CORTE DI APPELLO DI PERUGIA

                       SEZIONE PENALE

Processo verbale redatto in forma integrale o riassuntiva, ai sensi degli articoli 134 e segg. C.P.P., da personale tecnico esterno all'Amministrazione dello Stato, in ausilio del Segretario verbalizzante, relativo al

                  PROCEDIMENTO N. 641/2003

                 A CARICO DI: GRECO IVO + 3

           UDIENZA DEL GIORNO VENTOTTO APRILE 2004

          (Rinvio dall'udienza del 26 aprile 2004)

COLLEGIO:  PRESIDENTE:  DOTT. RENATO SANTILLI

           CONSIGLIERI: DOTT. NICOLA ROTUNNO (Relatore)

                        DOTT. MAURO DI MARZIO

PUBBLICO MINISTERO: DOTT. PIETRO MARIA CATALANI

SEGRETARIO D'UDIENZA: DOMENICA PANSERA

IMPUTATI E DIFENSORI:

1) GRECO IVO - AVV. S. TENTORI MONTALTO  SOST. PROC.

2) CAPALDO PELLEGRINO - AVV. A. D'ALESSANDRO  SOST. PROC.

3) CARBONETTI FRANCESCO - AVV. A. D'ALESSANDRO  SOST. PROC.

4) D'ERCOLE STEFANO - AVV. A. D'ALESSANDRO  SOST. PROC.

RESPONSABILE CIVILE: S.G.R. SOCIETA' DI GESTIONE PER IL REALIZZO S.p.A. - AVV. M. CASELLATO

PARTI CIVILI E DIFENSORI:  (Vedi verbale)

 

RINVIO ALL'UDIENZA DEL: 03 MAGGIO 2004, ore 9.30..


 

Il presente verbale viene aperto alle ore 9.40.

Il Presidente dispone che il processo verbale relativo al presente procedimento sia redatto con la stenotipia in forma integrale ai sensi degli articoli 134 e segg. del Codice di Procedura Penale.

In sede di rinvio dall'udienza del 26 aprile 2004.

Si dà atto che è presente l'imputato Capaldo Pellegrino, mentre non sono comparsi gli imputati Greco Ivo (già presente alla scorsa udienza), Carbonetti Francesco, D'Ercole Stefano (già contumaci all'udienza precedente).

1)L'imputato Greco è assistito e difeso dall'Avvocato Fabrizio Lemme di Roma, difensore di fiducia - assente. Oggi sostituito dall'Avvocato Stefano Tentori Montalto del Foro di Perugia, come da nomina fatta a verbale udienza 26 aprile 2004.

2)L'imputato Capaldo Pellegrino è assistito e difeso dall'Avvocato Francesco Vassalli unitamente all'Avvocato Franco Coppi di Roma, difensori di fiducia - assenti. E' oggi presente il sostituto processuale dell'Avv. Vassalli Avvocato Anna D'Alessandro, come da delega che produce.

3)L'imputato Carbonetti è assistito e difeso dall'Avvocato Stelio Zaganelli di Roma, difensore di fiducia - presente, il quale nomina sostituto processuale l'Avvocato Anna D'Alessandro; quindi si allontana.

4)L'imputato D'Ercole è assistito e difeso dall'Avvocato Angelo Alessandro Sammarco di Roma, difensore di fiducia - assente. Oggi sostituito dall'Avvocato Anna D'Alessandro, come da delega che produce.

Per il Responsabile Civile S.G.R. Società Gestione per il Realizzo S.p.A. è presente il difensore Avvocato Mario Casellato, in sostituzione dell'Avvocato Vassalli, come da delega in atti.

Presente il Procuratore Generale.

PER LE PARTI CIVILI:

- L'Avvocatura dello Stato in persona dell'Avvocato Maria Grazia Scalas, per la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Giustizia, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

- L'Avvocato Giampiero Laurino, in sostituzione dell'Avvocato Paola per le Parti Civili: La Rocca Italo, Balzarini Aldo, Comincini Paolo, Grandini Lucio, Zucca Paolo, Friello Francesca, Marchetti Roberta, Milella Adriano, Lionetti Domenico e Villa Pietro; e direttamente nominato difensore per altre sei Parti Civili: Marroni Francesca, De Persio Anna Maria, Fabrizi Luciano, Massimo Peluso, Lidia Mandolini ed Ascenzi Alberto.

- L'Avvocato Giuseppe Fanfani per la Parte Civile Consorzio Agrario Provinciale di Perugia Soc. Coop S.r.l..

AVV. D'ALESSANDRO (Difesa Capaldo/ Carbonetti/ D'Ercole): Chiudo scusa, Presidente, per completare la regolarità delle revoche di costituzione di Parte Civile. C'erano tre posizioni per le quali non c'era la revoca dell'Avvocato Paola. Noi avremo la copia della dichiarazione di revoca di costituzione di Parte Civile: per Candiloro Rosalia, Mambrini Gianfranco e De Luca Filippo.

Nulla opponendo le parti, l'Avvocato D'Alessandro deposita copia della revoca di costituzione di Parte Civile di Candiloro, Mambrini e De Luca.

***

PRESIDENTE: Abbiamo esaurito tutte queste formalità, possiamo passare alla discussione. La parola all'Avvocato Giampiero Laurino.

P.C. AVV. Giampiero LAURINO: Tutti i soggetti che difendo, direttamente o indirettamente per l'Avvocato Paola, sono soggetti per i quali era stata ammessa, nel giudizio di primo grado, la domanda di costituzione di Parte Civile. Poi nella sentenza di condanna non viene accolta, senza una adeguata motivazione, la loro domanda di risarcimento del danno, pure essendo la loro posizione processuale e documentale analoga a quella degli altri ex dipendenti che hanno ottenuto la condanna al risarcimento dei danni.

Per quanto concerne la ricostruzione dei fatti e la loro valutazione in diritto mi riporto alle memorie presentate da queste Parti Civili nel giudizio di primo grado, in particolare alla memoria conclusiva, depositata all'esito del dibattimento di primo grado, datata 25 settembre 2002; ovviamente all'atto di appello; e concordo pienamente con quanto osservato dalla Procura Generale nella scorsa udienza.

In questa sede mi preme evidenziare come il mancato accoglimento della richiesta risarcitoria per questi soggetti debba essere ricondotto, sostanzialmente, ad un errore materiale, stante la mole di documentazione e l'enorme numero di Parti Civili costituitesi. Tanto è vero che per quanto concerne i signori Balzarini, Comincini, Fabrizi, Grandini, Mandolini, Zucca, Peluso Massimo, De Persio Anna Maria e Marroni Francesca, i loro nominativi non sono stati inseriti nell'elenco allegato a ciascuna udienza, nel corso del dibattimento di primo grado, pure essendo state ammesse le loro costituzioni di Parte Civile. In particolare, per quanto concerne questi soggetti, la loro documentazione, comprensiva di consulenza tecnica in ordine ai danni fisici subiti (biologici, psicopatologici) è stata regolarmente depositata nel corso del dibattimento di primo grado. Per quanto concerne, invece, Ascenzi Alberto, Lionetti Domenico, Milella Adriano, Marchetti Roberto, Villa Pietro e Friello Francesca la documentazione è stata prodotta fin dall'udienza preliminare. In particolare, la posizione di La Rocca Italo, il quale ha depositato anch'egli una consulenza tecnica in ordine ai danni subiti, ed è stato sfrattato dall'appartamento che gli era stato concesso in locazione a condizione favorevole in quanto dipendente FEDIT; sfratto seguito dalla illecita acquisizione dell'immobile da parte di S.G.R.. Ad ogni modo, quelle eventuali lacune della documentazione, che possono esserci per alcuni dei soggetti, risultano sanate dalla considerazione che nessuna contestazione è stata mossa dalla Difesa degli imputati e dal Responsabile civile circa la loro qualità di ex dipendenti e per quanto concerne il La Rocca circa l'esistenza del titolo concessorio. Inoltre, questo rilievo della mancata confutazione, della mancata contestazione, deve essere esteso anche a quanto concerne la tipologia e la quantificazione del danno riconosciuto dalla sentenza; nel senso che nessuna contestazione è stata mossa, nel corso del dibattimento di primo grado, dagli imputati e dal responsabile civile in ordine ai pregiudizi subiti dai dipendenti, ovvero: la perdita di professionalità, la qualifica, la retribuzione, fino ad incidere dal punto di vista contributivo, e quindi pensionistico. Solamente in sede da appello, e quindi tardivamente, responsabile civile ed imputati contestano l'esistenza di tali danni, mai confutati, invece, nel corso del dibattimento. Danni così bene evidenziati nella sentenza, in particolare da pag. 229 a pag. 233.

Si conclude, quindi, per l'accoglimento dell'appello sulla base delle conclusioni scritte così come depositate. (Deposita conclusioni scritte unitamente alla nota spese).

