CORTE DI APPELLO DI PERUGIA

SEZIONE PENALE

Processo verbale redatto in forma integrale o riassuntiva, ai sensi degli articoli 134 e segg. C.P.P., da personale tecnico esterno all'Amministrazione dello Stato, in ausilio del Segretario verbalizzante, relativo al

PROCEDIMENTO N. 641/2003

A CARICO DI: GRECO IVO + 3

UDIENZA DEL GIORNO TRENTUNO MAGGIO 2004

(Rinvio dall'udienza del 12 maggio 2004)

COLLEGIO:    PRESIDENTE:   DOTT. RENATO SANTILLI

             CONSIGLIERI: DOTT. NICOLA ROTUNNO (Relatore)

                            DOTT. MAURO DI MARZIO

PUBBLICO MINISTERO: DOTT. PIETRO MARIA CATALANI

SEGRETARIO D'UDIENZA: DOMENICA PANSERA

IMPUTATI E DIFENSORI:

1)GRECO IVO - AVV. F. LEMME DI FIDUCIA

2)CAPALDO PELLEGRINO - AVV. F. COPPI, AVV. F. VASSALLI DI FIDUCIA

3)CARBONETTI FRANCESCO - AVV. D. ZAGANELLI SOST. PROC.

4)D'ERCOLE STEFANO - AVV. V. ROSSI D’UFFICIO (mattinata); AVV. A. D’ALESSANDRO SOST. PROC. (pomeriggio)

RESPONSABILE CIVILE:

S.G.R. SOCIETÀ DI GESTIONE PER IL REALIZZO S.p.A. - AVV. M. CASELLATO

PARTI CIVILI E DIFENSORI:

AVV.RA STATO - AVV. G. DELL'AIRA (x parti pubbliche in atti)

C.A.P. PERUGIA - AVV. G. FANFANI

BARRACO ANGELO, UCCELLO LUANA, PLACIDO M. INCORONATA - AVV. M. CARIA SOST. PROC.

 

RINVIO ALL'UDIENZA DEL: 11 GIUGNO 2004, ore 9.00.


 

Il presente verbale viene aperto alle ore 10.05.

Il Presidente dispone che il processo verbale relativo al presente procedimento sia redatto con la stenotipia in forma integrale ai sensi degli articoli 134 e segg. del Codice di Procedura Penale.

In sede di rinvio dall'udienza del 12 maggio 2004.

Si dà atto che sono presenti gli imputati Capaldo Pellegrino e Greco Ivo, mentre non sono comparsi gli imputati Carbonetti Francesco, D'Ercole Stefano (già contumaci all'udienza del 26 aprile 2004).

1)L'imputato Greco è assistito e difeso dall'Avvocato Fabrizio Lemme di Roma, difensore di fiducia - presente. (È altresì presente l'Avvocato Stefano Tentori Montalto del Foro di Perugia, suo sostituto processuale).

2)L'imputato Capaldo Pellegrino è assistito e difeso dall'Avvocato Francesco Vassalli, unitamente all'Avvocato Franco Coppi di Roma, difensore di fiducia - presenti.

3)L'imputato Carbonetti è assistito e difeso dall'Avvocato Stelio Zaganelli del Foro di Perugia, difensore di fiducia - assente, oggi sostituito dall'Avvocato David Zaganelli, come da delega che produce.

4)L'imputato D'Ercole è assistito e difeso dall'Avvocato Angelo Alessandro Sammarco di Roma, difensore di fiducia - assente. La Corte nomina, ex Art. 97, 4° comma, Codice di Procedura Penale, l'Avvocato Vincenzo Rossi, iscritto all'Albo dei difensori d'ufficio.

Per il Responsabile Civile S.G.R. Società Gestione per il Realizzo S.p.A. è presente il difensore Avvocato Mario Casellato, in sostituzione dell'Avvocato Vassalli, come da delega in atti.

Presente il Procuratore Generale.

PER LE PARTI CIVILI:

- L'Avvocatura dello Stato presente in persona dell'Avvocato Giuseppe Massimo Dell'Aira, per (la Presidenza del Consiglio dei Ministri), il Ministero della Giustizia, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

- Per il Consorzio Agrario Provinciale di Perugia è presente l'Avvocato Giuseppe Fanfani del Foro di Arezzo, il quale deposita nota spese (come da riserva udienza precedente).

- Per le Parti Civili Barraco Angelo, Uccello Luana e Placido Maria Incoronata è presente l'Avvocato Massimo Caria del Foro di Roma, quale sostituto processuale dell'Avvocato Marco De Carolis, come da delega che produce.

A questo punto:

CONSIGLIERE RELATORE DR. ROTUNNO: Sono state depositate delle memorie sia da parte dell'Avvocato Lemme, sia da parte degli Avvocati Coppi e Vassalli, in udienza; successivamente è stata presentata un'altra memoria da parte dell'Avvocato Vassalli. C'è una replica del Procuratore Generale, il quale in data 27 maggio del 2004 ha anche presentato, fuori udienza, una richiesta di conversione del sequestro da sequestro preventivo in sequestro conservativo.

PRESIDENTE: Le parti sull’istanza?

AVV.RA STATO - AVV. Giuseppe DELL'AIRA: Noi non soltanto aderiamo alla richiesta, ma la facciamo nostra, anche perché l'avremmo formulata in ogni caso, sia in sede di replica, sia comunque al di fuori del dibattimento, ma è ovvio che l'entità dei crediti vantati non può che portarci a confermare e chiedere l'accoglimento.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Proprio molto brevemente il difensore del Responsabile Civile, perché ovviamente noi stiamo aspettando la sentenza di assoluzione, e quindi questa disputa sul sequestro ci interessa relativamente, perché ha a che fare soltanto con una conferma di sentenza di condanna, che non è il caso che interessa questa Corte. Quindi molto brevemente soltanto per rilevare che la richiesta formulata dal Pubblico Ministero è del tutto irrituale, oltre che infondata. Tra l'altro, il contenuto non corrisponde neanche al vero della richiesta del Pubblico Ministero, e questo dispiace. Innanzitutto intempestiva, non ha deciso con sentenza, come è scritto qui nella richiesta del Pubblico Ministero, in questa materia il Tribunale, ma ha deciso con ordinanza autonoma e in pari data, il fatto che sia in pari data non fa venire meno il fatto che sia un provvedimento autonomo. A questo provvedimento autonomo, l'ordinanza, doveva essere sottoposta impugnazione, se si riteneva di doverla impugnare perché, contrariamente a quanto detto dal Pubblico Ministero, il Tribunale si è pronunciato sul punto, non è vero che ha confermato i sequestri che c'erano sic et simpliciter, il Tribunale ha proprio respinto la richiesta di conversione del sequestro preventivo in sequestro conservativo, sono indicate tutte le pagine del primo provvedimento del G.I.P., del resto non rileva più, quello che rileva è il provvedimento del Tribunale che ha respinto questa richiesta e che doveva essere ovviamente dalle parti interessate impugnato. Questo provvedimento espressamente a pag. 3, pari data della sentenza, dice: "rilevato, da ultimo, che nella situazione di incertezza circa l'effettiva titolarità dei beni in sequestro, non può a garanzia delle pretese risarcitorie vantate dalle parti civili disporsi il mantenimento del sequestro a titolo conservativo". Quindi non è che ha non si è pronunciato o che ha confermato, ha proprio respinto la richiesta. Se si vuole andare di contrario avviso, bisogna impugnare questa ordinanza con i mezzi previsti dal Codice di Procedura Penale, cosa che non è stata fatta. Dirò di più: è del tutto infondata questa richiesta del Procuratore Generale, e ci dedichiamo poco tempo soltanto perché noi siamo in attesa della sentenza di assoluzione, ma è del tutto infondata, gravemente infondata, perché innanzitutto ricordiamo che la richiesta di conversione del sequestro conservativo in sequestro preventivo fu richiesta dalle Parti Civili in primo grado e non dal Pubblico Ministero, quindi il Pubblico Ministero non aveva neanche interesse ad impugnare la richiesta, il provvedimento che respinse la conversione, perché il Pubblico Ministero non richiese mai in primo grado questa misura. Ma ricordiamo a noi stessi, per l'Art. 316 del Codice di Procedura Penale, la richiesta di sequestro conservativo da parte del Pubblico Ministero non può essere fatta per i motivi che vengono qui narrati, "considerato che allo stato numerosi soggetti pretendono ancora la soddisfazione delle loro pretese creditorie, determinate dai fatti illeciti per cui è e processo, segnatamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri", la costituzione della Parte Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata respinta in sentenza, e credo che non sia più Parte Civile la Presidenza del Consiglio dei Ministri in questo processo, è stata respinta la costituzione dal Tribunale in sede di sentenza di primo grado, non è che è stata respinta la richiesta di provvisionale, è stata proprio esclusa dal processo. Poi "il Ministero della Giustizia, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, il C.A.P. di Perugia e numerosi dipendenti della FEDERCONSORZI"; tutti questi crediti, ai sensi dell'Art. 316, non riguardano il Pubblico Ministero, il Pubblico Ministero può chiedere il sequestro conservativo soltanto per la garanzia delle spese processuali, poi lo dice il Pubblico Ministero, ma siccome dice anche questo. Art. 316: il Pubblico Ministero può chiedere soltanto a garanzia delle spese processuali, stiamo parlando delle spese processuali. Quindi tutta questa parte della motivazione della richiesta di sequestro conservativo è del tutto infondata ed irrituale. L'unico punto per il quale può effettivamente il Pubblico Ministero richiedere il sequestro conservativo sarebbero le ultime righe della motivazione. Tutti i dipendenti della FEDERCONSORZI hanno transatto, anche a voler dire la prima motivazione è del tutto infondata nei fatti, ma comunque sia non può il Pubblico Ministero richiedere a quel titolo. L'unico motivo potrebbe essere le spese processuali e nel passaggio dopo, come dice il Procuratore Generale, c'è scritto che "ritenuto anche sotto il profilo pubblicistico, che specificamente interessa e legittima lo scrivente", - che 'solo legittimamente interessa e specifica lo scrivente' bisognerebbe dire - "vi è fondata ragione di ritenere che possano mancare le risorse per il pagamento delle spese processuali". Cioè stiamo parlando di questo, mancano le risorse per il pagamento delle spese processuali, questo è il motivo per cui viene chiesto il sequestro conservativo, l'unico motivo possibile da parte del Pubblico Ministero. È infondata nel merito, intempestiva, non è stata impugnata l'ordinanza, che aveva espressamente rigettato questa misura già in primo grado con ordinanza, e in più non aveva neanche interesse il Pubblico Ministero perché non l'aveva neanche richiesto in primo grado. Per tutti questi motivi si chiede il rigetto della richiesta formulata dal Pubblico Ministero del tutto intempestiva ed irrituale.

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): La Difesa del Presidente Greco si rimette alla Corte.

AVV.TI COPPI E VASSALLI (Difesa Capaldo): Ci associamo.

La Corte si riserva di decidere in sede di sentenza.

PROCURATORE GENERALE: Signor Presidente, prima di dare la parola all'Avvocato Lemme, è giunto al mio ufficio, e quindi ne chiedo la produzione, uno scritto difensivo dell'imputato D'Ercole in un procedimento civile a Roma nei confronti della FEDERCONSORZI in persona del suo commissario governativo, in cui l'imputato D'Ercole, citando come testimoni Ludovico Pazzaglia, Mario Casella, Stefano Maugeri, Francesco Carbonetti e Pellegrino Capaldo, sostiene precisamente l'incontrario di quello che ha sostenuto la sua Difesa qui; vale a dire chiede a questi testimoni di testimoniare...

PRESIDENTE: La sua Difesa o lui?

PROCURATORE GENERALE: La Difesa, il prof. Romano Vaccarella, attualmente giudice della Corte Costituzionale.

PRESIDENTE: In questo atto di citazione si sostiene qualcosa che è contrario a quello che la sua Difesa attuale avrebbe detto. E` contrario a quello che ha detto la Difesa o quello che ha detto l'imputato?

PROCURATORE GENERALE: Contrario anche a quello che ha detto l'imputato. Leggo i capitoli: "vero che il prof. D'Ercole..."

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Scusi, Presidente, prima che legga l'atto che entrerebbe così negli atti del processo, viene ammesso questo atto?

PROCURATORE GENERALE: Non faccio la lettura, dico solo che difendendosi, anzi attaccando FEDERCONSORZI di fronte al giudice civile di Roma, un giudice onorario tra l'altro (è proprio strana questa nostra Repubblica), il prof. D'Ercole ha sostenuto precisamente l'incontrario di quello che ha sostenuto in questo processo; vale a dire che ha partecipato attivamente alla redazione dell'atto quadro, che ha fatto tante riunioni, che era perfettamente consapevole di quello che si andava a fare, e quindi chiede, portando gli stessi testimoni e un imputato di questo processo, all'inizio anche Carbonetti era coimputato, dicendo: io ho fatto e ho fatto molto per FEDERCONSORZI, quindi liquidatemi le competenze e sapevo tutto; qualcosa di precisamente diverso da quanto detto da D'Ercole e da quanto sostenuto anche nella sentenza che dà a D'Ercole un ruolo così marginale da averlo assolto. Quindi il mio Ufficio ha interesse chiaramente a produrlo, mi rendo conto che siamo in fase terminale e quindi immagino le obiezioni, però io l'ho ricevuto soltanto il 28 di maggio e questa era la prima udienza utile. Avv. De Carolis di Roma, è un fax a disposizione di tutti, potete leggerlo.

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): “Come convenuto, le trasmetto”, prima è stata preceduta da una telefonata.

PARTE CIVILE - AVV. Massimo CARIA (PP.CC. Barraco Angelo, Uccello Luana e Placido Maria Incoronata): L'Avvocato De Carolis ha ricevuto a studio dei documenti, in forma anonima, infilati nella cassetta delle poste. Questi documenti sono della difesa del prof. D'Ercole in un procedimento civile dispiegato a Roma, tuttora pendente, per cui è stata fissata udienza di precisazione conclusioni; è un procedimento in cui il prof. D'Ercole richiede il pagamento di proprie competenze relativi ai fatti per cui è causa. In particolare, l'articolazione mezzi istruttori, ai sensi dell'Art. 184 del codice di rito civile, il prof. D'Ercole, per mezzo della sua difesa, sostiene che in realtà la sua attività non fu meramente operativa, ma in realtà intellettuale attiva, anche per la predisposizione del prezzo del contratto, cosiddetto "contratto quadro". Quindi l'Avvocato De Carolis, che io sostituisco, chiede, in via principale, l'acquisizione, la richiesta di copia del fascicolo, tuttora pendente al Tribunale di Roma, giudice Dell'Erba, Sezione XI, R.G. 108188/99; in via subordinata, che si consenta l'ammissione della documentazione che io ho qui con me, e che è la documentazione relativa all'atto introduttivo del prof. D'Ercole nel procedimento civile, in cui richiede sostanzialmente il pagamento di competenze misurate sulle tabelle professionali dei dottori commercialisti, relativamente ad un atto di valore 2.150 miliardi, sostenendo che la sua attività non fu meramente operativa né esecutiva, ma attiva anche di partecipazione alla elaborazione del prezzo.

AVV.RA STATO - AVV. Giuseppe DELL'AIRA: Le parti pubbliche si associano alle ultime richieste della Parte Civile, chiedendo l'acquisizione.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): L’istanza l'abbiamo sentita, io volevo leggere i documenti di cui si chiedeva l'acquisizione. (...)

PRESIDENTE: Stiamo parlando dell’istanza del Procuratore Generale.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Per leggere l'atto ci vorrebbe un po' di tempo, voglio solo capire dal Procuratore Generale se mi sbaglio io, se è una mia impressione, qui vedo la data dell'atto 29 novembre 2001, è questo l'atto di cui si chiede l'acquisizione? Allora è assolutamente intempestivo. Formalmente dal punto di vista del Codice di Procedura Penale questo si chiama richiesta di rinnovazione della istruttoria dibattimentale.

AVV. COPPI (Difesa Capaldo): Di sospensione della discussione, siamo in fase di discussione.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): La rinnovazione della istruttoria dibattimentale può essere possibile soltanto quando siano pervenuti fatti nuovi successivi rispetto all'atto in cui è stato fatta l'impugnazione, l'appello. Qui stiamo parlando di un atto che porta come data 29 novembre 2001, quindi è assolutamente tardiva, è tardiva sia in radice, sia per il fatto che il Procuratore Generale ha avuto la prima udienza di istruttoria dibattimentale, in cui questo atto esisteva già da circa anni e mezzo, e non è stata chiesta la rinnovazione della istruttoria dibattimentale, quindi è assolutamente intempestiva, inammissibile la richiesta. Io mi fermo sulla inammissibilità, perché se dobbiamo invece scendere sul merito, bisogna prendersi il tempo di leggersi queste carte, perché ovviamente dobbiamo dare un parere sensato, quando diamo un nostro parere. Però, credo che preliminarmente la Corte debba valutare la ammissibilità o la inammissibilità di una richiesta di rinnovazione della istruttoria dibattimentale, perché se la richiesta è inammissibile, come nel caso di specie, è inutile che ci trasferiamo al merito della vicenda. È palesemente, icto oculi, inammissibile. Tenga presente, tra l'altro, il Presidente, e la Corte, che si fa riferimento a questo atto del 29 novembre 2001, ma se non mi sbaglio, però può darsi che mi sbaglio, il Procuratore Generale mi correggerà, non è tanto questo l'atto che interessa, ma è l'allegato a questo atto; questo atto dice solo che c'è un allegato, quando andiamo a guardarci l'allegato, perché siamo precisi per natura, ci andiamo a vedere la data dell'allegato, è del 20 dicembre del '99, l'atto di citazione a cui fa riferimento il Procuratore Generale ha data 20 dicembre '99, prima della sentenza di primo grado. Credo che questo sia sufficiente per dichiarare l'assoluta inammissibilità della richiesta e quindi prescindiamo dalle osservazioni sul merito.

PRESIDENTE: Gli altri difensori?

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): È indifferente al problema dell'acquisizione o meno al processo di questo documento, che si riferisce solo alla posizione del D'Ercole. Comunque, per amore di tesi e della verità, l'Art. 238 del Codice di Procedura Penale consente l'acquisizione degli atti di un processo civile solo se la sentenza che ha definito il processo civile sia passata in giudicato, non mi sembra questo il caso.

AVV. Franco COPPI (Difesa Capaldo): Noi nella sostanza ci rimettiamo alla decisione della Corte perché siamo indifferenti alla questione. Solo per una questione di stile, apprendiamo per la prima volta che adesso non sono più soltanto i giornalisti che debbono sfuggire ad una condanna per diffamazione, che ricevono anonimamente nella cassetta delle lettere documenti, ma adesso anche gli avvocati ricevono anonimamente nelle cassetta documenti che poi ritengono di riversare, attraverso l'Ufficio del Pubblico Ministero, nel giudizio. Ne prendiamo atto sottolineando le magnifiche sorti progressive dell'avvocatura.

AVV. Vincenzo ROSSI (Difesa d'ufficio D'Ercole): Si rimette alle valutazioni della Corte.

