarda i beni immobili. Il prof. Capaldo, che è persona che non usa le parole forti, parla di valutazioni, in certi casi, addirittura sciatte, ma noi potremmo usare termini anche più vigorosi per sottolineare la disinvoltura estrema con la quale ci si è mossi nel compiere queste valutazioni. Io porto un esempio per tutti che è quello del Palazzo Rospigliosi, qui gli errori di valutazione sono addirittura clamorosi. Lasciamo perdere che le valutazioni sono state fatte in un anno nel quale ancora il mercato immobiliare, come si dice in gergo, "reggeva" o "tirava", mentre la nostra offerta è formulata nel 1992, quando, come tutti dichiarano, come dichiara la De Vitis, il mercato immobiliare era invece in caduta libera. Ma, caduta o non caduta, non si è mai visto a Roma negli anni '90 valutare un immobile a 30 milioni al metro quadrato, 30 milioni che poi nella sostanza erano destinati a diventare 50, se si considera, come vedremo di qui a poco, che Palazzo Rospigliosi era stato affittato per 200 milioni all'anno, 6000 metri quadrati di superficie, per un contratto che doveva avere una durata di ben 12 anni; una stima assolutamente folle. Ma siccome appunto abbiamo deciso che non dobbiamo abbandonarci alle parole o agli aggettivi, ma dobbiamo considerare i fatti, guardiamo per un istante soltanto la vicenda di Palazzo Rospigliosi, valutato da parte dei consulenti ben 200 miliardi. Per Palazzo Rospigliosi la S.G.R. riceve una offerta da parte di una persona la più interessata all'acquisto, quella che ognuno vorrebbe avere come acquirente: il Palazzo Rospigliosi Pallavicini viene chiesto da parte della marchesa Rospigliosi Pallavicini, che essendo già proprietaria di una parte del palazzo o di un'ala del palazzo vuole completare la proprietà, o riacquistare la proprietà che gli avi a suo tempo avranno avuto, per trasformare questo palazzo in una sorta di museo di famiglia. Quindi una persona che desiderava acquistare quel bene, probabilmente una persona che era disposta a pagarlo anche più di quanto non valesse. La trattativa è affidata all'avv. Ripa di Meana, che a Roma è riconosciuto come avvocato di grande prestigio, ma soprattutto di grande abilità e di grande esperienza in questo campo. Ripa di Meana si fa assistere dall'arch. Stella, un esperto nel campo, si procede alla valutazione dell'immobile, si tiene conto che l'immobile è in cattive condizioni e che quindi sarà necessario spendere 7 o 8 miliardi per rimetterlo a posto, e alla fine viene formulata una offerta di 57 miliardi. Questa è l'offerta che viene fatta per Palazzo Rospigliosi. Ma c'è un "ma": nel momento in cui viene formulato questa offerta, Ripa di Meana e la sua cliente e l'arch. Stella non sanno che, proprio pochi giorni prima del commissariamento, FEDERCONSORZI ha affittato alla COLDIRETTI questo immobile per la cifra di 200 milioni, e ha avuto l'abilità (ecco perché poi la FEDERCONSORZI è andata a carte quarantotto) di fissare in 12 anni la durata del contratto. Tanto è vero che Ripa di Meana dice: gli immobili possono essere valutati secondo tanti indici, i criteri di valutazione possono essere i più diversi, ma nel caso quell'immobile aveva una rendita garantita dello 0,20%, e quindi siamo scappati di fronte a questa situazione. Chi investirebbe 57 miliardi ad un reddito di quel genere? Tanto è vero che chi acquisterà poi l'immobile? Lo acquisterà la stessa COLDIRETTI, un anno dopo, si badi, per 70 miliardi, e solo per la ragione che la COLDIRETTI non aveva una dimora, si trovava già nell'immobile, in quanto ne era la conduttrice, e quindi ha concluso questa trattativa, e la S.G.R., che aveva chiesto già i 70 miliardi a Ripa di Meana, riproporrà la richiesta di 70 miliardi, e la COLDIRETTI chiuderà questo affare a 70 miliardi. L'immobile era stato valutato dai periti 200 miliardi. Quando, perciò, noi diciamo - oltre tutto questo vale per gli immobili, ma vale anche per i crediti - che questa équipe di periti ha in realtà proceduto con estrema superficialità, quando soprattutto noi diciamo che questi periti hanno iniziato le loro stime in un certo determinato giorno e le hanno concluse quattro o cinque o sei mesi dopo, senza neppure preoccuparsi di verificare o di vedere che cosa nel frattempo era accaduto, quando diciamo, con riferimento soprattutto ai crediti di cui ci occuperemo di qui ad un istante, che i periti neppure si sono preoccupati di verificare che le società debitrici della FEDERCONSORZI stavano addirittura fallendo, così quei crediti che erano stati considerati di sicuro realizzo si erano polverizzati nel fallimento dei debitori; noi diciamo una cosa sacrosanta che dimostra, però, la assoluta superficialità di quelle valutazioni. Pellegrino Capaldo, nella sua ingenuità, ed appunto non avendo mai fatto l'imputato, ma non facendo l'avvocato e non essendo esperto di queste procedure, addirittura quando si discuteva di queste cose, aveva chiesto di potere essere messo a confronto con i periti, perché partendo dal presupposto che i periti erano in buonafede, anche se avevano sbagliato, era convinto che sottoponendo alla loro attenzione questi dati (e quindi la variazione del mercato, le oscillazioni del mercato, il fallimento delle società debitrici etc. etc.) gli stessi periti avrebbero rivisto le loro valutazioni, perché erano valutazioni assolutamente irrealistiche ed assolutamente inattendibili. Si aggiunga che la situazione per quanto riguarda i crediti è ancora peggiore perché la maggior parte di questi crediti erano crediti della FEDERCONSORZI nei confronti dei consorzi. I consorzi non hanno fatto altro che indebitarsi, chiedevano denaro alla FEDERCONSORZI, la quale, a sua volta, si indebitava per far fronte a queste richieste, i consorzi in bonis erano soltanto tre o quattro e questi consorzi in bonis non ricorrevano alla FEDERCONSORZI, anche perché la FEDERCONSORZI praticava all'epoca un tasso interesse superiore a quello bancario, gli altri consorzi erano tutti in una situazione di pre-agonia o di agonia dichiarata, tanto è vero che uno dopo l'altro sono andate a carte quarantotto. Quanto potevano valere, quindi, questi crediti che, se non sbaglio, rappresentavano quasi la metà delle voci presunte attive del patrimonio della FEDERCONSORZI? Era giusto o no valutarli come tendenzialmente zero o addirittura zero, compreso quel famoso credito MAF, di cui abbiamo parlato poco prima? Questa è la situazione. Ecco perché Pellegrino Capaldo, che è uomo del mestiere ed ecco perché coloro con i quali egli ha studiato questo progetto è giunto alla conclusione che da quei beni non si potevano ricavare più di 2.900-3.000 miliardi. Ed ecco perché, deducendo poi i costi, e, come dicevo anche prima, deducendo gli interessi calcolati in funzione del tempo medio della operazione, si giunge a 1.900-2.000 miliardi. Capaldo ricorda, anzi, che alcuni dei colleghi con i quali egli si era consultato ritenevano che questa cifra fosse anche eccessiva, comunque, alla fine, ci si orienta intorno alla cifra di 1.900-2.000 miliardi, che diventano 2.150 per la semplice ragione che questi denari non vengono versati immediatamente e globalmente. Ma non vengono versati immediatamente e globalmente perché la procedura, in quel momento, non era neppure in grado di distribuirli, non erano stati fatti piani di riparto e via dicendo e, quindi, anche se ci fosse stato quel denaro, non avrebbe potuto essere distribuito. Ed ecco perché Capaldo calcola su questo fatto una percentuale a titolo di interessi e si giunge dai 1.900-2.000 miliardi ai 2.150 miliardi. E' un calcolo fatto da persone serie e da persone esperte, ed è il massimo che si può offrire, si badi, non un massimo accettato supinamente dal Tribunale Fallimentare. La De Vitis - che non so perché sia stata definita insieme a Celotti un fantoccio nelle mani di Greco, tutto mi pare, leggendo il verbale, meno che un fantoccio, mi pare una persona che, nonostante la veneranda età, avesse ricordi nitidi e lucidi - ricorda: noi provammo ad ottenere di più, lo chiedemmo più volte, ma c'è stato sempre risposto che potevamo essere accontentati su altre voci (tanto è vero che verranno accontentati per quanto riguarda la assunzione dei dipendenti, per quanto riguarda le incentivazioni all'esodo dei dipendenti); ma sul prezzo non ci si poteva spostare di una virgola perché il prezzo non era stato valutato con funzioni speculative, ma era stato valutato anche come il prezzo massimo che si poteva offrire in quelle condizioni e tenendo conto di quei beni.

Un teste praticamente ignorato, come era il prof. Di Brina che, come vi ho detto, di tutte queste cose se ne intende in modo particolare, osserva appunto che oltre tutto essi - D'Ercole, lui e l'altro subcommissario - quando ci trovammo a trattare di questa questione, non ci meravigliammo della differenza tra le stime originarie e dell'offerta del prezzo, perché un conto è ciò che viene appostato in bilancio in un momento statico, in una valutazione obiettiva del bene, un conto è il prezzo di realizzo. E quando si fanno le cessioni, si guarda al prezzo che presumibilmente si può ottenere da quel bene una volta immesso sul mercato, le stime non hanno più niente a che vedere, certo, hanno un valore di riferimento, questo è ovvio, però quello che conta è come il mercato risponde a quella determinata offerta di un bene. E sotto questo punto di vista, quindi, non c'è di che meravigliarsi se ci si trova di fronte ad una differenza anche consistente tra le stime ed il valore che poi viene offerto nel momento in cui si procede alla cessione. D'altra parte, come vi dicevo prima, Di Brina, a pag. 17, ricorda "un dato ci rendeva assolutamente tranquilli: S.G.R. era uno strumento sostanzialmente interno alla compagine di coloro che, in teoria, avrebbero potuto essere i soggetti lesi da questa divergenza, e cioè i creditori di FEDERCONSORZI. Questo ci rassicurava sul piano intellettuale e morale, c'era una assoluta trasparenza di S.G.R. rispetto al ceto creditorio". La vendita in blocco, signor Presidente e signori della Corte, a quel prezzo, con quelle modalità e con quei tempi, appare meritevole di considerazione al Tribunale. Io tralascio di ricordare il Presidente Greco, è un imputato e si dirà: dice le cose che dice per difendersi. Ma io mi permetto di raccomandare l'esame della teste De Vitis. Direte che mi sono affezionata alla teste De Vitis, ma insieme a Celotti è uno degli altri membri del collegio, ha partecipato a tutte queste riunioni, serba buona memoria e ci dice delle cose molto interessanti. A pag. 14 del suo verbale noi leggiamo che il Tribunale aveva la preoccupazione di trovarsi di fronte ad una procedura di dimensioni enormi; mai il Tribunale di Roma aveva dovuto affrontare una procedura di quel genere, non c'erano precedenti di queste dimensioni. Sarebbe durata, secondo le vie tradizionali, come vi ho ricordato all'inizio della mia discussione, secondo la previsione della De Vitis, addirittura mezzo secolo. "Il problema del prezzo ci angosciava", questo dichiara la De Vitis, e credo di ripetere la sua parola letteralmente e testualmente, “il problema del prezzo ci angosciava perché ci rendevamo perfettamente conto della differenza tra ciò che veniva offerto e quanto era stato stimato, e ci rendevamo conto, soprattutto facendo riferimento alla stima Picardi, della differenza che correva. Abbiamo fatto delle riunioni, a queste riunioni ha partecipato anche, due o tre volte, il prof. Capaldo, ha partecipato Casella. I problemi erano tanto sentiti che addirittura il Presidente Greco” - anche su questo si è fatta dell’ironia, non so perché - “volle più di una volta che partecipassero alle riunioni tutti i Giudici della Fallimentare, proprio perché si trattava di una procedura enorme, senza precedenti, proprio perché era innovativo quel progetto, e quindi il Presidente Greco voleva tutti coinvolti nelle decisioni di fondo. Ebbene, noi abbiamo fatto delle riunioni, ma di fronte alla nostra speranza di ottenere qualche cosa di più - pag. 17 - eravamo in un momento di recessione economica ed era irrealistico pensare realizzazioni superiori scegliendo diverse forme liquidatorie”. In secondo luogo, la De Vitis, il fantoccio, dice che era passato altro tempo rispetto alla stima della commissione giudiziale, alla stima del commissario giudiziale, ed erano cambiate tante cose nel mercato, e di questo non si poteva non tenere conto. I crediti - la De Vitis dice - apparivano di difficile, di impossibile realizzo. Il credito MAF era una utopia; non era arrivata nessun'altra proposta, e quindi la vendita in massa - dice la De Vitis - avrebbe a noi risolto una infinità di problemi. E questo, se mi consentite, è un criterio di valutazione che un Presidente del Tribunale, che un Collegio del Tribunale fallimentare, perché non dovrebbe prendere in considerazione? Perché di fronte ad un aleatorio maggior profitto spalmato, come si usa dire adesso, in vari lustri, non si devono vedere i vantaggi di una chiusura della procedura in tempi brevi con riduzione di costi, con possibilità di soddisfazione ragionevole dei creditori? Perché non deve essere questo un criterio guida? E perché si deve pensare, invece, necessariamente ad una collusione tra Capaldo e Greco? La vendita in massa, ci dice la De Vitis, avrebbe sollevato in tempi incredibilmente brevi il Tribunale da una infinità di problemi. I creditori, tenendo conto della esperienza delle procedure fallimentari, avrebbero ottenuto un realizzo soddisfacente in breve tempo. La De Vitis, il famoso fantoccio su cui tanto si è riso, ricorda che era stata trovata una soluzione anche per i dipendenti, che in parte venivano riassorbiti, in parte ricevevano delle incentivazioni all'esodo, tant'è vero che poi tutti hanno trovato di nuovo lavoro. Dunque, il prezzo era congruo rispetto ai tempi e ai valori del mercato, era corrispondente alle percentuali ex lege, era realizzabile in tempi ridottissimi ed era soprattutto certo nel suo realizzo.