AVV.RA STATO AVV. M. Grazia SCALAS (PP.CC. Pres.za Consiglio dei Ministri / M.ro Giustizia / M.ro Politiche Agricole e Forestali): Signor Presidente e signori della Corte, una breve sintesi della cronistoria della vicenda di cui ci stiamo occupando. Il 17 maggio del 1991 il Ministro Goria dispose il commissariamento della FEDIT, per obiettive ragioni di crisi del sistema, nominando tre commissari governativi: Cigliana, Gambino e Locatelli. l commissariamento determinò immediatamente una grave reazione da parte del mondo bancario, con la chiusura quindi delle linee di credito e la richiesta di un immediato rientro, ciò che aggravò ulteriormente la crisi della Federconsorzi. la reazione allarmata degli istituti di credito si rivelò ancora più pesante tra le banche estere, che evidentemente erano andate avanti con la convinzione di una natura quasi 'semipubblica' della FEDIT, per cui avevano concesso tutta una serie di crediti senza dotarsi di idonee garanzie. L'antefatto del commissariamento ha una sua certa importanza per l'oscurità che ancora in qualche modo la connota. Tant'è che la sentenza di primo grado se ne occupa e gli appelli degli imputati ribattono sul punto, proprio perché diciamo che tutto sommato rimane non chiarito, se non alla luce di una prova logica, il motivo per cui il Ministro Goria arrivò al commissariamento. Questo perché? Perché si dice, ed è pacifico, fosse un uomo di grande esperienza, era stato Ministro del Tesoro, era cosciente quindi della situazione che si sarebbe potuta determinare e nonostante tutto dispose questo commissariamento. Dispose questo commissariamento dopo avere sentito l'imputato, il prof. Capaldo, che tuttavia afferma di averlo dissuaso sul punto, di avere invece consigliato al Ministro di procedere ad una ispezione; ispezione che effettivamente fu fatta, ma in tempi rapidissimi, subito dopo Goria dispose comunque questo commissariamento. La notazione del Tribunale sul punto, sicuramente condivisibile, è questa: non si capisce perché il ministro avrebbe dovuto richiedere, quindi, un consulto, una consulenza al prof. Capaldo, per poi disattenderla con esiti oltre tutto disastrosi. Ma su questo ritorneremo successivamente. Nel volgere di un mese la situazione, fallita, si tentò l'ipotesi da parte dei commissari di procedere ad una liquidazione volontaria, ma stante l'omesso accordo con le banche si dovette procedere a presentare la domanda di ammissione al concordato preventivo con cessione dei beni. La procedura fu assegnata al Presidente Greco. Provvedimento, che è del luglio '91, vede in Collegio anche i giudici De Virgilis ed Apice. Venne nominato, quindi, il commissario giudiziale Picardi. A dicembre dello stesso anno vengono depositate delle consulenze, perché il Tribunale nomina dei periti per stimare il patrimonio FEDIT, che è un patrimonio enorme, variegato, con cespiti immobiliari, partecipazioni, cioè tutta una serie di attività, le più disparate; i periti, coordinati dal De Santis, uno dei periti, depositano una consulenza che indica un valore complessivo di 4.800 miliardi. A gennaio del '92 il commissario giudiziale nominato Picardi fa anche lui una stima di questi beni. Già i periti nominati dal Tribunale affermano di avere fatto una stima di carattere prudenziale in vista di una liquidazione dei beni. Il commissario giudiziale opera un abbattimento ulteriore su questa stima arrivando ad una stima di 3.939 miliardi. Contemporaneamente, gli stessi commissari governativi hanno preparato anche loro, hanno operato una stima di questo patrimonio, più o meno analoga a quella degli altri, si parla di 3.683 miliardi, però bisogna considerare un po' più bassa, che i commissari giudiziali non avevano considerato, avevano abbattuto completamente il credito MAF, di cui parleremo successivamente. Il 27 maggio del '92 è una data un po' fatidica perché viene presentata la proposta Casella, la proposta del cosiddetto - l'abbiamo chiamato così, ma credo lo chiamassero così già prima anche i giornali - "Piano Capaldo", la proposta con cui, a nome di un soggetto, che ancora non è individuato, non è esistente, diciamo una cordata di banche creditrici della FEDIT, viene offerto l'acquisto in massa dei beni FEDIT, al prezzo di 2.150 miliardi, da corrispondersi in tre rate. In quella stessa data, infatti ho detto una data un po' fatidica, abbiamo la presentazione della proposta Casella; succede, ne ha parlato anche il Pubblico Ministero, che a seguito al deposito del bilancio da parte dei commissari governativi si prende atto che la FEDIT ha perso completamente il capitale sociale. Allora i commissari governativi, essendoci appunto dei dubbi sulla strada da prendere, in una situazione del genere, quindi se procedere ad una convocazione di assemblea straordinaria per la messa in liquidazione o meno, essendo già più o meno in corso la procedura di concordato preventivo, presentano una istanza al Presidente Greco, che fa l'oggetto della imputazione, di una delle due imputazioni per falso, quella istanza dove chiedono praticamente come ci si debba comportare in questa situazione. E rassegnano le dimissioni. Anche questo devo dire che è un punto un po' oscuro perché i commissari sostengono di avere rassegnato le dimissioni perché ritenevano esaurito il mandato, hanno sostanzialmente usato questi termini. Fatto sta che queste dimissioni sono contemporanee alla presentazione della proposta del Piano Capaldo e le reazioni dei commissari su questo piano sono particolarmente vivaci, anche con interviste rilasciate ai giornali. Posso ricordare che lo stesso Cigliana parlò addirittura di 'proposta scandalosa', Gambino affermò che il Tribunale avrebbe dovuto stare attento per evitare che questo Piano Capaldo si trasformasse in un affare per qualcuno. Tant'è che il Tribunale in primo grado parla correttamente di una singolare propensione alla fuga dei commissari governativi, vedremo che poi anche il commissario che succede ai tre, quindi il dott. Piovano, se ne andrà, darà le dimissioni. Comunque viene nominato il dott. Piovano nel '92 e, accortosi che non risultava emesso alcun provvedimento sulla istanza di cui abbiamo appena parlato, ne chiede ragione al dott. Greco che gliela restituisce, invitandolo a ripresentarla corredata dal parere di un esperto che lo stesso dott. Greco indica nominativamente, chiede che venga fornito del parere del prof. Floriano D'Alessandro.

PRESIDENTE: Questo parere sarebbe già esistito, doveva essere dato o che già c'era?

AVV.RA STATO AVV. M. Grazia SCALAS (PP.CC. Pres.za Consiglio dei Ministri / M.ro Giustizia / M.ro Politiche Agricole e Forestali): Doveva essere dato, credo che questo sia pacifico, era un parere che doveva essere reso. Il Tribunale, quindi, il 23 luglio del '92, tiene udienza per l'omologa del concordato. Il Collegio è formato da Greco, De Vitis e Celotti. A settembre, quindi successivamente alla udienza per l'omologa del concordato, quindi quando ormai tutto sommato non ha più nessuna utilità, viene depositato questo parere del prof. D'Alessandro, dopo pochi giorni sarà depositata la sentenza di omologa. Sentenza in cui già si dà atto della esistenza della proposta Casella, la si esamina un po' superficialmente parlando e definendola una "lettera di intenti". Tuttavia, si esprime già una netta preferenza per la vendita in massa, pur dicendo che comunque sarebbe stato opportuno fare una gara anche su questa ipotesi, cioè aderendo alla ipotesi della vendita in massa. Arriviamo a marzo, il 23 marzo del '93, qui il Tribunale, nella stessa composizione, emette il decreto di autorizzazione alla vendita in massa, a favore appunto della costituenda società. Il decreto è relativo ai beni di cui alla relazione Picardi, commissario giudiziale. Ritorna indietro sul discorso della gara, dice: sì, va bene, però avevamo detto che sarebbe stata necessaria una gara, ma non è necessaria perché tutto sommato la proposta, il Piano Capaldo è stato pubblicizzato, i giornali ne hanno parlato, la gente lo sa, quindi non è necessario, la gara non si fa più, non è necessaria. C'è, invece, un accenno, anzi più che un accenno direi, si tratta della proposta Casella, assumendo appunto, ed esattamente, che ci sono dei punti assolutamente indeterminati. Tuttavia, si dice, questa indeterminatezza della proposta è colmabile in base alla buona fede dei proponenti, quindi si ritiene di potere in qualche modo concludere questa censura, pur sollevata, in questo modo. A questo punto si dovrebbe arrivare alla conclusione quindi dell'affare, ma il commissario governativo Piovano ci dice: essendogli stata negata la possibilità di avere un avvocato che lo assistesse, dà le proprie dimissioni. E viene nominato, quindi, l'11 maggio del '93 l'Avvocato D'Ercole, sempre commissario governativo. Il 20 luglio del '93 il Tribunale fa un altro provvedimento, dove ribadisce l'accettazione della proposta, però questa volta, in maniera un po' strana, nel senso che vengono richiamati alcuni punti sì, alcuni punti no, comunque nella interpretazione di questo provvedimento non sono più tutti i beni della relazione Picardi che vengono venduti, ma sono tutti i beni della FEDIT; quindi si amplia, a fronte comunque di uno stesso prezzo che rimane fermo, l'ambito, l'oggetto della vendita. Si arriva al 2 agosto '93 con la sottoscrizione dell'atto quadro, fatto da S.G.R. e dal commissario governativo D'Ercole. Nel '94 D'Ercole viene sostituito dall'Avvocato Lettera, si arriva poi ad una transazione nel '98, dopo una serie di iniziative anche giudiziarie volte a contestare validità ed efficacia dell'atto quadro. Questa per sommi capi è la vicenda in fatto, quindi la cronologia.

Le questioni di cui ci occupiamo oggi, giusto il tenore e l'ambito delle impugnazioni proposte, riguardano la sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta e la sua addebitabilità agli imputati Greco, Capaldo e D'Ercole, mentre a carico del solo Greco abbiamo le due ipotesi di falso collegate alla sparizione dei pareri resi da Carbonetti - e qui faccio un piccolo inciso, perché prima della sentenza di omologa vengono richiesti da parte del Presidente Greco al prof. Carbonetti dei pareri: uno sulla congruità del prezzo dell'offerta Casella, 2.150 miliardi, a fronte dei valori indicati in bilancio FEDIT; e un altro sulla congruità a fronte dei valori indicati dai commissari giudiziali - e della istanza, di cui abbiamo parlato, del 27 maggio dei commissari. Ora, prima di passare agli approfondimenti, la tesi fondamentale sostenuta dalle Difese con riguardo alla bancarotta è che si sarebbe trattato di una mera operazione di mercato. Mi sembra che sostanzialmente sia anche ciò che il prof. Capaldo ha ribadito l'altro ieri in sede di dichiarazioni spontanee. Si dice: il prezzo offerto sarebbe stato conveniente perché è un prezzo certo, perché sarebbe stato pagato a breve termine; avrebbe consentito quindi una chiusura rapida della procedura, eliminando una serie di spese; tutti i creditori avrebbero potuto partecipare alla costituzione della società, che si rendeva cessionaria dei beni; e l'atto quadro avrebbe - questo mi sembra di avere sentito in sede di dichiarazioni spontanee - addirittura costituito una garanzia: siccome il prezzo era pagato a rate, la garanzia, mi pare di avere compreso, si sarebbe sostanziata nel non disporre un immediato trasferimento di tutti i beni a S.G.R.. Ora, con le due ipotesi di falso, invece, da parte delle Difese si sostiene sostanzialmente che i pareri Carbonetti sarebbero andati persi, oppure, addirittura, non sarebbero stati mai cercati e che l'istanza dei commissari, invece, sarebbe stata semplicemente dimenticata dentro la borsa del Presidente Greco.

Una prima notazione sulla vicenda: mi pare che sinceramente qui ci sia una singolare moltiplicazione di ruoli, cioè gli stessi soggetti assumono via via dei ruoli diversi, direi anche incompatibili, che danno obiettivamente da pensare. L'imputato Capaldo era Presidente del Banco Santo Spirito, poi Banca di Roma, in seguito alla fusione, istituto quindi creditore della FEDIT; il prof. Capaldo diviene Presidente di S.G.R., che è la società formata dai creditori FEDIT, che acquista il patrimonio in sede di vendita in massa; ed è lui che elabora la proposta di acquisto, tant'è che viene chiamato appunto "Piano Capaldo". Ma da tener presente che: lo stesso prof. Capaldo, a partire dalla fine degli anni '80, è il referente tecnico per la FEDIT; è colui che viene chiamato dal Presidente della COLDIRETTI, della CONFAGRICOLTURA; è colui che viene indicato come referente dal Senatore Andreotti al Roveraro; viene chiamato da Goria per essere sentito prima della decisione di commissariamento. E` abbastanza pacifico che il prof. Capaldo conoscesse bene, si era infatti interessato anche di una ipotesi di ristrutturazione la situazione FEDIT.

Il prof. D'Alessandro. Il prof. D'Alessandro, il tecnico a cui l'imputato Greco indirizzò Piovano per la richiesta di parere sulla istanza del 27 maggio, è poi lo stesso D'Alessandro che diventerà liquidatore di Agrifactoring; Agrifactoring che è la maggiore creditrice di FEDIT, anch'essa in concordato preventivo, e protagonista di un'altra particolare vicenda, cioè: quella del voto dato per errore. Sostanzialmente, era necessario il voto di Agrifactoring per arrivare al concordato preventivo FEDIT, Agrifactoring vota perdendo così il privilegio, e sostiene, dopo anni, di avere votato per errore cercando di ritornare sui suoi passi.