PARTE CIVILE - AVV. Massimo CARIA (PP.CC. Barraco Angelo, Uccello Luana e Placido Maria Incoronata): Mi associo alla richiesta del Pubblico Ministero, intendevo depositare questa istanza sulla stessa documentazione che ha il Pubblico Ministero, quindi non è che è stata comunicata al Pubblico Ministero documentazione, pervenuta peraltro in forma anonima, affinché si costituisse una attività difensiva della Parte Civile, lo facciamo anche noi, l'Avvocato De Carolis ha portato il Pubblico Ministero a conoscenza di questa documentazione.

PRESIDENTE: Lei vuole acquisire altri documenti?

PARTE CIVILE - AVV. Massimo CARIA (PP.CC. Barraco Angelo, Uccello Luana e Placido Maria Incoronata): Io sto facendo una istanza Affinché voi acquisiate il fascicolo relativo alla causa pendente al Tribunale civile a Roma, fascicolo che contiene anche documenti che saranno a supporto dell'atto di citazione dispiegato dal prof. D'Ercole, immagino, visto che chiede competenze su 2.150 miliardi, 2 miliardi e 150 milioni come competenze. In subordine, che vengano acquisiti i documenti che io ho qui: atto di citazione e memoria ai sensi dell'Art. 184 Codice di Procedura Civile, in cui il prof. D'Ercole sostiene di non essersi limitato ad una attività operativa esecutiva, ma di avere svolto una attività attiva, anche nella determinazione del prezzo relativamente al contratto quadro. Io ho qui l'istanza, se lei mi consente.

PRESIDENTE: Su questa richiesta?

PROCURATORE GENERALE: Può essere inutile ai fini del decidere acquisire tutto il fascicolo da Roma, per me, per il mio Ufficio, anche se mi rendo conto della tardività della mia richiesta, l'ho detto mentre ve lo chiedevo, è importante il principio di verità, e per questo ho tentato di produrre questo documento, ho voluto renderlo noto perlomeno alla Corte, perché mi pare che sia una strana Repubblica questa in cui si sostiene una cosa a Perugia e un'altra a Roma, pretendendo che due giudicati vadano in senso diametralmente opposto. È per amore di verità che ho parlato, poi le cesure processuali mi interessano fino ad un certo punto.

AVV.RA STATO - AVV. Giuseppe DELL'AIRA: Per associarmi alla richiesta della Parte Civile, richiamando soltanto in sintesi, a proposito delle obiezioni che sono state sollevate, che il 238, in realtà, per quanto riguarda i giudizi civili si riferisce soltanto ai verbali di prova assunta, e a quel punto si potrebbero porre dei problemi di legittimo contraddittorio, che comunque potranno essere valutati solo all'atto dell’acquisizione della documentazione relativa al processo civile, quindi non esiste alcuna preclusione. Quanto alla tempestività, penso che non debbano sussistere dubbi, perché comunque sia avvenuta, è la conoscenza del fatto che rileva ai fini della deducibilità dell'elemento, nella prospettiva della riapertura del dibattimento, e non certo il verificarsi del fatto, quindi le eccezioni di inammissibilità sono palesemente infondate.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Si riporta alle stesse argomentazioni svolte prima, visto che il documento è lo stesso, quindi si chiede l'acquisizione del documento del '99, l'Art. 603 del Codice di Procedura Penale regolamenta e regola la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale in appello, bisogna inserire la richiesta di istruttoria dibattimentale a pena di inammissibilità nell'atto di impugnazione. Qui stiamo parlando di atti del '99, quindi addirittura precedenti alla sentenza di primo grado, figuriamoci adesso. Quindi insiste per la reiezione della richiesta, che tra l'altro, voglio anche dire questo perché credo sia giusto dirlo, si sta svolgendo in un momento assolutamente irrituale; cioè noi abbiamo interrotto le arringhe della Difesa per fare una richiesta che assolutamente non trova albergo nel codice di rito nella udienza di appello, non poteva proprio essere formulata questa richiesta in questo momento. Le parti hanno già concluso, ha concluso il Procuratore Generale, hanno concluso le Parti Civili, stanno concludendo i difensori, è stata interrotta l'arringa della difesa con una richiesta assolutamente inammissibile ed intempestiva. Quindi chiedo al Presidente della Corte che si voglia disporre la prosecuzione del giudizio il più presto possibile per consentire ai difensori di concludere l'arringa.

AVV. Franco COPPI (Difesa Capaldo): La Corte sa perfettamente, non siamo noi che dobbiamo ricordarlo, che la sospensione del procedimento, addirittura del procedimento arrivato in fase di discussione, è consentita solo per fatti di natura assolutamente eccezionale. Quindi il fattore eccezionale sarebbe rappresentato da una tesi difensiva rappresentata dall'avvocato di un imputato in questo procedimento, il quale chiede soltanto di poter provare determinate cose, per di più il documento di riferimento è pervenuto in forma anonima, e quindi si potrebbe dire che non abbiamo neppure la certezza da dove sia stato ricavato, a tutto questo si vorrebbe supplire oggi sospendendo questo procedimento, perché questa sarebbe la inevitabile conclusione, al fine di andare ad acquisire un altro processo, processo civile, per valutare se le tesi difensive di quel processo siano compatibili con la tesi sostanziale difensiva sviluppata in sede penale. Mi pare che sia una cosa assolutamente improponibile in questa fase ed attraverso gli istituti della sospensione della discussione, della rinnovazione del dibattimento e della sospensione del processo.

PRESIDENTE: Gli altri difensori?

Si associano.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Presidente, chiedo scusa, una piccola aggiunta.

PRESIDENTE: Né replica né aggiunta.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Un piccolo approfondimento di quello che ho detto poco fa, è una piccola cosa, mi dica quello che va bene e lo faccio, è soltanto per dire...

PRESIDENTE: Non sono ammesse le repliche in questa fase.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Ma non è una replica, io sto completando il mio pensiero.

PRESIDENTE: Lo doveva completare prima.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Lo dovevo completare prima, ma mi è venuto in mente dopo.

La Corte si riserva e si ritira in Camera di Consiglio per deliberare in ordine alle richieste del Procuratore Generale e del difensore di Parte Civile avv. Caria.

La Corte, rientrata in aula di udienza, a scioglimento della riserva che precede, ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

La Corte, ritenuto che le richieste di acquisizione di documentazione avanzata dal Procuratore Generale e dalla Parte Civile sono state formulate nel corso della discussione;

ritenuto che la discussione non può essere interrotta se non per motivi eccezionali e che la produzione della documentazione indicata non può essere ritenuta tale;

ritenuto che la richiesta potrà essere esaminata all'esito della discussione per l'eventuale uso dei poteri di ufficio spettanti alla Corte; dispone procedersi oltre nella discussione.

- Si prosegue nella discussione. -

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): Presidente eccellentissimo, signori Consiglieri, prendo la parola in difesa del dott. Ivo Greco e ritengo che compito prioritario della Difesa sia quello di contribuire a riportare questo processo nei suoi giusti limiti, perché in questo processo noi abbiamo assistito ad una sorta di accusa libera. Le imputazioni erano un mero punto di riferimento, poi chiunque poteva accusare di qualsiasi nefandezza gli imputati e avrebbe trovato orecchie disposte ad ascoltarlo. E questo non mi sembra corretto, Presidente e signori Consiglieri, perché l'accusa delimita l'ambito oggettivo del processo penale e qualunque deviazione dall'accusa non deve essere ammessa. Di cosa deve rispondere il Presidente Greco? Di tre fatti precisi che si desumono dal capo di imputazione per il quale è rinviato a giudizio. Primo: essere concorso nella dissipazione del patrimonio della FEDIT, avendo dato il suo contributo perché questo patrimonio di valore oscillante tra i 3.900 e i 3.500 miliardi fosse venduto a 2.150 miliardi, quindi l'accusa è dissipazione del patrimonio della FEDIT che è stato svenduto. Seconda necessaria mossa al Presidente Greco: avere occultato, e quindi soppresso, una istanza che i tre commissari governativi Gambino, Cigliana e Locatelli avevano inoltrato il 27 maggio del 1992, nella quale istanza si prospettava l'avvenuta perdita del capitale sociale della FEDIT, e quindi si ponevano i problemi di quali dovessero essere le deliberazioni conseguenti, gli effetti di questa accertata perdita del capitale sociale sulla procedura di concordato preventivo. Terzo: avere occultato tre pareri del prof. Carbonetti che non sono stati rintracciati agli atti della procedura. Quindi queste sono le imputazioni, e la Difesa si oppone fermamente alla estensione delle imputazioni ad altri e diversi fatti, estensione che non solo non è giustificata nel processo penale, ma è clamorosamente smentita sotto il profilo civilistico. Che cosa dice il Procuratore Generale con le sue brevi note in replica alle arringhe dei professori Coppi e Vassalli? E riprende qui un tema per il quale era già intervenuto nella sua requisitoria, adirandosi addirittura contro il Presidente Greco: 'ma cosa ci viene a dire un magistrato civile in questa sede penale?! Chi crede di prendere in giro?!' Allora dice il Procuratore Generale: la perdita del capitale sociale da parte della FEDIT doveva determinare l'instaurazione di una procedura liquidatoria, procedura liquidatoria che doveva passare attraverso la II Sezione civile del Tribunale, la sezione competente in materia di omologa degli atti societari, e quindi che avrebbe esautorato la procedura di concordato preventivo. La procedura, dice il dott. Catalani, è per ciò stesso in radice illegittima perché questo sviamento che sarebbe stato realizzato dal Presidente Greco avrebbe comportato che l'intera procedura era illecita.

Ora, Eccellenze della Corte, di fronte ad affermazioni del genere, io innanzitutto trasecolo come penalista, perché non c'è un capo di imputazione mosso al Presidente Greco nel quale si dice: avere abusato del suo ufficio, sviando completamente questa procedura di concordato preventivo. Ma soprattutto io trasecolo come privatista, perché, Eccellenze della Corte, come tutti voi, io mi onoro di essere arrivato al diritto penale attraverso un percorso, quel percorso che diceva Carnelutti, "si inizia dal patrimonio e si finisce con la libertà", questo è il percorso che Carnelutti indicava a tutti gli avvocati come il percorso corretto della professione forense, e lui usava dire: chi è solo civilista e solo penalista è avvocato a metà. Forse era esagerato il grande maestro, perché oggi è necessario specializzarsi, anche perché la produzione normativa, dottrinaria, giurisprudenziale è talmente sterminata che non è possibile seguire tutto. Però non dobbiamo dimenticarci, facendo i penalisti, che secondo una vecchia concezione il diritto penale era puramente sanzionatorio, vale a dire era il diritto civile l'ordinamento nel quale nascevano i precetti e l'ordinamento penale selezionava taluni di questi precetti e prevedeva la privazione della libertà, anzi un tempo addirittura anche la privazione della vita, quando questi specifici precetti venivano violati. Allora è corretta l'impostazione del Procuratore Generale che in questo caso la perdita del capitale sociale avrebbe avuto effetti dirompenti rispetto alla procedura di concordato preventivo? Eccellenze, è una eresia giuridica sostenere questo. Dott. Catalani, è un'eresia giuridica, e glielo dico con la responsabilità che mi viene da 45 anni di professione! Mi perdoni. Ma, Eccellenze, qui ci troviamo di fronte ad un concordato mediante cessio bonorum, non ad un concordato con garanzia, il concordato con cessio bonorum è per sua natura un concordato puramente liquidatorio, quindi la prospettiva dover ricostituire il capitale sociale perché la società, una volta attuato il concordato e rimessa in bonis, possa proseguire la propria esistenza è una [contradictio in adiecto], perché una società che cede il suo intero patrimonio al ceto creditorio non può mai raggiungere il risultato di riprendere la propria attività, non può mai arrivare a questo che, pagati i creditori chirografari nella percentuale di legge, sia rimessa in bonis e prosegua la propria attività. E questo è tanto vero che la sentenza da noi vivamente criticata del Tribunale di Perugia che cosa dice? Bisognava recuperare e rivalorizzare Agrisviluppo, perché Agrisviluppo avrebbe potuto riprendere autonomamente il ruolo di FEDIT, e quindi avrebbe potuto riassumere i dipendenti di FEDIT. Quindi si addebita a Greco non di non avere fatto ricostituire il capitale sociale di FEDIT, che era interamente perduto, ma di non avere attivato un diverso soggetto, questo Agrisviluppo, che avrebbe dovuto essere l'erede di FEDIT, ma non il continuatore di FEDIT, non il prosecutore con identità di personalità giuridica di FEDIT. Allora io vorrei cercare di capire: ma di cosa deve rispondere Greco? Deve rispondere di avere affossato FEDIT impedendone la ricapitalizzazione, o deve rispondere di non avere attivato Agrisviluppo, come se lui, organo della procedura fallimentare, avesse avuto un potere di impulso su un soggetto estraneo alla procedura fallimentare? È questo l'interrogativo inquietante che io mi pongo. Un interrogativo inquietante che affonda le sue radici già negli inizi di questo processo, Eccellenze. Io rammento che quando per la prima volta il Pubblico Ministero dott. Dario Razzi interrogò il Presidente Greco, gli mosse questa accusa: voi avete ammesso al concordato preventivo una società che non era insolvente, quindi questa fu la prima accusa formulata dal dott. Razzi, e quando il Presidente Greco disse: ma, dott. Razzi, se viene presentata da una società una istanza di concordato preventivo, e la società nel presentare l'istanza si dichiara insolvente, e quindi incapace di adempiere con gli strumenti ordinari alle proprie obbligazioni, noi non abbiamo un potere di andare a verificare se esista o non esista l'insolvenza. Di fronte alla confessione che fa la società: io chiedo il concordato perché non sono in grado di adempiere alle mie obbligazioni, ho mai io il potere di andare a verificare se questo risponde o non risponde al vero? Mi torna alla mente il famoso componimento poetico di Fedro "Lupus et agnus": "Repulsus ille veritatis vilibus". Allora, quando praticamente questa viles veritatis, questa forza della verità appare insuperabile al dott. Razzi, lui si dà a cercare nuove ed autonome forme di responsabilità, fino a trovarne una che ha superato l'udienza preliminare e, purtroppo, anche il vaglio dei primi giudici: quella della dissipazione del patrimonio. Ma, signori della Corte, rispondiamo di dissipazione del patrimonio, o rispondiamo di mala gestio della procedura? E poi vi è un'ulteriore considerazione, signori della Corte, a quello che ho detto poc'anzi? Cioè che nel concordato con cessio bonorum non si può e non si deve far luogo alla ricostituzione del capitale, perché la società va a morire, non va a vivere, non ha una prospettiva di vita. Ma qui ci siamo dimenticati un'altra cosa fondamentale, Eccellenze della Corte: la FEDIT era una società cooperativa e, conseguentemente, se avesse perso il capitale sociale, non era luogo da una procedura ordinaria, quella prevista per tutte le società di capitali dall'Art. 2448 del Codice Civile, ma era luogo ad un provvedimento ministeriale di liquidazione coatta amministrativa, perché si trattava di una cooperativa. Allora se la procedura che si poteva prospettare in caso di perdita del capitale era una procedura concorsuale, da un lato, concordato preventivo, dall'altro, una liquidazione coatta amministrativa, ossia due procedure che sono fra loro conflittuali e che non possono coesistere, cosa c'entra la mancata ricapitalizzazione della FEDIT? Come si tira fuori, scusate, un’eresia giuridica come questa, dicendo: ma cosa viene a raccontare? Io vi dico che quello che dice il Presidente Greco non solo non è una frottola che lui si sogna di raccontare a dei colleghi autorevoli come voi, ma è quello che la legge impone in un concordato mediante cessione dei beni nel quale, ripeto per l'ultima volta, e non torno più sull'argomento, non esiste una prospettiva di reviviscenza della società, una volta che abbia adempiuto alle proprie obbligazioni, ma esiste una mera prospettiva di morte, e quindi, dato che non si può morire due volte, la morte o deve essere conseguenza della liquidazione coatta amministrativa, o deve essere conseguenza di quella liquidazione che viene attuata attraverso la procedura di concordato preventivo mediante cessio bonorum. Allora perché si dice che il Presidente Greco avrebbe errato volontariamente nel momento in cui aveva detto: se ci fosse stato un provvedimento di liquidazione coatta amministrativa, data l’inconciliabilità delle due procedure, noi dovevamo impugnare il provvedimento avanti al TAR, non c'era altra strada. Si dice: questo è l'indice di un attaccamento abnorme a questa procedura, ma come? Scusate, la procedura di concordato preventivo viene avviata prioritariamente da parte del Tribunale su domanda della FEDIT, non d'ufficio, sia ben chiaro, la FEDIT chiede di essere ammessa al concordato preventivo, viene ammessa al concordato preventivo, si apre la fase della omologazione. Si prospetta ad un certo punto: ma qui abbiamo perso il capitale sociale, quindi ci potrebbe essere la necessità di una liquidazione, diteci voi, dicono i commissari governativi, quello che dobbiamo fare. Eccellenze, innanzitutto, io, ancora una volta, esprimo un grande profondo stupore. Io mi ricordo che quando studiavo le istituzioni di diritto processuale civile, e noi portavamo, da una parte, la monografia di Enrico Redenti in quattro volumi, dall'altra parte, le istituzioni di diritto processuale civile di Chiovenda, perché veniva considerato formativo questa opera di Chiovenda, e a proposito dell'interesse all'azione Chiovenda diceva che l'interesse all'azione deve sussistere sempre perché non è possibile chiedere consigli o pareri ai giudici, ai giudici si debbono porre domande rispetto alle quali si abbia interesse. Allora io chiedo a voi, e spero veramente di avere risposta: ma un comitato di commissari governativi, che include un cattedratico di diritto commerciale di chiarissima fama, qual è Agostino Gambino, e due persone abbastanza di rilievo nel panorama economico italiano, quali Pompeo Locatelli e il dott. Cigliana, un comitato di commissari governativi dice al Presidente del Tribunale: dicci tu quello che dobbiamo fare? Ma è da restare stupiti. Il Presidente del Tribunale certamente non poteva non restare sbigottito di fronte ad un’istanza nella quale questi tre signori, che erano i punti di riferimento della procedura, chiedevano lumi su come agire, invece che proporre essi la soluzione, invece che deciderla essi la giusta soluzione. E che ci stanno a fare? Erano commissari governativi, erano stati nominati dal Ministro, avevano pieni poteri, e devono chiedere al Presidente della Sezione fallimentare, come degli scolaretti ignari: dicci tu quello che dobbiamo fare? E questo è un ulteriore elemento di stupore, e capisco perché il Presidente Greco, di fronte ad un’istanza del genere, ci sta a pensare; perché, probabilmente, la cosa più corretta che avesse potuto fare il Presidente Greco era, scusate il termine, dare uno schiaffo in faccia a questi tre signori: signori miei, siete voi che dovete decidere, non sono io, se il capitale sociale è stato perduto, prendete voi le decisioni conseguenti, io che c'entro? Viceversa: i tre commissari si dimettono e subentra quel curioso personaggio che è il dott. Mario Piovano, un curioso personaggio, esperto da tempo nell'arte di barcamenarsi ai margini della politica, e che anche questa volta vuole barcamenarsi ai margini della politica. E va dal Presidente Greco e gli dice: Presidente, ma quell’istanza del 27 maggio? Il Presidente dice: a quell’istanza io non ho risposto, e suggerisce il Presidente Greco: quell’istanza deve essere completata da un parere nel quale l'estensore del parere si assuma una responsabilità operativa, dica quale delle possibili soluzioni è quella che i commissari ritengono giusta. Allora noi vediamo in questo un falso di soppressione? Veramente io di fronte a questo processo non cesso mai di stupirmi, e vado proprio ad affrontare adesso il primo capo di imputazione - quello del falso di soppressione - osservando preliminarmente questo: normalmente, il falso di soppressione si configura in una condotta materiale che è la distruzione del documento; qui, viceversa, il documento che sarebbe stato soppresso non è stato materialmente distrutto dal Presidente Greco. Si risponde: ma è come se fosse stato distrutto, visto che non è stato registrato nell'archivio. E che doveva farlo il Presidente Greco? Il Presidente Greco era diventato l'archivista della Sezione fallimentare, che doveva mettere il timbro di deposito e ricevuta? Erano semmai i tre commissari governativi che, prima di depositare la istanza al Presidente Greco, sarebbero dovuti passare nella Cancelleria e fare mettere il depositato. Eccellenze, siamo avvocati, tutti i giorni, quando io vado da un magistrato e gli illustro una istanza, prima di lasciargliela, il magistrato mi dice: vada a far mettere il timbro di deposito in Cancelleria, o in Segreteria se è il Pubblico Ministero, oppure è comunque un mio onere fare mettere il timbro di deposito. Allora l'addebito - tu l'hai distrutto non archiviandolo, non mettendoci il timbro di deposito - su cosa si regge? Su quale norma si regge? Eccellenze, su quale principio giuridico si regge l'affermazione di un obbligo del magistrato di timbrare il documento che gli viene rimesso dalla parte? C'è da rimanere trasecolati, e da rimanere ancora più trasecolati pensando che un Tribunale della Repubblica per questo ha emesso una sentenza di condanna.