Sulla vendita in blocco e sulla convenienza della vendita in blocco è stato sentito un testimone prodotto dalla Difesa, ma che ha, come vi dicevo prima, raccolto anche gli elogi del Pubblico Ministero, che ha lodato la chiarezza, la puntualità e la profondità delle sue osservazioni; si tratta del teste Lachini - anche questo, credo, più o meno ignorato dalla sentenza di primo grado - Ordinario di Economia Aziendale, Pro Rettore dell'Università di Cassino, sentito all'udienza del 28 marzo del 2002. Quali sono i dati che secondo questo testimone, particolarmente esperto e versato in questa materia, avrebbero dovuto essere presi in considerazione in quel momento, e noi dobbiamo oggi prendere in considerazione, per valutare la convenienza di quella soluzione? Osserva Lachini che con riferimento alle procedure normali, non a quella procedura e a quella procedura di quelle dimensioni, i tempi statisticamente calcolati per la conclusione delle procedure concorsuali vanno fissati in periodi che corrono tra i dieci e i tredici anni. Aggiunge Lachini che i costi delle procedure vanno calcolati in almeno il 20% dell'attivo e soprattutto si deve tenere conto della incertezza del realizzo. Tanto è vero che Lachini ricorda una regola, la cosiddetta "regola di Stoccarda". Noi dobbiamo tenere presente che queste sono cose serie. Noi giuristi, magari, quando sentiamo parlare della "regola di Stoccarda" o della "sindrome di Stoccolma" etc. pensiamo che siano delle cose da film. No, gli studiosi di economia aziendale e via dicendo formulano i loro calcoli e procedono nella pratica attuazione delle loro teorie tenendo conto di queste regole. Ebbene, Lachini chi ricorda che nel momento in cui tutto si proietta in tempi lunghi, questa regola di Stoccarda vuole che si calcoli nel 30% del valore dei beni la perdita determinata dalla lunghezza della procedura, e anche questa va tenuta in conto. Guarda caso il 30% di 4000 poi ci riporta sempre a quei famosi 2800-2900 che costituivano il calcolo del progetto Capaldo. La vendita in blocco, quindi, dice Lachini, seppure ad un prezzo minore di quello stimato, può superare largamente lo svantaggio rappresentato dal fatto che si ottiene meno di ciò che si poteva sperare di ottenere o di ciò che era stato stimato come prezzo. Tutto ciò trova una conferma nei famosi pareri Carbonetti. Anche qui "apriti cielo!": Carbonetti ha dato dei pareri, ha formulato delle opinioni tecniche, le ha date al Presidente Greco che gliele aveva chieste, e il Presidente Greco le ha fatte scomparire perché i pareri Carbonetti non si trovano più. Chissà che cosa c'era in questi pareri Carbonetti? Perché il Presidente Greco li ha fatti sparire? E via dicendo. Mi sia consentito dire che, per quello che valgono quei pareri che noi abbiamo letto, forse la procedura poteva risparmiare qualche soldo nel non affidare a Carbonetti il compito di redigere quei pareri, perché Carbonetti riconosce che egli non aveva oltretutto strumenti per ricostruire dall'interno la validità dell'offerta in 2150 miliardi. Carbonetti, quindi, si è limitato a dare delle indicazioni di carattere generale, e, se vogliamo dire, un po' anche di carattere generico. Ma comunque quelle indicazioni sono sempre favorevoli alla vendita in blocco, questa è la cosa comica e paradossale della sentenza: sembra che siano stati fatti sparire dei pareri, delle opinioni, degli appunti contrari alla strada che era stata percorsa, ed invece quei pareri sono nel senso che è ben possibile che vi sia una divergenza tra la stima astratta e il prezzo che si può realizzare in concreto. Questo dice Carbonetti. Quindi, casomai, erano dei pareri da allegare alla sentenza di omologazione e ai provvedimenti successivi di autorizzazione alla vendita, di autorizzazione alla firma dell'atto quadro e via dicendo, non pareri da far sparire. Ma c'è di più: leggendo la sentenza sembra quasi che Carbonetti fosse una specie di accattone che passava per la strada, fermato dal Presidente Greco, il quale gli chiede di straforo un appunto da nascondere sottobanco per farne poi chissà quale uso. Invece Carbonetti era già dentro la procedura perché aveva fatto parte di quella famosa commissione Sica, commissione Ghia e via dicendo incaricata di rivedere i bilanci della FEDERCONSORZI e di esaminare se dai fatti presi in considerazione emergessero delle responsabilità di carattere penale che rendessero obbligatoria da parte del Tribunale fallimentare la denuncia all'Ufficio del Pubblico Ministero. Quindi Carbonetti è interpellato e viene invitato a rendere il suo parere innanzitutto perché è persona che già conosceva le vicende oggetto del suo giudizio ed era quindi in grado di formulare questo tipo di esame e di esprimere questo tipo di giudizi. E questo è il primo punto. Secondo punto: il parere è richiesto congiuntamente da Greco e da Picardi; lo ricorda Carbonetti: il parere è stato chiesto da entrambi: dal Presidente della Fallimentare e dal commissario giudiziale, ed è stato regolarmente pagato, tant'è vero che sono state trovate le fatture. Non è stato trovato nelle carte del fallimento? Abbiamo già detto che quelle carte erano un coacervo di documenti mal conservati, mal custoditi; Carbonetti avanza l'ipotesi che a forza di sequestri e di perquisizioni possano essere andati perduti. Ma non sono andati perduti gli originali - perché si trattava di pareri resi nell'interesse tanto di Greco quanto di Picardi - in possesso di Picardi: tra le carte Picardi sono stati trovati questi benedetti documenti, e, ripeto, erano documenti che casomai avrebbero potuto essere allegati ad ulteriore, seppure generico, conforto delle scelte effettuate, e non certo documenti contrari. Non sapendo a che cosa attaccarsi, la sentenza si inventa il conflitto di interessi di Carbonetti: ah!, ma Carbonetti è sospetto, perché Carbonetti versa in conflitto di interessi perché ad un certo momento diventa membro del Consiglio di amministrazione della S.G.R. e poi addirittura ne sarà il Presidente. Allora incominciamo con il dire, se vogliamo essere seri, che casomai il conflitto di interessi sarebbe sorto dopo, cioè quando Carbonetti entra in S.G.R.. A noi qui interessa stabilire se quei pareri erano onesti o no, viziati o meno, da conflitto di interessi, e vengono resi all'epoca della omologazione e Carbonetti diventerà Consigliere di amministrazione della S.G.R. un anno dopo. Quando il parere è reso, Carbonetti neppure lo sa che cosa succederà, neppure sa quale sarà la società che verrà formata, non ne sa nulla di nulla. Aggiunge Carbonetti: io sono entrato nel Consiglio di amministrazione come rappresentante dei creditori medio-piccoli; io ero Presidente di Fideuram, un piccolo creditore della FEDERCONSORZI, era prevista nello Statuto la nomina di altri cinque membri del Consiglio di amministrazione ed era riservato ai creditori medio-piccoli un posto e hanno voluto che lo ricoprissi io. Quindi il conflitto di interessi casomai si dovrebbe verificare in questo momento, non quando è stato reso il parere. Ma poi che caspita di conflitto di interessi sarebbe questo? E` stata fatta della ironia, della ironia di cattivo gusto, sul conflitto di interessi; è stato chiesto a Carbonetti: ma lei si è posto il problema del conflitto di interessi? E lui: sì, me lo sono posto e l'ho risolto nel senso che non c'era conflitto di interessi perché non avevo più incarichi presso la Fallimentare in quel momento. Ma con chi l'ha risolto il conflitto di interessi? E quello poveretto ha l'ingenuità di dire: l'ho risolto con la mia coscienza. Apriti cielo! Non si è consultato con nessuno? Ma da chi doveva andare, dal padre confessore, dal padre spirituale per risolvere una fesseria di questo genere? Non aveva più incarichi, allora con chi lo doveva risolvere questo benedetto, inesistente conflitto di interessi? Eppure anche su questo si è fatta ironia: ha risolto il problema con la sua coscienza! Certo, l'ha risolto con la sua coscienza, da persona perbene, da ex dirigente della Banca d'Italia, da persona che riteneva in quel momento di poter assumere tranquillamente quella carica. E comunque, ripeto, casomai il problema sarebbe quello della insincerità o della falsità dei pareri, ma questo è problema di un anno prima, quando indubbiamente mancavano anche i presupposti di un possibile conflitto di interessi.

Comunque, come già prima accennavo, non è che questa proposta viene accettata supinamente dal Tribunale; si tratta, si discute, si chiedono chiarimenti, si chiedono precisazioni. Casella continua ad aggiornare, là dove può, l'offerta, tant'è vero che la prima offerta è del 27 maggio del '92, e il decreto di autorizzazione alla sottoscrizione dell'atto quadro è del 20 luglio del '93, e quindi è di un anno e due mesi successivo alla offerta. E tutto questo periodo di tempo è impegnato in continue riunioni, è impegnato in continue richieste di precisazioni, di affinamento, e si cerca di ottenere i miglioramenti possibili nel quadro di un prezzo che invece viene considerato bloccato. Anche questo, mi sia consentito di dire, è sintomatico: più di un anno per siglare un accordo truffaldino, per siglare una collusione, per realizzare questo famoso buon affare? Si tenga conto che oltretutto, conformemente a quanto il Presidente Greco e i suoi Giudici avevano stabilito nella sentenza di omologazione, il Tribunale accetta definitivamente la proposta ed autorizza il legale rappresentante alla stipula dell'atto quadro dopo avere acquisito il parere del comitato dei creditori, del commissario giudiziale e del commissario governativo.

Soprattutto perché non tutti ci fanno una bella figura in questa storia, intendo fare riferimento soprattutto a Piovano, intendo soffermarmi rapidamente su questi temi. Il 28 gennaio del 1993 Casella ridefinisce il progetto e la proposta in una lettera che viene inviata con vari allegati agli organi della procedura. Il 5 febbraio del '93 abbiamo una maxiriunione presso il Presidente Greco e i Giudici del Tribunale; partecipano a questa riunione gli offerenti, Casella, Capaldo, il commissario giudiziale con il suo collaboratore prof. Pazzaglia, partecipa il commissario governativo e il comitato dei creditori. Si fa questa riunione perché tutti desiderano ulteriori chiarimenti, ulteriori approfondimenti, ulteriori precisazioni da parte di Casella perché si vuole valutare la possibilità di migliorare la proposta. Il Presidente Greco a questo punto invita formalmente tutti gli organi a far pervenire il loro parere ed invita Casella a far pervenire l'offerta definitiva entro il 4 marzo '93. Il parere del comitato dei creditori è un parere molto interessante, che noi dobbiamo esaminare rapidissimamente nelle parti che qui ci interessano. Dico subito e non ho nessuna difficoltà a riconoscere che uno dei membri del comitato dei creditori esprime un parere dissenziente. La Corte lo leggerà in Camera di Consiglio e si accorgerà come molte delle obiezioni che sono state formulate dall'Avv. Pertinari trovavano anticipata risposta nel parere sottoscritto dalla maggioranza del comitato dei creditori. A me cosa interessa sottolineare di questo parere? Che alla seconda pagina del parere del comitato dei creditori si dà atto che in occasione della riunione fatta davanti al Presidente Greco, quella di cui prima parlavo, pur non essendo stato possibile raggiungere un miglioramento sul piano dell'offerta del prezzo, tuttavia si erano ottenuti sostanziali miglioramenti con riferimento ad altri punti essenziali dell'accordo; innanzitutto era stato fatto un passo avanti nel problema dei dipendenti, e quindi si erano compiuti grossi passi avanti per quanto riguardava la risoluzione del problema occupazionale perché il progetto si faceva carico delle somme necessarie per incentivare l'esodo di parte dei dipendenti e perché si faceva carico di assumere ben 60 o 70 dei dipendenti della struttura FEDERCONSORZI. Quindi sotto questo punto di vista il parere incomincia a segnare un grosso miglioramento delle condizioni originarie del progetto. Si dà atto nel progetto, con grande lucidità, che l'offerta del prof. Casella consente di assicurare a tutti i creditori una pari opportunità di libero esercizio delle facoltà di opzione (adesione alla costituenda società e quant'altro) e si sottolinea che i loro crediti dovrebbero essere soddisfatti in misura comunque non inferiore al 40%. E finalmente si conclude osservando che sotto questo punto di vista diventa non rilevante la questione del prezzo - e si paragona il prezzo Casella con il valore Picardi - perché, osserva questo parere, in realtà l'acquisizione delle attività di FEDERCONSORZI verrebbe comunque effettuata non da un soggetto terzo: questo è il punto che prima avevo sottoposto alla vostra attenzione e che troviamo puntualmente ribadito dal comitato dei creditori. Tutto diventerebbe sospetto se i beni fossero acquisiti da un soggetto terzo; in realtà l'acquisizione delle attività verrebbe comunque effettuata non da un soggetto terzo, ma dagli stessi creditori, sia pure per il tramite della costituenda società. Ecco perché, dicono i creditori, valutata comparativamente la soluzione della vendita in massa con l'ipotesi alternativa di liquidazione dei singoli beni, si ritiene che allo stato sia preferibile la offerta del prof. Casella rispetto ad altre soluzioni. Quindi sotto questo punto di vista, come si vede, il Tribunale riceve un grosso conforto dal parere del comitato dei creditori, e il comitato dei creditori dà mostra di avere puntualmente compreso lo spirito dell'operazione rispetto alla quale veniva chiesta la sua adesione.

Vediamo adesso - e questo è importante, perché nella sentenza ed ancora oggi si osa parlare di pareri contrari o di pareri perplessi di Picardi e di Piovano - che cosa dice, testi alla mano, con molta pignoleria, il commissario giudiziale, e cioè il Picardi. Non si dimentichi che Picardi aveva alle sue spalle una stima di circa 3900 miliardi, una stima, quindi, che è quasi il doppio di quella che veniva offerta. E Picardi lo ricorda. Ma siccome Picardi è una persona perbene, aggiunge subito che una valutazione basata solo su questo dato, e cioè la differenza tra le sue stime e il prezzo offerto, sarebbe tuttavia riduttiva. Perché non è stato messo sotto processo Picardi? Ma perché Picardi dice delle cose serie, delle cose dettate dal buon senso, dalla ragionevolezza, dalla constatazione che è passato del tempo dalla sua stima al momento in cui si sta chiudendo questo affare, e quindi lui per primo dice: attenzione, fare affidamento soltanto alle mie stime, risolvere tutto sulla base di questo, sarebbe una valutazione riduttiva. Ma non basta, perché da questo momento in poi tutto il parere di Picardi è volto a dimostrare quali sono le condizioni che rendono preferibile la soluzione della vendita in blocco sia pure a quel prezzo. Aggiunge Picardi per esempio: "Non si deve sottovalutare la sopraggiunta fase recessiva che pare caratterizzata da un ristagno della produzione e dell'occupazione, accompagnata da inflazione strisciante". Picardi ritiene che la posizione degli immobili forse sia più difendibile di quanto non appare, e però, a parte la questione degli immobili, la caduta degli investimenti, la scarsità di liquidità e il protrarsi della liquidazione sono destinati a ripercuotersi in modo senza dubbio negativo su alcuni beni, e sotto questo punto di vista ricorda in modo particolare le partecipazioni in società diverse da quelle immobiliari. "Si aggiunga che la contrazione della liquidità influisce negativamente sul recupero dei crediti, che rappresenta una delle poste più rilevanti dell'attività della FEDERCONSORZI", e ribadisce egli che la voce raggiunge 1.888.554 milioni di lire. E ancora - io debbo leggere queste cose perché non sono state lette dalla sentenza perché non le ritrovo nella sentenza, o, peggio ancora, ritrovo cose contrarie a quelle che sono qui scritte -: "Si consideri che la liquidazione tradizionale rischia di coincidere dal punto di vista temporale con l'attuazione del programma governativo di privatizzazione, il che comporterebbe una ulteriore contrazione della scarsa liquidità disponibile sul mercato. La proposta di acquisto in massa comporta inoltre una indubbia riduzione dei tempi della procedura di liquidazione e dei costi di gestione" e via di questo passo. Vi risparmio la lettura delle ulteriori pagine perché sono certo che se qualche dubbio o qualche necessità di approfondimento ancora ci fosse, la risolverete in Camera di Consiglio attraverso la consultazione diretta di queste pagine. Ma certo è che Picardi, lungi dall'esprimere un parere negativo, sottolinea tutte le condizioni attuali di mercato che fanno propendere per la scelta della vendita in blocco. Vero è che Picardi alla fine afferma che se il Tribunale opterà per questa scelta, sarebbe opportuno tener conto di alcuni suoi suggerimenti e di alcune sue considerazioni, e vero è che, falsamente però, Piovano afferma che di questi suggerimenti e di queste considerazioni non si sarebbe tenuto conto alcuno.

Ebbene, signor Presidente e signori della Corte, proprio per cercare di arrivare rapidamente alla fine, anziché stare ad esaminare il punto a) di Picardi e la nostra risposta al punto a), il punto b) di Picardi e via dicendo, io mi sono permesso - anche perché alla fine consegneremo una breve memoria riassuntiva del nostro intervento orale - di rappresentare in una tabella la dimostrazione graficamente accessibile di come tutte le segnalazioni di Picardi siano state accolte in quella che sarà poi la definizione finale di questo accordo consacrata nell'atto quadro. Abbiamo proprio pignolescamente redatto questa rapidissima scheda, rinviando per ognuno dei suggerimenti di Picardi alla voce che Picardi ha indicato con le lettere dell'alfabeto a, b, c etc. etc., e sottolineando rispetto ad ognuna di esse come tutte siano state puntualmente prese in considerazione. Quando Piovano parla di suggerimenti o di raccomandazioni che non sono state accolte, con un livore che traspare chiaramente dal suo verbale, dice cose false, e noi alleghiamo alla nostra memoria questo documento di cui ho detto e che mi risparmio quindi di leggere pignolescamente proprio per evitare di farvi perdere tempo. Sto alla conclusione che ritengo di poter assumere, e cioè tutto ciò che Picardi ha suggerito trova puntuale corrispondenza nell'atto definitivo che verrà sottoscritto dalla S.G.R., da una parte, e dal rappresentante della FEDERCONSORZI, dall'altra.

Veniamo adesso a Piovano. L'interrogatorio di Piovano dovrebbe essere riletto, se questo non corresse il rischio di farci uscire pazzi, perché Piovano ha l'abilità di dire e non dire, di contraddirsi, di fuggire per la tangente, di evitare domande imbarazzanti, di lanciare frecciate maligne: il verbale è una cosa veramente vergognosa nel contenuto per quanto riguarda le sue affermazioni. Ma a noi non interessa perdere tempo in una analisi disperata di quel verbale per farvi vedere la pochezza del personaggio; a noi interessa semplicemente, ancora una volta, richiamare documenti provenienti da Piovano: ex ore tuo iudicato te. Il famoso Piovano, che spande perplessità e dubbi nelle sue dichiarazioni quando viene interrogato a dibattimento, è autore di ben tre appunti sulla questione della vendita in blocco, e sono appunti che egli redige in ottemperanza dell'ordine del Presidente del Tribunale, il quale aveva chiesto specificamente pareri sul punto. Ebbene, in ordine cronologico, nel primo di questi pareri in realtà Piovano non dice nulla perché avanza semplicemente delle richieste di precisazioni, di puntualizzazioni e di chiarimenti. Si tratta di un appunto in data 12 gennaio 1993. Il parere è espresso finalmente il 5 febbraio del 1993. Sarebbe stato lecito e ragionevole da parte nostra, leggendolo, trovare trascritti in questo parere tutti i dubbi, tutte le perplessità che Piovano dichiara di avere avuto nel momento in cui rende le sue dichiarazioni a dibattimento: "Il dott. Mario Piovano, nella sua qualità di commissario governativo, considerata la struttura dell'attivo della FEDERCONSORZI, si dichiara favorevole in linea di principio alla cessione in massa dei beni della FEDERCONSORZI". Poi ci sarà un ulteriore appunto nel quale Piovano, nella sua irresistibile incapacità di dire la verità, afferma: nella mia qualità di commissario governativo avevo già espresso alcune osservazioni in merito alla proposta di vendita in massa dei beni costituenti l'attivo della FEDERCONSORZI. Poi questo signore ha il coraggio di dire di avere espresso alcune osservazione e cita il suo parere del 5 febbraio, quando il suo parere del 5 febbraio non contiene nessuna osservazione, ma contiene il parere favorevole: questo è Piovano. Ah! Piovano che viene a dire: me ne sono andato via sbattendo la porta, Piovano che viene esaltato dalla sentenza come se fosse un miracolo di moralità e di probità. Piovano se ne va perché la procedura non vuole regalare 200 milioni al suo amico fraterno Avv. Benincasa, perché Piovano, con la scusa di non essere avvocato, voleva che ci fosse un altro avvocato nella procedura, come se non bastasse Picardi. E quando la procedura gli dice di no e rifiuta di versare 200 milioni a Benincasa, che non si sa che cosa avrebbe dovuto fare, Piovano se ne va: questa è la verità, altro che storie! E il parere è favorevole, è qui, agli atti, se vogliamo fare il processo con corrispondenza agli atti e ai fatti. Se poi vogliamo mettere insieme parole, allora è un altro paio di maniche, ma su questo sono soccombente, perché ho il vizio di leggere le carte e di fare le mie discussioni con riferimento a quello che risulta dagli atti.