Carbonetti. Forse è l'ipotesi anche più eclatante in questo senso: viene chiamato all'inizio come tecnico per fare parte della commissione che deve esaminare i bilanci della FEDIT; poi stende quei tre pareri, che abbiamo detto scomparsi, per il giudice Greco, sulla congruità del prezzo di 2.150 miliardi offerto da S.G.R.; dopo appena otto mesi Carbonetti è membro del Consiglio di amministrazione di S.G.R., e più tardi addirittura presidente. Allora direi che obiettivamente desta una particolare inquietudine che scompaiano proprio quei pareri sulla congruità del prezzo e sulle differenze di bilancio. Vorrei ricordare che sul punto, in sede di interrogatorio, l'imputato Greco disse di avere avuto bisogno di questo parere perché si intendeva poco di bilanci, il che meraviglia data la sua posizione istituzionale. Quindi scompaiono questi pareri sulla congruità del prezzo, non portati a conoscenza degli altri due membri del Collegio, che infatti dichiarano di non averne avuto notizia, che tuttavia vengono utilizzati nel provvedimento di omologa, perché se si legge il provvedimento di omologa, il tenore richiama sul punto ampiamente il parere reso da Carbonetti, tuttavia non vengono citati, non si dice: come da parere reso dal professore. Parere reso da chi poco tempo dopo diviene membro del Consiglio di amministrazione della società che ha fatto l'offerta, su cui lui ha dato parere. Devo dire che desta maggiore inquietudine che il Presidente Greco mantenga per oltre un mese l'istanza di cui abbiamo parlato nella borsa. Istanza che comunque, a prescindere da ogni disquisizione giuridica su chi dovesse eventualmente disporre la liquidazione, se fosse necessaria o meno l'assemblea, risulta erano tutti convinti che avrebbe potuto mettere in forse il concordato preventivo. Istanza che non passa per la Cancelleria, e Greco è ben cosciente di averla lì. Se noi leggiamo la deposizione di Piovano, forse anche dello stesso Greco, quando Piovano va a chiedere conto a Greco della istanza, nessuno descrive, né lo stesso Greco, una reazione dicendo: oddio! La istanza, già, è vero, me n'ero dimenticato! No, lui prende l'istanza e la tira fuori dalla borsa. Poi ci viene a dire: ma io tutti i giorni portavo a casa migliaia di fogli per il mio lavoro! Sì, però, evidentemente di avere la istanza nella borsa ne era ben cosciente. Si affretta a restituirla e chiede che venga ripresentata corredata da un parere, di cui indica precisamente l'estensore, parere che sarà reso quando ormai sarà assolutamente inutile. Visto che siamo in argomento, vorrei ricordare l'affermazione che l'imputato Greco fece al commissario governativo Lettera, parlando appunto della ipotesi della liquidazione coatta amministrativa, cioè che: un eventuale provvedimento del Ministro, che avesse disposto la liquidazione coatta amministrativa, sarebbe stata impugnata al TAR, che obiettivamente dimostra un interesse che va al di là di quello che dovrebbe essere. E nella stessa sede dibattimentale, in primo grado, il Greco fece questa affermazione, disse: qual era il mio timore? Che un Ministro pazzo disponesse la liquidazione coatta amministrativa. Tant'è che a domanda del Collegio, un po' stupito che l'imputato si fosse così espresso, ritorna indietro, dice: no, ho sbagliato, non era il mio timore, gli altri pensavano, dicevano che questo sarebbe stato il mio timore. Qui ancora inquietudine perché Capaldo, come abbiamo detto, da anni consulente FEDIT, referente per il mondo politico, consigliere di Goria sulla materia, è poi l'ideatore e l'esecutore in qualche modo del cosiddetto "piano", che serve ad acquistare l'ingentissimo patrimonio della FEDIT per soli 2.150 miliardi. Già poi ricordando la rateizzazione, le detrazioni del già venduto, si arriva a prezzo sicuramente inferiore, che non garantisce neanche un 40%, ricordiamo solo successivamente si è riusciti ad arrivare al 40% ai chirografari, spostando dei crediti da privilegiati a chirografari. Quindi mi chiedo: possiamo davvero parlare di una mera operazione economica a fronte degli appunti di Cigliana? Appunti che sono stati rinvenuti dall'Avvocato Lettera in una cassaforte FEDIT, contrariamente a quanto sostenuto dalla Difesa Greco, non sono privi di data, ne dà atto lo stesso appello Capaldo. Appunti da cui risulta che Greco era disposto ad attendere il formarsi della cordata prima della omologazione; appunti in cui Cigliana afferma: Capaldo ha dato l'impressione di volersi prendere la banca, la FATA e tutto il resto; dove, addirittura, scrive: posizione nostra, dobbiamo uscirne in bellezza, che dà certo l'idea che la situazione non fosse poi quella che viene successivamente rappresentata. E tutto ciò a fronte di provvedimenti giudiziali, dove si torna sempre più indietro, si cede sempre di più. Prima si ipotizza una vendita in massa con la gara, poi senza gara, poi si ipotizza la vendita dei beni di cui alla relazione, poi invece sono tutti beni, poi si detrae il valore dei beni venduti e così via. Sostengono le Difese che sulla vendita di massa 2.150 miliardi ci fosse l'accordo di tutti. Ora, a parte le critiche di Cigliana e di Gambino, di cui abbiamo già detto, ricordiamo fu definita 'offerta scandalosa', non è vero, cioè il commissario giudiziale Picardi era fortemente critico sulla proposta, chiese addirittura, risulta non solo documentalmente ma anche della deposizione di Picardi, che venissero fatte delle modifiche, indicò nove punti, di cui nessuno venne accolto. Così pure Piovano era fortemente critico. Per quanto riguarda il comitato dei creditori, che viene spesso richiamato, appunto per sostenere che ci fosse l'adesione invece del comitato dei creditori, ricordiamo la particolare formazione del comitato dei creditori, dove su cinque membri due erano praticamente i rappresentanti di istituti che facevano parte di S.G.R., quindi in situazione chiara di incompatibilità, e che si astennero dal voto solo dopo avere visto il formarsi di una maggioranza favorevole 2 a 1, quindi questo è il peso del voto dato dal comitato dei creditori. Peraltro, neanche è vero che tutti i creditori avrebbero potuto intervenire, far parte di S.G.R.. Intanto sicuramente non potevano i creditori, e c'erano, in liquidazione coatta amministrativa, o in concordato preventivo..., si pensi, ad esempio, ad Agrifactoring, credo il maggiore creditore di FEDIT, peraltro era necessario un ulteriore esborso di danaro per il capitale sociale; né mi sembra che si possa seriamente affermare che l'atto quadro fosse una garanzia per FEDIT. Cioè, tutto sommato, io credo che l'atto quadro concretizzi proprio la negazione di ciò che gli imputati sostengono a loro difesa. La grande convenienza di questa proposta 2.150 miliardi era la possibilità di chiudere immediatamente la procedura di concordato. Ma se io non vendo immediatamente tutti i beni all'acquirente della vendita in massa, quindi a S.G.R., e invece il passaggio qual è? Dice: S.G.R. troverà gli acquirenti, poi man mano, nel corso del tempo, dirà a FEDIT: vendi direttamente a Tizio, vendi a Caio, oppure qualcosa se la comprerà. Io collego comunque la durata della vita della procedura alla durata della vita della liquidazione che è stata fatta da S.G.R., che potrà forse, ma in tutta ipotesi, essere leggermente più veloce di un'altra, ma è comunque una liquidazione, io impedisco alla procedura di chiudersi. Ora, queste, come altre circostanze, sono state esattamente valutate dal giudice di primo grado, che con una sentenza di particolare logica ed approfondimento ha sapientemente dato la visione di insieme di ogni elemento. Contrariamente a quanto sostengono gli appellanti ed il responsabile civile, non è individuabile nessuna posizione preconcetta nella sentenza, che invece non solo è coerentemente e logicamente motivata, ma anche richiama sistematicamente gli elementi su cui si fondano le affermazioni. Peraltro, mi meraviglia, io devo dire, non ho compreso, però può darsi sia una mia pecca, la dimostrazione, secondo ad esempio l'appello Capaldo, della posizione preconcetta del Tribunale starebbe nella affermazione del Tribunale che parlare di FEDIT dall'angolo visuale della procedura di concordato preventivo è come partecipare ad una festa danzante della corte asburgica guardando dal buco della serratura. Sinceramente, questo significato recondito che da questo si possa arguire che il Tribunale già aveva deciso di condannare mi sembra quasi ridicolo. Ancora: la Corte sa benissimo che fu fatta una commissione parlamentare di indagine sulle responsabilità per la vendita in massa del patrimonio FEDIT, la sentenza di primo grado ha affermato che la commissione parlamentare di indagine ha espresso valutazioni legate ad una logica politica, e quindi dice: sì, io ne prendo atto, però valgono per quello che sono, cioè le conclusioni di una commissione parlamentare di indagine. L'appello Capaldo parla di motivazione abnorme sul punto. Io credo di potermi limitare a ricordare: Cassazione, Sezioni Unite 12 marzo '83, se ne avessimo bisogno, che dice che "la commissione parlamentare di indagine, anche se agisce con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria, costituisce un organismo politico e la sua attività è espressione del potere legislativo"; non c'è niente di strano, il Tribunale ha detto quello che era. Tribunale Palermo, 21 maggio '96, che afferma: "seppure in linea teorica possano qualificarsi come documenti gli atti di una commissione parlamentare d'indagine, risulterebbe irragionevole consentirne l'acquisizione, stante l'assenza di un dovere di correttezza indifferenza al risultato, che caratterizza un organismo avente composizione politica". Ancora prosegue l'appello dicendo che il Tribunale avrebbe addirittura ritenuto sospetti i risultati della commissione parlamentare perché presieduta dal Senatore Cirami. Questo, mi si consenta, non è proprio vero, cioè da nessun passaggio della sentenza di primo grado si può dedurre una simile affermazione.

Ritornando al commissariamento, le notazioni fatte dalla sentenza di primo grado sul commissariamento, sostiene la Difesa Capaldo che ci sarebbe questa posizione preconcetta. Sostanzialmente mi limito a richiamare quanto già detto, cioè di fatto il commissariamento desta perplessità perché il Ministro chiese un parere a Capaldo, e poi, sembrerebbe, se è vero che Capaldo, come afferma, sconsigliò il commissariamento, che l'avesse assolutamente disatteso, peraltro con degli effetti assolutamente disastrosi. Poi nell'atto di appello si dice che c'è una incongruenza logica nella affermazione del Tribunale che, dice, si può in qualche modo interpretare la affermazione di Capaldo, cioè Capaldo avrebbe detto: se Goria ha operato senza il consenso delle banche è pazzo, allora qual è la considerazione che svolge il Tribunale? Dice: ma Capaldo faceva parte del mondo bancario, quindi che Goria avesse operato o no con il consenso o meno delle banche, e doveva saperlo, quindi perché afferma una frase del genere se ha operato senza il consenso delle banche? Ma viene tacciato di incongruenza logica. Come devo dire c'è una particolare aggressività, si parla di "frecciate velenose ed ipocrite" del Tribunale perché il Tribunale si limita a richiamare una affermazione, peraltro contenuta nella commissione parlamentare di indagine, di uno dei testi sentiti dalla commissione, che ricordò che si diceva: "non si muove foglia che Capaldo non voglia", questa sarebbe la frecciata velenosa ed ipocrita che viene fatta dal Tribunale. L'unico rimprovero che può effettivamente muoversi alla sentenza di primo grado è l'assoluzione di D'Ercole, ma di questo tratteremo più avanti sul particolare degli appelli.