Ma, si dice ancora, e lo dice anche in questa memorietta di tre pagine il Procuratore Generale: il Presidente Greco chiede il parere di D'Alessandro perché confida su questo: d'Alessandro ci metterà qualche mese e, quando questo parere sarà reso, la sentenza di omologazione del concordato sarà stata già pronunciata e quindi la procedura si sarà consolidata. Non è detto esplicitamente, ma si ipotizza quasi una maligna intesa tra Ivo Greco e Floriano D'Alessandro nel senso di un ritardo da parte di Floriano D'Alessandro alla pronuncia di questo parere. Ma questo parere quando lo pronuncia Floriano D'Alessandro? Il 12 settembre del '92, ossia oltre un mese prima della sentenza di omologazione del concordato, e quindi in tempo largamente utile, larghissimamente utile, perché i commissari governativi potevano rivolgersi al Ministro delle Politiche Agricole e Forestali per ottenere una liquidazione coatta amministrativa della FEDIT, ove questa fosse stata possibile e lecita, e non fosse stata assorbita, come è viceversa convincimento non solo del Presidente Greco, ma anche del sottoscritto difensore, ove essa non fosse stata assorbita come procedura liquidatoria da quella di concordato preventivo. E perché Mario Piovano, ricevuto questo parere, il 12 settembre, non è corso dal Ministro delle Politiche Agricole e Forestali a chiedere che adottasse un provvedimento di liquidazione coatta amministrativa? Perché, essendo stata data finalmente una risposta precisa che dava un contenuto di domanda a quella bizzarra istanza del 27 maggio '92, che non aveva il contenuto di domanda, ma di richiesta di parere, e che è giuridicamente inammissibile, dato il contenuto di domanda, non ne ha tratto le necessarie conseguenze? Perché, e sia chiaro, Signori della Corte, lui in questo caso aveva tre strade aperte, il dott. Piovano: la prima, rivolgersi al Ministro e chiedere una procedura di liquidazione coatta; la seconda, ritenere che la procedura di liquidazione coatta amministrativa, come era il parere di Floriano D'Alessandro, fosse stata assorbita dalla procedura di liquidazione, perché null'altro che una liquidazione è il concordato con cessio bonorum; ovvero, terza ipotesi, convocare l'assemblea per le delibere conseguenti alla liquidazione, ai sensi del 2448. Questa strada era sicuramente sbagliata perché, lo ripeto ancora una volta, la FEDIT era una cooperativa, e per le cooperative, come dice l'Art. 2448 del Codice Civile: "la società si scioglie inoltre per provvedimento dell'autorità governativa nei casi stabiliti dalla legge", e quindi in questo caso la società si doveva sciogliere semmai per provvedimento dell'autorità governativa, non per provvedimento assembleare meramente ricognitivo, perché con la perdita del capitale sociale la società entra automaticamente in liquidazione e l'assemblea ha un solo valore meramente ricognitivo di una causa di scioglimento che si è verificata per legge, e non può fare altro che questo: dare i provvedimenti relativi alla liquidazione, oppure, in alternativa, ricostituire il capitale sociale. Quindi le alternative, l'ho detto, erano tre, ma la terza sarebbe stata sicuramente sbagliata, quella cioè di convocare un'assemblea che avesse accertato l'intervenuta liquidazione ex lege della società e avesse dato i provvedimenti conseguenti alla liquidazione.

Quindi cosa c'entra Greco nel fatto che il dott. Piovano, presentato come l'eroe dei due mondi, l'eroe senza macchia e paura, colui che sbatte la porta uscendo sdegnosamente da questa FEDERCONSORZI che gli aveva negato l'assistenza di un avvocato, cosa c'entra il Presidente Greco se il dott. Piovano, una volta che una richiesta di parere si era tradotta in istanza... apro una parentesi: istanza cosa vuol dire anche in senso lessicale? Chiedere qualcosa, ossia istanza è una richiesta concreta che viene rivolta al giudice, non una richiesta di parere al giudice, perché la richiesta di parere al giudice è un monstrum inammissibile. Allora Greco dice a Piovano: qui non c'è un'istanza in senso tecnico, perché questi chiedono a me che devo fare; vai da D'Alessandro, fai in modo che questa istanza sia completata da un parere che le dà un contenuto concreto, un contenuto appunto di istanza e poi me la ripresenti. E Piovano non la ripresenta. Eccellenze, è pacifico, Piovano non la ripresenta! E Greco risponde di falso di soppressione? Eccellenze, veramente mi torna in mente la superba ironia di Giovenale: "satiram non scribere difficile est". Come si può, di fronte ad una sentenza del Tribunale penale che dice che questo è falso di soppressione, "satiram non scribere"?

Quindi, quando il Procuratore Generale con aria di sfida dice: voi, per poter escludere il falso di soppressione, mi dovrete dire che non era necessaria l'assemblea straordinaria della FEDIT; e se voi mi direte questo, io vado in Cassazione. E ci vada in Cassazione, ci vada, dottore, sostenendo questa tesi che non ha diritto di cittadinanza nel campo del diritto!

PRESIDENTE: Avvocato, moderi i toni, le polemiche...

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): Presidente, io questa causa l'ho vissuta dall'inizio e l'ho sposata, non ho difficoltà a dirlo, per solidarietà nei confronti del Presidente Greco, solidarietà che nasce da un'antica amicizia. Quindi, scusatemi se qualche volta vengo preso da un'enfasi che non sarebbe necessaria.

PRESIDENTE: L'Avvocato deve mediare.

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): Sì, l'Avvocato deve mediare, Presidente, ma deve mediare tra tesi sostenibili, non tra tesi bizzarre come questa.

PRESIDENTE: Deve mediare le emozioni, le passioni, usando un tono più tranquillo.

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): Presidente, accolgo il suo invito e le dirò che d'ora in poi mi manterrò nei limiti della norma.

Quindi il falso di soppressione della cosiddetta istanza 27.5.1992..., perché non era un'istanza, lo è diventata solo il 13.9.1992, quando, completata dal parere di Floriano D'Alessandro, ha assunto un significato di richiesta. Ma a quel punto, quando il parere di D'Alessandro è stato reso, l'istanza non è stata ripresentata. Allora, di questa mancata ripresentazione dell'istanza deve rispondere Greco? Ossia, Greco deve rispondere per il fatto che Piovano, avuto quel parere che dava un contenuto concreto ad una pseudo-istanza del 27 maggio, non ripresenta l'istanza completa del parere? "Satiram non scribere difficile est". Ma ancora più paradossale è quando si dice: Greco ha soppresso i tre pareri di Carbonetti perché, avendo Carbonetti assunto una pluralità di vesti e di ruoli in questa procedura, lui voleva occultare il suo ruolo di "consigliere del principe" perché Carbonetti non fosse risultato in tal modo incompatibile. Questo è il costrutto accusatorio. Prima cosa: si dice che effettivamente questi documenti non si sono ritrovati; però risulta - questo processo è un processo con maree di carte, di documenti - che tre istanze di Carbonetti sono state consegnate alla Polizia e sono state smarrite. Dice il Tribunale: ma quelle sono istanze, non sono pareri. Dice Carbonetti: ma io istanze non ne ho presentate mai, istanze di che? In quale ruolo avrei fatto delle istanze? Io ho soltanto reso dei pareri, non ho fatto alcuna istanza. Il Tribunale, Eccellenze, senza avere accertato neppure quali potevano essere queste istanze dell'Avvocato Carbonetti, alternative ai pareri, dice: tu hai soppresso i pareri, perché i pareri sono una cosa e le istanze sono un'altra. Ma, Eccellenze, ancora una volta, possiamo non rimanere sbigottiti di fronte ad un ragionamento del genere? Possiamo non rimanere sbigottiti di fronte ad un ragionamento del Tribunale che prima dice che i poliziotti erano tenuti a qualificare esattamente il documento, e se l'hanno qualificato "istanza" invece che "parere" evidentemente era qualcos'altro, e poi non dice cos'altro poteva essere. Eccellenze, non dicono cosa altro potevano essere queste istanze, perché Carbonetti non ha avuto mai un potere di istanza in questo processo. Carbonetti non ha mai avuto un ruolo di parte in questo processo fino a che non è diventato Presidente della S.G.R., ma in data successiva e dopo che l'atto quadro dissipatorio era stato stipulato. Allora, è possibile affermare che il poliziotto deve essere talmente attento che, vedendo una firma "Carbonetti", dice: questa è un'istanza e non un parere, o questo è parere e non un'istanza? Si deve leggere il contenuto dell'atto, facendo un sequestro di centinaia di documenti? Se li deve leggere uno per uno? Usa il termine più generico, più neutro: "istanza". E guardate, Eccellenze: tre istanze, tre pareri. Anche il numero è estremamente significativo, perché sono tre i pareri la cui soppressione è imputata a Ivo Greco e tre le istanze che sono state sequestrate dalla Polizia e sono andate smarrite. Quindi, quanto meno un principio di approfondimento per poter dire che quelle istanze erano cosa diversa dai tre pareri si imponeva. Erano delle istanze di liquidazione di compensi, erano delle istanze di liquidazione di onorari? Qualunque cosa. E invece il Tribunale afferma tout-court, in base ad un criterio puramente nominalistico, che "parere" è una cosa e "istanza" è un'altra. Certo, lo sappiamo tutti che "parere" è una cosa e "istanza" un'altra, ma cosa può capirne di questa differenza nominalistica un agente di pubblica sicurezza che fa un sequestro?

Ma c'è un ulteriore elemento, Eccellenze della Corte, che è dirimente: negli atti della procedura è annotata la liquidazione dei compensi spettanti a Carbonetti per i tre pareri; quindi, comunque, la presenza di questi tre pareri risultava in maniera tavolare dalle carte processuali. Allora io dico una cosa sola, Eccellenze della Corte: se Ivo Greco, per attaccamento alla procedura, fosse arrivato al punto di sopprimere dei documenti dei quali risultava l'avvenuta presentazione, dei quali risultava addirittura il pagamento, allora io per Ivo Greco vi chiederei il proscioglimento nel segno dell'Art. 85 del Codice Penale: incapace di intendere e di volere. Evidentemente Ivo Greco è un magistrato folle, la cui follia arrivava fino al punto di distruggere dei documenti le cui tracce erano ineliminabili, Eccellenze. È ragionevole supporre questo? È ragionevole affermare l'esistenza di un falso di soppressione, quando questo falso di soppressione ha un'unica alternativa, il riconoscimento dell'insania del soggetto agente? Anche su questo attendo la vostra risposta, perché non posso assolutamente ammettere che si possa affermare il falso di soppressione quando questi documenti non erano sopprimibili, perché risultavano nelle carte processuali, perché ci stavano tre istanze smarrite, che non sono state rintracciate, e le tre istanze, per affermazione dello stesso Carbonetti, e per logica, non potevano essere altro che quei pareri, perché Carbonetti non ha avuto un potere di istanza se non dopo che è diventato Presidente della S.G.R., ossia a cose finite. Quindi per la contraddizion che no 'l consente, Eccellenze, voi non potete confermare su questo punto una sentenza che riconosce la responsabilità del Greco per un delitto gravissimo, se commesso dal giudice, qual è il falso di soppressione.

Allora veniamo, Eccellenze, al capo finale, all'ultima imputazione che è stata mossa al Presidente Greco, vale a dire il concorso in bancarotta fraudolenta. Io ho scritto, i colleghi Coppi e Vassalli hanno scritto copiosamente che di questo reato manca tutto, e soprattutto manca l'elemento dell'intraneus, perché il commissario governativo non può essere né il liquidatore né l'amministratore di fatto. Eccellenze, siamo in materia penale; l'Art. 2636 del Codice Civile, vecchio testo, ante riforma Berlusconi, prevedeva esplicitamente tra i soggetti dei reati societari propri anche il commissario governativo, e questo articolo è stato interpretato da tutta la giurisprudenza penal-societaria e da tutta la dottrina, soprattutto penal-societaria, come norma che estende l'incriminazione, vale a dire come norma che estende ad una figura nuova e diversa la qualità soggettiva necessaria per essere soggetto di reato proprio. Se il commissario governativo è quindi qualcosa di diverso dal liquidatore e dall'amministratore di fatto - qualcosa di diverso perché il legislatore stesso non avrebbe esteso le norme incriminatrici dei reati societari al commissario governativo se egli era già inserito come liquidatore tra i soggetti dei reati propri - se questo è vero, come si fa a dire che il commissario governativo è soggetto di questo reato proprio di bancarotta fraudolenta? Anzi, addirittura, lo si fa con un'ipotesi classica di procedimento analogico. Io mi onoro di essere stato allievo di Giuliano Vassalli, e rammento che Giuliano Vassalli, alla fine degli anni Trenta, andò in cattedra giovanissimo con una monografia rimasta fondamentale sui limiti del divieto di analogia in materia penale. E cosa dice Giuliano Vassalli? Come si riconosce l'analogia dal procedimento di interpretazione estensiva? Perché l'interpretazione estensiva della norma penale è ammessa, l'interpretazione analogica, come tutti sappiamo, no. E Giuliano Vassalli, figlio di un grandissimo romanista, indica due percorsi: nell'interpretazione estensiva il legislatore minus dixit quam voluit. Quindi si tratta di enucleare la portata della norma nella sua giusta valenza, al di fuori della formulazione letterale; nell'interpretazione analogica, viceversa, si fa riferimento all'argomento a fortiori. Ora, che cos'altro, se non un argomento a fortiori, c'è nella sentenza del Tribunale, quando si dice: ma se c'è la responsabilità del liquidatore e c'è la responsabilità dell'amministratore di fatto, a fortiori ci deve essere quella del commissario governativo? Allora non si accorge il Tribunale, e non certo per insipienza, signori della Corte, perché io sono il primo a riconoscere che la sentenza del Tribunale è scritta bene, è scritta da persona che ha molta familiarità con il diritto in genere e con il diritto penale in specie. Ma, purtroppo, soccorre ancora una volta Fedro; prima ho citato "Lupus et agnus", adesso cito "Vulpis et persona tragica". La volpe vede una maschera e dice: "Quanta species cerebrum non habet". Molte volte noi diamo troppo risalto alla species e troppo poco risalto alla sostanza, quindi questa sentenza del Tribunale proprio mi ha fatto mettere nei motivi di appello, tra parentesi, il "quanta species", perché "cerebrum non habet", in quanto l'argomento a fortiori è un tipico argomento da interpretazione analogica, è un tipico argomento di estensione da caso a caso. Con l'argomento a fortiori si dà una base logica all'estensione, alla "extensio legis a similibus ad similia", che è la sostanza dell'interpretazione analogica, "extensio legis a similibus ad similia", cito sempre il mio maestro Giuliano Vassalli.

E quindi, Eccellenze della Corte, l'estensione al commissario governativo della soggettività attiva nei reati fallimentari è una vera e propria interpretazione analogica, perché è riconoscibile come tale in base proprio al suo argomentare.

Ora, si dice: la dissipazione. Questi argomenti mi riporto agli scritti, non sto ancora a ripeterli; ovviamente, il fatto che non li ripeta verbalmente non significa che rinuncio a nulla, significa soltanto che cerco di dire qualcosa di nuovo in un intervento orale, per non tediare la Corte su qualcosa che è già scritto. Il Tribunale fallimentare, autorizzando l'atto quadro, ha praticamente autorizzato una dissipazione. E allora vi è una serie di argomenti che io vorrei esporre contro questa tesi.

Primo argomento: il Tribunale fallimentare di Roma ha autorizzato acriticamente questa vendita a 2.150 miliardi, oppure ha esaminato la sostanza economica del cosiddetto atto quadro? Eccellenze, andiamo a leggere l'ordinanza con la quale si autorizza la sottoscrizione dell'atto quadro. Vi sono pagine e pagine nelle quali il Tribunale dà conto del proprio provvedimento autorizzatorio, ossia pagine e pagine nelle quali si analizza la sostanza economica dell'atto quadro per concludere che l'atto quadro è sostanzialmente conveniente per la procedura. Allora domando a voi, Eccellenze, ed attendo una risposta: è possibile, di fronte ad un atto che dà ampia e concreta motivazione al proprio decisum, dire che questo atto integra una dissipazione? Ossia è possibile in sede penale sottoporre a giudizio di legittimità un provvedimento nel quale il giudice ha preso in considerazione un'offerta e l'ha dichiarata congrua, con un proprio ragionamento che fila perfettamente?

Io vorrei citare un caso che è occorso a me, recentemente. Io sono stato nominato commissario straordinario per la procedura di amministrazione straordinaria della Marelli, del Gruppo Marelli di Milano. Tra i cespiti della Marelli c'era anche un grosso lotto di terreno a Cornegliano Laudense, vicino Lodi; ovviamente, noi facemmo fare una perizia su questo bene prima di venderlo all'asta. Ricordo perfettamente, Eccellenze: la perizia valutò questo terreno 3 miliardi e 300 milioni. Facciamo il primo tentativo d'asta, nessuno risponde; ribasso di un quinto, secondo tentativo d'asta, nessuno risponde ancora; terzo tentativo, ribasso di un quinto, nessuno risponde. Eravamo arrivati ad un miliardo, contro una stima di 3 miliardi e 300 milioni. A quel punto io dissi ai miei consulenti: signori, io ritorno al Ministero, perché non voglio fare la fine di Ivo Greco; se vendo anche all'asta per un miliardo quello che è stato stimato 3 miliardi e 300 milioni, se anche dimostro di aver fatto tutta la pubblicità possibile e immaginabile e che nessuna offerta è venuta, magari qualche Procuratore della Repubblica potrà dire che io avevo tenuto a bella posta lontani i presumibili acquirenti da questo terreno per svenderlo ad un miliardo. E sono tornato al Ministero e ho detto: cosa debbo fare? Perché lì, sì, è possibile chiedere pareri, non è come nel caso del giudice, al quale non si possono presentare altro che istanze; in questo caso si possono chiedere pareri, nella procedura dell'amministrazione straordinaria prevista dalla legge Prodi. E quando il Ministero mi ha detto: continui nella procedura d'asta, io ho rimesso all'asta, e, cosa strana, eravamo arrivati a 980 milioni, abbiamo venduto ad 1 miliardo e 8, perché quando un prezzo è sceso a 980 milioni si è determinata la gara: per la prima volta nove offerte, ed è stato superato largamente quel prezzo che era stato precedentemente raggiunto ad asta deserta. Allora, ecco le bizzarrie, le cose imprevedibili dell'economia.