Il teste Celotti, altro fantoccio nelle mani del Presidente Greco, certo, non può ricordarsi a distanza di dieci anni se ha visto proprio quel pezzo di carta, se ha esaminato proprio quel parere, ma ricorda le accanite discussioni in Camera di Consiglio cespite per cespite. Certo, il Relatore era il Presidente Greco, era lui il Giudice delegato, però, dice, Greco veniva con montagne di appunti, per ogni cespite abbiamo esaminato il valore, sempre angosciati da questa preoccupazione di trovare una giustificazione a quel prezzo offerto inferiore alle stime che erano state effettuate. E ricorda bene Celotti le discussioni che sono avvenute in Camera di Consiglio prima di giungere a quel decreto del 23 marzo '93 che autorizzata alla vendita in blocco. Certo, adesso si deve procedere all'esame incrociato etc., ma io vi prego di rileggere in Camera di Consiglio quell'interrogatorio e di dirmi se quello è il modo di mettere a suo agio un testimone. A parte che è stato ricevuto come se fosse un malfattore e fino a prova contraria era un Giudice, tuttora esercitante, del Tribunale di Roma, e comunque un Giudice della Repubblica; per carità, stabiliamo che non meriti una considerazione particolare, ma è stato investito da una raffica di domande, tra Presidente e Pubblico Ministero, che hanno fatto soltanto confusione, perché uno parlava del momento della omologazione, un altro si riferiva invece al momento della autorizzazione alla vendita, un altro ancora al momento dell'atto quadro, e il povero Celotti alla fine non ci capiva più niente con riferimento ai documenti di cui gli si chiedeva se egli avesse serbato memoria o meno. Però è fermo su un punto, dal quale non si è riusciti a smuoverlo nonostante la confusione - per carità, in buonafede, non lo metto in dubbio, ma nonostante la confusione di quell'incredibile interrogatorio: Celotti ricorda puntualmente (pagg. 152 e 153 delle sue dichiarazioni): "Si giunge alla conclusione della validità della vendita in blocco, non c'era nessun'altra possibilità di altre e diverse soluzioni". Questo è il ricordo del poteste Celotti, l'altro fantoccio nelle mani del Presidente Greco.

Se poi andiamo a leggere con un minimo di attenzione il provvedimento che è stato siglato in data 23 marzo, ci accorgiamo che questo decreto, pur senza citare, come era giusto che fosse, Picardi, recepisce in definitiva gran parte delle considerazione sviluppate dal commissario giudiziale, perché il decreto del Tribunale fallimentare innanzitutto si pone il problema del se si sarebbe dovuto procedere ad una gara, ma osserva il Relatore che ha steso la motivazione che procedere ad una gara in quelle condizioni non avrebbe avuto alcun senso perché la procedura era stata resa pubblica fin dal primo momento, perché si sapeva tutto di tutto e perché non si era fatta avanti lo straccio di una offerta che giustificasse la scelta della gara, e aggiunge giustamente questo decreto che tentare di procedere a gara avrebbe significato soltanto prolungare i tempi ed accrescere i costi della procedura. Quanto al problema del prezzo, citando testualmente, anzi, ricopiando quello che ha scritto il commissario giudiziale - che nessuno ha sospettato di aver commesso reati - ricopiando quello che ha scritto Picardi, si dice che "le valutazioni basate solo sul divario tra stima ed offerta sarebbero riduttive": è esattamente quello che ha scritto Picardi. Ed ancora: "non può non considerarsi il contesto attuale in cui tale liquidazione andrebbe a realizzarsi, un contesto dominato da una estrema incertezza nel campo economico". E' tutto quello che aveva detto Picardi a sostegno della validità della vendita in blocco. "Questa situazione non consente oggi previsioni attendibili, soprattutto se a medio o a lungo tempo. Rispetto al consistente e imprevisto peggioramento della situazione economica e alla difficoltà di intravedere quello che sarà l'immediato futuro, le previsioni di realizzo del patrimonio FEDIT appaiono fortemente azzardate se proiettate in tempi lunghi", che è esattamente quello che diceva Lachini nella sua testimonianza e che Picardi rappresenta come fondamento del suo parere. Le società di cui stiamo parlando, i consorzi, comportano esborsi mensili che variano dai 400 ai 600 milioni. Il problema occupazionale viene risolto in maniera soddisfacente, ed ecco perché il decreto - vi tralascio la lettura di tutte quante le altre pagine - conclude autorizzando alla vendita in blocco di questi beni. L'unico punto sul quale il decreto si discosta da Picardi è per quanto riguarda la valutazione dei cespiti immobiliari e delle società immobiliari, rispetto alle quali il decreto afferma: "erano apparsi i beni di sicuro realizzo, ed invece in questi ultimi tempi hanno dovuto assistere ad un blocco pressoché totale del mercato determinato da mancanza di liquidità, dagli aggravi notevoli di natura fiscale, dalla riduzione del potere di acquisto da parte di possibili acquirenti". Questo è il decreto; è un decreto che riproduce il parere del comitato dei creditori, è un parere che tiene conto di quanto espresso da Picardi, è un parere assolutamente motivato, ed è un parere che alla fine conclude, con riferimento all'offerta Casella, cogliendo ancora una volta puntualmente il fatto che questa soluzione non vìola il principio della par condicio dei creditori: tutti i creditori, siano o non siano soci della costituenda società, percepiranno la percentuale loro spettante secondo le regole del concorso. Che poi la qualità di socio possa essere per loro uno strumento per partecipare anche ad un ulteriore eventuale vantaggio derivante dalla vendita dei beni è del tutto irrilevante: sia perché la costituenda società è aperta ad ogni creditore, sia perché, in ogni caso, il maggior vantaggio rappresenta il corrispettivo del conferimento in denaro da loro operato per diventare soci. Ma dove sta la bancarotta? Il Tribunale coglie perfettamente il senso economico dell'operazione, ma ne coglie il senso economico nell'interesse dei creditori, ne dà atto puntualmente, con una motivazione assolutamente trasparente. Dove sta l'elemento materiale del delitto di bancarotta? Dove sta l'elemento soggettivo?

Si viene così finalmente al decreto del 20 luglio del '93, la cui lettura vi risparmio perché in fin dei conti sintetizza quanto ormai già sappiamo.

Si è molto discusso - ma sono questi temi che, vi dico subito, saranno approfonditi dal collega Vassalli - sul fatto che sia stata nominata liquidatrice la stessa FEDERCONSORZI, cioè il debitore nominato liquidatore: leggete e rileggete le spiegazioni di Di Brina, il quale mette in evidenza le ragioni economiche di una soluzione di questo genere: si risparmia un sacco di soldi e, aggiunge Di Brina, è una prassi molto seguita nelle procedure fallimentari.

Piuttosto mi preme di rispondere ad una obiezione che la sentenza avanza: perché S.G.R. non ha acquistato lei direttamente e immediatamente i beni? Perché non ha tirato fuori subito i 2150 milioni acquistando i beni e poi rivendendoli? In fin dei conti S.G.R., si dice, non ha acquistato proprio niente. Il Pubblico Ministero dott. Razzi, nel corso del dibattimento, e precisamente interrogando il prof. Di Brina, ha detto: ma, in fin dei conti, si parla di acquisto di massa e poi, se si va a vedere, in realtà questa massa non è mai stata acquistata. Questo perché le modalità di vendita di questi beni prevedevano in realtà che S.G.R. pubblicizzasse l'operazione, trovasse gli acquirenti, stipulasse i contratti, e poi FEDERCONSORZI vendesse direttamente, o meglio, trasferisse la titolarità del bene dal suo patrimonio all'acquirente, evitando un passaggio verso S.G.R. che avrebbe comportato soltanto una duplicazione. Apriti cielo! Non si vogliono pagare le tasse! Ma le tasse si pagano sulle operazioni produttive di reddito, un passaggio del bene dalla FEDERCONSORZI alla S.G.R. per essere poi rivenduto da S.G.R. ad un acquirente non avrebbe portato nessun tipo di frutto, e avremmo avuto, quindi, una duplicazione di tasse su di una operazione economicamente unica, questa è la verità. E Di Brina casca dalle nuvole quando gli si parla di una operazione di questo genere; senza ovviamente dare del folle al Pubblico Ministero, che gli fa una obiezione di questo genere, trasformando la sua risposta nell’empireo dei concetti astratti e delle affermazione obiettive, egualmente non riesce a rinunciare all'idea della follia: sarebbe stata una follia pensare che la S.G.R. si intestasse prima direttamente i beni, e poi andasse a fare l'opera di dismissione; i passaggi sarebbero stati due e ci sarebbe stata una duplicazione di costi etc. etc.: S.G.R. faceva da pubblicizzatore della vendita di questo patrimonio, poi chiamava i singoli acquirenti a contrattare direttamente. Sulla base degli atti, né giuridicamente, né tecnicamente, né economicamente, si sarebbe potuto fare diversamente. Questo significa forse che allora S.G.R. non ha tirato fuori una lira? Questo significa forse che in realtà il denaro è stato versato da coloro che acquistavano i beni? No. Non si dimentichi che S.G.R., nel momento in cui stipula il contratto, assume l'obbligazione di pagare alle scadenze le sue rate, indipendentemente dal fatto che fosse riuscita prima a vendere i beni o no; se fosse riuscita a vendere i beni, ovviamente con quel denaro poteva far fronte alla singola scadenza, ma se i beni fossero rimasti invenduti, alla scadenza S.G.R. avrebbe dovuto tirare fuori il denaro di tasca propria. Quindi non ci si venga a dire che S.G.R non ha acquistato, che l'acquisto non è avvenuto in massa e che tutto è stato una turlupinatura in danno dei creditori.

L'ultimo punto sul quale mi permetto di richiamare la vostra attenzione è una affermazione del Procuratore Generale - ho incominciato con lui, e lo si consideri un gesto di affetto e di considerazione, quindi, con lui concludo. Il Procuratore Generale in udienza ha definito fallimentare la gestione della S.G.R. perché nell'estate del 2001 vi erano ancora circa 1900 creditori per un ammontare complessivo del passivo di 4150 miliardi, il che significa che il concordato non ha raggiunto i suoi obiettivi etc. etc.. Il Procuratore Generale su questo è caduto in una svista, e cioè non ha considerato che se nel 2001 risulta ancora registrata la presenza di 1900 creditori è solo perché le percentuali di credito che sono state effettivamente erogate dal punto di vista bilancistico sono calcolate semplicemente come acconti, e quindi si potrà poi procedere alla chiusura del discorso quando la procedura sarà finita. Quindi non è che ci sono 1900 creditori che stanno lì a bocca aperta e che attendono di essere sfamati; in realtà loro hanno ricevuto i loro acconti, ma dal punto di vista bilancistico così vanno appostati.

Io, signor Presidente e signori della Corte, credo di aver concluso. Potrei dirvi tante cose, potrei ritornare, per esempio, sulle testimonianze dei consulenti Gaspari e Salvidio, che hanno compiuto tutte le valutazioni per conto della S.G.R. etc., ma sento di non poter abusare della vostra pazienza, e poi ovviamente tutti oramai siamo nell'attesa dell'intervento di Francesco Vassalli, il quale certamente da par suo completerà, sanerà e colmerà le molte lacune del mio discorso.

Mi sia consentito soltanto dire, signor Presidente e signori della Corte, nell'accomiatarvi da voi, che poche volte ho vissuto con tanta passione una causa come questa. Conoscere l'imputato qualche volta può essere uno svantaggio perché ci si immedesima troppo nella sua sorte, qualche altra volta può essere un motivo di incitamento a dare tutto se stesso; questo avviene quando, sapendo di difendere un galantuomo, o, se volete, dei galantuomini - perché ci consideriamo poi tutti quanti tali in un Collegio, e il Presidente Greco, che ho conosciuto quando presiedeva il Tribunale dei Ministri, ho visto quale Magistrato fosse - si ritiene che questi galantuomini siano stati vittime di una ingiustizia; allora ancora di più cresce la passione difensiva e la forza, la volontà, la tensione di trasfondere nel Collegio giudicante le proprie convinzioni sulla innocenza del proprio assistito. Io spero di essere riuscito a convincere la Corte della ingiustizia profonda di questa sentenza e penso che la Corte restituirà a tutti noi, agli imputati per primi, ma anche a noi che siamo i loro difensori, i loro amici, quella serenità di cui la Giustizia deve essere dispensatrice. Chiedo perciò la riforma della sentenza e l'assoluzione del prof. Capaldo con la formula: "il fatto non sussiste".

 

L'udienza è sospesa alle ore 13.15, ed è aggiornata alle ore 15.30.

*****

L'udienza riprende alle ore 15.35, alla presenza delle parti.

 

AVV. Francesco VASSALLI (Difesa Capaldo): Eccellentissimo Presidente, Eccellenze della Corte, questa mattina c'è stato l'intervento del prof. Coppi che è stato talmente ampio, documentato, con riferimenti alla materia processuale talmente puntuali che il mio compito risulta fortemente minore. Peraltro, questo processo mi ha visto protagonista fin dal principio, come alcuni di loro sanno, e l'ho seguito, quindi, dall'inizio, e l'ho seguito con particolare calore.

Voglio chiarire innanzitutto che questa sentenza, che io ho dovuto leggere, naturalmente, perché poi ho dovuto impugnarla, è stata per me fonte di forte sorpresa. Forte sorpresa per quale ragione? Perché questo processo è un processo documentale, cioè è un processo che si è svolto sulla base di una serie di atti, tutti documentati, tutti conosciuti, ed attraverso una valutazione, da parte degli organi che via via parteciparono alla formazione degli atti, assolutamente trasparente. Poi tornerò su questo aspetto, per cercare di giustificarlo. Invece, la sentenza non è una sentenza che esamina il fatto così come è stato rappresentato, non è una sentenza che decide sulla validità o meno della soluzione alla crisi dell'impresa FEDERCONSORZI e sull'opportunità o meno della vendita, e della vendita in quel modo e con quelle modalità che abbiamo visto e vedremo. E' una sentenza che dalla prova che emerge sui fatti, invece, ricava degli indizi, cioè trasforma un processo di prova documentale in un processo indiziario, ed attraverso l'analisi di alcuni di questi elementi di prova riduce il processo ad un processo indiziario di congetture, di illazioni, senza arrivare ad una definitiva, certa, censura dell'operazione quale è stata. Sembra un po' azzardato dire questo, ma ci arriveremo e cercherò di dimostrarlo.

Voglio cominciare la mia discussione anch'io dalla confutazione di due aspetti fondamentali proprio per la sentenza, almeno uno dei due, che il Procuratore Generale di udienza ha ritenuto di porre a base della sua discussione e della sua richiesta di conferma della sentenza impugnata. Il primo di questi elementi è costituito dalla necessità vitale, dalla necessità possiamo dire naturale, che l'impresa FEDERCONSORZI sopravvivesse. Nelle pagine del Pubblico Ministero, nelle pagine della trascrizione e nella discussione alla quale ho assistito, si è espresso più volte questo convincimento: la FEDERCONSORZI era un'impresa, era un valore per la società italiana e doveva comunque sopravvivere, e si era adottata - questa la conseguenza immediata che si traeva da questa valutazione positiva della FEDERCONSORZI - la procedura di concordato preventivo proprio perché era l'unica delle procedure concorsuali... c'è anche l'amministrazione controllata, come sappiamo, ed oggi l'amministrazione straordinaria, ma comunque all'epoca era l'unica delle procedure concorsuali in grado di consentire la sopravvivenza di questa impresa. Invece, si è adottata, sì, la procedura di concordato, ma si è adottata una procedura di concordato che non ha lasciato sopravvivere l'impresa, mentre invece vi era una possibilità; e comunque, anche se vi fossero state scarse possibilità, si sarebbero dovute ricercare in tutti i modi le possibilità di lasciar sopravvivere questa impresa. E questo è il primo punto, che io voglio contestare sotto i due profili.

Il secondo punto, sempre profondamente, direi convintamente, sostenuto dal Procuratore Generale - e questo, più che il primo, fatto proprio anche dalla sentenza impugnata - riguarda questa vicenda della liquidazione della società, cioè la vicenda connessa alla famosa istanza 27 maggio 1992, con la quale i commissari avevano chiesto al Tribunale Fallimentare se il loro convincimento circa la non necessità che la società, in quanto già posta in procedura di concordato preventivo, dovesse o non dovesse, avendo perduto l'intero capitale sociale, fare ricorso anche, oltre la domanda di concordato preventivo già proposta, alla liquidazione volontaria, su questo aspetto si è insistito, e si è insistito da parte del Procuratore Generale, stigmatizzando il "disinteresse" del giudice al quale quella istanza era pervenuta, e dall'altro assumendo che, se quella istanza fosse stata valutata, se quella istanza fosse stata ritenuta non fondata, e cioè se fosse stato ritenuto necessario convocare l'assemblea e deliberare la messa in liquidazione della società, le cose sarebbero andate diversamente. Allora, da questo aspetto si è voluto trarre motivo di convincimenti ulteriori, ma non meglio precisati. E allora dobbiamo andare a vedere quali sarebbero state le conseguenze se quella istanza fosse stata appunto ritenuta fondata, e quindi se la società avesse dovuto mettersi in liquidazione volontaria. Perché non si può lasciare appeso un discorso, bisogna vedere fino a qual punto quali diverse conseguenze, quali diverse possibilità si sarebbero verificate.