Anche Greco sostiene particolarmente questo atteggiamento preconcetto del Tribunale e questo si vedrebbe perché non vengono citate alcune circostanze, come ad esempio non si dice che il comitato dei creditori avrebbe valutato positivamente l'offerta, ma di come era fatto il comitato dei creditori ne abbiamo già parlato prima. Altro argomento caro alle Difese, oltre al preconcetto del Tribunale, è la collegialità delle decisioni, per cui si sostiene: non è possibile fare questi addebiti a Greco perché le decisioni sono state prese collegialmente. Ora, credo che sia sufficiente leggere le deposizioni rese dai giudici Celotti e De Vitis per capire che cosa possa essere successo. Intanto entrambi affermano di non avere mai visto né conosciuto l'istanza 27 maggio '92 dei commissari relativa alla questione della messa in liquidazione; entrambi affermano di non avere mai visto né conosciuto i pareri di Carbonetti, documenti di cui dichiarano non si discusse mai. Ad esempio: la De Vitis afferma di non avere saputo niente del piano di dismissioni fatto da Piovano, addirittura un piano che viene chiamato "l'istanzone", perché era un grossissimo piano, con tutta una serie di dismissioni da fare; afferma che nella Camera di Consiglio per l'omologa non si sarebbe parlato della proposta Casella, ma della proposta Casella la sentenza di omologa ne tratta, direi anche tutto sommato a lungo; non sapeva che Capaldo avesse svolto funzioni di consulente per la FEDIT. Idem il giudice Celotti, che tutto sommato nella sua deposizione finisce per darci un quadro della situazione. Lui afferma: "il Presidente stesso era relatore, quindi non c'era questa doppia sponda che normalmente, insomma, in altri casi si ha del relatore e del Presidente che hanno entrambi studiato la causa, quindi lui l'unico che conosce gli atti di causa, e pertanto la sua relazione segue gli appunti che lui porta in Camera di Consiglio, sui quali si apre la discussione, così è avvenuto anche per l'omologazione del concordato". Come ci ha rappresentato il giudice Celotti, la collegialità è strumento che funziona secondo un percorso indirizzato comunque dal relatore, che in questo caso ben può essere stato in grado di condizionare la decisione. Ora, la Difesa Greco contesta l'affermazione del Tribunale, dove si dice che Greco, che pure ha fatto l'accesso presso i locali della FEDIT per esaminare la regolarità delle scritture contabili, si sarebbe limitato sostanzialmente a rilevare alcune minime irregolarità. La Difesa Greco sostiene addirittura: non è vero, l'accesso sarebbe stato fatto soltanto per fare l'annotazione in calce alle scritture contabili, previste dal 170, Legge Fallimentare. Dice: non compete al Tribunale verificare la regolarità delle scritture contabili. Ora, questo mi meraviglia non poco non solo perché esiste un articolo 160, Legge Fallimentare, che dice assolutamente il contrario, ma perché è stato fatto. Allora leggo nel provvedimento di omologa: "in data 16 luglio il Giudice, su delega del Collegio, si portava in via Curtatone, sede degli uffici della Federconsorzi, allo scopo di controllare la regolarità formale delle scritture contabili". Alcune pagine dopo viene detto espressamente: "l'indagine per campione eseguita sulle scritture ha inoltre consentito di constatare che la tenuta dei libri è stata per il biennio antecedente il ricorso conforme alle prescrizioni". Nell'atto di appello, invece, sostiene che assolutamente questo non è stato fatto e non doveva essere fatto. Altra censura mossa dall'imputato Greco è un'incompetenza della autorità giudiziaria per essere competente il Collegio per i reati ministeriali. Credo che ci si possa limitare a rispondere che non è mai stato contestato alcun reato ad alcun Ministro e che la giurisprudenza, comunque, ha costantemente affermato l'eccezionalità della vis actractiva, disposta in favore del Collegio per i reati ministeriali, nel caso di reati commessi da soggetti comuni, affermando che la competenza non può estendersi quando non sia ipotizzato un concorso nell'imputazione (Cassazione, 1° novembre '95, n. 5581 Leccisi). Quindi, a maggior ragione quando una imputazione a carico del Ministro non sia mai stata formulata. Si sostiene ancora che la pronuncia di condanna civile a favore del Ministero delle Politiche Agricole sarebbe in contrasto con l'autorizzazione data dal Ministro al commissario governativo per la sottoscrizione dell'atto quadro. Sinceramente non vedo questo contrasto, dato che un atto può essere formalmente legittimo, quindi dotato di tutte le autorizzazioni, munito di autorizzazioni necessarie, ma penalmente illecito. Peraltro, nel caso di specie, ben sappiamo che al Ministro la questione, risulta dagli atti, fu prospettata come una formalità, cioè bisogna autorizzare questo atto perché il Tribunale ha deciso di vendere in questo modo. Tant'è che lo stesso giudice di primo grado, in questa parte della sentenza che non condividiamo, comunque ha riconosciuto la partecipazione dell'imputato D'Ercole al reato, pur poi ritenendo mancante una coscienza della lesione. Visto che abbiamo toccato la parte relativa alla costituzione di Parte Civile, sempre devo smentire l'affermazione, fatta dalle Difese Capaldo, S.G.R., che nessun creditore si sarebbe costituito Parte Civile. Si parla del C.A.P., però si dice: sì, però il C.A.P. è un creditore successivo particolare. Si dimentica che il Ministero delle Politiche Agricole è creditore, si è costituito per fare valere la lesione della propria posizione creditoria. Ancora: si sostiene che non vi sarebbe un nesso tra la responsabilità affermata del prof. Capaldo e quella di S.G.R., perché la sottoscrizione dell'atto quadro, che sarebbe avvenuta tra S.G.R. e il commissario governativo, sarebbe stata fatta non da Capaldo in persona, per mezzo di un procuratore, ma da detto avvocato Alberto Giordano, autorizzato dal Consiglio di amministrazione, quindi sostanzialmente la responsabilità della sottoscrizione andrebbe ricondotta al Consiglio di amministrazione. Anche in questo caso devo smentire perché nell'atto quadro si legge espressamente che: "è presente l'Avvocato Giordano,... un atto... etc. il quale interviene al presente atto nella sua qualità di procuratore speciale, giusta procura mio rogito, in data odierna, repertorio... etc. che al presente atto si allega... etc. etc. del prof. Pellegrino Capaldo, nato... etc. etc. domiciliato per la carica..., Presidente del Consiglio di amministrazione di S.G.R.". Quindi Capaldo come Presidente del Consiglio di amministrazione incarica questo soggetto di sottoscrivere l'atto quadro, solo dopo si dice "autorizzato con delibera del Consiglio di amministrazione". Che ci sia una autorizzazione nessuno lo nega, ma di sicuro lui agisce come procuratore nominato del prof. Capaldo.

Poi ci sono tutta una serie di censure, che probabilmente non so se siano neanche più attuali, sulla insussistenza dei danni risarcibili, però vedo che parlano esclusivamente dei danni dei lavoratori per cui non tratto l'argomento.

Passiamo all'occultamento della istanza dei commissari governativi. Si sostiene da parte della Difesa Greco, dice: io faccio il giudice, non faccio il cancelliere, quindi mica dovevo essere io a protocollarla, a svolgere nessun adempimento di alcun tipo. Sinceramente, non si può neanche pensare che qualcuno abbia mai sostenuto che il Presidente Greco avrebbe dovuto andare in Cancelleria, prendere il timbro e mettercelo sopra, non è sicuramente questo. Il discorso è ben diverso, cioè è una istanza che non è stata resa pubblica, non è stata allegata agli atti, che poi il Presidente Greco la girasse al cancelliere o meno, il modo per raggiungere lo scopo di sicuro c'era. Di fatto se l'è tenuta nella borsa per oltre un mese, sapeva benissimo di averla e ha pensato bene di riconsegnarla con l'éscamotage di richiedere il parere. Parere che, peraltro, contrariamente a quello che dice Greco, fu trasmesso poi al Tribunale, anche se era ormai troppo tardi, ne dà atto Piovano nella sua dichiarazione. Poi c'è anche un errore, credo veramente temporale, nell'appello Greco perché si dice, sempre con riferimento a questa istanza, sarebbe assurdo pensare che l'intento del giudice delegato fosse quello di addivenire alla vendita in massa perché tale forma di vendita non era neanche nei propositi dei promotori di S.G.R.. Ma questo non è possibile perché ricordo che il 27 maggio, data della istanza, è la stessa data del 27 maggio, presentazione della proposta Capaldo. Sull'occultamento dei pareri Carbonetti si dice non sarebbero stati cercati, di fatto ad oggi nessuno ha tirato fuori i pareri di Carbonetti che sappiamo sono stati acquisiti semplicemente perché il commissario giudiziale Picardi ne aveva mantenuto una copia. Addirittura poi si dice: però risulta dagli atti che tre istanze di Carbonetti sarebbero state acquisite dalla Polizia Giudiziaria, poi andate perdute, quindi probabilmente sono quelle. Siccome il Tribunale dice: no, perché una cosa sono le istanze e una cosa sono i pareri, gli si risponde in appello: sì, però, mica la Polizia giudiziaria va a controllare il contenuto dei documenti. Però, sinceramente, la questione non può essere così, anche perché, obiettivamente, sono intitolati "appunto", neanche "parere", "appunto", quindi non mi pare particolarmente probante.

Questione degli intraneus. E` una questione che è stata particolarmente trattata in primo grado, nella sentenza e negli appelli. Ora pacifico perché possa considerarsi il delitto di bancarotta fraudolenta è necessario che uno dei compartecipi rivesta la qualifica di intraneus, quindi di imprenditore, amministratore, direttore generale, sindaco o liquidatore di società. Rilevano le Difese che nessuno dei compartecipi, né tanto meno l'imputato D'Ercole sarebbe stato in possesso di detta qualifica, perché? Si sostiene sostanzialmente: l'imputato D'Ercole era commissario governativo. Allora l'Art. 236 è tassativo: non parla del commissario governativo, parla di questi soggetti di cui abbiamo detto prima (imprenditore, amministratore, direttore etc.), quindi estendere la qualifica al commissario governativo si arriverebbe ad una inammissibile applicazione analogica della norma penale incriminatrice. Peraltro, si dice, il commissario governativo potrebbe svolgere solo atti di ordinaria amministrazione e poi non opera nell'interesse della società, ma per un interesse pubblico-metasocietario. Ora, la tesi è assolutamente infondata, non occorre procedere a nessuna applicazione analogica della norma, perché il commissario governativo è un amministratore, la norma parla di amministratore, il commissario governativo è un amministratore, e da dove lo si desume? Pacificamente dall'Art. 2543 del Codice Civile, che afferma che: "in caso di irregolare funzionamento delle società cooperative, l'autorità governativa può revocare gli amministratori e i sindaci ed affidare la gestione della società - questi sono i termini precisi usati dalla norma - ad un commissario governativo". Che cosa altro è l'affidamento della gestione della società se non l'essere amministratore della società? Per cui è chiara l'irrilevanza solo di un diverso nomen iuris. Peraltro, si ricorda la giurisprudenza assolutamente pacifica della Suprema Corte, che ha ritenuto poter essere soggetto attivo del reato di cui si discute anche l'amministratore di fatto di una società. Ora, non si vuole ovviamente sostenere che l'amministratore di fatto sia equiparabile al commissario governativo, non è una equiparazione che interessa; si vuole, invece, dire che se autore del reato in discussione può essere l'amministratore di fatto, a maggior ragione può esserlo il commissario governativo che è amministratore per legge, e non di fatto, per legge e per provvedimento amministrativo. Viene invocata poi la nuova formulazione dell'Art. 2639, come novellato dal Decreto Legislativo 61/2002, che al primo comma per i reati previsti dal Titolo XI del Libro V equipara i soggetti formalmente investiti della qualifica, o titolari della funzione prevista dalla legge, chi è tenuto a svolgere la funzione, anche se diversamente qualificata, ed anche chi esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti la qualifica o la funzione, disponendo poi al secondo comma che le disposizioni sanzionatorie relative agli amministratori si applicano anche a coloro che sono legalmente incaricati dalla autorità giudiziaria, dalla autorità pubblica di vigilanza di amministrare la società o i beni. Quindi assume la Difesa che questa disposizione, distinguendo tra la figura degli amministratori di fatto e quella dei commissari governativi, ed estendendo ai commissari governativi l'applicazione delle norme penali previste per la violazione quindi degli obblighi incombenti sugli amministratori, costituirebbe una decisiva conferma della differenza tra le due categorie. Difatti dice: se gli uni e gli altri fossero equiparabili sul piano giuridico, l'Art. 2639, comma 2, che estende l'applicabilità delle norme penali indicate ai commissari governativi sarebbe inutile. In realtà, così non è. La tesi della Difesa è suggestiva, ma giuridicamente poco sostenibile, infatti con la novella di cui abbiamo discusso c'è stata la riformulazione dei reati societari, che possono essere commessi a seconda della ipotesi di amministratori, liquidatori, sindaci... poi con l'Art. 2639 sono stati sostanzialmente equiparati ai soggetti indicati nei vari titoli di reato coloro che esercitano la stessa funzione, anche se diversamente qualificata, o coloro che la esercitano di fatto. Poi c'è l'estensione anche ai soggetti legalmente incaricati dalla autorità di pubblica vigilanza o giudiziaria di amministrare i beni o la società. Nella prima categoria ovviamente rientra l'amministratore di fatto, nella seconda il commissario governativo. Ma questo è logico perché il commissario governativo non è un amministratore di fatto. Peraltro, segnalo che da parte della dottrina, ad esempio, l'articolo di Faliero di "Guida al Diritto del 2002", n. 16/2002, smentisce qualsiasi portata innovativa della norma, affermando che sostanzialmente la norma si limita a prendere atto di un orientamento pacifico della giurisprudenza. Per cui sostanzialmente niente di nuovo. Poi le affermazioni delle Difese, per cui, non so, dal '42 ad oggi non si sarebbe rinvenuta una condanna del commissario governativo, sono poco probanti. Neanche può avere alcuna rilevanza la circostanza che il D'Ercole sia stato nominato commissario governativo quando, come prospettato dalle Difese, i beni della FEDIT, trattandosi di concordato preventivo con cessione dei beni, sarebbero già usciti dalla sfera di disponibilità dei creditori della FEDIT per entrare in quella dei creditori concorsuali, sicché D'Ercole non avrebbe avuto assolutamente alcun potere di disposizione. Ora, anche questo è tutto sommato un falso problema perché si dice da parte delle Difese: D'Ercole versava nella giuridica e materiale impossibilità di compiere atti di disposizione dei beni FEDIT, in quanto ceduti ai creditori. Si dimentica, tuttavia, che D'Ercole ha compiuto atti di disposizioni, giuridico e materiale, che è la sottoscrizione dell'atto quadro. Peraltro, basta ricordare che la giurisprudenza più recente non parla di perdita della disponibilità, ma perdita di autonoma disponibilità. Ricordo: Cassazione, Sezione I, 14 gennaio '94, n. 339, o del '90 n. 2900, che parla appunto di vendita di libera disponibilità. Tant'è che la titolarità dei beni rimane in capo al soggetto ammesso al concordato e l'amministrazione è condotta sotto la sorveglianza e l'indicazione del giudice delegato e del commissario giudiziale. Peraltro, se, come abbiamo ricordato, il reato può essere commesso dall'amministratore di fatto, è evidente che non costituisce requisito indispensabile la giuridica disponibilità dei beni, che sicuramente non fa capo all'amministratore di fatto.