E allora noi possiamo affermare, di fronte a questa anomalia di fenomeni economici, che è possibile criticare una decisione di merito adottata dal Tribunale fallimentare perché il prezzo era incongruo? Incongruo rispetto a quali parametri? Eccellenze, non voglio anticipare qui le richieste subordinate, ma incongruo rispetto a quali parametri? In questo processo si è fatto tutto e di più, si è andati a cercare la verità per tutte le strade, e non si è fatta l'unica cosa logica che si doveva fare: una perizia che avesse dichiarato congruo o incongruo quel valore di 2.150 miliardi così come formulato nel cosiddetto Piano Capaldo. Perché solo una perizia che avesse dichiarato che i beni della procedura potevano avere un valore teorico anche largamente superiore, se venduti separatamente, ma venduti in massa valevano comunque largamente di più di 2.150 miliardi, solo una perizia di questo genere poteva, semmai, inchiodare il Tribunale fallimentare e anche i fantocci dei quali parla il dott. Catalani. Tra l'altro, lui critica il Presidente Greco perché usa il termine "segugi" e poi chiama "fantocci" due soggetti che non sono parti processuali, due soggetti che non fanno parte del processo, li chiama fantocci, e lui dice: un giudice, quando si difende, dovrebbe non usare il termine "segugi". E un giudice, quando accusa, non dovrebbe usare il termine "fantocci" verso due giudici, due colleghi; ma lasciamo perdere i colleghi, che non sono parte del processo.

Dicevo: solo alla perizia di questo genere avrebbe consentito di dire che quel prezzo era incongruo. Ma vogliamo fare una verifica a contraris della congruità di questo prezzo? Eccellenze, ve la faccio immediatamente, citando casi di pubblico dominio. Nel 1985 Romano Prodi, Presidente dell'IRI, promette in vendita il comparto alimentare dell'IRI, ossia la SME, all'ing. Carlo De Benedetti, a 450 miliardi (o 480 miliardi, adesso non ha molta importanza stabilire la cifra precisa). La notizia viene risaputa, viene pubblicata dai giornali; pochi giorni dopo, Eccellenze, si forma spontaneamente una cordata che comprendeva Barilla, Ferrero e Berlusconi, che offre 70 miliardi di più, facendo così naufragare questa vendita dall'IRI a De Benedetti. Allora, Eccellenze, rispondetemi nella vostra sentenza a questa domanda: non è stata fatta una gara, certamente, ma si può dire che la vendita del patrimonio FEDIT sia avvenuta alla chetichella, in 48 ore, nel silenzio più generale, tra due furfanti, Greco e Capaldo, che si riuniscono non si sa dove, e Capaldo fa subito l'assegno, e si dà la notizia a cosa compiuta? Se fosse avvenuta così la vendita, allora certamente io non avrei assunto il pesante onere di difendere, mi sia consentito dirlo, gratuitamente un amico per otto anni. Ma, viceversa, la notizia della vendita è riportata in tutta la stampa internazionale, Eccellenze, non soltanto sulla stampa nazionale, ma in tutta la stampa mondiale, e non c'è nessuna cordata che si forma in alternativa alla cosiddetta cordata Capaldo per offrire 2.150 miliardi più 100.000 lire, più 10.000 lire, per aumentare anche di 10.000 lire l'offerta fatta dal gruppo Capaldo così imponendo una gara? Perché di fronte a due offerte che gli pervenivano per gli stessi cespiti il Tribunale fallimentare non aveva scelta, doveva fare una gara. Nessuno ha offerto una lira di più, Eccellenze, e di fronte al fatto che nessuno abbia offerto una lira di più si viene a dire che l'offerta era incongrua? Eccellenze, ma a contraris quale prova più luminosa dell'adeguatezza del prezzo Capaldo per una vendita in massa, se non quella che nasce dall'inesistenza di qualunque offerta alternativa?

Ma non basta. Come era composta la S.G.R.? Era composta, per caso, da due o tre dei creditori che avevano detto: noi siamo gli inventori di questa idea, gli altri vadano a spasso, siamo solo noi ad aggiudicarci il patrimonio della FEDIT? No, Eccellenze, la S.G.R. viene costituita aperta a tutto il ceto creditorio, praticamente tutti coloro che avevano crediti significativi - perché quelli inferiori ai 20 milioni non avevano interesse a partecipare, in quanto erano pagati al cento per cento - potevano partecipare alla S.G.R.. E addirittura questa possibilità era prevista per un anno dalla sua costituzione, vale a dire che non era legata nemmeno ad un termine perentorio: o domani, o sei fuori. Un anno. E allora, scusate, signori, si può formulare un'offerta più onesta di questa? Nella quale si dice: io compro tutto il patrimonio, lo compro per un prezzo predeterminato, ma se ci sarà un profitto ne trarranno vantaggio tutti i creditori della FEDIT, nessuno escluso. E allora, scusate, Eccellenze, ma questi sono argomenti di logica elementare. È l'avaro che ruba a se stesso, l'avaro di Molière, che andava a rubare il fieno nella sua stalla. Qui si dovrebbe arrivare ad immaginare che la S.G.R. è uno strumento di frode a danno di chi, se era aperta a tutti? Strumento di frode a danno di chi? A danno di quegli stessi creditori che, partecipando ad essa, potevano beneficiare del prezzo?

Lei, Presidente, e io la ringrazio, mi ha richiamato ad un'arringa più moderata, più serena, e io la ringrazio perché è sua funzione fare questo; ma di fronte ad enormità di questo genere come si fa a parlare pacatamente, pensando che sono stati irrogati 4 anni e 6 mesi di reclusione ad un magistrato che ha percorso 42 anni nella magistratura ricevendo solo consensi? Io ho chiesto addirittura l'acquisizione del suo fascicolo personale, tra le istanze subordinate. E 4 anni ad un economista che onora l'Italia, come Pellegrino Capaldo. Ossia vengono trattati come infimi mariuoli delle persone che avevano elaborato un progetto per il quale semmai il prezzo, per le mutate condizioni di mercato - perché tutto è possibile nel mercato dei beni economici - si fosse rivelato utile e che a beneficiare di questa eventuale utilità sarebbero stati gli stessi creditori della FEDIT. E noi diciamo: questo è un accordo fraudolento? "Fraus omnia corrumpit", dicono le fonti, la frode corrompe tutto, ma deve essere indirizzata contro qualcuno, e qui S.G.R., società dei creditori, che cosa faceva? Frodava i suoi stessi soci? È questo l'argomento che mi sembra addirittura risolutivo, Eccellenze.

Ma si dice ancora: le banche estere non hanno partecipato alla FEDIT, e quindi la deceptio era contro queste banche estere che alla FEDIT non hanno partecipato. E chi glielo ha detto di non partecipare alle banche estere? C'è stata forse un'azione intimidatrice di Pellegrino Capaldo, che è andato a Londra, a Washington, che si è incontrato con i maggiorenti delle banche straniere e ha detto: voi non parteciperete a questa società? È contestata una cosa del genere a quel galantuomo - lo ripeto ancora una volta - di Pellegrino Capaldo, di aver fatto una cosa del genere? No. E allora, se le banche estere non hanno partecipato, perché non hanno partecipato? E qui abbiamo un ulteriore elemento di riscontro della congruità del prezzo: perché non volevano mettere i quattrini buoni su quelli cattivi, perché pensavano che in sede di realizzo del patrimonio di FEDIT non si sarebbero nemmeno realizzati quei 3.000 miliardi che costituivano il minimo per remunerare il capitale sociale e le spese della procedura. Ecco perché le banche estere non hanno tirato fuori nuovi quattrini per partecipare a S.G.R. e sono state alla finestra a guardare, contentandosi di una liquidazione al 40% dei loro crediti, perché pensavano che partecipando a S.G.R. non si sarebbero realizzati forse nemmeno i soldi necessari per recuperare capitale, spese e quant'altro.

Allora, signori, noi abbiamo una serie di argomenti che ci dicono: primo, la valutazione fatta dal Tribunale penale, essendo una valutazione adeguatamente motivata sul piano economico, non può fare oggetto di un'accusa di dissipazione; secondo, S.G.R. non poteva frodare nessuno, dal momento che la sua compagine societaria era costituita dagli stessi creditori della FEDIT; terzo, il fatto che non si sia formata alcuna nuova cordata, nonostante la pubblicità della cosa, e il fatto che le banche estere non abbiano partecipato a S.G.R. significa solo questo: il prezzo offerto dal prof. Capaldo veniva considerato un prezzo a rischio, un prezzo che praticamente costituiva il limite massimo del possibile, dello sperabile. Allora, Eccellenze, l'accusa di dissipazione su cosa si fonda?

Mi avvio alla conclusione. Io rammento che un altro grande maestro del diritto penale dal quale ho appreso molte cose, Remo [Pannheim], mi diceva che, partendo dal presupposto che la prova dell'elemento soggettivo del reato è una prova fondamentale nei reati dolosi, lui mi diceva questo: se non si riesce ad individuare un valido movente, praticamente noi dobbiamo ritenere che non è raggiunta la prova del dolo. Allora, Eccellenze, quale movente potrebbe aver animato il Presidente Greco ad autorizzare l'atto quadro? Non un movente di carattere economico, perché non c'è un'accusa di corruzione, anzi, a stare alle espressioni di apprezzamento del Procuratore Generale nei confronti del prof. Capaldo - questa volta siamo d'accordo con il Procuratore Generale, ma solo questa - lui dice: Capaldo era un galantuomo, e quindi Capaldo non era un corruttore in atti giudiziari, perché certamente esula del tutto dall'impostazione accusatoria, in questa sede di appello, l'ipotesi che il Presidente Greco abbia ricevuto una mercede per questa operazione. Quindi dobbiamo considerare questo un dato acquisito. Eppure all'inizio, anche questa volta, il dott. Razzi inquisì a tutto campo il dott. Greco, lo indagò in ogni momento, addirittura mettendogli al seguito quelli che il Presidente Greco ha scherzosamente definito dei "segugi", che andarono fino in Austria a vedere se per caso il Presidente Greco avesse avuto dei rapporti con le banche che facevano sospettare l'esistenza di suoi fondi occulti all'estero. E tutto quello che potettero rilevare fu questo, fatto gravissimo: il Presidente Greco si è fermato davanti ad una banca chiusa con aria scrutatrice. Quindi, immaginatevi, lui guardava la banca chiusa e diceva: qua stanno i miei tesori, e quindi si compiaceva di se stesso. Ma io dico, Eccellenze: è mai possibile? E quando il Pubblico Ministero Razzi, mi ricordo, parlando non per il Tribunale, ma per la platea - perché in primo grado avevamo l'aula assiepata da Parti Civili che sono state presenti dalla prima udienza all'ultima, si davano il turno, ma c'erano almeno cento persone presenti in aula - disse: lei, Presidente Greco, autorizza delle nostre rogatorie all'estero per accertare se ha dei fondi di sua disponibilità in banche straniere? Parlando per la platea perché? Perché quando l'hanno fatta per Craxi questo tipo di rogatoria non sono mica andati prima a chiederlo a Craxi, il potere di rogatoria non deve essere autorizzato dall'imputato. Quindi perché lo diceva? Per creare l'alone di dubbio, per creare la suspense, e mi ricordo che si sentì un brusio di commosso consenso di tutte le Parti Civili: ecco, qui sta il punto, questo ha preso i soldi. Ha preso i soldi ed è difeso gratis da un difensore che... lo dico chiaramente, proprio perché lo difendo gratis, non ho potuto avere un'assiduità a tutte le udienze di primo grado e a tutte le udienze d'appello, ma lo difendo gratis con passione perché so di difendere un innocente.

E allora, dicevo, il movente non è certo quello di una mercede che sarebbe stata pattuita con Capaldo come compenso di questa frode ai danni dei creditori perpetrata per i creditori; questa è la cosa più assurda che uno possa immaginare: una frode dei creditori perseguita a danno di se stessi. Questo è l'assurdo più totale. Non è questo il movente. Allora si può dire: movente di progressione di carriera. Ma a quanto mi risulta Pellegrino Capaldo non è un intraneus del Ministero di Grazia e Giustizia, non è un intraneus soprattutto del Consiglio Superiore della Magistratura che ha un potere di promozione di determinati magistrati. Io credo che forse non lo sa nemmeno dove sta il Consiglio Superiore della Magistratura, glielo dico io: è a Piazza Indipendenza. E allora? Ivo Greco, tra l'altro, era ormai all'epilogo della sua carriera, e quindi non poteva nemmeno aspirare a delle promozioni ulteriori. E allora quale potrebbe essere il movente? Si dice: la libidine giudiziaria, creando una nuova categoria criminogenetica. La libidine giudiziaria è quella malattia perversa che prende taluni dei giudici e che determina in loro un tale attaccamento per le pratiche che hanno in mano da non considerare possibile di esserne spogliato. Eccellenze, ammettiamo pure che abbia un diritto di cittadinanza nell'ambito della criminologia giudiziaria questa figura della libidine giudiziaria. Eccellenze, la libidine giudiziaria una prima volta è smentita da questo: quando Ivo Greco venne attaccato sulla stampa per avere ritardato la sottoscrizione dell'atto quadro - ossia l'accusa opposta a quella che gli viene fatta in questa sede, perché Greco ci sta a pensare tanto prima di firmare l'atto quadro - Ivo Greco presenta una lettera di dimissioni al Presidente del Tribunale, dicendo: poiché la stampa mi attacca, io chiedo di potermi dimettere dall'incarico, e il Presidente respinge la richiesta di dimissioni e lo conferma nell'incarico. Allora si dice: ma la libidine giudiziaria si desume da questo, che sarebbe stato umanamente comprensibile che il Presidente Greco si fosse spogliato di questa procedura per dare ad altri la patata bollente, e invece non l'ha fatto. Eccellenze, è da rimanere esterrefatti, ossia un'accusa del genere la si potrebbe muovere anche al Tribunale di primo grado, che è stato impegnato in mesi e mesi di udienze estenuanti, che finivano la sera, senza avere cercato di liberarsi di questo fastidioso processo. Un'accusa del genere la si sarebbe potuta fare anche al dott. Razzi, e, anzi, Eccellenze, io lo dico soltanto in astratto e per amor di tesi, nei confronti del dott. Razzi ci poteva essere anche questo, che il Razzi doveva trasmettere gli atti in relazione alla prima prospettazione accusatoria - non c'era insolvenza, è stata chiesta l'ammissione al concordato preventivo - alla prima prospettazione accusatoria, non certo a quella di dissipazione, doveva trasmettere gli atti al Tribunale dei Ministri e ha mandato delle raccomandate al Tribunale dei Ministri; di queste raccomandate si sono perse assolutamente le tracce. Allora dovremmo dire: anche lui per libidine giudiziaria ha fatto falsamente scrivere dal cancelliere di aver mandato delle raccomandate che in realtà poi ha soppresso? Noi questo non l'abbiamo non dico detto, ma neppure pensato, Eccellenze, perché in 45 anni di esercizio della professione forense io mi sono abituato a rispettare la vostra funzione, anche la funzione dell'accusa, e ad attaccare i giudici solo sul piano del dialogo giudiziario, della contesa giudiziaria: questa tesi è sballata, questa tesi è infondata, niente di più, niente di diverso. Noi non abbiamo minimamente adombrato una cosa del genere. Allora è o non è pregiudizio sfavorevole nei confronti del Greco dire che quello che non si trova è stato da lui soppresso?

Ma ritorniamo al movente, Eccellenze. Abbiamo visto che non c'è un movente economico, che non c'è un movente di carriera, che non c'è nemmeno un movente di libidine giudiziaria, perché un magistrato non può liberarsi da una procedura incomoda perché così sarebbe umanamente comprensibile, il magistrato è tenuto a compiere il suo dovere anche oltre i limiti dell'umano, e abbiamo visto quanti magistrati hanno offerto l'olocausto della loro esistenza per proseguire delle procedure in aree altamente inquinate dalla mafia o dalla camorra. Non è, quindi, addirittura, sconveniente in un Paese che conosce il sacrificio di Falcone, di Borsellino, di Occorsio, di Galli, di Amato etc. etc., dire che sarebbe stato umanamente comprensibile liberarsi di una procedura scomoda? Non è questo uno schiaffo che si dà alla memoria di questi giudici intemerati, che hanno pagato con la vita, ben oltre che con l'impegno professionale, delle procedure scomode?

Quindi, Eccellenze, anche sul piano dell'elemento ---, ove mai voi doveste dire che 2.150 miliardi era un prezzo non adeguato, potete dirlo senza una perizia? A mio avviso no; ma anche ove lo potreste dire, perché non si può ipotizzare che Ivo Greco abbia magari errato valutando congruo questo prezzo, abbia forse fatto delle valutazioni sbagliate? Ma comunque le sue valutazioni, delle quali ha dato congrua motivazione, escludono l'esistenza di qualunque movente al dolo di bancarotta fraudolenta, escludono la configurabilità del dolo di bancarotta fraudolenta?

Come vedete, Eccellenze, abbiamo esaminato il processo a tutto tondo, lo abbiamo esaminato in tutti i suoi aspetti, non credo di averne trascurato nessuno. Comunque noi abbiamo fatto anche delle istanze subordinate, che sono anche citate nell'ultima pagina dello schema di arringa, ossia la richiesta degli atti della Commissione parlamentare di inchiesta, e non perché, dott. Catalani, noi pensiamo che le conclusioni neutre di un organo politico qual è la Commissione parlamentare di inchiesta vincolino i giudici. Noi non abbiamo mai sostenuto aberrazioni di questo tipo, noi siamo gelosi dell'indipendenza della magistratura, e io personalmente sono contro anche alla separazione delle carriere, perché vedo nella separazione delle carriere il primo passo per la sottomissione al potere esecutivo dell'organo di esercizio dell'azione penale. Si fa per gradi, con la separazione delle carriere si stabilisce intanto un principio, poi arriveranno anche gli ordini del Ministro della Giustizia che dice: non perseguire l'azione penale. Quindi io sono ancora più di lei geloso di queste prerogative della magistratura, perché da cittadino libero mi sento tranquillo in un Paese dove l'azione penale è ufficiale, e non discrezionale. Però io dico: in questa Commissione parlamentare di inchiesta sono state sentite delle persone, soprattutto sono state svolte delle indagini che in questa sede penale non hanno mai trovato attuazione, vale a dire delle indagini sulla congruità dei prezzi ottenuti dalla S.G.R. in sede di rivendite dei vari cespiti che componevano il patrimonio FEDIT. Quindi la Guardia di Finanza è stata sguinzagliata in tutta Italia, e in tutta Italia ha controllato cespite per cespite e ha detto che questi cespiti sono stati venduti con un profitto complessivo che non era certo idoneo a giustificare una frode ai danni della procedura.