Allora torno al primo aspetto, che riguarda, ripeto, la necessità che la FEDERCONSORZI sopravvivesse, cioè che questa vecchia, antica, istituzione italiana dovesse sopravvivere. Non capisco bene per quale ragione, cioè i tempi cambiano, e in questo campo sono cambiati in maniera spaventosa, eclatante direi, perché tutta la materia di interesse della FEDERCONSORZI, cioè la materia dell'agricoltura, è mutata profondamente ed è mutata per ragioni storiche e per ragioni legislative, comunitarie. Cioè, la FEDERCONSORZI era nata quando, ad esempio, esistevano delle provvidenze per l'agricoltura di un certo tipo, che poi sono risultate vietate. Cioè, tutto il complesso della FEDERCONSORZI e il modo con cui ha operato sono il frutto di una realtà che esisteva soltanto nell'epoca in cui sorse e che continuò ad esistere per parecchi anni, ma che poi è cessata, perché sono mutate le legislazioni, perché sono mutate le condizioni di mercato, perché sono mutati i presupposti sui quali questa società cooperativa, la FEDIT, aveva potuto svolgere la sua attività e aveva potuto svolgerla in quel modo. Quindi questa esigenza vitale di mantenere in vita la FEDERCONSORZI come tale per la sua struttura, io non l'ho capita e non la condivido.

E qui vengo alla difesa del prof. Capaldo su un punto che concerne proprio questo aspetto, cioè concerne il tentativo effettuato dal prof. Capaldo: quando fu consultato dalla FEDERCONSORZI nel 1988, che versava già in grave crisi finanziaria ed economica, egli esaminò la situazione, valutò che le cose andavano male, e non potevano che andare male e che sarebbero andate sempre peggio. Allora propose la nomina di un nuovo amministratore, propose tutta una serie di accorgimenti per cercare di contenere questa crisi. Noi sappiamo, perché c'è tutto quanto negli atti, è stato approfondito questo tema, che tuttavia non si riuscì in questo tentativo. Non so se non si riuscì perché i consigli dati da Capaldo fossero stati disattesi o non seguiti, o seppure anche i consigli del prof. Capaldo non potevano bastare, proprio perché si era verificata una situazione generale intorno alla materia tale da non potersi comunque cercare di trovare una soluzione extragiudiziale, extraconcorsuale della sua crisi. Di fatto non accadde nulla, o accadde poco, e la FEDERCONSORZI continuò ad accumulare perdite, e continuò anche in quella politica malaccorta di gestione tradizionale, secondo il proprio costume, che aveva seguito.

Allora voglio dire questo: ammesso che la FEDERCONSORZI dovesse comunque, seguendo la tesi del Procuratore Generale, essere salvata, non vorrei che si pensasse che..., esisteva certamente un problema di occupazione molto rilevante nella FEDERCONSORZI, ma non si può sempre ritenere che l'impresa debba essere salvata perché ci sono delle persone occupate, ci sono tanti altri congegni normativi che servono per la sistemazione - e sappiamo che anche in questo caso sono stati utilizzati - degli occupati in altre attività. Cioè, l'impresa è una realtà che deve vivere con le proprie forze, con le proprie capacità, e se queste capacità vengono prese dall'esterno, o perché il sistema bancario favorisce, attraverso il proprio credito, in quanto pensa che lo Stato possa intervenire sempre a ripianare le perdite accumulate, o si pensa addirittura che lo Stato possa finanziare nella sostanza questo organismo, ma questo non era più possibile, e forse è giusto che non sia più possibile, non lo so. Comunque, di fatto, è un dato sicuramente tale all'epoca.

Quindi, sopravvivenza a tutti i costi della FEDERCONSORZI, no, direi che questo deve essere escluso, e deve essere escluso proprio perché i fatti sono andati in maniera diversa. Cioè, i fatti sono quelli che portano alla decisione di Goria di commissariare la FEDERCONSORZI. Che vuol dire per un Ministro del Tesoro, che vigila sulle società cooperative, commissariare? E perché e che vuole dire nominare degli ispettori prima del commissariamento quando si ritiene di volere commissariare? E che vuol dire nominare degli ispettori prima del commissariamento, quando si ritiene di voler commissariare? Perché la questione di fronte alla quale Goria si trovava era o commissariare, come aveva deciso di fare, o nominare degli ispettori, come gli aveva suggerito Capaldo (questo risulta tutto quanto dalle carte), che controllassero e verificassero dove stavano i punti, i difetti e correggessero questi difetti, per poi restituire la società alla sua normale vita, anche se, ripeto, il mio giudizio non è in questo senso, comunque è una valutazione che potrete fare verificando in concreto almeno la vita dell'ultimo decennio della FEDERCONSORZI in rapporto all'evoluzione normativa e di sistema economico anche in Italia.

Comunque si arrivò al commissariamento, non fu seguito il consiglio del prof. Capaldo, e si arrivò al commissariamento molto rapidamente, direi quasi, da parte di Goria, senza ascoltare i consigli né di Capaldo né di altre persone che ritenevano che non fosse opportuno commissariare la FEDERCONSORZI, perché il commissariamento significava nominare dei nuovi organi pubblici capaci, persone in grado di affrontare questo problema, e quindi riteneva di attribuire tutte le colpe di questa situazione complessa, di dissesto, di indebitamento, di gestione malaccorta, al fenomeno della gestione. Certamente una componente della caduta della FEDERCONSORZI, del degrado in cui essa cadde è dipeso da questa gestione non corretta, non capace, ma certamente non assorbiva, questa incapacità gestionale, i problemi reali di diseconomia della FEDERCONSORZI.

Comunque, Goria commissariò la FEDERCONSORZI nell'illusione che questi commissari riuscissero con le loro capacità - persone di cui lui aveva piena fiducia - a compiere il miracolo, cioè risanare la FEDERCONSORZI e restituirla poi agli organi ordinari. Quanto durò questo tentativo, questa illusione? Durò un mese e mezzo, quindi pochissimo tempo. Quando mai si nominano dei commissari e i commissari in un mese e mezzo si rendono conto che non possono fare niente? E questo prova, almeno ritengo che provi, o comunque in qualche modo testimoni la circostanza che ho prima indicato, della diseconomia funzionale della FEDERCONSORZI e della irreversibilità di questa situazione. Un mese e mezzo, i commissari presentano la domanda di concordato preventivo.

E qui veniamo al secondo argomento, cioè all'argomento che dice: ma perché non ci si è domandati se c'erano altre soluzioni, altre soluzioni diverse dalla domanda di concordato preventivo, che parimenti riuscissero a soddisfare i creditori, perché questo è necessario quando c'è un'esigenza di soddisfacimento dei creditori che non fanno più credito, ma chiedono soltanto da riscuoterlo, e questa era la situazione che si era venuta a verificare, e si era venuta a verificare proprio per effetto del commissariamento - quindi anche un errore tattico di Goria a quell'epoca - proprio in relazione a questo, dicevo, i commissari fecero la domanda di concordato preventivo. Quali erano le alternative di una società che versa in stato di insolvenza e che quindi ha per legge la necessità di essere sottoposta ad una procedura concorsuale? Questo tema, che è un tema fondamentale per l'accusa e per la difesa, non è affrontato. Cioè il Tribunale, se leggete la sentenza, lascia sempre in sospeso quale sarebbe stata la soluzione alternativa migliore di quella che fu adottata. Adesso parlo soltanto del concordato preventivo, cioè della scelta della procedura, non parlo delle modalità, che costituiscono il nucleo del preciso. Però il Tribunale si preoccupa tanto di indicare questo aspetto, sempre per quel concetto che dicevo all'inizio, perché da certi fatti provati vuole trarre motivo di illazioni su fatti non provati.

E allora che cosa accade? Quali sono le procedure concorsuali alle quali la FEDERCONSORZI aveva diritto di accedere? Dobbiamo vederlo. L'amministrazione controllata? Sì. La liquidazione coatta amministrativa? Sì. Il fallimento? Sì. Dico la liquidazione coatta amministrativa e il fallimento sì, perché questa è una di quelle società rispetto alle quali, in base alla legge, sappiamo che esiste il criterio dell'applicabilità dell'una o dell'altra procedura e dell'adozione del criterio di prevenzione; cioè, quando viene scelta una strada, quella viene applicata e si ha, appunto, la procedura relativa.

Allora ci dobbiamo chiedere, da un punto di vista astratto, ma ce lo dobbiamo chiedere: posto che la società si trovava in condizioni di dissesto, e di dissesto irreversibile, l'amministrazione controllata la dobbiamo escludere, perché non prevede una situazione di dissesto irreversibile, ma prevede invece una situazione di dissesto reversibile, cioè prevede la possibilità di risanare l'impresa nei due anni che la legge concede per farlo, con tutta la disciplina che serve a consentire che questo si tenti, che questo tentativo si faccia. Quindi rimanevano il fallimento e la liquidazione coatta amministrativa.

Torniamo al discorso dell'istanza di liquidazione e cerchiamo di vedere che valenza poteva avere questa istanza di liquidazione. Supponiamo che Greco fosse stato competente - perché non si capisce perché è stata rivolta quella istanza a Greco, io non l'ho capito - a dire: questa società che io ho da pochi mesi posto in procedura di concordato preventivo, nel senso che ho ammesso il debitore FEDERCONSORZI alla procedura e poi mi riservo di vedere se ci sono tutti i presupposti per l'omologazione; posta questa circostanza, mi viene proposta una domanda, o mi viene prospettato - perché è più esatto dire questo - un problema squisitamente giuridico, che è questo: una società già sottoposta a una procedura concorsuale, quale essa sia, nella specie il concordato preventivo, quando si verifica che il capitale è integralmente perduto (cioè un fenomeno che è strettamente di diritto societario, strettamente riferito ai problemi della società, e in particolare delle società per azioni, ma in questo caso anche delle società cooperative), è necessario prendere dei provvedimenti sul capitale. E sappiamo quali sono: la riduzione, se è integralmente perduto, e la contestuale ricostituzione del capitale, oppure lo scioglimento della società, scioglimento volontario, a quel punto. Questo pseudo-problema - perché è uno pseudo-problema non solo per chi di queste cose si occupa e si intende e ha studiato, ma anche per la logica comune, la logica elementare - doveva essere risolto in senso negativo. Tutti lo dicono, tutti, gli esperti e i non esperti; lo dicono Cigliana e Locatelli, che non sono degli esperti, ma lo dice anche Gambino, che è un esperto. Cioè è uno pseudo-problema, la società non aveva nessun bisogno di mettersi in liquidazione volontaria, visto che era stata dichiarata già insolvente e che per l'effetto era stata decisa l'ammissione al suo concordato preventivo.

Che cosa vogliono dire i giudici di primo grado? Che cosa vogliono desumere? Non lo dicono, non dicono la rilevanza di questo preteso - poi vedremo che anche in punto di fatto è tutto molto discutibile - disinteresse del dott. Greco a questa istanza. Non lo dicono. Ma noi dobbiamo pensare a questo, dobbiamo pensare che, se la società avesse, come si poteva ritenere che dovesse essere, provveduto alla liquidazione volontaria, e quindi avesse dovuto azzerare il capitale sociale, avrebbe potuto avere di fronte a sé le alternative proprie, tipiche, di questa operazione: innanzitutto, ricostituire questo capitale, e questo lo dobbiamo assolutamente negare, il capitale non poteva essere ricostituire dai soci della FEDERCONSORZI, che sappiamo chi erano, erano quei consorzi agrari che non erano in condizione, loro, di sopravvivere, e abbiamo visto quale ne è stata la sorte. Allora, le altre alternative: lo scioglimento volontario della società, e quindi un'attività di liquidazione del patrimonio in via volontaria. Ma c'era già una liquidazione dello stesso patrimonio in via coattiva, cioè in via di concordato preventivo al quale la società era stata ammessa. Questo dimostra, per altro aspetto e per altro verso, che si trattava di una domanda ridicola, di un'istanza da non considerare.

Vi era poi una terza via, ed è questa quella che insinua - mi pare che insinui soltanto - il giudice relatore della sentenza di primo grado: essendosi provveduto per la FEDERCONSORZI a sciogliere la società per l'effetto dell’azzeramento del capitale, si dovesse passare ad una procedura di liquidazione coatta amministrativa che avrebbe dovuto passare avanti alla procedura di concordato preventivo già riconosciuta dal Tribunale. Cioè, si sarebbe dovuto cambiare procedura. C'era una procedura di concordato preventivo, ma, essendosi messa in liquidazione la società, ed essendo la società tra quelle soggette a liquidazione coatta amministrativa, o in alternativa a fallimento, si dovesse applicare la liquidazione amministrativa; cioè, il Ministro avrebbe dovuto, una volta accertata l'esistenza dell'effettivo scioglimento volontario della FEDERCONSORZI avrebbe dovuto applicare la procedura di liquidazione coatta amministrativa.

Io non voglio contestare questo aspetto, perché non considero possibile questo, perché sappiamo e lo abbiamo letto nel parere del prof. D'Alessandro, che è stato poi recepito ed acquisito agli atti..., anche quello, mi permetto di dire, è un parere molto ben fatto, ma anche quello era sostanzialmente inutile, per le ragioni che ho indicato. Non era come i pareri di Carbonetti, che infatti non erano pareri, ma erano appunti; era un parere approfondito, dotto, che concludeva in questo senso, nel senso ovvio, però, nel senso che, siccome già c'era già una procedura scelta, che è una procedura "di conservazione" dell'impresa - perché poi dovremmo tornare a quel discorso della necessità della conservazione dell'impresa - ma che comunque è una procedura che i creditori in genere giudicano migliore del fallimento o della liquidazione coatta amministrativa, che sono la stessa cosa dal punto di vista strutturale e delle vendite, della liquidazione del patrimonio; quando questa procedura vi era già stata, ed era stata ammessa la società a questa procedura, non c'era nessuna ragione al mondo che mai avrebbe potuto consentire al Ministro..., il quale tra l'altro aveva proprio lui approvato la domanda di concordato preventivo, aveva lui invitato, essendovi sollecitato, i commissari a presentare la domanda di concordato preventivo, e l'assemblea della società aveva ratificato la domanda di concordato preventivo, tutti questi soggetti avrebbero dovuto cambiare le carte in tavola, cambiare il sistema, perché vi sarebbe stato un vincolo normativo di adottare una procedura, la liquidazione coatta amministrativa, che sostanzialmente è uguale al fallimento, o molto simile, per neutralizzare quella procedura di concordato che era vista con favore sin dal principio da tutto il ceto creditorio. Però questo è un sintomo dell'inconcludenza della sentenza, dell'inconcludenza fin dall'inizio.

Ma dobbiamo andare avanti, e dobbiamo andare proprio a considerare l'operazione. Di questa ha parlato ampiamente il prof. Coppi, e in particolare ha illustrato egregiamente il congegno di questa operazione. Ancora una parentesi brevissima: il Tribunale non affronta mai di petto la questione. Se notate, in quelle 240 pagine non si prende mai di petto la questione, cioè non si affronta la questione; si fanno delle allusioni, si fanno delle critiche a singoli momenti per dedurne il sospetto che certe cose siano state fatte per certe ragioni. Questa è la sentenza, è tutta così. Invece questa è una causa, ripeto, in cui non c'è niente da esplorare o da intuire o da capire, se non quello che è accaduto, e che lo si capisce una volta che... certo, si tratta di problemi complicati, complessi, ma che, una volta capiti, poi sembrano semplicissimi, almeno a noi. Il Tribunale non affronta questa questione, che è fondamentale. Mi sono domandato, leggendo la sentenza e rileggendola, se il Tribunale avesse colto o non avesse colto l'essenza dell'operazione. Era un'operazione economica, era un'operazione speculativa o era un'operazione solidaristica? Queste sono le tre possibili alternative. Era ad un tempo un'operazione economica ed un'operazione solidaristica, non era un'operazione speculativa. Ve lo ha spiegato ampiamente il prof. Coppi, e noi presenteremo dei fogli di lumi brevi, ma in cui questi concetti sono rappresentati; come sempre, lo scritto consente di rappresentare le cose in maniera chiara rispetto a una discussione orale, che è sempre un po' sbrodolata, almeno le mie.

I punti fondamentali dell'operazione S.G.R. sono dati da tre circostanze: la prima, la costituzione di un organismo al quale sono destinati a partecipare tutti i creditori; la seconda, la costituzione dello stesso organismo, il quale offre alla procedura di pagare un prezzo per il tutto, cioè tutto l'attivo lo acquista la S.G.R. pagando un prezzo; la terza, lo studio approfondito dei meccanismi attraverso i quali si può raggiungere un principio di assoluta parità di trattamento tra tutti i creditori.