Si passa poi, da parte delle Difese, ad esaminare l'eventualità che D’Ercole risponda non come commissario governativo ma come liquidatore giudiziale, sebbene ricordiamo l'atto quadro sia stato comunque sottoscritto nella qualità di commissario governativo e non di liquidatore, formalmente così si legge nell'atto. Rilevano le Difese che il liquidatore sarebbe soggetto estraneo alla gestione-amministrazione della società, essendo solo un mandatario dei creditori, preposto alla vendita dei beni nell'interesse e per conto di questi ultimi. Il problema risulta artatamente prospettato, perché nella parte precedente, quando le Difese parlano della qualifica di D'Ercole come commissario governativo, si sostiene non avere il commissario governativo la disponibilità dei beni; ora che si parla della qualifica di D'Ercole come liquidatore non si fa più riferimento alla disponibilità dei beni, che infatti il liquidatore ha, ma alla gestione o amministrazione della società. E' un po' un gioco a incastro, una tesi dove si dimentica quello che si è detto prima. Ora, che il liquidatore non abbia la gestione-amministrazione della società è pacifico, però, come già detto, ha la gestione dei beni, e lo dice espressamente la stessa Cassazione 9073/91, che peraltro credo sia stata addirittura citata dalle stesse Difese. Concludendo sul punto: D'Ercole gli atti di disposizione li ha compiuti, e questo è pacifico, non interessa indagare se avesse la piena, semiplena disponibilità giuridica e se l'avesse fatto con il potere o meno, di fatto aveva la qualità di commissario governativo e aveva la qualità di liquidatore. Ancora si dice: però D'Ercole aveva una posizione marginale, interviene alla fine di tutta la vicenda. Questo non mi sembra che sia un argomento. Sì, è così, probabilmente, ma si è verificato, è intervenuto nella fase conclusiva del reato e ha posto in essere l'atto indispensabile per la conclusione del reato, che è iniziato con tutte le altre attività che prima abbiamo esaminato. Senza la firma dell'atto quadro, davanti al quale - ricordiamo - sono scappati gli altri commissari, il reato di bancarotta non si sarebbe perfezionato. Ora, D'Ercole avrebbe anche potuto non firmare, ma lo ha fatto, ha dato la sua adesione. Quindi ricordando, intanto, che D'Ercole si interessò della formulazione dell'atto quadro, risulta dagli atti del processo che prese parte alla sua formulazione, quindi studiò la situazione, non poteva non avere ragionato su quella "particolare propensione alla fuga dei commissari giudiziali" di cui parla il Tribunale, che lo avevano preceduto; come sicuramente era a conoscenza, perché la questione era stata trattata dai giornali, delle dichiarazioni rilasciate da Gambino, dichiarazioni ricordiamo pesanti, da Cigliana sulla questione sul Piano Capaldo. Lo stesso Piovano, che D'Ercole a dibattimento ci dice: ma lui se ne andò perché la moglie stava male, sì, certo, la giustificazione ufficiale sicuramente fu questa, ma gli disse, e questo risulta dagli atti, che in quella situazione sarebbe stato necessario un legale, che lui non se la sentiva di sottoscrivere proprio perché serviva un legale, quello che era D'Ercole, che aveva quindi tutta la capacità di percepire la misura di ciò che si stava facendo.

Mi rimetto per il resto alla impugnazione del Pubblico Ministero sulla posizione D'Ercole. Nella denegata ipotesi, in cui si ritenesse di confermare la assoluzione di D'Ercole, non può ribadirsi la correttezza, invece, delle conclusioni cui è pervenuto il Tribunale in ordine alla configurabilità del reato anche in assenza di responsabilità per D'Ercole.

Due ultime notazioni. Una sulla congruità del prezzo. Anche alla luce delle dichiarazioni spontanee rilasciate dal prof. Capaldo, ho questa convinzione: mi sembra strano, sinceramente, cioè si dice il prezzo offerto era un prezzo congruo, a parte si giustifica con la durata, si sarebbe chiuso subito, ma non mi ripeto, su questo ho già parlato, però che cosa si afferma? Perché era un prezzo congruo? Perché non solo si doveva tenere conto di quello che poteva essere una incertezza in sede di vendita, ma si sarebbe dovuto tener conto anche dei costi di struttura, che quindi nei costi di struttura dovevano essere considerate le spese, anticipate sostanzialmente dai soci, per mettere insieme la società. Nelle dichiarazioni rese anche in primo grado il prof. Capaldo dice: noi stimammo un realizzo tra i 2.900 e i 3.000 miliardi - che già faccio notare è particolarmente più alto dei 2.150 offerti - ma non potevamo offrire questo prezzo perché dovevamo tenere conto dei costi di struttura, quindi queste spese per fare ricorso al credito e varie, che stimammo 200 miliardi e del tempo che stimammo in tre anni. Ora, io mi chiedo, non sono un economista e quindi può darsi che mi sbagli: ma può essere corretta la determinazione della congruità del prezzo, tenendo presente non il valore di vendita a cui può essere venduto un bene, ma le condizioni soggettive di chi vuole acquistare questo bene? Il prezzo, secondo le stesse dichiarazioni quindi dell'imputato Capaldo, non è un prezzo giusto, è il prezzo conveniente per S.G.R., che è cosa però assolutamente diversa.

Ultima notazione sul credito-debito MAF. E` noto, c'è questo grosso debito del Ministero Agricoltura, che è collegato alla gestione degli ammassi, quindi un debito che risale nel tempo, perché non fu mai finanziato con legge. E' un debito che parte da Federconsorzi, quindi credito che Federconsorzi aveva perché gli era stato ceduto dai consorzi agrari. Ora, si tende ovviamente a sostenere la totale inesigibilità del credito del Ministero, valorizzando anche una sentenza abbastanza recente del Tribunale Sezione Stralcio di Roma che, decidendo sulla questione, avrebbe respinto la domanda fatta dalla federazione e dalla liquidazione della FEDIT, per ottenere il pagamento di questo credito. Posso limitarmi a ricordare che il credito non è mai stato contestato, cioè c'è in atti una lettera del Ministero, credo in risposta ai commissari governativi, dove praticamente si fa presente la mancanza di postazione in bilancio, non si contesta il credito, e non posso che ricordare che la mancata contestazione supera il mancato stanziamento in bilancio nel momento in cui si va alla ricerca di un titolo esecutivo, cioè la mancata postazione in bilancio impedisce all'amministrazione un pagamento spontaneo, ma sicuramente non la formazione di un titolo. Tant'è la riprova è, lo vediamo nella stessa sentenza del Tribunale di Roma, è stata pronunciata la compensazione di una parte di questo debito MAF, che non sarebbe stata assolutamente possibile se questo debito fosse stato considerato assolutamente inesigibile. Concludo: (dà lettura delle conclusioni scritte che deposita unitamente alla nota spese).

A questo punto, alle ore 11.00, l'udienza è sospesa brevemente.

L'udienza riprende alle ore 11.30.

 