Queste conclusioni, Eccellenze, semmai aveste ancora dei dubbi, non ce le potete negare. Voi non potete confermare una sentenza di condanna contro due galantuomini - o contro tre galantuomini, se venisse accolto l'appello pure per D’Ercole - non potete confermare queste sentenze di condanna senza avere disposto quanto meno una perizia sulla congruità del prezzo della vendita in blocco, perché su questo punto non c'è altro che la farneticazione, la deduzione arbitraria, nulla di certo, sulle conclusioni della Guardia di Finanza in ordine alla rivendita dei beni alla S.G.R.. Quindi è per questo che io concludo chiedendo: in principalità, che sia accolto l'appello con l'assoluzione del dott. Ivo Greco da tutte le imputazioni con la formula “perché il fatto non sussiste”; in subordine, che siano disposti quegli incombenti istruttori.

PRESIDENTE: La parola per la replica al Procuratore Generale.

PROCURATORE GENERALE: Una brevissima replica su alcuni punti che ancora una volta non mi sembrano sufficientemente toccati, proprio non toccati, dalle Difese. Naturalmente dovrò far riferimento ad alcune cose di già detto, ma su alcune cose non ho avuto risposta, nonostante che io abbia depositato delle paginette. Mi mordo la lingua per non rispondere alle incisivissime difese, contenenti anche forse qualche retorica affermazione che non voglio controbattere, e sto ai fatti.

È vero, io ho sfidato su quel punto della perdita del capitale sociale, e ho sfidato per due motivi: una parte mia, opinabile, su cui potrete censurarmi, come ha già fatto, e gliene sono grato, il difensore del Presidente Greco, là dove io scrivo che “è necessario che, preso atto della perdita del capitale sociale, se avesse voluto continuare a vivere avrebbe dovuto impegnarsi in una ricostituzione”, quello è pensiero mio, non l'ho trovato scritto da nessuna parte, e potrà essere censurato dalla vostra sentenza, come ha già fatto il prof. Lemme. Ma c'è una parte su cui né Coppi, né Lemme, né Vassalli, nessuno ha parlato, ed è la parte che inchioda il Presidente Greco - non ho altro termine - e che mi fa tranquillo sulle mie conclusioni, perché non è tanto la vostra sentenza, che è importantissima, ma prima di concludere ci sono stato anch’io moltissimo a pensare. E qual è questo punto? La perdita del capitale sociale - e qui sfido chiunque - imponeva l’assemblea straordinaria, su questo sono tranquillo; ma imponendo l'assemblea straordinaria, avrebbe conclamato che cosa? Come ho già scritto nella memoria del 26 aprile, che il capitale sociale o era stato perduto prima, e dunque era stato occultato nel bilancio del ‘90, o era stato perduto durante, e allora è ancora più grave, perché era stato perduto durante la gestione di Gambino, Cigliana e Locatelli. E ancora una volta andava conclamato perché tutto questo si riverbera innegabilmente sotto il profilo della meritevolezza del concordato, profilo non affrontato sotto questo punto di vista della perdita del capitale sociale, perché la circostanza è stata occultata. E perché? Perché si voleva arrivare al concordato e all'atto quadro, perché già dal 27 maggio era stata avanzata la proposta Casella. E con questo ho finito su questo punto, vale a dire: sì, è vero, ho parlato dei rimedi che andavano presi a fronte della perdita del capitale sociale, e lì posso aver sbagliato, ma sicuramente non sbaglio, perché lo dice la Cassazione che una società che ha interamente perduto il capitale sociale e che lo occulta non è meritevole del concordato preventivo, e questo inficia tutta la procedura dall'inizio.

Andiamo ad un altro punto per cui io mi sono scaldato, e giustamente i difensori si scaldano. Perché critico l'operato di De Vitis e di Celotti? Perché hanno detto a dibattimento in primo grado che loro non sapevano nella proposta Casella, che loro non sapevano della perdita totale del capitale sociale quando sono arrivati all’omologa. E quindi dico: ma su che basi, su quali fatti si sono convinti della bontà di questo concordato? Quindi li vedo come una sorta di autori mediati, e quindi, ribadisco, dei “fantocci”, anche se manca l'Art. 48 nel capo di imputazione.

Ancora un punto sulla De Vitis: il giudice De Vitis ha detto che nella primavera del ‘93 si accorse che i crediti della FEDIT erano o inesistenti o assolutamente non esigibili. Ma perché se ne accorge nel ‘93 e non nell'ottobre ‘92? Ma che cosa è successo? C’è stata una benedetta perizia, c'è stato qualcosa? No, non c'è stato nulla di tutto questo, è semplicemente che a questo punto è scattata un'altra operazione: bisogna fare passare il prezzo a 2.150 miliardi, e allora non bisogna parlare più di 4.000 miliardi. E allora i crediti sono inesistenti. Ma allora, se questi crediti sono inesistenti, quale acquirente va a comprare un patrimonio con dei crediti inesistenti? E qui entra Pellegrino Capaldo. Chiunque sarebbe receduto di fronte ad un affare di questo tipo. Allora due sono le cose: o non è vero assolutamente che i crediti sono inesistenti e il prezzo non può essere 2.150 miliardi e l'affare c'è, oppure i crediti sono inesistenti, si è mentito al momento di ammissione al concordato, ed era immeritevole di concordato, e comunque un affare c'era anche ad acquistare un patrimonio che comprendeva crediti inesistenti, e su questo punto aderisco all'ultima proposta della Difesa del Presidente Greco da parte dell'Avvocato Lemme.

È vero, io non sarei contrario ad un approfondimento dibattimentale, qui, in questa sede, peritale, ponendo congrui quesiti sul punto congruità del prezzo. Quindi faccio mia la subordinata della Difesa, chiedendovi però in via principale la conferma della sentenza.

PRESIDENTE: Altre repliche?

PARTE CIVILE - AVV. Giuseppe FANFANI (P.C. C.A.P. Perugia): Non c'è replica da parte di questa Parte Civile.

AVV.RA STATO - AVV. Giuseppe DELL’AIRA: fIo, invece, ho interesse ad una brevissima replica, Presidente, anche perché questo interesse nasce dalle note che sono state depositate, credo, all’udienza del 3 maggio. Il mio interesse nasce dall’esigenza di una brevissima confutazione alle considerazioni che sono contenute soprattutto nella memoria di udienza depositata dal Responsabile Civile S.G.R. in data 3 maggio scorso.

Chiedo scusa al Collegio, io sono qua ad integrazione e sostituzione della collega che ha seguito l'intero processo e che per motivi di salute non ha potuto svolgere questo intervento, non è certo un volere prevaricare la qualità e l'impegno che la collega ha posto in questa vicenda. Però, dicevo che per quanto riguarda questi aspetti di questa memoria mi vedo costretto a replicare perché, e cercherò di dimostrarvelo, questa memoria stravolge in maniera totale, e con una certa disinvoltura, quelli che erano stati gli ambiti entro i quali S.G.R. aveva prospettato i suoi motivi di impugnazione avverso la sentenza di primo grado.

Non mi soffermerò sui dubbi, che pure ancora sussistono in giurisprudenza, sull’appellabilità dell’ordinanza che ammette la costituzione di Parte Civile, riconosco che oggi è prevalente l’orientamento delle Sezioni Unite che sembrerebbe dire il contrario, ma esistono anche sentenze che, nella preclusione specifica dell’impugnativa delle ordinanze insieme alla sentenza, inseriscono anche l'ordinanza di ammissione della Parte Civile. Ma non è questo il punto principale su cui voglio fondare la mia replica, quanto piuttosto sulla lettura velocissima dei motivi che sono stati addotti a supporto dell'appello di S.G.R.. Io ho cercato, per quanto mi è stato possibile nel tempo brevissimo che ho avuto, signor Presidente, di trovare in questi motivi di appello un qualunque riferimento a quelle argomentazioni sulle quali ampiamente ci si sofferma invece nelle note di udienza, e non l'ho trovato, perché l'unico passaggio - parlo ovviamente dell'interesse che rappresento in questa sede, cioè l’interesse del Ministero della Giustizia e soprattutto del Ministero all’Agricoltura e Foreste - l'unico riferimento a questo aspetto della sentenza sotto il profilo degli interessi civili è contenuto a pag. 31, in un paragrafetto brevissimo in cui, parlando di provvisionale, quindi soltanto dell’aspetto afferente alla provvisionale, si fa anche riferimento al Ministero della Giustizia - soltanto al Ministero della Giustizia, non c'è alcun riferimento al Ministero dell’Agricoltura e Foreste - senza tener conto del fatto che il Ministero sopra citato non ha chiamato in causa la S.G.R.. Quindi, nella sostanza, si contesta la provvisionale in funzione del fatto che il Ministero della Giustizia non avrebbe chiamato in causa la S.G.R.. non avrebbe formulato conclusioni. Quindi già da questo punto di vista, considerata la specificità dell'azione civile e degli ambiti relativi al contraddittorio nell’azione civile, e quindi degli ambiti di devoluzione che riguardano i giudizi di appello, affido alla Corte la valutazione sull’ammissibilità di queste censure e sulle conseguenze che deriverebbero sulla sentenza di primo grado in termini di giudicato interno.

Quanto alla citazione, è vero che la norma del Codice di Procedura Penale prevede che il responsabile civile sta in giudizio su istanza della Parte Civile. Resta da stabilire se tutte le parti civili, laddove si tratta di più parti civili aventi interesse a far valere il rapporto di solidarietà tra responsabile civile e imputato, debbano comunque e in ogni caso citare autonomamente o richiedere - perché non è una citazione diretta - autonomamente la citazione del responsabile civile, cioè resta il problema se non si ponga un’analoga esigenza rispetto alla Parte Civile, che è quella dell’immanenza della posizione processuale del responsabile civile già citato da altre parti civili.

E su questo punto innesto la seconda sintetica considerazione: come ho detto, non esiste alcun riferimento nei motivi di appello al problema che poi viene sviluppato nelle memorie. Ma soprattutto - e mi sono testimoni i verbali di causa del processo di primo grado, al quale ho partecipato invece abbastanza frequentemente - non è stato mai contestato (e quindi parlo di accettazione del contraddittorio in prospettiva civilistica sul punto) in quella fase il ruolo del Ministero e la posizione del Ministero nei confronti di S.G.R. in prospettiva di danni da questi reati. Allora l'ultimo argomento che resterebbe a supporto della tesi di controparte sarebbe quello relativo alle conclusioni, e su questo io non nego un dato di fatto, che effettivamente esiste sui riscontri processuali. Ma intanto torno al primo aspetto: l'unico momento di contestazione in questa prospettiva riguarderebbe la sola posizione del Ministero di Grazia e Giustizia e il solo aspetto afferente alla provvisionale; è quello l’unico riferimento - potrò essere smentito dai fatti - che esiste nei motivi di appello nei confronti delle statuizioni civili della sentenza di cui mi sto interessando, sicché il problema si porrebbe solo per il Ministero della Giustizia e solo in rapporto alla provvisionale.

E qui io sottopongo alla Corte un altro problema: ma esiste un interesse, cioè è ammissibile un appello sulla liquidazione della provvisionale? A mio avviso no, tant'è che lo strumento è quello della richiesta di sospensione che è stata attivata per gli effetti della provvisionale. E perché non esiste? Qui richiamo, peraltro, una giurisprudenza della Cassazione, che è costante sul punto. Perché evidentemente la liquidazione della provvisionale è destinata ad essere assorbita in quelli che sono gli effetti delle successive sentenze, con la conseguenza che evidentemente non può costituire motivo e soprattutto riferimento principale dei motivi di appello.

Fatta questa ricognizione molto generale sui temi afferenti alla stessa praticabilità del motivo di impugnazione di cui mi sto occupando, il secondo aspetto di merito su cui volevo soffermarmi - fermo quanto ho detto sulla posizione del MAF - riguarda l'argomento per così dire a sorpresa, o l'argomento decisivo che nella memoria viene utilizzato, cioè quel riferimento articolato al 240, quindi al 236, quindi al 223, ma soprattutto al 240, che, stando alla memoria stessa, per la prima volta sarebbe idoneo ad escludere l’ammissibilità della costituzione di Parte Civile del MAF. Io sono abituato a leggere le norme nella loro totalità. Mentre il primo comma - che intanto dice qualcosa di diverso rispetto a quello che si sostiene nella memoria - asserisce che possono costituirsi parte civile il curatore, ma non soltanto gli stessi, e riconosce una legittimazione specifica al curatore, tant'è che aggiunge, dopo la virgola, “anche contro il fallito”, e un senso avrà questo riferimento “anche contro il fallito”, al secondo comma della norma, comunque, tagliando la testa al toro, dice che i creditori - e noi rappresentiamo i creditori senza dubbio di FEDERCONSORZI, attenzione, su questo punto mi soffermerò, non dei creditori o soltanto dei creditori della liquidazione di FEDERCONSORZI o delle varie fasi in cui si innesta anche il concordato - i creditori possono costituirsi Parte Civile nel procedimento penale per bancarotta fraudolenta (siamo in questa fattispecie, se non sbaglio) quando manca la costituzione del curatore, che vuol dire quando il curatore, o nel caso di specie il commissario giudiziale, il liquidatore e così via, non si è costituito, e nel caso di specie non si è costituito, non esiste una costituzione di Parte Civile. Quindi mi pare che questa condizione, che è una sorta di condizione oggettiva, risulti comunque realizzata nel caso di specie; o quando intendono far valere un titolo di azione propria personale. E questo è il secondo aspetto che riguarda specificamente la posizione del MAF, secondo aspetto che mi induce a prendere in considerazione quella produzione documentale singolarmente introdotta; dico “singolarmente” perché mi stupisce una comunicazione così attiva da parte del liquidatore in relazione alla posizione del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Comunque in questa lettera si affermerebbe che il primo credito sarebbe stato eccepito in compensazione - con il primo credito mi riferisco ai tre punti a), b) e c) in cui la lettera si articola, importo di 153 miliardi - e sarebbe in effetti stato oggetto di compensazione. Questo credito, a quanto conferma anche il documento, era l'unico che risultava ritualmente attivato e inserito, tant'è che è stato posto e soddisfatto in compensazione, nella fase a cui si riferisce il concordato di cui discutiamo oggi e quindi la liquidazione, e quindi la dissipazione contestata. Gli altri due crediti - adesso non sto a dire gli importi più specificatamente - sarebbero, e questo farebbe il giudicato perché l'ha detto il liquidatore, uno prescritto. Mi fa piacere che il liquidatore abbia la possibilità di affermare con tanta sicumera che un credito è prescritto e di affermarlo tra l’altro a S.G.R.; questo è un passaggio che sicuramente ci verrà chiarito. Quanto al terzo punto, credito superiore ai 705 miliardi di lire - è un credito che riguarda un contenzioso ancora in atto - la lettera si limita a dire che la liquidazione giudiziale... ”è in essere con il suddetto Ministero un complesso ed articolato contenzioso in sede amministrativa”, è la vicenda che riguarda la famosa questione dei cereali esteri, sulla quale non vi tedio ulteriormente. Quindi, stando ai contenuti di questa lettera - è questo l’aspetto che mi interessa - un dato è certo: esistono ed esistevano, indipendentemente dal parere molto personale e molto irrilevante del liquidatore, dei crediti, crediti dell'amministrazione dell’Agricoltura e Foreste, rispetto ai quali i fatti oggi contestati quale tipo di effetto hanno prodotto? Evidentemente, se e in quanto confermati illeciti, così come chiesto alla Corte, una diminuzione del cespite patrimoniale di FEDERCONSORZI, con la conseguenza che gli effetti del depauperamento prescindono dalla partecipazione al concordato, mi consenta l’avv. Lemme, l’apertura a S.G.R. era generale. Certamente le amministrazioni pubbliche non avrebbero mai potuto partecipare alla società, ma non ci risulta che qualcuno ce l'abbia chiesto, questo per chiarire il ruolo di S.G.R.; però chiaramente questa operazione ha determinato quale effetto? Il venir meno del patrimonio di FEDERCONSORZI con il depauperamento, e quindi un danno ad un soggetto che è creditore ai sensi del 240, addirittura in funzione che attiva un’azione propria personale. Quindi anche da questo punto di vista mi pare che il rilievo affidato al 240 sia, oltre che inammissibile, oggettivamente completamente infondato. Vorrei aggiungere peraltro che la sentenza ha dichiarato nulla la transazione cui fa riferimento il capo a), per effetto della nullità dell'atto quadro, quindi la conseguenza è che anche l'argomento utilizzato al capo a) della lettera del liquidatore è - e anche qui continuo a stupirmi che un liquidatore non l'abbia rilevato - privo allo stato di consistenza.

Andiamo invece all’ipotesi del Ministero della Giustizia, che pare quella leggermente più compromessa, perché esiste un motivo di appello; ho già detto che uso questa frase impropria - “leggermente più compromessa” - perché questo motivo di appello, l'ho già rilevato, si riferisce esclusivamente alla provvisionale, le amministrazioni statali non hanno fatto valere le provvisionali, quindi credo che allo stato attuale continui a confermarsi l'assenza di un interesse. Però c’è di più, perché l'argomentazione viene poi sviluppata in relazione a due profili: uno che coinvolge la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma la coinvolge soltanto ad colorandum, è stato ricordato stamattina che la Presidenza del Consiglio dei Ministri non è Parte Civile in questo processo, quindi il tema è completamente estraneo a quello di cui ci dobbiamo occupare; l'altro, che si legge in sentenza, con riferimento al danno e al dato genetico del danno, riguarda un’affermazione specifica che non coinvolge alcun aspetto di danno morale, così come comunque prospettato anche soltanto nella memoria del 3 maggio. Che cosa dice la sentenza? La sentenza dice che esiste un danno diretto patrimoniale - almeno così io la leggo - del Ministero della Giustizia collegato al potere di iniziativa disciplinare. Non avrebbe alcun senso collegare al potere di iniziativa disciplinare un danno morale. Poi aggiunge che esiste un danno all’immagine, questo danno morale, in conseguenza dell'incardinamento organico del dott. Greco; quindi siamo di fronte a due ragioni di danno, con la conseguenza che anche la memoria del 3 maggio, ammesso e non concesso il superamento di tutte le precedenti pregiudiziali, contesterebbe esclusivamente questo aspetto, non contesterebbe gli aspetti afferenti al danno diretto, con quanto ne segue sulla prospettiva di un giudicato o comunque di una possibilità di conferma sul punto della sentenza di primo grado.