Sul primo punto: società aperta a tutti i creditori e soltanto, attenzione, composta dai creditori. Chi sono i soggetti tutelati in una procedura concorsuale? Sono i creditori. Adesso non devo fare citazioni, non devo dire niente su questo punto, parlo a persone di assoluta competenza, anche specifica. Quindi sono i creditori i soggetti protetti dalle procedure concorsuali, e sono i creditori prima, molto prima, che altri interessi possano essere comunque governati o tutelati dalla legislazione propria delle procedure concorsuali, perché ve ne sono di questi altri interessi, vi è l'interesse dell'occupazione, è sempre stato valutato ed è stato pure sopravvalutato, si è andati contro, delle volte, si è forzata la legge per venire incontro a queste nobili esigenze; però sono interessi che vengono considerati, ma vengono dopo l'interesse dei creditori, e così anche la conservazione dei valori produttivi, l'impresa intesa come produttività, come capacità produttive. Anche questo valore viene riconosciuto, e viene riconosciuto tutelabile quanto meno dalle procedure concorsuali. In questo caso sappiamo e vedremo che non c'era assolutamente questa possibilità, perché non c'era più la produttività. Però c'era l'occupazione; si trattava di vedere se la tutela dell'occupazione fosse compatibile con l'interesse primario, che era la tutela dei creditori, e si giudicò che non era compatibile, cioè che era necessario liquidare attraverso una procedura di concordato preventivo il patrimonio integrale della FEDERCONSORZI. Infatti l'istanza presentata di commissari governativi era un'istanza di concordato con cessione dei beni ai creditori. Sappiamo che esistono due specie di concordato: il concordato dilatorio, che è a garanzia, cioè il concordato con il quale si pagano i creditori in una percentuale ridotta, si garantiscono i pagamenti di questi crediti, si differisce nel tempo la soluzione relativa. Il concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori è in realtà, pur essendo un concordato preventivo, una procedura radicalmente diversa, come dice sempre la dottrina, la giurisprudenza e la legge.

Il concordato preventivo con cessione di beni ai creditori, che fu la strada scelta dai commissari governativi come l'unica possibile, è in sostanza una liquidazione privata, o para-privata o para-pubblica, come preferite (e anche su questo dovrò dire qualche parola); cioè è una liquidazione fatta da soggetti privati nell'interesse di soggetti privati, tuttavia controllata dall'attività giudiziaria durante tutto il suo svolgimento. Non soltanto controllata, ma all'inizio anche con le indicazioni delle modalità di liquidazione che questo liquidatore soggetto privato, mandatario dei creditori, nell'interesse degli stessi, dovrà porre in essere. Allora, società aperta a tutti i creditori.

Perché si concepì questa soluzione? Che cosa si aveva di mira nel momento in cui si concepì questo tipo di soluzione, cioè di prevedere che l'acquisto che si andava a prospettare al Tribunale dell'intero attivo della FEDERCONSORZI dovesse essere formulato da una società alla quale potessero aderire tutti i creditori? E' ovvio: questo risponde, obbedisce alla preoccupazione solidaristica di chi ebbe quell'idea e di chi portò avanti il progetto, perché tutti i creditori potevano partecipare e quindi tutti i creditori, con parità assoluta tra di loro di diritti, e quindi di ricavi da questi diritti per l'effetto della realizzazione dei medesimi, si trovavano nelle condizioni di ricevere quella parte corrispondente alla percentuale del rispettivo credito. In che modo? Attraverso i ritardi ordinari della procedura di concordato preventivo. La società S.G.R., alla quale partecipavano tutti i creditori... poi sappiamo che vi ha partecipato solo il 70% dei creditori e il 30% è rimasto fuori, ma voglio soltanto prospettare la questione dal punto di vista dell'idea perché l'idea concepiva, anzi desiderava, anzi anelava alla partecipazione di tutti quanti i creditori. Allora, tutti quanti i creditori sarebbero stati pagati nella stessa misura dai riparti che sarebbero avvenuti via via che la S.G.R. avesse corrisposto le tre rate di prezzo a fronte dell'attivo che veniva a ricevere in contropartita. Questa era l'idea.

Quindi, questo primo aspetto è esaminato dal Tribunale, questo aspetto che è fondamentale? Non è esaminato, non è esaminato. Se voi andate a vedere la sentenza, non è esaminato come va esaminato, con la coscienza, con l'approfondimento con il quale deve essere esaminato.

Secondo aspetto: vi dicevo che il secondo aspetto è il pagamento di un prezzo, la S.G.R. - la società che si andrà a costituire, alla quale potranno aderire tutti i creditori e si vuole che aderiscano tutti i creditori - deve corrispondere un prezzo, perché questo prezzo rappresenta ciò che i creditori riceveranno; cioè quei creditori che partecipano a S.G.R. riceveranno la distribuzione del ricavato dalla vendita dell'intero complesso ad una società da loro costituita. Questa non è una follia, è una cosa normale.

Questo prezzo viene determinato. I criteri in base a cui viene determinato e la scelta di questo prezzo rappresentano il presupposto della nostra condanna, perché poi sempre lì si torna, sì torna al divario del prezzo rispetto alla... Purtroppo questo è un tema che è stato esplorato tante volte, su cui ci si è concentrati al massimo nel dibattimento di primo grado, sono venuti un'infinità di esperti, sono venuti tecnici, ma l'idea originaria del Consigliere Razzi è rimasta vincente. Il Consigliere Razzi ritenne che questo divario fosse talmente forte che alla fine il Tribunale se ne convinse e poi, praticamente, disse che questo divario era tale da favorire gli aderenti alla S.G.R. rispetto agli altri creditori.

Una brevissima parentesi: questa è una bancarotta fraudolenta per dissipazione, cioè è una bancarotta fraudolenta il cui danno, derivante dalla bancarotta fraudolenta, dovrebbe danneggiare in pari misura tutti i creditori. Cioè ciascuno in relazione alla propria percentuale di credito - siccome si abbassa la garanzia, perché viene sottratta, viene dissipata - tutti questi creditori dovrebbero essere danneggiati in pari misura; invece qui ci troveremmo in un'ipotesi in cui alcuni creditori, quelli che partecipano a S.G.R. vengono danneggiati in un certo modo e in una certa misura, e quelli che non partecipano alla S.G.R. vengono danneggiati in un certo modo, in un'altra misura. Questa è un fenomeno strano, singolare. Comunque questo è affidato a quelle note brevi che vi presenterò.

Dicevo, la scelta del prezzo: sul prezzo dovrò tornare brevemente, anche se è stato ampiamente chiarito dai difensori che mi hanno preceduto, e quindi non ho bisogno di tornarvi. Però non si può, come ha fatto la sentenza impugnata, valutare il prezzo esclusivamente sulla base delle stime, oltre tutto arrivando a dire: guarda caso, quelle stime le ha fatte fare lo stesso Presidente del Tribunale che poi accetterà supinamente una proposta che dimezza quel che nelle stime era rappresentato.

E poi ancora: le stime fatte dal commissario giudiziale Picardi, che hanno abbassato notevolmente quel prezzo, ma che sono sempre superiori a quelle del prezzo formulato e proposto da S.G.R., debbono essere valutate dal Tribunale, e vengono valutate dal Tribunale, come la pietra miliare. Ora, è proprio il modo, il criterio di approccio che secondo me è profondamente sbagliato, perché si compara una stima, cioè una valutazione di un certo bene, con il prezzo a cui quel bene verrà venduto sul mercato. Questo può essere vero, ma può non essere vero, e non si può fondare una sentenza di condanna su un'affermazione la quale dà per scontato che il valore di stima sia quello che si conseguirà per effetto della vendita del bene o della realizzazione del bene. Non è possibile, non è concepibile, non è giuridicamente ammissibile. Cioè, si mettono in comparazione due fattori tra di loro assolutamente non omogenei, perché ispirati a criteri completamente diversi: uno, il prezzo di vendita, è là, si è determinato, si è avuto, si è conseguito; l'altro, il valore di stima, è una previsione di ciò che si conseguirà.

Quindi, detto questo, il Tribunale avrebbe dovuto chiedersi: che succede? Quando io ho un valore di stima pari a 100 e poi il prezzo mi dà 30, 20, il Tribunale non sapeva in quel momento che il prezzo avrebbe dato 20, 30 etc etc., però doveva chiedersi: quale sarà il presumibile prezzo a fronte di questo valore di stima? E qui aveva un'infinità non solo di studi, di studi statistici, di studi economici, di elementi concreti per arrivare ad una ridimensionamento di quei valori di stima quando si doveva calcolare quanto avrebbero realizzato in punto di prezzo, e non ha attinto a nessuno di questi elementi. Non dico che non ha attinto neanche citando i nostri consulenti Bertini, Lacchini, Salvidio, poverino, che ha lavorato in una maniera impressionante, Gaspari; ma non è questo, cioè non sono le nostre voci, le voci di parte, ma sono i dati statistici, i dati di comune esperienza, i dati sulla base dei quali, per i tempi che occorrono per la realizzazione effettiva, reale, sul mercato, che possono essere anche lunghissimi e per i costi che nel frattempo si producono, quel che si realizza è sempre molto meno di quanto viene previsto con le stime. Ed è molto meno, statisticamente si dice addirittura - questo per le procedure concorsuali, cioè per il fallimento - che si paga ordinariamente il 20% medio dei crediti nei fallimento, e nei concordati preventivi tra il 40% e poco di più.

Un'altra cosa: nei concordati preventivi con cessione dei beni ai creditori, addirittura c'è una norma che dice: il concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori non si risolve, cioè non può essere risolto per inadempimento, perché la risoluzione del concordato è un istituto che conosciamo, è possibile, e si risolve per inadempimento. Mentre il concordato a garanzia si risolve quando la garanzia che ho promesso di prestare non la presto, oppure quando non pago il debito o lo pago in misura inferiore a quello che avevo pattuito, e si risolve, il concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori (per questo dicevo che anche la legge distingue queste fattispecie) non si risolve quando non si raggiunga quella percentuale del 40%; il problema del raggiungimento della percentuale non è motivo di risoluzione del concordato. Cioè, se i creditori hanno accettato questa proposta di avere tutti i beni per sbrigarsi ad ottenere il loro soddisfacimento in tempi brevi attraverso la liquidazione dei beni da parte del liquidatore, non importa che quella percentuale - che pure deve essere valutata in principio dal Tribunale come eventualmente possibile conseguire il 40% dei crediti chirografari - sia effettivamente realizzata. Poi c'è una giurisprudenza che effettivamente dice: se però è irrisoria, cioè se si pagano i creditori con le vendite del liquidatore in misura irrisoria, è un motivo di risoluzione ma è irrisoria. Poi qui sappiamo come sono andate le cose: con questi 2.150 miliardi sappiamo che i creditori chirografari hanno raggiunto percentuali intorno ai 40% e debbono ancora ricevere qualche cosa; i creditori privilegiati naturalmente sono stati pagati per intero, così come la legge prescrive. Quindi diciamo che sul prezzo anche questa proposta è una proposta che è reputata conveniente e che è reputata da chi la effettua ragionevole.

Il terzo punto è il controllo preventivo - l'organizzazione preventiva da parte dei fondatori della S.G.R., o comunque di chi promuove l'idea e di chi poi l'accoglie - che la parità di trattamento sia sempre rispettata...

PRESIDENTE: Questo è un aspetto che è stato chiarito, direi.

AVV. Francesco VASSALLI (Difesa Capaldo): La ringrazio molto di questi suggerimenti di contenimento. Quindi, abbiamo detto che questi erano i presupposti su cui si fondava la proposta Capaldo (chiamiamola così per brevità). Era una proposta che proveniva da un gruppo variegato di soggetti forti, di creditori forti, ma che tuttavia, come dicevo, aspirava a coinvolgere anche tutti gli altri creditori. Su questo punto degli altri creditori il Tribunale ironizza: come si fa? Scusate, ma questo non posso non dirlo, anche se risulta dai motivi di appello. Il Tribunale non può fare ironia sulla serietà del comportamento di S.G.R. in relazione al tentativo di adesione alla società di tutti i creditori. E questa ironia perché nasce? Nasce da una equivoco, perché il Tribunale arriva a dire che il capitale sociale necessario per costituire S.G.R. era un capitale che non tutti si potevano permettere, e invece non è così, perché il capitale era particolarmente basso. Cioè, la società funzionava in questo modo: i soldi per pagare i 2.150 miliardi se ne approvvigionava presso gli istituti bancari, cioè li prendeva a prestito, non ce li metteva lei, quindi non doveva costituire un capitale di particolare rilievo; il capitale era tenuto basso proprio al fine di poter favorire l'ingresso nella S.G.R. anche di creditori di poco conto, di gente che non era in grado di sostenere le spese necessarie per sottoscrivere un capitale sociale.

Conferimento dei crediti: si è spiegato lungamente che il conferimento dei crediti non era possibile, si sono indicate le norme che vietavano il conferimento di crediti, lo ha spiegato lungamente e pazientemente il dott. Maugeri, che è anche citato dalla sentenza impugnata. I creditori minori, quelli piccoli, quelli che non avevano probabilmente neanche le cinque lire necessarie da mettere nel capitale sociale così basso, e tenuto così basso per le ragioni che ho appena spiegato, quelli venivano pagati al 100% da S.G.R., cioè venivano eliminati, e venivano eliminati con soddisfazione certamente loro, ma anche di S.G.R., perché S.G.R. voleva sgomberare il campo, data la quantità di creditori, da problemi minori e secondari quali potevano essere rappresentati da questi piccoli o piccolissimi creditori; e poi concedeva dei favori, pagava il 42% dei creditori di un certo importo superiore, e poi concedeva un termine lunghissimo per l'adesione. Quindi volevo dire che queste condizioni sono state tutte quante rispettate, non soltanto programmate, non soltanto fissate, e fissate come principi inderogabili per S.G.R., non per chi poi dopo andava... Quindi l'operazione era un'operazione destinata esclusivamente al ceto creditorio e destinata a soddisfare il ceto creditorio in tempi ragionevolmente molto più brevi dei tempi necessari per realizzare quell'attivo smisurato dal punto di vista logistico, dal punto di vista dei suoi oggetti, dal punto di vista delle varietà infinite nelle quali si poteva apprezzare. Quell'attivo poteva essere... la De Vitis, quando dice che durava mezzo secolo, non dice una sciocchezza, dice una cosa molto vicina al reale, ma del resto non è la prima volta che assistiamo a fallimenti che durano vent'anni, a procedure concorsuali che durano quindici o vent'anni; pensate alla procedura concorsuale della FEDERCONSORZI. Certo, poi, dura ancora, perché purtroppo nel '96 siamo incorsi in questa avventura. Altrimenti sarebbe completa, sarebbe finita questa procedura concorsuale della FEDERCONSORZI, questo è chiaro; scaduta la terza rata, noi avremmo pagato l'ultima parte del prezzo, e tutto il patrimonio residuo, che dovevamo ancora vendere, perché non eravamo riusciti a venderlo, ce lo tenevamo sul groppone. Cioè il rischio - questo è un altro punto fondamentale dell'operazione S.G.R. - il rischio della tempistica delle vendite se lo prende tutto quanto S.G.R.; ma non si calcola il significato in termini economici dell'assunzione di questo rischio? A prescindere dalle capacità, dalla snellezza della struttura di S.G.R., dalla capacità dei suoi operatori all'interno. Ci sono dei beni nella FEDERCONSORZI - mi riferisco ai beni mobili, immobili e a qualche partecipazione; poi dei crediti dovremo parlare - che probabilmente se li dovrà tenere sempre, non saprà cosa farci, alla fine li dovrà buttare, perché poi un altro fondamentale punto dell'operatività della S.G.R. è che nessuno mai, in nessun momento, degli aderenti alla S.G.R. ha tratto beneficio da singoli beni, né direttamente né indirettamente; sono stati venduti sul mercato al miglior offerente, secondo procedure trasparenti, secondo procedure ineccepibili, come risulta chiaramente - ancora una volta devo tornare su questo tema - da quella relazione della Guardia di Finanza acquisita dalla Commissione parlamentare inquirente, la quale ha, bene per bene, vendita per vendita, effettuato il controllo di come erano stati venduti, a chi erano stati venduti, la validità del prezzo raggiunto in rapporto alla procedura che era stata posta in essere per la singola vendita. Tutto questo il Tribunale..., si trattava di un atto non soltanto non accoglibile, perché c'era quel discorso che la Commissione parlamentare aveva secretato questo atto, non si sa per quale ragione misteriosa, e quindi non poteva prenderlo in considerazione il Tribunale, e rigettò sdegnosamente una nostra istanza di acquisirlo e di sollevare eventualmente un conflitto con la Commissione parlamentare, data l'utilità di quel documento, ma soprattutto perché il Tribunale, come il prof. Coppi ha chiarito stamattina, non ha considerato un organo degno di essere neanche valutato... non voglio dire i risultati del procedimento, ma il modo in cui aveva operato la dialettica tra partiti sempre rivali all'interno della quale aveva operato, lo scrupolo degli accertamenti ivi compiuti, almeno pari a quelli del giudizio penale che in questo caso si è avuto. Ma queste sono cose che il Tribunale non ha voluto neanche considerare perché da un lato non è vincolato e dall'altro, comunque, è sospetta, la Commissione parlamentare. Ne prendiamo atto, però rimane il fatto, cioè che attraverso un organo autonomo, non politico, un organo incaricato, specificamente addetto, specializzato in queste cose, ha fatto questa verifica sulle vendite, sulle transazioni e su tutte le azioni di recupero che S.G.R. ha effettuato nel tempo, l'ha fatta a tutto campo e il ricavato è stato quello che quel che si era guadagnato corrispondeva esattamente - per ogni vendita, o per ogni transazione, o per ogni riscossione - a quello che poi è stato alla fine, tutto considerato, il prezzo pagato da S.G.R., per cui si avrà il pareggio alla fine, avremo il famoso pareggio, cioè S.G.R. uscirà in pareggio. Quindi quell'idea così scandalosa, nella concezione che tutti siamo portati ad avere quando si tratta di innovazioni, e a scandalizzarci e a stupirci, quell'idea alla fine si rivelerà, con tutte le difficoltà, gli intoppi, le problematiche connesse, l'idea giusta, perché se si andrà in pareggio, come si andrà in pareggio, o di poco sopra o di poco sotto, che cosa succederà? Che tutti i creditori hanno avuto la stessa cifra, perché il pareggio di S.G.R. significa che i soci che hanno aderito a S.G.R. sono stati pagati nella stessa misura dei soci che non hanno aderito a S.G.R..