P.C. AVV. Giuseppe FANFANI (P.C. C.A.P. Perugia): Signor Presidente, signori della Corte, signor Procuratore Generale, la requisitoria del signor Procuratore Generale, che ho letto con attenzione, e la ricostruzione puntuale di tutti gli accadimenti cronologicamente esposti, che è stata compiuta poco fa da parte del legale dell'Avvocatura dello Stato, mi esonerano dallo svolgere tutta una serie di considerazioni che avevo in animo di svolgere perché ad esse mi richiamo. Cercando di limitare questo breve excursus che farò ad alcune considerazioni di sintesi per riconfermar validità alla sentenza di primo grado, della quale chiederò la conferma, che se ha un limite è quello esclusivamente di avere escluso la responsabilità di D'Ercole, perché dal complesso degli elementi probatori, che sono stati correttamente enunciati da chi mi ha preceduto, trova una sua collocazione precisa. E la sentenza di primo grado è particolarmente apprezzabile nella parte in cui compie lo sforzo di dare una spiegazione a quello che è avvenuto, lo sforzo di capire, lo sforzo di collocare i comportamenti dei singoli personaggi, che hanno popolato questa vicenda, in un quadro unitario, sul presupposto che i comportamenti dei singoli non siano quasi mai disgiunti da loro e che le cose a questo mondo non accadano mai per caso. E` uno sforzo particolarmente apprezzabile perché è difficile da compiere, perché attiene ad un compito difficile, e perché l'ottica nella quale il magistrato, l'inquirente prima e il magistrato dopo, che deve giudicare, sono portati a valutare dei fenomeni più complessi che attengono sia al mondo della politica che al mondo della economia, che tra loro hanno sempre avuto elementi di grandissima contiguità, corre il rischio di essere uno sforzo talvolta vano perché l'ottica è necessariamente limitata ad aspetti particolari. E' un po' una censura che, se volete, con un tocco di presunzione intellettuale, è stata mossa da chi nei propri motivi di appello ha sostenuto che valutare il complesso fenomeno della crisi della Federconsorzi solo sotto il profilo dei rilievi giuridico e penalistici, che esso comportava, fosse come osservare una grande festa asburgica da un buco della serratura. E` una censura che ripropone, in realtà, il tema di contrasto, immanente nella storia degli ultimi anni, tra politica e magistratura, e che porta coloro che sono stati gli artefici in prima persona di fenomeni più ampi, che sono i fenomeni economici, che hanno desunto spesso ragioni della loro dinamica dalla stessa dinamica della politica, a valutare con sospetto, vuoi con anche occhio critico, l'attività di coloro che cercavano di capire alcuni aspetti settoriali. Perché si ha ragione quando si immagina che il complesso dei crisi della Federconsorzi sia un fenomeno molto più ampio, che nasce da una crisi progressiva nei rapporti di collateralismo politico tra le associazioni di categoria e i partiti dominanti, che nasce nella crisi anche della contiguità della cultura cattolica con il mondo della agricoltura, che nasce dal crescere all'interno dei fenomeni della economia agricola di un fattore di crisi, che era quello della riduzione del numero di addetti, soprattutto all'interno delle famiglie coloniche, soprattutto di quel fenomeno economico che, ponendo di fronte ad una crisi oggettiva, una economia basata sulla formazione della piccola proprietà coltivatrice, a fronte di fenomeni di economica agricola che negli altri stati europei avevano già immaginato nelle grandi concentrazioni e nelle grandi estensioni terriere, il presupposto per la economicità del sistema rendeva di conseguenza difficile la sopravvivenza anche di una sovrastruttura di carattere economico e politico come la Federconsorzi, che era pre-immaginata originariamente come forma di tutela di questa realtà e come forma di contiguità politica, di collegamento politico di questa realtà alla classe dominante. Questo era il fenomeno, quindi si ha ragione, nel momento stesso in cui si censura l'ottica nella quale si è voluto valutare il fenomeno, ma se questo è vero, non si può cadere nell'errore dettato veramente da presunzione, non personale, si badi bene, ma da presunzione intellettuale nel ritenere che la magistratura comunque non possa mettere il naso in quegli aspetti discrasici, che molto spesso in queste situazioni delineano il confine e debordano dal confine della legalità e divengono fattori di illiceità, di quella illiceità che in questa vicenda è evidente, perché ancora mi si deve spiegare come hanno fatto a scomparire nel nulla oltre 2000 miliardi. Perché poi, in sintesi, quando il Tribunale di Perugia ritiene, tra le varie forme in cui si può ipotizzare la bancarotta, la più confacente al caso di specie quella della dissipazione, in realtà, si pone un problema molto preciso: a fronte di un patrimonio stimato da tutti, universalmente, in oltre 4.000 miliardi, o in cifra prossima ai 4.000 miliardi, e a fronte di una cessione di questo patrimonio a cifra sostanzialmente dimezzata, si è posto correttamente il problema, ma lo si è posto nell'interesse dei creditori, nell'interesse dei dipendenti, nell'interesse complessivamente anche della ragionevolezza della operazione, si è posto il problema di dove fossero finiti questi soldi che è una domanda a cui nessuno ha saputo dare risposta. Anche perché molti di questi beni furono venduti inizialmente ad un prezzo corrispondente al valore dei mercati, molti di questi beni furono successivamente ceduti a poche lire, taluno a una lira, altri sono ancora lì, altri furono oggetto di transazione; insomma, un fenomeno complessivo al quale una risposta tuttora non è stata data. E lo sforzo di capire è quello anche di rendersi conto se i comportamenti degli autori, di coloro che ebbero parte a questa liquidazione, che oggi sono in quest'aula sottoposti a giudizio come imputati, se i loro comportamenti risposero ad un'unica logica, fossero tra loro convergenti, di talché si possa immaginare, come il Tribunale ha fatto, che essi rispondessero ad un'unica finalità che era quella di consentire l'attribuzione di questo patrimonio ad una società, all'uopo costituita, ad un prezzo ritenuto vile, che aveva come necessario effetto - perché siamo di fronte ad un delitto a dolo generico - conosciuto, quello di dissipare una parte del patrimonio vendendo nei cespiti ad un prezzo vile o anche dimezzato. Sia chiaro: in nessun fallimento, in nessuna procedura concorsuale è consentito a nessuno degli autori, dei soggetti che hanno il potere di decidere di alienare beni facenti parte della massa ad un prezzo inferiore a quello reale. Questo non è consentito, non è consentito nell'ultimo fallimento, dal più piccolo al fallimento più grande come questo. E se questo è un assioma al quale non si può assolutamente derogare, tutti i comportamenti che si sono trovati in contrasto con questa premessa necessaria, che doveva delineare il comportamento non tanto di coloro che si proponevano come acquirenti, se non ne fossero stati partecipi, ma innanzitutto di coloro che avevano il dovere giuridico, istituzionale, come il Presidente di un Tribunale e giudice delegato di essere massimamente attenti a che ciò non avvenisse, diventano profondamente censurabili. E se sono riconducibili all'interno di un quadro più generale, che vede più soggetti complessivamente determinati a conseguire un risultato, che si sa essere in danno della massa, allora dobbiamo concludere che se questi comportamenti sono convergenti, tutti coloro che vi hanno partecipato sono ugualmente responsabili di questo delitto. E il ragionamento, se volete molto semplice, che sottostà alla analisi di questo problema è che sostiene, con l'unico limite di D'Ercole (ma dopo vedremo anche su questa faccenda), l'architrave corretto della sentenza che oggi viene impugnata.

E` necessario, quindi, analizzare brevissimamente i comportamenti dei singoli partecipi di questa vicenda per verificare se essi avessero le caratteristiche che ho precedentemente enunciate. E` pacifico che questi beni avessero un valore compreso nell'ordine all'epoca dei 4.000 miliardi, lo dicono tre relazioni: la prima quella del 9.12.'91 - ricorderò solo questi dati - disposta dal giudice delegato al fallimento e redatta dal Collegio presieduto da De Santis, che lo valutava in 4.800 miliardi; vi è la seconda del 19 dicembre '91 dei commissari Cigliana, Gambino, Locatelli, che facevano una valutazione con tutte le caratteristiche note, è inutile ritornare, con tutte le decurtazioni, prossima ai 3.700 miliardi; e poi l'ultima del commissario giudiziale che riporta le valutazioni a 3.939 miliardi, il che doveva consentire nella prospettazione che egli faceva di soddisfare creditori chirografari in ragione del 70%. Cito questo dato perché è lo stesso dato che ritornerà nella sentenza, con la quale si omologava il concordato e nella quale questa percentuale, in relazione al valore degli immobili verrà richiamata, anche se poi si prospetteranno in maniera diversa, come è noto, le varie possibilità di dismissione del patrimonio. Questo è fondamentale perché se si parte da questi dati, e si conclude con una alienazione ad una cifra dimezzata, è ovvio che sotto il profilo della sostanza economica, la decurtazione, ovvero la dissipazione del patrimonio, è evidente. E questo intanto avrebbe potuto essere fatto dal Tribunale in quanto il Tribunale avesse abbondantemente motivato e giustificato quello che stava facendo. Perché se io so che nel fallimento è compresa una automobile, una casa, una macchina che costa dieci, non posso autorizzare la vendita a cinque, se non sorreggendola da un complesso di motivazioni che rendono chiaro, che rendono credibile, che rendono lecito il comportamento che si sta tenendo. Perché tutto quello che è avvenuto in questa vicenda ha, da un lato, dei dati economici estremamente precisi, dall'altro, un'ovvia consapevolezza, perché tutti coloro che oggi sono imputati qui sono dei tecnici, dei tecnici di valore, dei docenti universitari, dei presidenti di tribunali, degli uomini di grande cultura e di grande spessore, su questo neanche si discute, che non potevano non avere presente questa condizione iniziale dalla quale essi dovevano muovere. Perché altrimenti questo elemento, che è l'elemento materiale della dissipazione, non può essere mai cancellato. Cosa avrebbe dovuto fare un Presidente accorto in una situazione di questo tipo? (Io me lo sono posto più volte questo problema). Se non quello di interessare il Collegio di questo problema? Nella sentenza si fa riferimento alla cosiddetta "responsabilità collegiale", perché è uno degli argomenti difensivi, utilizzato dagli altri, e lo si fa anche analizzando il contenuto della sentenza di omologa del concordato. Non c'è mai un riferimento concreto ad un'analisi approfondita che sia stata fatta di questo problema, ed anche quando si va ad analizzare il comportamento dei magistrati che componevano il Collegio, lo si vede che essi hanno agito in maniera certamente dettata da un affidamento di fondo, come si usa, nei confronti del relatore di un provvedimento, di un giudice delegato che conosce i problemi, del Presidente del collegio giudicante; il quale, però - ed è questo uno degli elementi che ci deve far comprendere come l'attività all'interno del Collegio sia stata oggetto di una attività decettiva da parte di colui che aveva il dovere invece di una corretta informazione - non illustrò neanche ai membri del Collegio quello che era il contenuto di quelle relazioni che egli aveva avuto dal Carbonetti, che sono poi quelle che sono scomparse dal fascicolo. Perché dico questo? Perché se quelle relazioni esistevano ormai è pacifico, ma non è stato facile neanche arrivare alla loro esistenza, se non ci fossero state notule liquidate e se non ci fosse stato Picardi che ne aveva una copia, probabilmente le relazioni di Carbonetti non sarebbero mai venute fuori. Ma perché se figurarono nella parte motiva del provvedimento, richiamate ampiamente, come la sentenza correttamente riferisce; il che vuol dire che erano patrimonio psicologico dell'estensore di quel provvedimento, ma che non erano mai state trasfuse come atto all'interno della discussione del Collegio, perché altrimenti ad esse, correttamente, si sarebbe dovuto fare riferimento. E il motivo è ovvio, è stato da più parti riferito: non se ne poteva fare riferimento perché il conflitto di interessi era noto prima di tutto al signor Presidente di quel Tribunale, il quale non solo poi curò che quella documentazione sparisse, ma che, sapendo che fin dall'origine Carbonetti era in quel Consiglio di amministrazione, probabilmente sapendo che ne sarebbe diventato il Presidente, aveva fin dal momento della omologa curato che quel nome, quelle relazioni non venissero fuori. Guardate che questo elemento è un elemento pesante nella ricostruzione del comportamento del dott. Greco, e non è elemento che si può superare con le argomentazioni difensive che ho letto nei motivi di appello, perché in nessuna di esse si affronta il problema nei termini che io adesso ho elencato, che sono i termini sostanziali. Se si fosse voluto dare a quelle relazioni tecniche - li chiamano "appunti", comunque a quelle relazioni tecniche - il peso che effettivamente esse avevano, non si sarebbe avuto motivo di trascriverne il contenuto nella sentenza di omologa, senza citarne la fonte, anzi, la fonte avrebbe avvalorato il contenuto di quelle osservazioni.

Nella stessa logica è l'occultamento di quella istanza, anche questa ormai vicenda notissima. Vicenda che si scontra con una giurisprudenza contraria consolidata del Tribunale di Roma, ma non solo di Roma, e che trova la sua giustificazione nella necessità, ...o diciamo che non trova la sua giustificazione, queste sono conclusioni che ha tratto il Tribunale e che trarrà la Corte; ma che trova una coincidenza quanto meno sospetta nel fatto che ciò consentiva di giungere comunque fino in fondo alla conclusione della procedura concordataria. Cosa alla quale non si sarebbe potuti giungere se la liquidazione avesse preso la strada, secondo me più corretta, della liquidazione coatta amministrativa, magari con dichiarazione di stato di insolvenza, fatto eventuale ma comunque nella fattispecie sicuramente scontato. E nella ulteriore coincidenza che l'istanza, corredata dal parere, sollecitato, viene ripresentata quando ormai l'omologa era atto compiuto, quando ormai si era giunti in fondo. Io sono assolutamente certo che questo comportamento fosse comportamento preordinato, perché altrimenti non ha giustificazioni né nella ritenzione... nell'"occultamento", chiamiamolo con il suo vero nome, perché questo è un vero e proprio falso per soppressione o per occultamento, nell'occultamento di questo atto, nella restituzione di questo atto al commissario Piovano che, sollecitato da Cigliana, il quale l'aveva messo per iscritto, era andato a chiedere che intenzione avesse il signor Presidente; nella riproposizione, nella sollecitazione di farsi restituire la istanza con un parere, che secondo me doveva avere nella indicazione del soggetto che lo doveva estendere anche una preordinazione di contenuto, e comunque nella conclusione che tutta questa attività era diventata inutile nel momento stesso in cui il concordato era concluso. Ma se questo è vero, noi dobbiamo retrodatare questo disegno alla data di presentazione di questa istanza, al 27 maggio del 1992, casualmente lo stesso giorno in cui veniva depositata la proposta di acquisto.