Un'altra ultima notazione su questo punto: viene citata una sentenza recentissima della Suprema Corte di Cassazione; massimo rispetto per i precedenti, devo dire sinceramente che non conosco - purtroppo c'è qualcosa che ci è sempre imposto prima di valutare la valenza di un principio affermato nella sua eccessiva genericità - il tema dibattuto e non conoscono soprattutto a quali elementi si collegasse l'ipotesi del danno all'immagine dedotta in quel contesto. Però voglio solo aggiungere una cosa, con tutto il rispetto dell'orientamento della Suprema Corte di Cassazione: quella sentenza è sbagliata, è totalmente sbagliata, e lo è - quella che riferisce alla Presidenza del Consiglio dei Ministri la titolarità esclusiva della legittimazione al danno morale - perché è in contrasto con una previsione costituzionale esplicita, che spesso viene negletta e dimenticata, ma che esiste nella nostra Costituzione, la quale attribuisce titolarità totale delle attribuzioni a ciascun Ministero. Questa sentenza sembra seguire uno schema ormai sempre più diffuso di organizzazione delle funzioni all'interno di altri soggetti componenti la repubblica: le Regioni e i Comuni; lo Stato, però, nella carta costituzionale ha garantita l’autonomia di titolarità di attribuzioni per ciascun Ministero. Quindi andare a parlare di legittimazione al danno morale riservata alla sola Presidenza del Consiglio, e non alle singole strutture titolari in forma esclusiva della propria attribuzione, mi pare che in diritto, addirittura per un contrasto con un principio costituzionale, sia completamente errato. Siccome la provvisionale riguarda tutte queste ragioni di danno, mi pare che anche da questo punto di vista, e nel merito, si possa arrivare a concludere per l’infondatezza comunque, indipendentemente dall’inammissibilità, delle deduzioni avverse.

Non intenderei occuparmi, evidentemente, di aspetti afferenti al merito delle contestazioni, di cui si è già ampiamente occupata la collega; volevo soltanto fare due notazioni. Prima: la maggior parte dei motivi di appello si fonda sulla presunta inesistenza di un movente. Oggi - e anche noi aderiamo, come ha fatto il Pubblico Ministero, in buona parte alla richiesta della difesa Lemme - è stata per l'ennesima volta invocata l'acquisizione degli atti relativi alla Commissione parlamentare di indagine, acquisizione sulla quale in primo grado si discusse a lungo per arrivare poi all’esclusione dell’acquisizione dell'atto. Se si cerca la spiegazione del movente, è sufficiente - indico solo le pagine - leggere da pag. 153 a pag. 163 della relazione parlamentare di inchiesta, e in particolare le pagine da 161 a 163 dello stesso documento. È la parte in cui la relazione si occupa del rapporto Agrifactoring-FEDERCONSORZI e dà la spiegazione ad un certo interrogativo che la difesa del dott. Lemme si posto questa mattina: il problema delle banche estere. È estremamente emblematico quello che sta scritto in quelle pagine. Quanto al secondo cavallo di battaglia delle difese - la prova sull'accordo - anche qui mi limito ad un veramente telegrafico rinvio alle pagine 222 e 223 sempre della relazione della Commissione parlamentare di indagine, dove, me lo consenta l'Avvocato Lemme, c'è una costante reprimenda nei confronti di quello che è stato il comportamento del Tribunale fallimentare, del Presidente Greco. C'è soprattutto una precisa affermazione; mi limito a leggere solo questi due (incomprensibile): “Ne derivano alla Commissione gravi e fondati dubbi sull’ammissibilità ed omologabilità del concordato”, questo è spiegato dopo. Risparmio la lettura delle altre pagine, che commentano invece l’atteggiamento...

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): Ma non è questo il capo di imputazione.

AVV.RA STATO - AVV. Giuseppe DELL’AIRA: Ho detto che sto risparmiando la lettura delle altre pagine. Signor Presidente, se devo annoiare la Corte su questo..., mi sono proposto di non farlo, potrei farlo. Comunque torno all'aspetto tecnico, e sull'aspetto tecnico, se è soltanto a titolo collaborativo, cioè sull’essenzialità dell'accordo come elemento costitutivo inderogabilmente del reato contestato, se me lo consente la Corte, a titolo prettamente collaborativo vorrei produrre una serie non certa limitata di arresti giurisprudenziali pertinenti, costituiti - ne produco uno, in testo integrale - da ultimo dalla sentenza 3 maggio 2001 n. 31 delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione. Considerato, infine, che la Corte si è riservata di valutare, e non rigettandola, così mi è sembrato di percepire, la richiesta relativa alla conversione del sequestro giudiziario, insisto - nella qualità di Parte Civile, ai sensi dell’Art. 316, il che dovrebbe portare a superare alcune obiezioni che sono state fatte dal difensore del Responsabile Civile circa la pertinenza della richiesta del Pubblico Ministero, a quanto prevede l’Art. 316 del Codice di Procedura Penale - insisto e faccio mia la richiesta di conversione in sequestro giudiziario.

PARTE CIVILE - AVV. Massimo CARIA (PP.CC. Barraco Angelo, Uccello Luana, Placido M. Incoronata): Presidente, io chiedo un rinvio per consentire all’Avvocato nominato dalle Parti Civili di predisporre una replica...

PRESIDENTE: Le repliche erano fissate per oggi. Vorrei sapere intanto i tempi, per regolarci tecnicamente ai fini dell’organizzazione dell’udienza.

Su accordo delle parti, si inverte l’ordine delle repliche, consentendo di parlare prima all’Avvocato Lemme, che nel pomeriggio dovrà allontanarsi.

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): Presidente, soltanto alcune brevissime repliche su un passo della replica dell’Avvocatura dello Stato. Si dice che la Difesa del Greco non avrebbe impugnato l'accoglimento dell’azione civile proposta dal Ministero della Giustizia e dal Ministero dell’Agricoltura e Foreste, e quindi sul punto si sarebbe formato il giudicato. Presidente, rammento a me stesso che l'Art. 185 del Codice Penale dice: “ogni reato obbliga le restituzioni a norma delle leggi civili etc.”; quindi, nella misura in cui la Difesa dell’imputato contesta l'esistenza del reato, non è tenuta anche ad impugnare l'azione civile per i danni da reato, perché contestando l'esistenza del reato contesta il presupposto stesso dell'accoglimento della domanda risarcitoria. La Difesa di Greco intendeva dire questo. Se reato ci fosse, l'azione civile sarebbe giustificata, ma se reato non c'è, non ci può essere azione civile. Quindi non capisco...

AVV.RA STATO - AVV. Giuseppe DELL’AIRA: Forse non sono stato chiaro io, non era assolutamente questo.

AVV. Fabrizio LEMME (Difesa Greco): Avevo capito questo, chiedo scusa. È un equivoco.

PRESIDENTE: L'udienza è aggiornata alle ore 15.30.

L'Avvocato Vincenzo Rossi, difensore d'ufficio di D’Ercole, nomina sostituto processuale l'Avvocato Anna D'Alessandro.

Il procedimento è sospeso alle ore 13.05.

 

Il procedimento riprende alle ore 15.35.

Parti presenti come in mattinata; proseguono le repliche.

PARTE CIVILE - AVV. Massimo CARIA (PP.CC. Barraco Angelo, Uccello Luana e Placido Maria Incoronata): Per quanto riguarda la Parte Civile, se è possibile un rinvio approfittando dell'udienza in cui verrà letto il dispositivo per consentire al difensore delle Parti Civili di fare una breve replica. Mi pare si parlasse dell'11 giugno, se fosse possibile.

PRESIDENTE: Sono d'accordo gli altri?

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Personalmente io sono contrario, avevamo fatto tutto un programma di udienze.

PRESIDENTE: Allora deve parlare oggi, se non sono d'accordo.

PARTE CIVILE - AVV. Massimo CARIA (PP.CC. Barraco Angelo, Uccello Luana e Placido Maria Incoronata): Allora devo rinunciare alla replica.

PRESIDENTE: Il Responsabile Civile, prego.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Molto brevemente soltanto per precisione facciamo presente che noi abbiamo impugnato come responsabile civile sia la sentenza ed unitamente alla sentenza, come il Codice di Procedura Penale prevede, l'ordinanza in materia di ammissione delle Parti Civili. Quindi quando non si trovava l'impugnazione nella sentenza, è perché abbiamo impugnato sentenza ed ordinanza in materia di ammissione di Parte Civile, come d'altronde è l'unico modo possibile per impugnare le ordinanze in materia di Parte Civile. La seconda cosa, sempre con riferimento all'intervento dell'Avvocato dello Stato, prendiamo atto che il parere dell'Avvocato dello Stato si discosta dal parere della Suprema Corte di Cassazione sul punto di danno in materia di parti civili, ne prendiamo atto, è assolutamente legittimo, noi invece ci acquietiamo nel parere della Corte Suprema di Cassazione sul punto, uscito a marzo di quest'anno. Queste cose ci interessano molto relativamente perché noi abbiamo richiesto la riforma della sentenza e l'assoluzione di tutti gli imputati, in particolare dell'imputato Pellegrino Capaldo, per il quale è chiamato in causa anche il responsabile civile S.G.R.. Quindi con riferimento a questo, ma molto brevemente, soltanto due annotazioni. La prima annotazione fa riferimento sempre all'intervento dell'Avvocatura dello Stato, soltanto perché diciamo che dispiace quando si leggono degli stralci. Noi non vogliamo dire che la Commissione parlamentare di inchiesta faccia giudicato, nessuno l'ha mai pensato, nessuno l'ha mai detto; noi diciamo che è importante agli atti del processo, ne tiene conto la sentenza, noi siamo sempre molto collegati alla sentenza di cui parliamo oggi, fa riferimento alla Commissione parlamentare di inchiesta, seppure in nota, ma comunque la nota fa parte della sentenza. Ci dispiace che vengano letti dei brani qui e là. La Corte Eccellentissima di appello ha le conclusioni.

PRESIDENTE: In pratica, non è stato letto quasi nulla.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Sì, però già quella mezza riga era significativa. No, siccome a noi piace che quando viene citato un documento, poi il documento la Corte ce l'abbia ben presente, le conclusioni della Commissione parlamentare di inchiesta la Corte ce l'ha, se le legge, sicuramente le leggerà, le avrà certamente già lette, e quindi quando noi abbiamo invece letto per esteso le conclusioni al nostro precedente intervento, quelle erano le conclusioni e si parlava del prof. Capaldo e dell'iniziativa di S.G.R., addirittura come un modello per il futuro per la economia italiana, queste erano le conclusioni della Commissione parlamentare di inchiesta. Diciamo che forse le osservazioni qua e là fatte su piccole annotazioni di procedura, alle quali ha fatto riferimento l'Avvocatura dello Stato, perché c'erano quei passaggi, noi stessi li avevamo detti, danno ancora più risalto quei passaggi intermedi alle conclusioni a cui poi la Commissione parlamentare di inchiesta arriva con riferimento a S.G.R. e al prof. Capaldo. Detto tutto questo e per completare la parte che più ci preme e il motivo per cui siamo qua, di ricevere da voi la sentenza di assoluzione piena che tolga qualunque ombra sui personaggi che sono stati costretti ad affrontare questa vicenda così impegnativa per la loro vita, spazio di replica soltanto con riferimento all'intervento di oggi del Procuratore Generale e della breve nota che ha sostenuto. Per dire soltanto questo: è stato credo utile comunque sia il confronto in queste udienze, il Procuratore Generale ha accettato lo stimolo di cercare di portare qualche prova. Perché, signor Presidente, noi abbiamo iniziato, ricorderete, il nostro intervento qualche udienza fa, dicendo che questo era un processo dove mancava assolutamente qualunque prova e qualunque indizio, così come proceduralmente descritto, quindi grave, preciso e concordante, quindi si poteva dire tutto e il contrario di tutto. Ha raccolto questo impegno il Procuratore Generale e ha messo nero su bianco, alla fine della prima pagina, quelle che sarebbero le prove contro il prof. Capaldo. Vi esorto a rileggere questi quattro numeri e vedete se vi è nulla di più lontano da un concetto di prova nel processo penale: 1) la coincidenza..., comincia così (quindi è già definita "coincidenza" da colui che ritiene di stare evidenziando una accusa), rispondendo al prof. Coppi dice: contro Capaldo militano le seguenti considerazioni, in sede di replica proprio le confutazioni più drastiche. "1) Coincidenza della data 27 maggio '92, in cui viene presentata la nota dei commissari e la proposta Casella; 2) le dimissioni di Gambino, Locatelli e Cigliana; 3) le dichiarazioni di Gambino alla stampa; 4) le dichiarazioni e gli appunti di Cigliana". Fine, poi uno si aspetta altri cinquanta numeri, forse poi ci sono le prove. No, questi quattro, queste sono le cose che militano contro Pellegrino Capaldo. La sfida è stata raccolta, abbiamo chiesto le prove, queste sono le prove, se c'è qualcosa di più lontano dalla definizione processuale di 'prova' e o di 'indizio', signor Presidente, signori della Corte, voi lo giudicherete. Faccio, tra l'altro, soltanto presente che se continuo a citare spesso Gambino, i commissari etc., faccio riferimento a due dati di fatto, e poi ho concluso, che mi sembrano importanti in questo processo, ogni tanto vengono riecheggiati, ma credo sia importante ricordarli sempre tutti. Il 4 luglio '91 sono loro tre, i tre commissari Gambino, Locatelli e Cigliana che chiedono il concordato preventivo con la cessione dei beni, lo chiedono loro, i commissari, non lo chiede Capaldo, non lo chiede Greco. Famoso 27 maggio '92, la famosa "istanza" non è affatto una istanza, ve l'ho letta integralmente durante il mio intervento, l'ha riletta il prof. Coppi durante il suo intervento; vi è la comunicazione da parte degli unici soggetti, che avevano il diritto e il potere di convocare l'assemblea straordinaria, che comunicano la loro decisione di non convocare l'assemblea straordinaria per la liquidazione, lo comunicano loro nero su bianco e poi dicono: se il Presidente la pensa diversamente dovrà autorizzare atti diversi, è una comunicazione della loro decisione. Quindi si continua a fare riferimento a questi soggetti che sono proprio i soggetti che hanno assunto queste determinazioni in maniera assolutamente responsabile, trasparente e cristallina. Pertanto ritengo che non sia stata portata alcuna prova, perché alcuna prova era possibile portare in questo processo, che potesse portare a sostegno di una accusa tanto grave, e così tra l'altro formale, per un reato formale come quello di bancarotta fraudolenta per dissipazione. Quindi insistiamo chiedendo la riforma della sentenza di primo grado e l'assoluzione degli imputati, in particolare dell'imputato prof. Pellegrino Capaldo perché il fatto non sussiste, e quindi la liberazione del responsabile civile S.G.R..

(Si alza il prof. Vassalli - Difesa Capaldo).

CONSIGLIERE RELATORE DR. ROTUNNO: Professore, mi corregga, ma uno solo può parlare in replica mi pare, o sbaglio?

AVV. Francesco VASSALLI (Difesa Capaldo): Non lo so, francamente confesso questa mia ignoranza.

CONSIGLIERE RELATORE DR. ROTUNNO: Prof. Coppi, non vorrei sbagliare io, ma mi pare che in replica uno solo.

AVV. Mario CASELLATO (x Resp. Civile): Da dove si può ricavare questo?

CONSIGLIERE RELATORE DR. ROTUNNO: Può darsi che confonda con le prove, non è una limitazione, chiedevo il conforto. Prego.