Dicevo: questo aspetto, quindi, relativo al congegno di questa operazione deve essere particolarmente apprezzato, deve essere prima di tutto compreso, poi deve essere particolarmente apprezzato, e conseguentemente deve ritenersi che l'operazione di acquisto in massa di tutti i beni era un'operazione innovativa - perché era la prima volta che la si tentava, non perché fosse vietata dalla legge, era la prima volta che si aveva il coraggio di adottarla, ma si trattava di un'occasione del tutto particolare, per le dimensioni del fenomeno e dell'impresa ad esso relative - ed è un'operazione da giudicare serenamente, in maniera positiva per i soggetti che dovevano essere tutelati e che sono stati tutelati all'interno di questa procedura.

Chiedo scusa, posso interrompere cinque minuti?

PRESIDENTE: Sì, poi quanto ha?

AVV. Francesco VASSALLI (Difesa Capaldo): Un'altra oretta.

PRESIDENTE: Va bene.

 

L'udienza è sospesa alle ore 16.45.

 

L'udienza riprende alle ore 17.00.

 

PRESIDENTE: Possiamo riprendere la discussione. Pregherei l'illustre Avvocato Vassalli, se possibile, di restringere la parte che è stata già sufficientemente arata. Stiamo ascoltando con grandissima attenzione, intendiamoci, ma è una preghiera che rivolgo, tenuto conto che tutti abbiamo molti impegni.

AVV. Francesco VASSALLI (Difesa Capaldo): La ringrazio, Presidente. Vorrei adesso affrettare il tema dei due imputati, della posizione relativa al Prof. Capaldo, che ho l'onore di assistere, e del dott. Greco, Presidente della Sezione fallimentare, perché per quanto queste due posizioni, per la verità, non si incontrino mai, salvo che in due o tre colloqui di fronte a tante altre persone, tuttavia sono concorrenti nello stesso reato. Questo tema è stato trattato lungamente dal prof. Coppi, il problema dell'affermazione implicita, mai esplicita, mai chiarita, mai documentata, mai dimostrata, ma comunque l'affermazione dell'esistenza di un concorso tra i due deriverebbe da un accordo tra i due; questo c'è scritto in una pagina della sentenza che abbiamo poi citato in questa memoria, per cui tutti i documenti saranno puntualmente rintracciabili. C'è scritto che c'è stato un accordo tra i due, non si sa quando. In qualche momento sembrerebbero collocarlo, per certi versi, sin da prima, cioè sin dal momento in cui Capaldo è chiamato da Goria; poi invece sembrerebbe che si rendano conto che questo non era possibile, sembrerebbe realizzato nella fase intermedia, poi nella fase finale. Insomma, un accordo ci sarebbe stato, e questo avrebbe determinato il concorso per il male costituente questi reati, tant'è che poi Capaldo viene contestato a titolo di concorso anche nel reato, prescritto, di abuso in atti d'ufficio che è stato contestato al dott. Greco.

Questo aspetto della posizione dei due indagati, oggi condannati, Capaldo e Greco va affrontato sotto due aspetti: il primo aspetto è quello della plausibilità di questo accordo e di questo concorso e, dal punto di vista giuridico, della sussistenza concreta degli elementi del concorso. Il secondo aspetto, che è più di fatto e che quindi rimetto ad un secondo foglio di lumi che presenterò, ma che comunque dovrò sintetizzare brevemente, riguarda gli elementi che il Tribunale pone a carico dell'uno e a carico dell'altro per convincere della sua tesi, cioè per motivare la sentenza di condanna.

Il primo aspetto: l'elemento della plausibilità in punto di fatto e in punto di diritto di questa intesa. In punto di fatto, la plausibilità di questa intesa: per cercare di affermare questo dato, dobbiamo individuare quanto meno il periodo di tempo in cui si sarebbe raggiunto questo accordo, cioè dobbiamo individuare il momento in cui questo accordo si può essere perfezionato, escluso per le ragioni che ho detto e per le ragioni comunque ovvie di assoluta ignoranza delle persone, non solo della non conoscenza, ma neanche sapeva Capaldo che Greco sarebbe stato il Presidente del Tribunale che sarebbe stato investito della domanda di concordato preventivo, e viceversa Greco non sapeva nulla del prof. Capaldo e dei suoi rapporti saltuari con la FEDERCONSORZI, che abbiamo già descritto; escluso che fosse collocabile questa intesa..., l'intesa deve essere avvenuta quando Capaldo si è presentato con la sua proposta di acquisto da parte della S.G.R..

Ricostruiamo brevemente il contesto in cui avvennero questi incontri e perché avvennero: questi incontri avvennero sempre e soltanto presso la Sezione fallimentare di Roma, ed avvennero per illustrare e spiegare il contenuto della proposta, in un primo momento; in un secondo momento, avvennero però senza la partecipazione di Capaldo, ma soltanto dei suoi avvocati. Io dico delle cose senza citare da dove risultano, chiedo scusa di questo, ma è per brevità, vi assicuro che è così, comunque saranno indicati poi i documenti da cui queste cose risultano. La seconda fase è quella dell'aggiustamento della proposta. La proposta fu formulata in un certo modo, era una proposta ferma, che doveva semplicemente essere oggetto di chiarimenti, di illustrazioni, di facilitazioni alla comprensione da parte del Tribunale che la riceveva.

La seconda fase fu quella della trattativa, possiamo dire, sulle proposte. La prima fase si colloca dal momento in cui la proposta fu avanzata, il famoso 27 maggio del '92 - che era una lettera di intenti, sappiamo - al momento in cui il Tribunale, nel febbraio o marzo del '93, autorizzò con il suo provvedimento la vendita in massa (23 marzo 1993). Questa prima fase si concretizzò in due o tre incontri chiarificatori. Davanti a chi avvennero questi incontri? Avvennero, per la parte Capaldo, alla presenza del prof. Capaldo, del prof. Casella, professore ed avvocato di Milano, esperto del diritto fallimentare e del diritto societario, e dall'altra parte, quella di Greco, sempre del commissario giudiziale Picardi, qualche volta e spesso anche alla presenza - perché ne abbiamo traccia nei documenti e nelle dichiarazioni rese - del prof. Pazzaglia, che era il coadiutore nominato del commissario, e, molte volte di quelle poche volte in cui questi incontri si ebbero, anche di altri giudici della Fallimentare, in particolare dei due giudici addetti alla composizione del collegio che si occupò di questo caso, qualche volta addirittura estesa ad altri giudici che erano incuriositi di capire come questa vicenda evolvesse e che anche il Tribunale, in particolare il Presidente Greco voleva coinvolgere, perché si trattava di una questione di particolare rilevanza, ma anche di particolare interesse giuridico, e quindi era una cosa che culturalmente era interessante e da approfondire a tutti i livelli.

In questi incontri come si poté realizzare l'intesa, quando si trattò semplicemente - e qui ritorno al discorso che ho fatto all'inizio - di illustrare il contenuto di una proposta che era stata resa pubblica, che tutti conoscevano, che tutti apprezzarono ed apprezzano ancora? Cioè, non si capisce in che modo il Tribunale si sogna di dirlo, in che modo questa intesa fraudolenta e di danno per i creditori o per una categoria di creditori e di vantaggio per un'altra categoria di creditori avrebbe potuto realizzarsi, anche perché, ripeto, la S.G.R. era al di là, molto prima che si potesse costituire, perché la società S.G.R. si costituì, con tutta quella struttura dell'ingresso a tutti i creditori, soltanto un anno dopo rispetto a quando iniziarono queste prime prese di contatto, e si realizzò soltanto perché queste prime prese di contatto, come quelle che seguirono, furono tali da convincere il Tribunale che conveniva ai creditori la cessione in massa dei beni, con le modalità che erano state indicate: cioè cessione in massa ad una società che avesse le caratteristiche proprie e le garanzie proprie che la S.G.R. offriva.

La seconda fase, cioè la fase dell'aggiustamento di questo contratto, o dei tentativi di aggiustamento di questo contratto. Tutto questo, la meditazione, lo scrupolo, l'attenzione, l'approfondimento che il Presidente Greco portò in questa vicenda, dal punto di vista sostanziale, processuale e fallimentare, fu ammirevole. Egli non accettò subito, abbiamo già detto queste cose, sono state ampiamente delucidate: la progressione, il pervenimento piano piano, sentiti e valutati i pro e i contro; quindi questa scelta del D'Ercole di aderire alla proposta Casella fu una scelta sofferta, e questo traspare in ogni passo dei provvedimenti relativi. Cioè, non fu una scelta superficiale, fu una scelta sofferta, perché egli si rendeva conto soprattutto di questo divario di prezzo. E di questo si rendeva conto Picardi, e l'ha ripetuto Coppi stamattina, se ne rendeva conto Greco, se ne rendevano conto tutti quanti di questo divario. Si poteva accettare questo divario? Quale era il beneficio - perché si guardava soltanto ed esclusivamente all'interesse dei creditori, questo è il punto, in prima battuta - che i creditori avrebbero avuto quando avrebbero ricevuto e sarebbe stato fra di loro ripartito un prezzo per il tutto, per tutto il patrimonio, pari a 2.150 miliardi, quando questo patrimonio era stato valutato dal commissario giudiziale 9.500 miliardi circa (perché aveva calcolato il prezzo abbattuto delle spese della procedura)? Questo era il problema più grave. Poi ce n'erano altri, che furono tutti presi in considerazione e che risultano nei provvedimenti che via via il Tribunale emise al riguardo. Ma in realtà il punto fondamentale era questo del divario di prezzo, si era capito che il divario di prezzo era ritenuto a prima vista una cosa non..., e quindi si fecero tutti i tentativi anche per aumentare questo prezzo. Sennonché questo prezzo non fu aumentato, questo va a merito di Capaldo, perché Capaldo non poteva aumentare quel prezzo, perché gli offerenti, la S.G.R., intanto non erano disposti a versare una lira di più, cioè il capitale non si sarebbe potuto costituire se non si fossero impegnati per quel prezzo, ma soprattutto perché quel prezzo era stato valutato sulla base dell'esperienza che vi ho citato prima, delle statistiche che vi ho citato prima e degli elementi che venivano da persone qualificate a capire qual è il realizzo dei beni derivanti dalle procedure concorsuali, quali esse siano, e quindi a decurtare il prezzo pagabile in relazione a quello stimato. Quindi il punto di divario fu questo, poi ci furono dei tentativi nella seconda fase, alla quale Capaldo rimase sostanzialmente estraneo perché era una fase tecnica, e anche Greco rimase essenzialmente estraneo a quella fase, cioè la fase dell'aggiustamento dell'atto quadro. Cioè, prima che l'atto quadro fosse definitivamente approvato nei termini in cui fu approvato, le parti stavano l'una contro l'altra: una parte tentava di spuntare qualche cosa di più e una parte cercava di tenere ferma la proposta che aveva fatto, questo è il discorso, e c'è il contrario dell'accordo e dell'intesa. Si dice: ma l'intesa poteva essere clandestina; ma ci sono cose che non si possono dire in un processo che è fatto di carte, che è fatto di documenti, in cui tutto è trasparente perché è documentato o è testimoniato, nei casi in cui la prova testimoniale è stata acquisita. Quindi diciamo che questo era l'aspetto.

Gli aggiustamenti, cioè la seconda fase, la fase che va fino al provvedimento del marzo del '93 - e poi anche dopo, perché c'è il provvedimento che autorizza la vendita dell'atto quadro - questa fase, in definitiva, come ha ricordato il prof. Coppi stamattina, non toccò mai il punto del prezzo. Il punto del prezzo era 2.150 miliardi, toccò una serie di altri aspetti non secondari ai quali pure il Tribunale ritenne di dover dare una certa importanza, e in particolare il commissario giudiziale Picardi. E questi punti sono stati tutti quanti accolti, in definitiva, dalla S.G.R., come risulterà documentato. In particolare, poi, fu accolto il tema fondamentale, cioè il tema dell'occupazione, che era uno degli argomenti, non il principale, che la legislazione anche oggi ritiene di dover rispettare e tutelare in qualche modo all'interno delle procedure concorsuali. Sull'occupazione S.G.R. affrontò il problema, se ne fece carico, con tutto quello che abbiamo scritto e detto, assumendo 70 dipendenti ex FEDERCONSORZI e poi favorendo in vario modo, e con vari benefici gli altri lavoratori. Quindi direi che non si può rinvenire in nessuna di queste due fasi - la prima perché è contraddetta dai tempi in cui si svolse, la seconda perché contraddetta dalla realtà ad essa pertinente - che vi fosse la possibilità di un'intesa clandestina tra Capaldo e Greco. Erano in posizioni contrapposte che tentavano di venirsi incontro, per certi aspetti, e alla fine si raggiunse un accordo, un accordo che sappiamo fu applaudito dall'intero mondo economico e dal mondo sindacale. Ricordo un episodio: Greco fu denunziato perché ritardava la vendita in massa, perché si occupava appunto di cercare di conseguire - non lui, ma il commissario giudiziale Picardi e per l'effetto lui, perché lui era il gestore della procedura dal punto di vista della rappresentazione esterna, era il giudice delegato della procedura, e quindi era il responsabile di tutto quello che accadeva nella procedura - fu denunziato dalle organizzazioni sindacali perché tardava il compimento di quella vendita in massa alla S.G.R. a quel prezzo che tutti conoscevano e che tutti apprezzavano. Io non lo so, di che processo stiamo parlando? Questa è la realtà. Proprio per questo fatto, in seguito a questa denuncia, ha chiesto di potersi astenere, e gli è stata ovviamente negata questa possibilità. Quindi, di che cosa stiamo parlando? Parliamo di sciocchezzuole. Adesso ci arriviamo a queste sciocchezzuole, cioè agli elementi di carico nei confronti di Greco e di Capaldo, indicati nella sentenza.

Quindi questa intesa è assolutamente inconcepibile e comunque non è un'intesa, ammesso che ci sia stata, nel senso che si è raggiunto un accordo poi, alla fine, perché si è fatto il contratto; cioè l'accordo c'è, ma è l'accordo contrattuale, l'accordo negoziale tra la procedura e la società che vuole acquistare, ma si tratta di un accordo perfettamente lecito per le ragioni che abbiamo già ampiamente detto, e anzi è un accordo che ha carattere essenzialmente solidaristico, tutela tutti i creditori e li tutela in maniera paritetica.

Sempre a proposito di questo discorso sull'accordo, tuttavia io debbo introdurre brevemente, anzi per due minuti, rapidamente, un tema che abbiamo trattato ampiamente nei motivi di ricorso, ma che mi sembra fondamentale; anzi, due temi. Il primo concerne - perché questo è un elemento che il Tribunale pone a carico di Greco, "un elemento che desta forti perplessità", mi pare che si dica una frase di questo genere; poi è sempre così, se ci fate caso, il Tribunale [dice]: "questo sconcerta, questo desta forti perplessità", ma come si fa a motivare una sentenza in questo modo? Non lo so, non mi è mai capitato, o raramente - dicevo, riguarda un problema tecnico-giuridico fondamentale, che in questa causa si presenta con una certa evidenza, il problema che poi attiene al concorso, perché noi sappiamo che qui c'è la necessità di un soggetto intraneus. E' un vecchio problema: è un reato proprio, è un reato di bancarotta fraudolenta, deve essere commesso da soggetti "qualificati", cioè muniti di una qualifica. Quindi sono, nel caso di specie, l'imprenditore individuale, gli amministratori, i sindaci, i liquidatori di società commerciali e queste belle cose, i direttori generali, gli amministratori di fatto. Qui non c'era, e non c'è, perché oggi il cosiddetto intraneus che la sentenza ha ravvisato nel prof. D'Ercole è stato assolto. E' stato assolto in base ad argomenti accettabili per la sua posizione personale, ma nello specifico accettabili perché tutti dovevano essere assolti. Non si capisce in che modo e attraverso quali elucubrazioni si è ritenuto di sottrarre D'Ercole alle sue responsabilità, se responsabilità vi fossero, che non vi sono. Egli ha sottoscritto l'atto quadro, non è un imbecille, non è un incapace, è un professore universitario; quindi, sottoscrivendo l'atto quadro, ha posto in essere l'atto dispositivo, cioè l'atto proprio di chi pone in essere la condotta di un reato di bancarotta, perché il reato di bancarotta patrimoniale è sempre un atto dispositivo: io distraggo, dissipo, occulto; sull'occultamento si potrebbe discutere se è un atto dispositivo, lo è materialmente, non lo è giuridicamente, ma comunque è un atto dispositivo; io, quando compio un atto di bancarotta, dispongo. E chi dispose dei beni della FEDERCONSORZI? Ne dispose D'Ercole, non ne dispose Capaldo, che riceveva i beni, con tutte quelle specificazioni, ma comunque che comprava..., non Capaldo, cioè la S.G.R. che andava a comprare i beni, né Greco, che disponeva in conformità della proposta dal Tribunale accertata, relativa all'acquisto. Ne disponeva consapevolmente D'Ercole, appunto, sottoscrivendo come parte fondamentale di venditore, di liquidatore venditore, a S.G.R. compratore.