Il comportamento, ripeto, delle persone ha sempre una chiave di lettura, nel bene o nel male, spesso anche inconsapevolmente risponde a delle logiche. Ma se questo comportamento rispondeva ad una logica e se rispondeva alla logica di conseguire il risultato finale, significava che nel maggio 1992, ovvero prima, entrambi i risultati erano già preordinati, perché non avrebbe avuto senso che il dott. Greco si fosse tenuto in tasca l'istanza, che un paio di mesi dopo al nuovo commissario avesse detto: me la ripresenti, ma me la ripresenti con un parere di quel professionista. E se tutto questo fosse stato preordinato, a conservare a se stesso il potere di arrivare in fondo alla procedura di concordato con un decreto di omologa, se tutto questo non fosse stato collegato a quella istanza che casualmente era stata presentata quel giorno, ma che aveva una coincidenza cronologica. Il che vuol dire che un anno prima, già nel disegno complessivo, non solo del Presidente Greco, ma di coloro che agivano insieme a lui, e che portavano avanti questo disegno, il quadro era già completo. Si sapeva un anno prima cosa si sarebbe dovuto fare. Non a caso le parole che sono state riferite al dott. Greco e da lui non smentite: se per caso vanno verso la liquidazione coatta amministrativa ci saranno ricorsi al TAR, ci saranno impugnative di carattere amministrativo, assume una grossa rilevanza e denota, come è stata anche connotato in sentenza, un interesse che va bene al di là dell'interesse asettico al rispetto della giustizia e, nel caso concreto, alla valorizzazione del patrimonio della massa, che doveva essere proprio del Presidente del Tribunale. Ma i comportamenti anomali che si inquadrano in questa logica, da quella data fino alla data finale della omologa del concordato, non solo, perché nella sentenza di omologa, a fronte della difficoltà di superare quel dato iniziale di discrasia di valori, si utilizzano degli artifici logici che sono completamente in contrasto con quel dovere al quale facevo riferimento prima: se si vende un bene che costa dieci, che è valutato dieci da tre perizie, tutte interne al sistema della giurisdizione, non sono perizie esterne perché sono state disposte dai vari magistrati; se si vuole vendere un bene a un valore dimezzato, lo si dovrà spiegare perché lo si autorizza a vendere a quello. E non si dica: sì, la stima di questi beni consente un soddisfacimento dei creditori che dovrà fare il 70%, però la velocità dei tempi potrebbe consigliare anche la vendita in un unico blocco. Cosa che non si dice espressamente, ma la si lascia intravedere come una delle possibilità, tanto è vero che nella sentenza di omologa si parla della proposta Casella come di proposta di mera ipotesi, avvalorandosi, tra l'altro, la non congruità del prezzo ed avvalorandosi anche la possibilità che insieme a questa strada si possa percorrere anche la strada, ugualmente legittima, forse certamente più comprensibile, dell'asta. Anche nel decreto del 23 marzo 1993, cioè un anno dopo grosso modo, dieci mesi dopo, nel quale si autorizzerà la vendita in blocco, non si darà conto di situazioni che nel frattempo avevano reso questa operazione estremamente peggiorativa, perché i beni, con il riferimento indistinto, voi ricorderete che, inizialmente, una analisi precisa dei beni non è mai stata fatta, ma c'era un riferimento piuttosto preciso, analitico al complesso dei beni, poi si farà riferimento in quel provvedimento a tutti i beni esistenti alla data del 31 dicembre 1991. Con ciò ampliandosi il coacervo dei beni anche a quelli posseduti precedentemente, il che, automaticamente, rimanendo fermo il prezzo, e dilatandosi la massa dei beni che venivano ricompresi nell'offerta e nella successiva accettazione, che saranno poi ricompresi nell'atto quadro, ovviamente faceva diminuire il valore complessivo, il corrispettivo complessivo di ciò che si era offerto. Senza considerare che la dilazione dei pagamenti, che erano stati offerti, e le detrazioni consentivano un ricavo immaginabile nell'ordine di 1.800 miliardi. Sotto questo profilo è pesante che non si sia tenuto conto di quelle osservazioni che venivano intranee, perché venivano dal commissario Picardi e dal coadiutore Pazzaglia, che avevano messo l'accento su questa cosa dicendo: attenzione, gente, che voi state facendo una cosa che sotto il profilo strettamente tecnico-giuridico ed economico non sta in piedi. Diceva Picardi: "Conclusioni. Con l'approssimazione inevitabile in tale valutazione di massima, può ragionevolmente presumersi che il risultato economico della operazione della vendita in massa della S.G.R., una volta effettuati tutti i calcoli, si aggirerà intorno ai 1.800 miliardi". Questo era il commissario giudiziale. ...Il dott. Picardi, nel parere del commissario giudiziale sul contratto quadro per il trasferimento alla S.G.R., concludendo si esprime in questi termini: dice che una volta effettuati tutti i calcoli il risultato economico della operazione della vendita in massa alla S.G.R. si aggirerà intorno ai 1.800 miliardi. Poi dice una seconda cosa: "poiché gli incassi, o comunque le somme portate in detrazione, sono, come si è visto, superiori a 322 miliardi, previsti dalla prima rata, la S.G.R. non corrisponderebbe nulla alla firma dell'accordo quadro, anzi, verrebbe decurtata in parte anche la seconda rata da corrispondersi a dodici mesi. A parte la ovvie ripercussioni sfavorevoli sulla immagine della intera operazione" - qui ha detto, con una eleganza tipica in questi casi, con la prudenza di chi scrive e non di chi parla: guardate che stiamo facendo una operazione delle più brutte, una figura delle peggiori - "tale conseguenza produrrebbe gravi conseguenze perché farebbe slittare in anni il pagamento dei privilegiati". Tanto è vero che poi S.G.R. corse ai ripari e creò una anticipazione di pagamento proprio per evitare che questa situazione fosse pesante. Ma qui assistiamo ad una cosa ancora peggiore, perché con il sistema della retrodatazione al 31 dicembre del 1991, in blocco, del coacervo dei beni ricompresi nella offerta Casella, automaticamente si facevano ricadere, all'interno della massa attiva dei beni ceduti, anche i 322 miliardi che già erano in cassa perché erano il corrispettivo di beni dati via. Di modo che chi ha acquistato non solo si è trovato dei beni da esitare, ma si è trovato anche 322 miliardi con i quali pagare la prima e mezza seconda rata. Che nessuno si sia reso conto della gravità di una operazione di questo tipo, in cui, a fronte di una operazione che doveva essere onerosa, si finanziava l'acquirente con danari propri della massa, io onestamente non ci credo. Tanto non ci credo io che prima di me non ci avevano creduto tutti quelli che si erano dimessi, perché in questa vicenda assistiamo ad un coacervo di dimissioni che non è usuale, consentitemi, anche perché questa è gente strapagata. I professionisti che gestiscono un fallimento di migliaia e migliaia di miliardi non è che hanno notule da 100, 200 euro, questa è gente strapagata e che si siano dimessi in blocco prima Cigliana, Gambino e Locatelli, poi Piovano, e che anche chi non si è dimesso, come Picardi, abbia però avuto il buon senso, il buon gusto di mettere per iscritto che non era d'accordo perché questa era una operazione in danno della massa, come tutti sapevano e come tutti i giornali stavano scrivendo, (ma lasciamo stare i giornali che spesso hanno dei giudizi che nella specie erano anche condizionati dalla situazione politica), in una situazione di questo tipo, ripeto, maggiore prudenza ci sarebbe voluta, e ci sarebbe voluta soprattutto da chi, invece, violò pesantemente quello che era un dovere di controllo nell'interesse della massa dei creditori, ma soprattutto nell'interesse della giustizia, che è la cosa non perdonabile.

In un comportamento che era perfettamente sovrapponibile e perfettamente convergente a quello del vero gestore dell'operazione che è il prof. Capaldo. Persona della quale io conosco i meriti, conosco le qualità intellettuali e professionali, ma che in questa vicenda ha agito perseguendo interessi economici ed anche politici, che non sono stati né accertati né espressi, ma che certamente vi sono, che, se si considerassero assenti, non consentirebbero di comprendere il perché una operazione del genere sia stata compiuta. Siamo nel 1991, inizia questa operazione, '91-'92, ancora vi era una situazione, che oggi non riusciremmo neanche più a comprendere, di contiguità impunita tra sistema economico e sistema politico, (sia chiaro continua tuttora, ma forse in modi diversi), che consentiva di affrontare i problemi con una sorta di presunzione non dico di impunità ma di legittimità, quasi che... non dico che fosse doveroso, ma che fosse possibile affrontare i problemi delle crisi economiche e delle crisi politiche, che ad esse erano strettamente collegate, perché non dimentichiamo che la federazione italiana dei Coltivatori Diretti, all'epoca presieduta dall'on. Arcangelo Lobianco, era stata per anni bacino di voti rigidamente impostati, quasi fosse un ordine chiesastico, nei confronti del partito che allora esprimeva la maggioranza relativa di questo Paese. E il prof. Capaldo era stato notoriamente, non dico nulla di non noto, un raccordo di primissimo ordine tra il mondo economico contiguo alla Democrazia Cristiana e la Democrazia Cristiana stessa, come traspare dalle sue stesse dichiarazioni, nelle quali evidenzia questo suo stretto rapporto nel momento stesso in cui, anche l'altro giorno, fece riferimento alle consultazioni di cui veniva richiesto da Arcangelo Lobianco, dal Ministro Goria, sostanzialmente dal mondo politico che all'epoca faceva riferimento al mondo economico che la Federconsorzi esprimeva. Sia chiaro: non v'è una parola di censura in tutto questo, salvo considerare che nella situazione data l'aver perseguito una duplice finalità, che io individuo, e se sbaglio ne chiedo venia, nella gratificazione economica che dalla operazione, malgrado inespressa, veniva fuori, dalla possibilità di gestire una liquidazione che avrebbe consentito di individuare i soggetti futuri della titolarità di determinati beni, ma soprattutto la possibilità di rendere il senso di continuità a determinate strutture. Questo è un mondo che è stato per anni quasi impermeabile ai condizionamenti politici esterni che non fossero quelli del partito di maggioranza relativa. E questo è un mondo nel quale la politica dell'epoca, preso atto della situazione di crisi, sulla quale e sulla determinazione della quale bisognerebbe affrontare una valutazione, ma con un capitolo totalmente a parte sul quale non entro, non poteva consentire una dissipazione economica che fosse anche dissipazione politica. Mi spiego ancora meglio: molto spesso, di fronte a fenomeni politici ci si pone in termini reattivi, di contrasto; molto spesso, di fronte a fenomeni politici ci si pone in una situazione di rassegnata assuefazione a quello che sarà il futuro, quasi che non lo si possa determinare, un po' la visione, per restare in tema, che Moro aveva del rapporto che si sarebbe dovuto evolvere con il Partito Comunista dell'epoca, e che lo portò a determinate scelte. Io credo che in quel periodo, a fronte di una crisi evidente del sistema politico storico, quale si era verificata dal 1989, dalla caduta del Muro di Berlino in poi, in maniera sempre più evidente, molti si fossero rassegnati all'idea - e prima di tutto il Ministro Goria, che aveva tentato di risolvere il problema con una operazione che anticipasse, ma conservasse il risultato - che quel mondo non era più mantenibile in quella condizione, e che la crisi, nella quale la Democrazia Cristiana dell'epoca, o il sistema politico, sarebbe entrato da lì a poco, avrebbe travolto necessariamente anche questo assetto economico. E molti pensarono, e primo, ripeto, fu il Ministro Goria, a risolverlo anticipandone la crisi, di modo che fosse possibile conservarne gli effetti politici. Non è la stessa cosa che una banca, che una compagnia di assicurazione, che un'altra banca, che le grosse partecipazioni in grosse realtà economiche vengano vendute all'asta al primo acquirente; altra cosa è determinare chi le acquisterà. Avere la possibilità di ricostruire il tessuto economico e politico che poi sarà la continuità di quello che è stato prima e che non può permanere tale e quale, e questa è la logica nella quale ci si muove. Non si fa ricorso a persone della qualità, del potere, delle capacità del prof. Capaldo, se non si ha in mente un disegno di questo tipo. Per vendere, per liquidare bastano gli organi della procedura, per vendere basta un mediatore; per realizzare un disegno di questo tipo ci vuole una persona organica al sistema che capisca cosa il sistema vuole e che lo sappia orientare e soprattutto che sappia guidare le scelte. E` questo il compito, e lo dico con stima, ma questo era il compito, questo era il ruolo e in questa logica si sono mossi i personaggi di questa vicenda. E non ho colto nelle argomentazioni difensive, pure interessanti, pure condotte con eleganza di pensiero e di esposizione, dell'altro giorno, un solo riferimento all'interesse che determinava questo comportamento. Il prof. Capaldo, nella sua argomentazione, ha seguito un ordine cronologico degli accadimenti, mettendoli in fila, dando ad essi una giustificazione. Certamente sotto il profilo logico ineccepibile, ma non ha rivelato al Tribunale il vero interesse che sottintendeva questa operazione. Perché non è pensabile che, leggo testualmente...