AVV. Francesco VASSALLI (Difesa Capaldo): Comunque sarò breve, tra l'altro mi sono messo d'accordo con il prof. Coppi per dividere questa replica per argomenti. Mi occuperò, purtroppo ancora una volta, del problema relativo alla liquidazione volontaria della società, alla perdita del capitale sociale e ai problemi connessi alla procedura concorsuale. Questo tema è stato evocato tante volte, ne abbiamo parlato nella discussione iniziale, ne abbiamo parlato io, il prof. Coppi, adesso anche lungamente il prof. Lemme questa mattina, ma il Procuratore Generale insiste su questo tema. Alla fine, tuttavia, dopo l'arringa del prof. Lemme di questa mattina, ha dovuto riconoscere che la sua era una opinione, però ha lasciato un interrogativo fermo, quello della meritevolezza. Cioè si dice: il capitale era integralmente perduto; la società, quindi, aveva, di necessità perché la legge lo impone, di qualunque società si tratti, l'obbligo di provvedere attraverso la convocazione della assemblea straordinaria e prendere le decisioni conseguenti. Le decisioni conseguenti lo dice la legge quali sono: una ricostituzione del capitale, cioè i soci possono ricostituire il capitale perduto; oppure lo scioglimento della società, cioè la delibera con la quale la società è posta in stato di liquidazione formalmente. Di fronte a questa situazione vi era già una procedura di concordato preventivo, una procedura di concordato preventivo che era stata richiesta ed era stata ammessa. Si dice: c'è questa istanza formalizzata al giudice delegato Greco da parte dei commissari, cosiddetta "istanza", basta leggerla, abbiamo un parere dei tre commissari, i quali dicono la loro opinione, che essendo stata ammessa a procedura di concordato preventivo è assolutamente inconfigurabile la messa in liquidazione della società, e comunque inconfigurabile una assemblea che debba deliberare la messa in liquidazione della società; comunque questo documento formato dai commissari viene consegnato al dott. Greco. Il dott. Greco che cosa fa? Il dott. Greco si disinteressa di questo documento, perché un parere non doveva esprimerlo su questo argomento, è giudice delegato alla procedura, ad una procedura già iniziata, già ammessa, in attesa di essere omologata quando sarà omologata. Questo è il suo compito, non ha compiti in relazione alle vicende della società ammessa alla procedura di concordato, se non compiti relativi alla liquidazione del patrimonio di quella società, ma è un concetto completamente diverso rispetto alla liquidazione della società, su questo tema già mi sono soffermato. In ogni caso, questa opinione dei commissari fu anche richiesta, per scrupolo, da un altro commissario successivamente intervenuto, cioè Piovano, al prof. D'Alessandro, il quale anche lui, con argomenti poderosi, ritenne assolutamente inconferente, inutile la possibilità di convocare l'assemblea, perché dichiarassero, pubblicamente addirittura, che c'era una perdita del capitale sociale e che si dovesse quindi o ricostituire il capitale, o mettere In liquidazione la società. Erano problemi ormai superati sul piano dei fatti, sul piano delle vicende giuridiche, quindi è proprio non coerente sostenere questa tesi fino in fondo. Io non dico poi quali sarebbero state le conseguenze. Perché quali sarebbero state queste conseguenze? Sarebbero state semplicemente che la società, una volta riconosciuto che non era possibile ricapitalizzarla, perché voi sapete che la FEDERCONSORZI era partecipata soltanto da soci, e che i soci erano i consorzi agrari, e che i consorzi agrari non avevano più niente, perché erano quasi tutti in liquidazione coatta, o stavano per andarci, cioè quasi tutti decotti; quindi non avrebbero potuto immettere il denaro e ricapitalizzare la società. Poi le perdite, che sarebbero state scoperte in questa circostanza, erano perdite gigantesche: la società aveva un capitale di 4 milioni, altro che perduto, era perduto alla potenza estrema, quindi era una cosa che tutti sapevano, dal Ministro che aveva commissariato fino a tutta la stampa e tutti quanti. Quindi non è una vicenda rimasta occulta, come dice il Pubblico Ministero, e come scrive nella sua nota il Procuratore Generale; è una vicenda palese, nota a tutti, che aveva portato ad una domanda sollecita di concordato preventivo presentata dai commissari. Quindi non si capisce veramente il senso di questa cosa. Allora che cosa dice il Pubblico Ministero? Il Procuratore Generale dice che una società che ha perduto il capitale ha falsificato il bilancio e quindi, come tale, perché da questo bilancio non vi sarebbero risultate le perdite che aveva invece subito, e quindi questo falso in bilancio determinerebbe la immeritevolezza della procedura, cioè siccome nel giudizio di omologazione, attenzione, l'Art. 181 della legge fallimentare prevede che tra le verifiche delle varie condizioni di accesso alla procedura, di omologazione della stessa, deve anche essere effettuato il giudizio di meritevolezza sulla condotta del debitore (oltre che sulle condizioni del concordato), questa condotta del debitore, essendo una condotta di falso in bilancio, secondo il Procuratore Generale, perché avrebbe occultato le perdite precedentemente maturate, sarebbe tale da determinare la immeritevolezza, e quindi non si sarebbe potuta pronunziare la omologazione del concordato perché immeritevole della procedura, e quindi si sarebbe dovuto dichiarare il fallimento. Perché il concordato prelude al fallimento, quando il concordato non può essere dichiarato si dichiara il fallimento, o comunque la liquidazione coatta amministrativa, sempre che il Ministro ci avesse ripensato e avesse voluto poi applicare la liquidazione coatta amministrativa, però sulla base del principio di prevenzione sappiamo che non avrebbe potuto neanche farlo. In ogni caso, vi sarebbe stata una procedura diversa da quella di concordato, ma questo quando? Quando fu omologato il concordato, cioè dopo l'estate, cioè molto dopo questi fatti, perché il giudizio di meritevolezza si ha con la pronunzia di omologazione del concordato, non si ha prima, non si ha con il momento della ammissione alla procedura, questa è la confusione nella quale mi pare cada il Procuratore Generale. Nel momento dell'ammissione l'Art. 161 della legge fallimentare chiarisce quali sono gli elementi, cioè praticamente si deve valutare la ricevibilità della proposta, ma non si fa il giudizio di meritevolezza che si fa in un momento successivo, nel giudizio di omologazione, cioè quello dell'Art. 181 della legge che avviene appunto attraverso il giudizio di omologazione. Quindi queste sono circostanze che non hanno nessuna rilevanza e né possono avere rilevanza proprio per il fatto che questa procedura, a parte le circostanze di fatto e di diritto secondo cui non era possibile assolutamente ricostituire il capitale sociale perché non c'erano i mezzi, a parte il fatto che l'assemblea dei soci si era riunita per avallare la proposta di concordato, la proposta di concordato viene sì dai commissari, tuttavia è poi necessaria la delibera della assemblea straordinaria dei soci, e questa c'era stata, e quindi era una delibera che aveva riconosciuto la effettività delle perdite, l'enormità delle perdite e l'opportunità unica che si doveva seguire: quella di presentare una domanda di fallimento o di liquidazione coatta o di concordato preventivo. Si ritenne da parte dei commissari che la cosa più opportuna fosse quella di presentare una domanda di concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori. Questo è il tema, quindi non mi sembra assolutamente che si possa ragionare altrimenti e si possa ritenere quello che il Procuratore Generale ha ritenuto. Questo per quanto riguarda il profilo della istanza. Poi volevo soltanto riferirmi brevissimamente, per ribadire un punto che ho già trattato, a quanto ha detto il prof. Lemme questa mattina, perché il prof. Lemme ha chiarito che non si può parlare di analogia, ma direi analogia per quanto riguarda la figura dell'intraneus, cioè lui ha detto: il commissario governativo non può essere analogicamente, dal punto di vista penale, equiparato al liquidatore di società commerciali o all'amministratore o al sindaco, cioè alle figure proprie caratteristiche di questi reati societari, e poi fallimentari. Però questo problema è uno pseudo-problema, come ho detto, il liquidatore, o, meglio, D'Ercole agì come liquidatore, non come commissario governativo, perché soltanto in questa veste poteva agire; perché altro non si trattava che di un concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori, e D'Ercole era stato nominato liquidatore e come tale e soltanto in tale veste poteva alienare i beni. Altro punto: S.G.R.. Le caratteristiche di S.G.R. le abbiamo trattate, che cosa si oppone? Cioè il punto fondamentale è questa apertura a tutti i creditori, è un punto per noi centrale, la possibilità nel momento in cui S.G.R. si costituisce è una società alla quale partecipano come soci fondatori i creditori di S.G.R. e soltanto loro, ed è aperta a tutti i creditori, cioè a tutti i creditori è concesso di entrarvi a far parte. In quel momento e soltanto in quel momento noi dobbiamo valutare anche il profilo psicologico del reato di bancarotta per dissipazione. C'era l'eventualità che qualcuno dei creditori non partecipasse, ma quale sarebbe stata la ragione di questa mancata partecipazione? Il Tribunale su questo punto rivela le proprie perplessità e le proprie indecisioni, e le supera semplicemente affermando che poteva essere troppo gravoso, troppo costoso entrare a far parte di S.G.R.. A questo proposito, basta rileggere quei patti parasociali per rendersi conto, ed anche approfondire il tema che ruota intorno alla costituzione di S.G.R. e a ciò che è stato fatto dal punto di vista della pubblicità, e del tempo che è stato dato ai creditori per aderire a questa società, basta considerare questi aspetti per rendersi conto che vi era una speranza fondata, nutrita che entrassero a far parte tutti i creditori, e questa circostanza era stata fortemente caldeggiata all'interno dei fondatori di S.G.R.. Quindi se c'è stato qualcuno dei creditori, ad esempio le banche estere, a non voler prendere parte a questa società..., perché se avessero partecipato tutti noi non potremmo essere qua, non esisterebbe il problema, tutti i creditori hanno partecipato a S.G.R., tutti i creditori sono stati trattati ugualmente, non c'è stato danno per nessuno. Invece, qui il problema si pone soltanto in relazione al possibile danno dei creditori che non hanno partecipato a S.G.R. e di quelli che vi hanno partecipato. Ma quando io costituisco S.G.R., e la costituisco proprio per favorire i creditori, io ho cercato di spiegarlo la volta scorsa, in funzione solidaristica, cioè faccio questa attività nell'interesse economico di tutti i creditori. Allora aspiro, cerco di promuovere, e promuovo fattivamente (perché questo risulta documentalmente in più circostanze) la partecipazione massima di tutti i creditori, soddisfo quelli di minore importo al cento per cento perché ambisco a realizzare un programma che comprenda tutti i creditori e soltanto i creditori, questo era lo scopo. Se non ci rendiamo conto che lo scopo unico di questa procedura, di questa idea, era questo, non ci rendiamo conto di niente, è come se non avessimo fatto questo processo. Dicevo: c'era comunque la possibilità che qualcuno dei creditori non se ne desse per inteso, come infatti è accaduto per le banche estere e per qualcun altro, non volesse partecipare a S.G.R.. Dice il Tribunale: questo era anche prevedibile nel momento in cui ho costituito S.G.R., perché chi doveva partecipare a S.G.R. doveva sborsare qualcosa, doveva cioè impegnare un'ulteriore parte del suo patrimonio mettendolo a rischio, perché se il prezzo pagato da S.G.R. per prendere tutti questi cespiti non fosse stato poi ricompensato dalle vendite dei singoli cespiti, evidentemente questo ulteriore investimento in S.G.R. avrebbe finito col danneggiarli. Ma questo investimento ulteriore, è scritto dappertutto, praticamente era proporzionale alle posizioni dei creditori, cioè io investo nella società proporzionalmente al mio credito, e poi la società era concepita, l'ho già detto, ma debbo ripeterlo, con un capitale particolarmente basso, proprio per questa ragione, per consentire a tutti i creditori di potervi partecipare senza eccessivo sacrificio. Questo è accaduto. Poi qualcuno non ha partecipato, e io devo rispondere del fatto che qualcuno ha deciso di non parteciparvi perché non voleva correre neanche quel minimo rischio per investire in quella società, che doveva servire, tra l'altro, e sarebbe servita, a chiudere una procedura di quelle dimensioni con un patrimonio di quelle proporzioni in tre anni probabilmente o in poco di più? E invece questo è stato bloccato.

Un'altra cosa. Il Procuratore Generale mi mette in bocca questa frase... "insomma: l'operazione S.G.R. atto quadro era concepibile e conveniente solo ad un prezzo vile, il che configura una disposizione penalmente illecita. Tale assunto si manifesta pienamente provato, se si considera che il prezzo è stato unilateralmente imposto dall'acquirente, in posizione monopolistica, per un ammontare che poteva essere raggiunto in brevissimo tempo alienando i beni più pregiati e disinteressandosi del resto. Proprio in questo consiste la dissipazione, si è attribuito il potere gestorio ad un unico soggetto che ha potuto vendere a suo piacimento i beni migliori" - Questi "beni migliori" sapete benissimo che sono stati venduti prima, perché i beni migliori erano quelli che Greco consentì di vendere. I beni migliori sono quei beni che vengono scomputati dalla prima rata di prezzo, perché erano stati venduti dal liquidatore di FEDERCONSORZI in epoca antecedente alla cessione di tutti i beni - "disinteressandosi del resto che è rimasto sul groppone di FEDIT". Ma come "sul groppone di FEDIT"? Questi sono rimasti sul groppone di S.G.R., cioè S.G.R. ha comprato in massa tutto il patrimonio, il buono e il cattivo, quindi sul groppone di S.G.R., che c'entra di FEDIT? Di FEDIT perché poi c'è stato un processo, ci sono state tante altre cose, ma non c'entra niente con l'idea, con l'inizio della procedura. Due ultime cose. La prima concerne il problema dell'atto quadro e del valore dei beni che non erano considerati nella relazione particolareggiata e che furono poi invece ceduti con quelle modifiche poste all'atto quadro e compensate dalla rinuncia al verum nomen dei crediti. dicevo: questo aspetto del valore di questi beni, noi abbiamo fatto una ricostruzione, perché eravamo convinti che fossero beni di scarso valore, e siamo ancora convinti che così sia, e abbiamo preparato una memorietta brevissima che consegniamo alla Corte perché possa valutarne il contenuto. Comunque le deposizioni su questo punto sono quelle di diverse persone che sono qui indicate, in particolare di Pazzaglia, ma poi lo stesso Tribunale le valuta perché c'è una pag. 177 o 178 della sentenza nella quale viene considerato questo aspetto del valore di questi beni. Il valore di questi beni era al massimo di 3-4 miliardi, quindi rispetto a quello che poi S.G.R. si è accollata ulteriormente, ricordo sempre che 50 miliardi li ha spesi soltanto per gli esodi, quindi si tratta di valori assolutamente scarsi e di poco peso. L'ultima questione, torno su questo problema dell'istanza famosa, alla quale si attribuisce una rilevanza soverchia perché non si capisce quale conseguenza sarebbe derivata. Greco, al quale questo parere-istanza veniva rivolto, non era persona che potesse in alcun modo fare alcunché su questa istanza, questo giuridicamente, non è il giudice competente, non può fare nulla, altro che dire proprio quello che forse ha detto, o non ha detto, ma comunque che ha fatto in concreto, proprio che dire al commissario - Piovano nel caso di specie, prima ai commissari che gli avevano presentato quella istanza o quella richiesta di parere - questa è responsabilità vostra, vedetela voi, semmai chiedete un parere ad un esperto, ma è un problema vostro e esclusivamente vostro, non posso io convocare l'assemblea, non ho il potere di farlo. Grazie, signor Presidente, chiedo scusa.

PRESIDENTE: Il prof. Coppi, prego.

AVV. Franco COPPI (Difesa Capaldo): Signor Presidente, non certo per pignoleria, ma per la preoccupazione di apparire un intruso nell'ipotesi in cui la replica fosse consentita... ci conosciamo da una vita, per tranquillità di tutti, a parte che ogni Tribunale ha la sua prassi e, a dire la verità, dove esercito abitualmente si usa, ma poi l'Art. 507 suona proprio così: "il Pubblico Ministero e i difensori delle parti private possono replicare, la replica è ammessa una sola volta". Non possiamo continuare ad oltranza, però una sola volta, ovviamente il Pubblico Ministero è uno solo, i difensori essendo due replicano ognuno per la sua parte, lo dicevo solo per tranquillizzare.

PRESIDENTE: Può essere interpretato, e può essere anche interpretato che la replica può essere una, anche se sono più difensori.

CONSIGLIERE RELATORE DR. ROTUNNO: Chiedo scusa se mi intrometto, ma ricordo che quando ci fu il processo a Capanne, e i Pubblico Ministero erano due, volevano parlare, ci fu qualche suo collega che si opponeva.

AVV. Franco COPPI (Difesa Capaldo): No, fu il Presidente che sostenne questo e noi non facemmo questioni perché eravamo convinti di vincere il processo. Fu il Presidente che introdusse questa regola che colse tutti di sorpresa, primi tra tutti la Procura Generale, ed anche noi difensori.

CONSIGLIERE RELATORE DR. ROTUNNO: In primo grado, non so in appello.

AVV. Franco COPPI (Difesa Capaldo): No, in appello.

CONSIGLIERE RELATORE DR. ROTUNNO: In primo grado, avvocato, c'ero io.

PRESIDENTE: Si può interpretare anche in questo modo: dicendo che la replica se è una deve essere una per la difesa, anche se ha due difensori.