Abbiamo detto che D'Ercole è stato assolto, ed è stato assolto perché è arrivato tardi, perché non aveva capito niente; non ho capito niente io di quello che risulta, in definitiva delle ragioni che stanno alla base dell’assoluzione di D'Ercole nel contesto abnorme e distorto di questa pronuncia di primo grado. Comunque è stato assolto.

Rimangono due soggetti estranei a questo reato, che possono rispondere di questo reato soltanto in quanto concorrono con un intraneus, ma l'intraneus non c'è più. Quindi non si riesce a vedere come possano rispondere soltanto i concorrenti, quando l'intraneus è stato [assolto]. Allora si è detto: forse l'intraneus è stato indotto in errore, e in questo caso, essendo stato indotto in errore da Greco o da Capaldo, perché non avrebbe capito, sarebbe arrivato troppo tardi, o dal Ministro addirittura, che lo aveva autorizzato a sottoscrivere l'atto quadro, o viceversa, perché il Ministro aveva autorizzato per quello che D'Ercole gli aveva riferito... fantasie e sciocchezze - chiedo scusa per la mancanza di rispetto - che in qualche circostanza vengono adombrate nella stessa sentenza. In ogni caso, questo reato è un reato di bancarotta fraudolenta senza autore. Ma questo è uno solo degli aspetti, all'altro aspetto fondamentale Coppi faceva riferimento stamattina, richiamando la criminalità organizzata e richiamando quindi le regole di legge piegate dalla giurisprudenza per esigenze nobili di persecuzione della criminalità organizzata. Ma, dico, Capaldo, o meglio, S.G.R., o costituenda S.G.R., che cosa fece in questa vicenda dal punto di vista giuridico? Che cosa fece? Che cosa abbiamo rintracciato che abbia fatto, oltre che fare una proposta ed andarla a spiegare, e andarla poi a trattare, non lui ma i suoi collaboratori? Una proposta contrattuale può legare un soggetto al concorso di un soggetto che accetta questa proposta? E' una cosa inverosimile, non solo perché ripugna all'uomo della strada pensare che uno che fa una proposta... lasciamo perdere il contenuto di questa proposta, il carattere magnifico di questa proposta, il carattere solidaristico di questa proposta, qualunque proposta, anche la più indegna, anche la più fraudolenta, qualunque proposta, qualunque offerta, qualunque richiesta, qualunque istanza, c'è un soggetto che la deve accettare; e basta fare una proposta, un'istanza, per ritenermi concorrente nel reato di chi questa istanza ha valutato ed accettato consapevolmente? Questo non è possibile, lo nega costantemente la giurisprudenza, e ne citiamo moltissima a proposito dei reati contro la Pubblica Amministrazione, di cui fra l'altro Capaldo è stato chiamato a rispondere, perché è stato prescritto, ma comunque ne deve rispondere del concorso nell'abuso di Greco. Quando si fa una domanda di concessione edilizia e la concessione edilizia viene concessa illegittimamente, chi ha fatto la domanda di concessione edilizia non è che risponde per il fatto che ha fatto la domanda, se non ha fatto qualcosa di ulteriore, di diverso, se non ha cambiato le carte in tavola, non ha fatto apparire dei presupposti che in realtà, cioè non ha compiuto degli atti idonei a determinare surrettiziamente il concorrente a provvedere in conformità di ciò che egli aveva richiesto. Ma qui non c'è nulla, anzi qui c'è la trasparenza totale, il dirti quello che io sono disposto a fare e quello che non sono disposto a fare; questo è il tema. E come si fa a dire che Capaldo concorre nel preteso reato di D'Ercole, il quale, indotto da Greco, avrebbe firmato l'atto quadro? Quindi questo è un aspetto secondo me decisivo per escludere la responsabilità del prof. Capaldo sotto questo profilo, oltre ai tanti, e secondo me più importanti, perché la causa non è questa, la causa è quell'altra, quella che abbiamo tentato di fare, cioè la serietà, la bontà, la validità economica e solidaristica del piano Capaldo. Veniamo quindi adesso agli elementi di accusa, cioè agli elementi che la sentenza indica come non di carico, non le prove, non c'è mai un'indicazione di una prova in questo processo, eppure è un processo tutto quanto fondato, ripeto, sulla prova documentale; i fatti emergono nella loro più chiara trasparenza dal primo all'ultimo momento. Eppure se ne è voluto fare un processo indiziario, cioè si è voluto ricostruire dai fatti e dalle prove degli elementi di sospetto. Infatti ecco l'elenco degli atti che vengono ascritti all'uno e all'altro imputato, cioè a Greco e a Capaldo.

Innanzitutto, per Capaldo. Per Capaldo in realtà sono tre gli elementi che si indicano, non di più, e sono: il rapporto antico con Goria, nel quale si vuole vedere, contro, questa volta, la prova testimoniale, ed anche documentale in parte, si vuole vedere il disegno addirittura di avere indotto o di avere comunque consigliato Goria a commissariare la FEDERCONSORZI. Questo dice il Tribunale, ma, attenzione, non lo dice come si deve dire una cosa, come io dico adesso questa cosa,; lo intradice, lo dice in un modo subdolo. Perché? Perché ha la deposizione Pellizzoni, ha la deposizione Sguazzi, ha la deposizione Lobianco, che dicono esattamente il contrario, e quindi arriva praticamente a dire: sì, però Capaldo c'era sempre nella FEDERCONSORZI; prende a prestito una sciocchezza di un sindaco che aveva detto: non si muove foglia che Capaldo non voglia; prende a prestito di qua e di là per costruire l'illazione - perché così la chiamo - e comunque l'indizio di ciò che invece risulta provato. Quindi da elementi di fatto provati si ricavano indizi che vorrebbero provare l'opposto degli elementi di fatto provati; questa, purtroppo, è la tragedia di questo processo, in tutti i passi della sentenza.

Io non torno su quelle deposizioni, non analizzo quelle deposizioni, non ho neanche la forza né la tenacia del prof. Coppi, che questa mattina ha citato punto per punto quello che è stato oggetto delle deposizioni utili ai fini di questo processo, ai fini della difesa, perché sono tutte indicate, e quindi confido molto nell'attenzione di questa Corte e nella lettura dei nostri atti, mentre un po' meno confido nella pazienza, non perché non sia una Corte pazientissima, ma perché il tempo è quello che è, ed anche la noia dell'eloquio, e del mio eloquio in particolare...

Questo è il primo elemento, un elemento assolutamente insignificante e non vero. Il secondo elemento a carico di Capaldo è di avere offerto il prezzo di 2.150 miliardi e di essere stato irremovibile su quel prezzo, e questo è risolto dal perché il prezzo fu indicato in quel modo, dal contesto generale, del quale ho già parlato, e quindi è un problema sul quale non devo tornare. Il terzo elemento che può riguardare il prof. Capaldo è soltanto quello relativo alla... ce ne sono due soli, solo questi due io trovo, forse me ne sarò scordati, ma effettivamente mi pare che siano soltanto questi due elementi.

Scusate, mi sono un momento confuso; dovevo completare il discorso di D'Ercole. D'Ercole abbiamo detto che è commissario liquidatore e come tale dispone; cioè, lì c'è un equivoco che è rappresentato dalla circostanza che secondo il Tribunale è ancora una volta sorprendente che Greco aveva stabilito che il commissario governativo, che in quel periodo era D'Ercole, fosse anche nominato commissario liquidatore. Il commissario governativo chi è? E' il debitore, perché il commissario governativo è il rappresentante della FEDERCONSORZI all'interno della procedura, quindi è il debitore. Il commissario liquidatore, o meglio, il liquidatore dei beni ceduti per effetto di una sentenza di omologazione di un concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori è D'Ercole, e la coincidenza di queste due cariche risulterebbe incompatibile per il diritto. Questo è un problema che si è posto, effettivamente, secondo me senza alcuna giustificazione, e che è stato risolto infatti dalla giurisprudenza prevalente nel senso della perfetta conciliabilità delle due cariche. Perché? Perché il concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori, che appunto contempla la necessità di nominare un liquidatore che provveda a compiere materialmente gli atti di disposizione patrimoniale intesi alla realizzazione delle liquidazione dei beni, questo soggetto è un soggetto che ha la figura del mandatario dei creditori ma anche del debitore. Cioè, egli fa l'interesse dei creditori, nel senso che liquida per dare poi alla procedura ciò che ha ricavato dalle liquidazioni e perché poi la procedura - in particolare il commissario giudiziale, nella specie Picardi - distribuisca secondo i principi della ripartizione dell'attivo. Tuttavia rappresenta anche il debitore, perché il debitore è un soggetto interessato nei casi in cui questo interesse poi effettivamente risulti, e cioè risulti la possibilità che attraverso le cessioni dei beni si realizzi un tot che consenta anche al debitore di rientrare di una parte di quello che vi era. Questo nel caso di specie non è avvenuto, e non era possibile che avvenisse; tuttavia non c'era nessun problema conflittuale tra l'assunzione del commissario governativo e contemporaneamente della carica di commissario liquidatore, o meglio, di liquidatore dei beni ceduti, perché questo era compatibile, non vi era una ragione ostativa o di incompatibilità o di conflitto tra queste due posizioni.

Allora, quale fu la ragione? Fu una ragione economica, di risparmio; cioè si disse: siccome lo può fare benissimo anche il debitore, cioè il compito del liquidatore può essere assolto dal commissario governativo D'Ercole, gli facciamo fare anche il liquidatore, così risparmiamo. Questo è il discorso, praticamente.

Questa circostanza ha reso possibile, purtroppo, un equivoco materiale: l'atto quadro è firmato, come loro considereranno, cioè l'atto dispositivo, è firmato da D'Ercole nella qualità di commissario governativo, ma in realtà D'Ercole con l'atto quadro compiva l'atto dispositivo di liquidazione del patrimonio derivante dalla cessione dei beni ai creditori. E, allora, attraverso il compimento di questo atto egli non poteva che compiere, e compì, un atto di liquidazione del patrimonio, e quindi agiva non già nella veste di commissario governativo debitore, il quale aveva perso il potere di disporre di questi beni, perché il potere di disporre di questi beni era stato trasferito per effetto della sentenza di omologazione al commissario liquidatore, il quale soltanto in quel momento e da quel momento aveva il potere di disporre dei beni, o meglio di liquidarli. Da questo equivoco è nata la circostanza che D'Ercole ha agito come commissario non governativo, ma come commissario liquidatore.

Quindi ne è scaturita un'ulteriore conseguenza, che è gravissima dal punto di vista dell'impostazione giuridica di questa causa, nella prospettazione subordinata, iper subordinata, che si debba andare su queste questioni giuridiche - perché le questioni sono ben altre, come ha spiegato il prof. Coppi - e cioè il fatto che questo reato di bancarotta, attenzione, che sarebbe stato commesso dal D'Ercole, sarebbe stato commesso dal D'Ercole nella sua qualità di liquidatore dei beni in una procedura di concordato preventivo, perché egli disponeva di quei beni soltanto in quanto era stato nominato liquidatore di quella procedura. Chi ha il potere di disposizione dei beni di un patrimonio di una società assoggettata alla procedura di concordato preventivo il cui concordato preventivo sia stato omologato? Soltanto ed esclusivamente non il debitore, quindi non il commissario governativo di (parola incomprensibile) debitore, non può più disporre, è privato della disponibilità dei beni, questa è passata ai creditori, e i creditori hanno dovuto nominare - o meglio, per loro conto il Tribunale ha dovuto nominare - un liquidatore, e questo è l'unico soggetto che può disporre dei beni, perché è l'unico soggetto che può liquidare questi beni. E allora il commissario liquidatore, soggetto privato, soggetto mandatario dei creditori, e in parte anche del debitore per quelle piccole ragioni che abbiamo detto, ma essenzialmente chi opera nell'interesse nei creditori può considerarsi il soggetto proprio del reato di bancarotta? No, è assolutamente impossibile, è la legge che dice di no; e cioè i soggetti della bancarotta sono soltanto i soggetti che gestiscono un'impresa: l'imprenditore, gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori   di una società  commerciale, quindi soggetti che si riferiscono tutti quanti all'esercizio di un'impresa commerciale. Il liquidatore dei beni ceduti, ancorché riferiti ad una impresa commerciale precedente ma ormai liquidata o in via di liquidazione per effetto di  provvedimento definitivo di omologazione del concordato preventivo,  è un soggetto che non può avere le caratteristiche proprie del dell'autore del reato di bancarotta, perché non è un amministratore di società. Ed infatti la sentenza si industria per pagine e pagine a dire che il commissario governativo, che aveva disposto, secondo lei, perché questo risultava dal contratto, dall'atto quadro, o per altre ragioni, per non aver capito bene come funzionava questo meccanismo... si industria a dire che in definitiva è la stessa cosa, cioè il commissario governativo è equivalente dal punto di vista dei poteri all'amministratore di una società, e quindi è il soggetto proprio per equivalenza etc. Noi sappiamo che questo discorso intanto violerebbe il principio di analogia, e poi è stato oggetto addirittura di una legislazione recente che ha modificato la materia societaria e che ha introdotto questa equiparazione che prima non c'era; tutte cose che non ci interessano perché sappiamo che chi ha agito era il liquidatore e soltanto il liquidatore, e che il liquidatore non è mai equiparabile all'amministratore di una società o a un sindaco di una società o a un liquidatore di una società, perché altro è liquidare una società, altro è  liquidare un patrimonio in forza di una sentenza che ha detto che si deve liquidare il patrimonio, e per liquidare il patrimonio,  si liquida l'attivo, mentre il liquidatore di una società svolge una attività  molto diversa, molto più ricca, molto più complessa. Non liquida l'attivo il liquidatore di una società, prima di tutto  raccoglie il passivo, fa tutte le attività che caratterizzano i liquidatori delle società;  c'è una posizione neanche avvicinabile, non analoga,  ma comunque non invocherebbe mai l'analogia in questo caso; la invoca in quanto dice:  è un soggetto equivalente all'amministratore, perché non è poi per niente vero quello che dice il Tribunale su questa equivalenza. Comunque sono tutte cose su cui non posso insistere ulteriormente. Voglio dire soltanto questo punto che è decisivo: non poteva esserci una bancarotta fraudolenta, per dissipazione, per distrazione, per quello che è,  per effetto del compimento di un atto dispositivo che poteva compiere soltanto il liquidatore dei beni ceduti. Chi è il liquidatore dei beni ceduti? E il liquidatore dei beni ceduti che ruba o vende male non risponde per il fatto che non è amministratore e quindi etc.? Ma come non risponde? Risponde di appropriazione indebita, risponde di reati, quando si ritiene, come da alcuni si ritiene, che sia un pubblico ufficiale, dei reati propri del pubblico ufficiale in danno dei beni che deve amministrare e dei soggetti  titolari di questi beni, ma non risponde mai di bancarotta fraudolenta. La bancarotta fraudolenta è un reato proprio, ed è  proprio perché si riferisce esclusivamente ad una categoria particolare di soggetti e di fattispecie che sono quelle proprie delle società, Questa è una fattispecie che riguarda la liquidazione di un patrimonio che è appartenuto ad una società, ma che non è più tale perché adesso appartiene ai creditori di quella società. Appartiene,  non che è diventato di proprietà dei creditori;  sono questioni giuridiche sottili,  ma comunque che ormai è di competenza dei soli creditori perché dalla liquidazione di questo patrimonio dovranno vedersi distribuire il ricavato, questo è. Scusatemi, mi ero scordato di completare questo discorso perché io non sono abituato a parlare così a lungo.

Torno agli indizi. Di indizi contro Capaldo non ne riesco a vedere altri oltre quelli che avevo individuato; comunque, se mi verranno in mente, li indicherò ulteriormente.