PRESIDENTE: Stiamo, però, agli atti. Restiamo al tema della causa. Sono legittime le sue osservazioni, ma forse meno in quest'aula.

P.C. AVV. Giuseppe FANFANI (P.C. C.A.P. Perugia): Mi scusi, Presidente, abbia pazienza, io rispetto ed accetto la sua censura fino in fondo.

PRESIDENTE: No, non è una censura, è un invito a stare al tema della causa.

P.C. AVV. Giuseppe FANFANI (P.C. C.A.P. Perugia): Ma io sto cercando di dare una giustificazione logica a comportamenti che in quest'aula non sono stati spiegati e che la sentenza spiega esattamente come sto spiegando io. Non è che la sentenza abbia detto cose diverse e, perché la sentenza parte proprio, mi consenta, dalla crisi del sistema politico nominando i partiti, nome, cognome, indirizzo, nominando le persone, facendo riferimento a partiti e a personaggi politici per poi dire che costoro si sono mossi all'interno di questo quadro. Perché vedano, signori della Corte, se non si individua il movente, il motivo, la ragione per la quale questi comportamenti si sono tenuti, non si sa neanche perché lo abbia fatto, o si corre il rischio di dire: ma lo avranno fatto per il bene della collettività, o lo avranno fatto, come dice il prof. Capaldo, perché sollecitato da più parti si pose il problema, lo ha detto qui ieri l'altro, "di come liquidare al meglio". Certo, se questa è una valutazione, io mi domando: ma c'era bisogno di una operazione di questo tipo, quando già alcuni beni erano stati venduti a valore superiore a quella che era stata la stima iniziale? E quando la liquidazione stava dando dei risultati positivi, talmente positivi che con pochi beni si era già raggiunto diverse centinaia di miliardi? La ragione non è questa. Se si voleva liquidare, c'erano gli organi della procedura, vendevano i beni, li vendevano separatamente. La domanda alla quale noi ci dobbiamo dare risposta è perché fu scelta la strada della vendita in blocco e se la vendita in blocco rispondeva ad un interesse diverso da quello della correttezza della procedura. E tutto lo sforzo che io ho cercato di fare, e mi scuso se l'ho fatto argomentando in maniera che può essere sembrata lontana dalle carte processuali, ma che è tutta dentro questo processo, è quello di cercare di dare, in una visione organica, una giustificazione al comportamento degli uomini, che altrimenti può essere giustificato con un interesse diverso. Perché quando il dott. Greco dice: ma io ho fatto tutto questo nell'interesse della procedura. O il prof. Capaldo dice: io ho fatto tutto questo nell'interesse di coloro che mi avevano sollecitato per liquidare al meglio, creando addirittura una società nella quale tutti potevano partecipare; dimenticandosi che il principale creditore era in concordato preventivo, l'Agrifactoring, non vi poteva partecipare per disposizione normativa, che la stragrande maggioranza dei creditori non vi poteva partecipare perché nessuno aveva capitale di rischio da immettere in quella società, che prevedeva 300 miliardi di capitale e 400 miliardi di fideiussioni da sottoscrivere e che quindi nessuno aveva possibilità di fare; e dimenticandosi oltre tutto che in questa situazione non poteva essere negato il fine di lucro finale, perché per raggiungerne il risultato economico paro a quello della liquidazione bisognava ottenere un risultato paro al risultato finale della liquidazione più tutto quello che si era investito. Cioè nessuno investe in una società, la quale presuppone di tirare fuori centinaia e centinaia di miliardi per una operazione di acquisto, se non ha in mente di recuperare non solo quello che ha investito ma quello che avrebbe ricavato da una liquidazione normale. Se io valuto i beni, se io valuto una liquidazione 4.000 miliardi, ovvero se la valuto 2.150 miliardi ed offro 2.150 miliardi, vuole dire che io intendo ricavare 2.150 miliardi più tutti i soldi che ci avrò investito, altrimenti ho rimesso i soldi. Non credo che persone così accorte avessero la possibilità di immaginare una operazione in perdita. Tra l'altro, il fine di lucro era evidente. Nel verbale della Cassa di Risparmio di Reggio Emilia, nel quale si legge chiaramente che da questa operazione e dall'investimento di soldi nella S.G.R. si immaginava un recupero maggiore di quello che si sarebbe immaginato da una liquidazione ordinaria, ma deriva dalla stessa valutazione che il prof. Capaldo ha fatto quando ha detto che la loro stima era di 2.900 miliardi, cioè c'era un gap di circa 800, 900 miliardi, che era il risultato economico minimale che ci si proponeva da questa operazione. Certo, chi lo faceva fare ai creditori di investire altri soldi, oltre quello che avevano già perso, se non avessero immaginato che questo investimento portasse ad un risultato maggiore? Oltre tutto, si guardi bene che la stragrande maggioranza di questi creditori erano tutte società a fini di lucro, perché erano quasi tutte banche; e andate a spiegare ad un Consiglio di amministrazione di una banca, che ha già rimesso qualche migliaio di miliardi o qualche centinaio di miliardi in una operazione di questo tipo, a tirare fuori altri soldi e ad investire in una operazione di rischio, come questa, se non c'è un fine di lucro? Sarebbero da mettere tutti in galera quelli che avessero deliberato una operazione di questo tipo, e comunque sarebbero soggetti a responsabilità gli amministratori che avessero fatto una operazione di questo tipo.

La verità è che questa operazione fu fatta perché c'era una prospettiva corretta, intelligente sotto il profilo economico di avere un risultato maggiore di quello che si sarebbe avuto da una liquidazione normale. Ma non era questo il solo fine, questo fu il fine attraverso il quale colui che organizzò questa cordata riuscì a convincere gli altri ad entrare nella cordata, perché altrimenti Capaldo avrebbe dovuto farla da solo. Convincere altre banche, che sono creditrici, ad investire altri soldi, altro capitale di rischio in una operazione di questo tipo, vuol dire utilizzare uno strumento di prospettazione di un lucro futuro per convincerle ad entrare in questa operazione. Ma il motivo vero di questa operazione, il cemento vero che collegava l'operazione all'assetto politico-istituzionale era quello che vi avevo detto prima: era quello che veniva da lontano e che aveva consentito che l'operazione venisse gestita già un anno prima, con lo stesso modo, all'interno del Tribunale dal Presidente Greco, il quale aveva tenuto comportamenti che sono assolutamente sovrapponibili con i comportamenti tenuti dagli interessati all'acquisto, quando ancora l'interesse all'acquisto non era stato palesato.

L'ultima considerazione riguardo a D'Ercole. La sentenza lo assolve usando una struttura quasi aristotelica, per quanto rigida, dimenticandosi che le strutture aristoteliche, le strutture logiche rigide hanno il limite che se si mette in difficoltà o in crisi la premessa, automaticamente si mettono in crisi le conclusioni. Cosa dice? Dice sostanzialmente che D'Ercole arrivò all'ultimo, quando ormai le cose erano fatte, quando ormai vi era stata l'omologa, quando poi c'era stata l'autorizzazione all'atto quadro, e quindi si limitò a firmare tutto quanto. Tutte le considerazioni in ordine alla natura dell'ufficio ricoperto da D'Ercole e alla riconducibilità del suo ufficio alla disposizione del 216 Legge Fallimentare le ha già svolte bellamente la collega, e a queste vi rimando, non dirò una parola. Dirò soltanto una cosa: che la sentenza sotto questo profilo è errata perché il problema non è sapere in quale epoca D'Ercole è arrivato, ma soltanto se D'Ercole era a conoscenza che vendere questo patrimonio a quella cifra costituiva o meno una minusvalenza, una dissipazione del patrimonio concordatario, del fallimento, tutto qua. Trattandosi di delitto a dolo generico, l'unica consapevolezza che si deve avere è che con la propria azione si crei una dissipazione del patrimonio, ovvero un regalo a terzi, ma non è il nostro caso, una dissipazione del patrimonio, c'è una vendita a prezzo vile. E questo D'Ercole non lo poteva non sapere perché era stato oggetto di una polemica ferocissima su tutta la stampa, con i sindacati, all'interno della stessa struttura concordataria, che aveva portato i precedenti commissari Cigliana, Gambino, Locatelli e Piovano ad andarsene sbattendo la porta, che aveva portato Cigliana a scrivere a Piovano: stai attento perché questi sono i problemi veri, che aveva portato il commissario Picardi a mettere per iscritto che non era d'accordo perché qui si stava svendendo a prezzo vile. Una persona, un professionista di chiara fama che viene incaricato di una cosa di questo tipo ma se lo dovrà porre il problema di quello che sta facendo, oppure deve tapparsi gli occhi e firmare l'atto quadro, perché dice: tanto ho un provvedimento del Tribunale che mi autorizza alla stipula? No. Io credo che una riflessione sul suo comportamento vada fatta, perché se non si fa una riflessione di questo tipo si corre il rischio di accreditare sotto il profilo della buona fede la liceità di un comportamento, che invece con la buona fede non ha nulla a che vedere; perché, ripeto, in una situazione di questo tipo ciò che connota la liceità del comportamento dalla sua illiceità è soltanto la consapevolezza di vendere a prezzo vile un patrimonio che ha un prezzo enormemente superiore. Questa è l'unica vera considerazione che va svolta, che va approfondita e che voi avrete il dovere di verificare quando analizzerete il comportamento di D'Ercole. Perché se darete ad essa una risposta positiva non potrete fare a meno che acclararne la responsabilità. Anche perché D'Ercole conservava la discrezionalità del fare o del non fare, perché aveva di fronte a sé due strade: o firmava questo atto, pure avendo evidente che il prezzo era la metà del valore stimato; oppure se ne andava. Aveva la possibilità di dire: io non firmo, aveva la possibilità di chiedere degli approfondimenti, aveva la possibilità di confrontarsi, ancora una volta, con il Tribunale fallimentare, aveva la possibilità di tenere atteggiamenti che ne avrebbero connotato una buona fede in relazione ad un atto che, invece, rappresenta la continuità di pensiero e di comportamento rispetto a tutti gli altri precedenti e che lo fanno inquadrare come l'anello finale di un progetto organico al quale egli, se non era funzionale, certamente non si è voluto sottrarre, e tanto basta per acclararne la responsabilità. Concludo per la conferma della impugnata sentenza quanto alle statuizioni civili, con il favore delle spese per le quali rimetterò la notula al termine della discussione dibattimentale. (Dà lettura delle conclusioni scritte che deposita).

 

Rassegnate le conclusioni della Parte Civile Consorzio Agrario di Perugia, la Corte rinvia all'udienza del 3 maggio 2004, ore 9.30. Parti presenti edotte.

 

Il presente verbale viene chiuso alle ore 12.30.

 

La presente trascrizione è stata effettuata dalla stenotipista Mandirola M. Denise per conto della Ditta STENOCENTER S.N.C., sede legale e operativa: Via Adriatica, 59/B - P. S. Giovanni (PG).

LA STENOTIPISTA