Invece ci sono tanti indizi nei confronti del prof. Greco; questi indizi però sono tutti quanti sconcertanti -  questa volta questa espressione la devo usare io.  "Nel marzo 1992 Greco è disposto a ritardare l'omologa fino ad ottobre in attesa della cordata": questa è una frase che troviamo nella sentenza e che non trova alcun aggancio, alcuna giustificazione, e che, anzi, sembra smentita da Cigliana nella deposizione resa al dibattimento, dove dice: prima di tutto il 27 maggio la proposta Capaldo è stata presentata a nostra insaputa direttamente al Tribunale e noi non ne sapevamo niente. Ora, qui si dice: nel marzo '92 Greco è disposto a ritardare l'omologa fino ad ottobre. Nel marzo '92 chi ci dice, da dove il Tribunale ha  ricavato che la proposta Capaldo in qualche modo fosse in via di gestazione? Viene presentata a maggio del '92 per la prima volta, e abbiamo visto la considerazione che di questa proposta, o meglio, di questa lettera di intenti, il Tribunale  ha avuto nella sentenza di omologazione, giudicandola soltanto come una delle possibili eventualità di liquidazione, prendendola in esame ma sommariamente e per quello che in quel momento ne poteva conoscere. Che c'entra che ha ritardato? E` una cosa assolutamente inverosimile e inconcepibile. Ancora una cosa sul ritardo, cioè sui tempi che Greco avrebbe allungato. Debbo farle queste riflessioni anche se competono alla Difesa di Greco, perché denuncio con queste notazioni la debolezza della sentenza, la fragilità della sentenza. Non difendo Capaldo, che non c'entra niente con questi atti,  che neanche sa quello che Greco fa, in quei momenti addirittura neanche conosce Greco, e poi non sa quello che fa, non ha ragione di sapere altro che se verrà accettata o non accettata  la sua proposta. "La nomina di Carbonetti consente di far slittare  le conclusioni della commissione di esperti nominati per esaminare i bilanci della FEDERCONSORZI. Il rischio è che una valutazione negativa dei bilanci possa costituire un ostacolo alla omologazione del concordato. La richiesta di integrare la commissione proviene da Picardi", quindi,  intanto, è una cosa che riguarda Picardi, è Picardi  che dice: bisogna mettere Carbonetti in questa commissione per l'accertamento dei bilanci. Ma poi che vuol dire questo? Cioè è sempre il problema che ho detto prima: se il concordato non fosse stato omologato, che cosa sarebbe accaduto? Che la società sarebbe stata dichiarata fallita, quindi l'unica conseguenza possibile era il fallimento della società, e il Procuratore Generale vuole che la società viva. Ebbene, la conseguenza è questa: il fallimento della società, dove i creditori della FEDERCONSORZI, oggi, in sede fallimentare,  probabilmente non avrebbero avuto una lira ancora, e poi avrebbero avuto il 5%, 10%, dieci anni dopo. Un po' li conosco i fallimenti, conosco queste vicende; certo, sono affermazioni gratuite, nel senso che non sono documentate, però mi credano. Non riesco comunque a comprendere la valenza probatoria di questi elementi. Greco si oppone alla  vendita dei beni della FEDERCONSORZI prima dell'omologazione del concordato preventivo: questo è un tema che è stato trattato e sviscerato, è un tema fondamentale di questa causa a nostro favore. Il Tribunale ne ha tratto motivi di sospetto - sempre sospetto - perché c'erano dei beni che dovevano essere veduti e che, se non venivano venduti nell'immediatezza, o comunque in tempi rapidi, si sarebbero deprezzati, e soprattutto perché i beni comunque dovevano essere venduti e venduti secondo i così detti progetti o piani di disinvestimento, o meglio, di cessione, formulati da Piovano e prima di Cigliana, da Gambino e da Locatelli. Dovevano essere venduti questi beni. Quando dovevano essere venduti e da chi dovevano essere venduti? Questo è un concordato preventivo con cessioni dei beni ai creditori, in cui il liquidatore vende i beni, e il liquidatore bisogna nominarlo, e lo si nomina  con la sentenza che omologa il concordato. Prima dell'omologazione del concordato è vietato dalla legge, e dall'interpretazione che si dà della legge, vendere beni; non può nessuno, né il giudice, né il commissario giudiziale, né quel fantomatico personaggio che dovrebbe sostituire in anticipo le funzioni del liquidatore, né il debitore concordatario, quindi la FEDERCONSORZI come commissario governativo, può vendere alcunché, salvo il caso del deperimento, salvo casi eccezionali. E in questo modo Greco si comportò, e si comportò in questo modo forzando addirittura, inventando addirittura la legge, perché nominò un comitato di creditori provvisorio, che si nomina successivamente, di regola, con la sentenza di omologazione, perché soltanto con la sentenza di omologazione sorgono le problematiche  relative alle autorizzazioni necessarie del comitato dei creditori alle singole vendite o alle vendite in blocco, nominò  anticipatamente proprio perché si rendeva conto che ci potevano essere dei beni per cui era necessario che fossero venduti in via anticipata per ragioni di convenienza immediata, il bestiame per esempio, ma anche delle partecipazioni significative il cui prezzo rischiava di scendere precipitosamente, e quindi vendere, vendere subito,   ma soltanto dove c'è un pericolo che questo vada a detrimento dei creditori. Ma questo è l'unico limite. E poi c'è una ragione fondamentale di questa disciplina; stiamo parlando di leggi, del nostro Stato, non si possono ignorare le leggi, e mi sembra che le si ignorino comunque si dimostri, attraverso pronunce di questo genere, che le si ignorino o che le si pretermettano.  Ma qual è la differenza delle vendite se c'è un fallimento e delle vendite se c'è un concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori? Sono differenze abissali perché sono differenze di disciplina: la vendita fallimentare è una vendita esecutiva, di quelle che chiamiamo "vendite esecutive", cioè le vendite che purtroppo ancora si svolgono con la candela accesa, con  i ribassi d'asta, con tutta quella problematica che conosciamo. Le vendite che invece sono fatte dal liquidatore all'interno di una procedura di liquidazione a seguito di omologazione di sentenza di concordato preventivo con cessione dei  beni sono delle vendite privatistiche, cioè fatte in regime privatistico; hanno qualche vincolo, come per esempio l'effetto purgativo dell'ipoteca, qualche vincolo lo hanno,  come anche quelle fatte in altre procedure, ma tuttavia sono assoggettate ad un regime di libertà nella determinazione del soggetto che va a comprare,  nella scelta del soggetto che va a comprare, nel come la licitazione si deve svolgere, cioè sono vendite molto più libere, molto più svincolate, di natura sostanzialmente privatistica e soggette alla disciplina della vendita di diritto civile sostanzialmente, e  non alla disciplina diversa della vendita giudiziale, della vendita esecutiva. Quindi, questo è l'abisso che separa le due forme di vendita. E allora, se la società, per qualsiasi ragione, non fosse stato omologato il concordato preventivo, e avrebbe subito il fallimento perché era l'unica conseguenza possibile dopo la caducazione del concordato preventivo, ebbene, si sarebbero venduti dei beni secondo una procedura che invece era quella che si doveva imporre per il caso di fallimento, si sarebbero creati proprio delle mostruosità giuridiche, questo è il dato. Quindi come si può arrivare a dire che non c'è differenza, che le vendite si fanno tutte quante etc.? Non lo si dice, ma si pretermette di affrontare questo argomento senza rendersi conto dell'importanza di esso.

Sottrazione dell'istanza 27.5.92: è la famosa istanza della quale ho già parlato, è un fatto che viene addebitato al dott. Greco, ho detto dell'inconsistenza del problema che quella istanza presentava, per cui non mi soffermo oltre. Comunque su questi temi, ripeto, presenterò una nota perché sono punti che sono secondo me molto importanti, da chiarire, proprio perché non ci vogliamo nascondere dietro niente, vogliamo toccare ogni aspetto della sentenza e vogliamo dimostrare, e confidiamo di dimostrare, l'assoluta ingiustificatezza di questa pronunzia.

 Mancata ricerca di altri acquirenti: un tema già trattato, dirò solo due parole. Mancata ricerca di altri acquirenti addebitata a Greco, agli organi della procedura, non a Capaldo; Capaldo non poteva andare a cercare altri acquirenti rispetto alla sua proposta. Ma che cosa vuol dire il Tribunale quando afferma questo? Vuol dire che non era nota la proposta, che bisognava far conoscere che un soggetto aveva proposto di acquistare a 2150 miliardi il patrimonio della FEDERCONSORZI? La notorietà di questa proposta con le caratteristiche sue intrinseche, cioè con tutto quello che conteneva, e con le condizioni anche che conteneva, fu resa pubblica - come è stato  ricordato, e poi Gambino intervenne e fece quella intervista -subito dopo la presentazione dell'offerta della lettera di intenti, cioè nel maggio del '92, e l'autorizzazione a vendere in massa alla S.G.R. avviene nel marzo del '93, quindi passano 8 mesi nei quali sulla stampa, in certi momenti con particolare intensità, in altri momenti forse si erano scocciati  di parlarne e ne parlavano di meno, ma comunque periodicamente comparivano notizie - stampa italiana ed estera, anche se si dice:  perché non avete cercato all'estero? - che puntualmente riferivano. Allora si doveva fare un'asta, si doveva fare una ricerca ulteriore? Non era comparso nessuno, erano scomparsi addirittura quelli che avevano cercato di  speculare all'inizio facendo delle offerte etc. - parlo della prima fase, di Roveraro e compagni: si erano dileguati. Perché? Temevano? Che cosa temevano? Che ragione c'era, quando poi la preoccupazione costante e nobile del dott. Greco era quella di contenere i costi? Ebbene, in questo caso sicuramente significava contenere i costi se non si dava luogo ad una attivazione frenetica di ricerca di altri possibili acquirenti. Poi questa non è soltanto deduzione di carattere logico, sono tutte circostanze che sono documentate dalle dichiarazioni che soggetti qualificati all'epoca fecero; per esempio Pazzaglia dice proprio questo, conferma quello che vi ho detto; anche, mi pare, uno degli altri Giudici su questo punto. Comunque sono cose precise che indicheremo con precisione in questa nota di critica a questi pretesi addebiti sparsi qua e là che la sentenza porta contro il dott. Greco.

Poi c'è il discorso dell'atto quadro e del divario che nell'atto quadro si sarebbe avuto rispetto alla proposta. Ricordo quanto detto prima circa la necessità di adeguare la proposta alle esigenze delle parti, e in particolare alle indicazioni fornite dalla parte procedura, e in particolare dal commissario Picardi, alla S.G.R. e ai suoi rappresentanti. Nell'ambito di queste proposte di adeguamento, di perfezionamento nell'interesse di FEDERCONSORZI, ad un certo punto, direi dopo l'atto che autorizzava la definitiva assegnazione, cioè l'accettazione della proposta, cioè l'atto dell'agosto del '93, con il quale definitivamente si diceva: si venda ad S.G.R., viene fatto l'atto quadro, e nell'atto quadro risultano due difformità rispetto a quello che era previsto in precedenza: una di segno negativo ed una di segno positivo per entrambe le parti. Questo è un tema trattato diffusamente dalla sentenza perché  gli attribuisce non si capisce bene quale rilevanza, comunque se ne è occupata diffusamente.  Quello di segno positivo per la procedura è il fatto che la S.G.R. aveva rinunziato alla garanzia relativa ai crediti, cioè al così detto nomen verum; è una cosa importantissima, una concessione fondamentale per la procedura, perché non doveva garantire che quei crediti che andava a vendere erano effettivamente tali, quindi era una liberazione per la procedura, ed era un peso significativo, ma accettato, perché nella concezione del programma per cui in fondo, in definitiva, questo contava poco, accettato dalla S.G.R., la quale sapeva che questi crediti valevano zero o poco più di zero, già lo sapeva, e per questo aveva offerto il prezzo basso, basso per modo di dire.  Dall'altro lato S.G.R. invece guadagnava qualche cosa, nel senso che veniva inclusa come oggetto della vendita una parte di beni che non era stata considerata nella relazione particolareggiata alla quale faceva riferimento la vendita del patrimonio S.G.R.. Alla fine del 1991 il prof. Picardi fece una relazione particolareggiata indicando tutti i beni che avrebbe poi costituito oggetto di vendita alla S.G.R.; tra questi beni non ve ne  erano alcuni. Questi beni ulteriori vengono inclusi, e quindi vengono portati a "beneficio" della S.G.R., e quindi è la contropartita alla rinunzia al nomen verum. Però poi abbiamo fatto un’indagine dibattimentale e abbiamo accertato qual era il valore di questi beni residui e inseriti all'ultimo momento  nell'atto quadro, e abbiamo verificato che si trattava di marchi scaduti, e abbiamo valutato il valore di questi beni in una misura risibile...

CONSIGLIERE RELATORE, DOTT. ROTUNNO: 30 miliardi, Avvocato, così dicono i testi, riferisco quello che dicono i testi.

Avv. Francesco VASSALLI (Difesa Capaldo): D'accordo, comunque una misura certamente non significava in considerazione di questi rapporti, di questi problemi.

Ora, su questo divario, su questa diversificazione dell'ultima ora dell'atto quadro, su questo cambiamento repentino, improvviso e ingiustificato dell'atto quadro, si è voluto costruire qualche cosa a carico di Greco, il quale tra l'altro su questi argomenti non è per nulla entrato; era Picardi, erano gli esecutori che svolgevano una attività a riguardo. Quindi non si riesce a vedere l'aggancio logico con l'imputazione fatta contro Greco. Poi non capisco che senso ha attribuire a Capaldo elementi di carico in ragione di questa evenienza; questa è una contrattazione avvenuta all'ultimo momento, della quale Capaldo forse non fu neanche informato, e comunque che riguardava il momento esecutivo, il momento dell'elaborazione dell'atto quadro. Ma poi c'è un discorso sull'Agrifactoring da fare, perché anche questo è stato sfruttato in senso a noi non favorevole dalla sentenza, cioè si dice sulla storia della liquidazione: ma l'Agrifactoring si era posto lo stesso problema, perché anche l'Agrifactoring era una società in concordato preventivo e rispetto alla quale vi era stata anche la liquidazione volontaria. Ma lì il discorso era l'opposto, cioè non era una società che prima era stata ammessa alla procedura di concordato preventivo e poi ha provveduto a liquidarsi volontariamente, perché questo non era necessario e non sarebbe stato fatto neanche per l'Agrifactoring, abbiamo detto le ragioni di questo. Ma è il contrario, cioè l'Agrifactoring si era messa in liquazione e poi aveva fatto la domanda di concordato preventivo, per cui non si capisce perché il Tribunale adduca questo elemento come una sorta di contraddizione, oltretutto addebitata al prof. D’Alessandro e al suo parere nel momento in cui lo sente e gli contesta la diversità di opinione espressa in sede di Agrifactoring, presso cui mi pare che il prof. D'Alessandro avesse una qualifica particolare di commissario o non so di che altro. Invece, è chiaro, la differenza è che si tratta di due situazioni antinomiche, opposte, cioè Agrifactoring aveva fatto prima lo scioglimento e si era messa in liquidazione volontaria, e dopo ha fatto domanda di concordato preventivo. Questo è logico, e cioè: il rapporto tra procedure societarie e procedure fallimentari è un rapporto di coesistenza, cioè vanno di pari passo, e soltanto nel caso in cui la procedura concorsuale venga prima, diventa inutile effettuare quelle formalità che concernono le società in liquidazione.

Sul comitato dei creditori ha parlato il prof. Coppi analiticamente e non torno.

Vengo ad un ultimo argomento che mi preme sottolineare, è un argomento sul quale ho già detto il mio pensiero, ma voglio chiarirlo una volta per tutte. Il Tribunale, fedele alle stime, fedele alla dott.ssa Masucci, che ha effettuato le stime sui crediti, dice che la procedura che si adottò di concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori e che poi ebbe quel seguito della vendita in massa danneggiò i creditori e che, dice testualmente, "altre possibili soluzioni avrebbero potuto essere meno dannose". Allora queste altre possibili soluzioni che avrebbero potuto essere meno dannose quali sono? Il fallimento? Sembra di dire anche il fallimento il Tribunale, perché quando dice: Greco tardò l'omologazione, Greco non voleva etc., cioè in tanti punti dice che si voleva evitare che il concordato preventivo venisse meno, si voleva conservare la procedura di concordato preventivo, ma non nell'interesse dei creditori, come in realtà era, bensì nell'interesse di Greco, di Capaldo, degli accordi segreti messi in essere tra Greco e Capaldo - questo non lo dice mai, ma lo fa intendere, e non lo dimostra men che mai, ma lo fa intendere. Ma quali sono questi altri congegni che avrebbero reso di più? Il fallimento? La liquidazione coatta amministrativa, che se il Ministro ci avesse ripensato, l'assemblea ci avesse ripensato, qualcuno avesse deciso che doveva essere messa in liquidazione e che per questa ragione doveva essere messa in liquidazione coatta amministrativa? Oppure si vuole intendere il concordato preventivo con cessione dei beni venduti però separatamente, e cioè venduti a tanti soggetti nel tempo, piuttosto che il concordato preventivo venduto con una cessione ad un'unica società costruita nel modo che abbiamo detto tante volte e che non ripeto? Ma come si fa a supporre che un trattamento migliore sarebbe stato possibile conseguire per i creditori attraverso un congegno che avrebbe previsto la cessione del patrimonio intero della FEDERCONSORZI? Che sabbiamo come era composto, che la realizzazione dei crediti, l'esazione dei crediti etc., questo patrimonio, attuato attraverso il così detto "spezzatino", quello che adesso si chiama "spezzatino", cioè attraverso la cessione dei beni disaggregata, com'è la natura del concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori, o comunque aggregata per gruppi di beni, ma erano talmente eterogenei. E invece l'S.G.R. si è fatta carico di prendersi la responsabilità e l'impegno, e la tempistica, ripeto, relativa alle vendite. Quindi sul piano logico questa ipotesi che si limita a ventilare soluzioni alternative e ad avere il coraggio di definirle probabilmente più profittevoli che non quella di S.G.R. fa delle valutazioni assolutamente inconcepibili.

Chiedo la riforma della sentenza.

Grazie, Presidente.

PRESIDENTE: C'è un piccolo problema: la prossima udienza è, mi pare, stata fissata per il giorno 25, in cui è stato fissato anche lo sciopero dei Magistrati, quindi i Magistrati del Collegio, non importa adesso se tutti o qualcuno, potrebbero aderire allo sciopero, quindi mi sembra un po' temerario mantenere un'udienza che poi potrebbe saltare, ed allora gioco forza...

Avv. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): Per il 31 non ci sarebbero problemi.

PRESIDENTE: Allora fissiamo per il 31, così saltiamo l'udienza del 25. Sarebbe bene che le repliche fossero pronunciate nello stesso giorno, salvo eventualmente rimanere fuori uno per poi andare alla mattina del giorno successivo.

Avv. Franco COPPI (Difesa Capaldo): Presidente, come avevamo annunziato, noi depositiamo le note di udienza.

Gli Avvocati Coppi e Vassalli depositano memorie difensive.

PRESIDENTE: Va bene. L'udienza è tolta. Si rinvia al 31 maggio alle ore 9,30.

 

L'udienza termina alle ore 18.30.