AVV. Franco COPPI (Difesa Capaldo): Siccome sono ricompresi tutti, Pubblico Ministero e difensori... Cercherò di essere molto rapido nella replica, come è doveroso che sia, anche se a me sembra necessario richiamare l'attenzione del Collegio su alcuni punti che sono stati sollevati nuovamente dal Procuratore Generale non tanto nella sua replica di questa mattina, quanto nella replica per così dire scritta, e quindi nelle note che egli ha depositato in Cancelleria e che ci ha fatto cortesemente pervenire, lì in realtà è il cuore della sua replica e di questo quindi noi dobbiamo tenere conto. Ora, a me sembra, signor Presidente e signori della Corte, che proprio al termine di questo processo in grado di appello si debba innanzitutto tentare, e ci si debba riuscire, di ricondurre questo processo nei confini e nell'alveo naturale di un processo penale. Noi mi sembra abbiamo corso il rischio in passato, e certamente non dobbiamo correrlo adesso, di trasformare questo processo, invece, in un processo di diritto commerciale o in un processo di diritto fallimentare, e può darsi che la procedura, a mio avviso così non è, può darsi che siano stati commessi degli errori, può darsi che alcuni passaggi siano discutibili dal punto di vista diritto commerciale o del diritto fallimentare, anche se mi sembra i colleghi che mi hanno preceduto oggi e nelle scorse udienze abbiano dato puntuale dimostrazione della correttezza del procedure e, in particolare, della correttezza dell'operato del Presidente Greco. Ma tutto questo fa parte, per così dire, dello 'sfondo' del processo, e casomai a questo sfondo si può fare riferimento di volta in volta, qualora si possa ritrarre da esso un riscontro a questa o a quella tesi di stampo penalistico. Ma questo è innanzitutto un problema di natura penalistica e con riferimento al capo di imputazione, così come esso è stato contestato, noi dobbiamo verificare se nella realtà ricorrano gli elementi costitutivi materiali e gli elementi costitutivi di natura psicologica del delitto che è stato contestato. Siccome il capo di imputazione e la sentenza individuano il momento consumativo del delitto di bancarotta nella stipulazione dell'atto quadro, ma siccome dal contesto dello stesso capo di imputazione, specialmente con riferimento a quanto viene contestato al Presidente Greco, e dalla struttura della sentenza si comprende facilmente che in realtà l'atto quadro è soltanto l'aspetto formale finale, conclusivo di un procedimento, che troverebbe in realtà il momento consumativo del reato, se reato ci fosse, nel momento in cui il Tribunale autorizza alla stipula dell'atto quadro, noi dobbiamo fissare la nostra attenzione con riferimento a questo momento per vedere se in questo momento si realizza la condotta costitutiva del delitto contestato, e soprattutto se i soggetti agenti hanno agito con dolo. Ora, tralasciando per un istante la questione dell'elemento materiale del reato e soffermando la nostra attenzione sul momento del dolo, che a me pare sia stato fortemente trascurato dalla sentenza di primo grado, e non affrontato, a dir la verità, in questa sede, soprattutto dalle parti a cui competeva questo onere, e quindi dal Procuratore Generale e dalle Parti Civili, noi dobbiamo verificare, con i mezzi propri delle indagini di natura giudiziaria, se nell'animo (dobbiamo usare queste espressioni apparentemente banali, ma che ci riportano alla problematica del dolo) dei protagonisti di questa vicenda vi fosse la volontà consapevole di realizzare l'evento preveduto dalla legge. E come la Corte sa, tutte le volte..., ed è su questo, non siamo noi che dovevamo replicare al Procuratore Generale, era il Procuratore Generale che, casomai, doveva replicare a noi su questi temi, visto che su questi temi ci siamo intrattenuti a lungo nel corso della discussione. Ora, come la Corte sa, quando si deve ricostruire un atteggiamento interiore dell'animo di un soggetto, quindi quando si deve andare alla ricerca dell'elemento psicologico, noi dobbiamo necessariamente partire da fatti esterni all'agire umano, da fatti concreti, storicamente determinati per ricavare, secondo regole di esperienza, la prova della esistenza del dolo o la prova della sua insussistenza. Quindi noi dobbiamo vedere che cosa hanno fatto in quel contesto e in quel periodo di tempo i protagonisti di questa vicenda, quali sono i fatti storici che essi hanno realizzato, dobbiamo interpretarli secondo regole di esperienza, e secondo regole di esperienza dobbiamo vedere se da quei fatti si possa risalire ad un atteggiamento interiore del soggetto qualificabile come dolo. Quindi dobbiamo vedere quali dovevano essere i soggetti partecipi necessari di questa vicenda, e qui ci tratterremo sulle posizioni Piovano-D'Ercole, e dobbiamo vedere poi, sulla base di quello che i soggetti hanno fatto, se si possa parlare di dolo. Ecco perché noi abbiamo insistito in modo particolare sulla costituzione della società S.G.R., che costituiva il punto di riferimento di tutta l'operazione. Perché la costituzione della società S.G.R., così come era concepita, si pone agli antipodi dell'elemento psicologico del reato di cui stiamo discutendo, questo è il punto. Se fosse stata progettata la costituzione di una diversa società, di una società chiusa alla partecipazione dei creditori, di una società concepita nell'interesse soltanto di terzi, o se, come vedremo di qui a poco, fossero state stabilite delle modalità di partecipazione al capitale sociale diverse da quelle che sono state costituite; allora potremmo dire che quel fatto storico depone eloquentemente a favore della tesi di un dolo dei soggetti, i quali avrebbero agito appunto per la realizzazione di un loro fine egoistico. Ma quando il fatto concreto storicamente realizzato è tale che la sua interpretazione, secondo regole di esperienza, ci porta con sicurezza ad escludere che costoro abbiano agito con dolo, intendendosi per dolo del delitto di bancarotta la volontà consapevole di sottrarre beni ai creditori, al ceto creditorio, alla par condicio dei creditori; noi dobbiamo giungere alla conclusione che dolo non c'era. Allora noi incominciamo con il ripetere, e sul punto non indugerò, il fatto che la S.G.R. era destinata soltanto ai creditori, soltanto i creditori potevano far parte della S.G.R.. A dire la verità, la sentenza coglie la importanza di questo punto, e sul punto avremmo atteso una puntuale replica da parte del Procuratore Generale e delle Parti Civili. Tanto è vero che alla sentenza scappa detto, ad un certo momento, che se effettivamente le cose stessero in questi termini e se effettivamente S.G.R. fosse stata aperta alla partecipazione di tutti, il discorso non si porrebbe. In realtà, il discorso si pone, afferma la sentenza, perché solo apparentemente era stata garantita la partecipazione di tutti i creditori a S.G.R.; in realtà erano state poste delle condizioni, e si fa riferimento soprattutto alle condizioni contenute nei patti parasociali, così gravose per i creditori di minore peso, di minore sostanza, da rendere di fatto impossibile la loro partecipazione. Quindi mentre formalmente si garantisce la partecipazione a tutti i creditori, di fatto si assicura la partecipazione solo dei creditori di più ampio respiro e di maggiore consistenza. Ora, come già la volta scorsa dicevo, signor Presidente, un conto sono le parole, un conto sono i fatti. Diceva il prof. Lemme questa mattina che la sentenza è stata molto ben scritta, sarà anche ben scritta la sentenza, ma ovviamente le parole non possono sostituire i fatti. Allora quando si parla di patti parasociali particolarmente gravosi, o di altre condizioni che renderebbero impossibile la partecipazione di tutti i creditori alla società, bisogna avere l'onestà intellettuale di indicare quali sarebbero i patti parasociali che renderebbero impossibile la partecipazione dei creditori e quali sarebbero le condizioni economiche che rendano impossibile la partecipazione al capitale sociale. Ora, per quanto riguarda il capitale sociale, certamente questo non poteva costituire un ostacolo perché, come abbiamo visto, esso era stato studiato e determinato in una entità poco consistente, proprio allo scopo di consentire la più ampia delle partecipazioni. Per quanto riguarda gli altri famosi patti parasociali, incominciamo con l'osservare che con riferimento a tutti i patti parasociali, come con riferimento a qualsiasi altra problematica inerente a S.G.R., viene imposto e viene rispettato il principio della proporzionalità: ognuno partecipa in funzione della propria quota; il che significa che il grande creditore poteva essere sollecitato a partecipare al capitale sociale, esponendo a rischio qualche miliardo, mentre il creditore di minore consistenza poteva cavarsela con poche centinaia di migliaia di lire. È sufficiente sotto questo punto di vista già leggere..., perché bisogna leggere i documenti, non basta citarli a memoria, o uscirsene con delle frasi ad effetto, noi abbiamo, ed è ciò che io vi sto leggendo, qui sotto gli occhi i patti parasociali con tutto l'elenco di quelli che sono stati i soci fondatori della S.G.R., e già la seconda pagina ci dimostra come sia stato rispettato rigorosamente il principio della proporzionalità. Tanto è vero che si passa dal Banco di Napoli che partecipa per il 19%, per giungere alla Cassa di Risparmio di Reggio Emilia che partecipa con lo 0,08%, e quindi sotto questo punto di vista la partecipazione già della Cassa di Risparmio di Reggio Emilia è evidentemente una partecipazione "agevolata", o comunque accessibile alla stessa stregua, di come è accessibile per il Banco di Napoli o per la Banca di Roma la partecipazione a questo capitale sociale. Ma c'è di più: è tanto ferma, tanto decisa, tanto dichiarata - e del resto ricorre in una infinità di atti - la volontà di estendere al massimo possibile la partecipazione alla compagine sociale che nel primo degli articoli di questi patti parasociali si afferma che lo statuto della società, che prevede la possibilità per gli amministratori di deliberare l'aumento di capitale, qualora si dovessero rendere necessari ovviamente finanziamenti ed altro, quindi oltre tutto è tutta una eventualità, qualora quindi si dovesse verificare questa necessità di deliberare l'aumento di capitale e di portarlo da 10 a 30 miliardi; "i sottoscrittori si impegnano, in occasione della esecuzione di tale eventuale aumento, a rinunziare al rispettivo diritto di opzione nella misura necessaria per consentire la eventuale sottoscrizione da parte di altri creditori di FEDERCONSORZI che, pure avendo già espresso la loro adesione alla iniziativa, non siano stati nelle condizioni di partecipare alla costituzione della società". Quindi si ribadisce in maniera più evidente che non c'è una finalità egoistica di partecipazione alla compagine in funzione di chissà quali profitti; la compagine è aperta a tutti e, come dicevamo la settimana scorsa, quanto più è aperta la compagine tanto più si polverizzano gli eventuali profitti. Ma c'è ancora di più: perché nel terzo di questi articoli si precisa che "i sottoscritti si impegnano a deliberare nella assemblea... ulteriori aumenti di capitale con esclusione del diritto di opzione, ai sensi dell'Art. 2441 Codice Civile, al fine di consentire la partecipazione alla società, alle medesime condizioni dei sottoscritti, di tutti i creditori della FEDERCONSORZI che ne facciano richiesta nel termine di tre mesi dalla costituzione della società". Sappiamo che poi, in realtà, il termine è stato ulteriormente diluito e si è aspettato addirittura un anno per vedere se vi erano altri creditori interessati. Quindi ad ogni passo si avverte che i soci che stanno in questo momento sottoscrivendo il capitale non intendono congelare a loro stessi la compagine sociale, ma il capitale sociale è aperto alla partecipazione di chiunque vorrà partecipare ad esso, e naturalmente secondo ed in proporzione delle loro quote, con la conseguenza che ovviamente il piccolo creditore sarà chiamato a una partecipazione di rischio minima corrispondente alla quota del suo credito, essendo libero di accedere, o altrimenti di accontentarsi della liquidazione che la S.G.R. prometteva ed era in grado di realizzare. Lo stesso è per quanto riguarda la famosa prevista eventuale fideiussione. E` ovvio, la fideiussione non è studiata e non è deliberata allo scopo di creare ostacoli ed intralci ad eventuali ulteriori creditori, i quali si trovano di fronte alla necessità di sottoscrivere una fideiussione, e quindi non sono in grado di partecipare alla società; perché anche per quanto riguarda questa fideiussione, anch'essa prevista in via eventuale, egualmente la partecipazione all'onere è proporzionale alle quote di tutti i creditori, e quindi il piccolo creditore parteciperà in una misura minima. Diverso sarebbe stato il discorso se si fosse detto che tutti i quali volevano partecipare al capitale sociale dovevano concorre al capitale sociale in misura pari. Diverso sarebbe stato se si fosse detto che la fideiussione doveva gravare in misura pari su tutti quanti i soci, in questo caso si sarebbero create delle disparità gravi di trattamento tra soci consistenti e soci invece di piccolo calibro. Così non è, come mi sono permesso di leggere, sottoponendo alla vostra attenzione anche questo documento. Aggiungo poi, per di più, ma non voglio insistere sul punto perché si tratta comunque di fatto successivo, e noi dobbiamo guardare al momento in cui i fatti sono stati posti in essere e non ai successivi sviluppi di questa storia, che oltre tutto alla fideiussione non è stato poi neanche necessario fare ricorso. Quindi sotto questo punto di vista noi ci troviamo di fronte, come ha già detto da ultimo il collega amico prof. Vassalli, e come mi sono permesso di dire già la settimana scorsa, e come oggi ribadisco, noi ci troviamo di fronte ad una società che è stata costituita in maniera tale da consentire la partecipazione di tutti i creditori agli eventuali incerti discutibili profitti, che si sarebbero eventualmente potuti realizzare attraverso la vendita dei beni che la società fosse riuscita a piazzare. Un secondo punto va detto e deve essere sottolineato con la massima energia. Qui si contesta, mi sembra ancora oggi, che la S.G.R. abbia effettivamente acquistato questi beni, e che quindi, in definitiva, la S.G.R. abbia tirato fuori dei soldi, e si fa riferimento al meccanismo attraverso il quale si sarebbe dovuto procedere al trasferimento dei beni: man mano che i beni venivano trasferiti veniva incassato del denaro, e quindi si dice in realtà S.G.R. ha pagato 2.150 miliardi non con denaro proprio ma con il denaro proveniente dagli acquisti. È un sofisma questo, la Corte certamente l'avrà già colto rapidamente. In realtà, S.G.R. si era impegnata a pagare 2.150 miliardi in tre rate e il pagamento delle tre rate non era condizionato al fatto che si fossero venduti nel frattempo i beni, alla scadenza della rata S.G.R. era tenuta a pagare la quota che era stata stabilita per quella data, fossero stati o non fossero stati venduti i beni; quindi non ha nessuna importanza il fatto che in certi casi, essendo stati pre-venduti i beni, S.G.R. abbia utilizzato quel denaro per versare i 2.150 miliardi. Se, per assurdo, S.G.R. non avesse venduto entro diciotto mesi nessun bene, entro diciotto mesi comunque avrebbe dovuto versare i 2.150 miliardi ed erano affari suoi poi vendere nel tempo i beni man mano che se ne fosse presentata l'occasione. Si sostiene ancora sotto questo punta di vista che questo, però, avrebbe prolungato i tempi della procedura e che quindi saremmo fuori di quel programma di abbreviamento dei tempi della procedura di cui si è parlato. Questa è una affermazione profondamente errata che dimostra ancora una volta la mancata comprensione del meccanismo. Nel momento in cui S.G.R. si impegnava a pagare le famose tre rate e al pagamento della terza rata la procedura era fuori, e quindi era problema di S.G.R. riuscire a vendere i beni in un anno, cinque anni, dieci anni. Sul groppone di S.G.R. rimanevano i beni ed S.G.R. si doveva sciroppare la vendita di questi beni, i contenziosi, le cause per quanto tempo era necessario, ma la procedura si chiudeva con il pagamento della terza rata e, mi sia consentito dire, se non fosse successo tutto questo pandemonio, certamente nato in assoluta buonafede, non contestiamo nulla di tutto ciò, ma di fatto ed obiettivamente se non ci fossimo trovati di fronte alle iniziative giudiziarie, la procedura come procedura in sé sarebbe stata conclusa. Nessuno garantisce che sarebbero stati venduti tutti i beni o chiusi tutti i contenziosi, ma questo, ripeto, è affare nostro e non della procedura. E quindi anche sotto questo punto di vista mi pare che si debba insistere per richiamare rispettosamente ma fermamente l'attenzione del Collegio su questi punti, altrimenti corriamo il rischio di andare fuori squadra e di perdere di vista il punto centrale di questo processo, e cioè quel tipo di rapporto così come era stato studiato, con caratteristiche tali da escludere che in quel momento si pensasse ad interessi diversi dagli interessi dei creditori. D'altra parte, per quanto riguarda i creditori, qui è inutile stare a sottilizzare se la percentuale era del 40%, o altrimenti, come cisposamente si vuole sostenere qua e là nella sentenza, del 39. In realtà, i calcoli che erano stati fatti dal Piano Capaldo, e poi quindi dalla società, prevedevano una soddisfazione che poche volte in Italia si è vista promessa e realizzata, perché di fatto si stava realizzando e in parte è stata realizzata, perché per quanto riguarda tutti i piccoli creditori, i più bisognosi, questi, come ormai la Corte sa, venivano soddisfatti al cento per cento perché S.G.R. acquistava il loro credito al cento per cento; ma la cosa più interessante è che gli altri creditori, che possono anch'essi essere considerati piccoli o medio-piccoli, e quindi creditori fino ad un miliardo, ottenevano una stratosferica soddisfazione, perché fino alla quota di 500 milioni era addirittura prevista la soddisfazione entro il 42%, mentre per quanto riguardava la quota residua era garantito il pagamento del 40%. Queste sono le condizioni che sono state fatte e che sono state calcolate in relazione a quei 2.150 miliardi che S.G.R. riteneva di potere pagare, o per i quali riteneva comunque di potersi impegnare. Questa è la verità. E questa considerazione, a proposito di verità, mi obbliga, signor Presidente, ad una puntualizzazione che il dovere che ricade su di me nel momento in cui indosso la toga mi impone di soddisfare. Le sentenze, signor Presidente e signori della Corte, sono impersonali, non esiste la sentenza del giudice tale o del giudice talaltro. Io sono stato abituato, quando ho incominciato la mia pratica forense, quando si facevano gli atti di impugnazione, non si dice 'la sentenza del Tribunale', si dice 'la sentenza impugnata', neppure il Tribunale si cita perché la sentenza è un fatto obiettivo, spersonalizzato e non legato alla persona del singolo giudice. La riprova è che quando noi dobbiamo citare una sentenza, anche famosa, non la citiamo mai con il nome del giudice (anche se forse al giudice potrebbe far piacere qualche volta di essere ricordato per una sua bella sentenza), ma la ricordiamo sempre con il nome dell'imputato, con il nome del ricorrente, proprio per sottolineare che non c'è mai una nota personale nelle nostre critiche e nel nostro approccio alla sentenza. Quindi è fuori di discussione la onestà - intellettuale, ovviamente, non parliamo di altri tipi di onestà - la correttezza, la professionalità dei giudici del Tribunale di Perugia, parliamo della sentenza. Ora, questa sentenza è gravemente fuorviante nelle sue affermazioni in fatto. Io vi scongiuro, signori della Corte, a non fidarvi di questa sentenza quando vi ritirerete in Camera di Consiglio, là dove la sentenza fa questa o quella affermazione, ma di riandare, tutte le volte in cui la sentenza fa delle affermazioni in punto di fatto, al controllo degli atti. Io, per brevità, perché qui le carte sono un macigno, ho utilizzato la relazione che è stata stesa dal Consigliere Relatore. Del resto, è la prima volta che mi capita, e do atto di questo fatto molto importante sul piano di una lealtà di rapporti tra giudici e difese, che un giudice metta a disposizione la relazione alla difesa, anzi i giudici sono molto gelosi delle loro relazioni, quando qualche volta ci troviamo a chiederle non ce le danno mai. Ora, in questa relazione è stato, con molta puntualità, ricostruito punto per punto il percorso compiuto dalla sentenza di primo grado. Allora, siccome anche a voi potrà fare più comodo fare riferimento alla relazione piuttosto che alla sentenza, che è molto più sparpagliata nelle sue argomentazioni, voi vedrete che vi sono delle affermazioni che sono assolutamente non corrispondenti al vero, oggettivamente false, e voi su questo dovete effettuare un controllo perché non potrete trarre le vostre conclusioni da queste affermazioni. Per esempio, faccio riferimento a quanto la relazione riporta a pag. 3, riassumendo puntualmente e precisamente, non sono idee del relatore, è il relatore che ricopia praticamente la sentenza, come si fa a dire che "i commissari dovevano reperire liquidità a tutti i costi e che tale necessità si è scontrata con un atteggiamento intransigente del giudice delegato, il quale, tranne in un caso, aveva negato autorizzazione a vendere singoli cespiti"? Non è vero perché, a parte la FEDIT, c'era anche il famoso zuccherificio, a parte lo zuccherificio, c'erano dei beni mobili deperibili, sono state mi pare, nel periodo di tempo che corre dal momento della apertura del concordato fino al momento della stipulazione dell'atto quadro, realizzate decine e decine di miliardi. Questa è una affermazione non corrispondente al vero. Certo, uno legge la sentenza, dice: caspita! Il dott. Greco, già da allora, stava pensando a tenere conservato il patrimonio, perché poi si doveva incontrare con Capaldo per potere realizzare il programma criminoso. Ma se si vanno a controllare gli atti, noi vediamo che così non è. A proposito della famosa istanza, come si fa ad interpretare l'istanza nel senso che "i commissari governativi, a seguito anche... avevano interpellato, essendoci tra di loro pareri discordi, il giudice delegato sulla necessità di indire una assemblea societaria per la messa in liquidazione della FEDIT, o in caso negativo che fosse autorizzata la messa in liquidazione della società"? L'abbiamo letta una infinità di volte, e quindi non vi affliggo ancora una volta con la lettura della famosa istanza, ma anche questo è obiettivamente falso. Non è vero che c'era un contrasto tra i commissari, anzi, i commissari dicono che, a loro avviso, non c'era nessun bisogno di procedere all'assemblea. Se il Presidente del Tribunale l'avesse pensata in maniera differente, si accomodasse, ma il loro punto di vista è chiaro ed inequivocabile. Certo, uno legge la sentenza, si trova di fronte ad una affermazione di questo genere e penso che sotto chissà che cosa c'è, ma non c'è niente, c'è soltanto un errore della sentenza che riproduce un documento in termini impropri. Come si fa a dire che la proposta Capaldo era stata oggetto di critiche nel parere espresso dal commissario governativo, quando non ce n'è una di critica seria e quando Piovano, invece, esprime parere favorevole in linea di massima? Come si fa a dire che il commissario giudiziale, quindi Picardi, aveva espresso il suo parere formulando severe critiche alla proposta della costituenda società, quando Picardi, invece, avverte che non si deve fondare tutto il giudizio sulla sua valutazione economica, perché questo porterebbe ad una valutazione dei fatti riduttiva? Come si fa a dire queste cose? La cosa più clamorosa, poi, si ha quando si richiama il parere Picardi sull'atto quadro. Anche per quanto riguarda il parere Picardi sull'atto quadro la sentenza ne svilisce il significato. Io vi prego di leggere, da una parte, il parere Picardi sull'atto quadro e di leggere la pag. 109 della sentenza. La sentenza riproduce per una parte il parere di Picardi, il parere di Picardi, peraltro, è un parere largamente favorevole all'attuazione del piano quadro, e sviluppa tutta una serie di argomenti; alla fine, Picardi giunge a fare un po' di conti e conclude così: "con l'approssimazione inevitabile di tale valutazione di massima può ragionevolmente presumersi che il risultato economico della operazione della vendita in massa della S.G.R. - una volta effettuati i calcoli - si aggirerà intorno ai 1.800 miliardi. Poiché FEDERCONSORZI ha già riscosso 247 miliardi..." e va avanti di questo passo. "Ne consegue - conclude - che non si evidenzia uno rilevante scostamento tra il prezzo di 2.150 miliardi offerti ed il risultato economico globale a seguito della articolata esecuzione dell'atto quadro". Atto quadro che naturalmente prevedeva anche lo scomputo dai 2.150 miliardi di ciò che nel frattempo fosse stato incassato e di quelle famose sopravvenienze, e cioè di quei rimasugli di cui non si fosse tenuto conto nel piano particolareggiato di Picardi. Volete sapere come la sentenza riproduce questo atto? La sentenza riproduce pressoché testualmente alcuni capoversi del parere Picardi, e conclude così: "alla stregua delle varie operazioni rese necessarie dagli accordi, il valore economico della operazione sarebbe dovuto considerarsi pari a 1.800 miliardi, oltre ai realizzi già effettuati 247 miliardi". Giri pagina nella speranza di vedere che continui con questa fondamentale conclusione, e cioè che non c'è scostamento, ma questa parte non la trovi. Non lo so, non ho mai fatto il giudice, ma mi rendo conto che il giudice di appello forse non può rileggere tutto, ed è chiaro che il giudice di appello faccia anche in gran parte riferimento alla sentenza, ed è chiaro che poi cerchi di capire qualcosa confrontando sentenza e motivi di appello. Ma se la sentenza in punto di fatto contiene delle affermazioni che non corrispondono al vero, il giudice di appello corre il rischio di uscire di strada, e di compiere poi delle valutazioni sulla base di dati di fatto non corrispondenti alla realtà. E noi difensori, ripeto, per il rispetto della toga che indossiamo e per il dovere che la toga ci impone, abbiamo il dovere di fare presente tutte queste cose alla Corte d'Appello, e noi quindi, vi scongiuriamo, tutte le volte in cui vi troverete ad affermazioni di questo tipo della sentenza voi dovete andare al controllo diretto degli atti, perché altrimenti correte il rischio di essere portati in assoluta buonafede fuori strada. Si è fatto un gran discutere in questo processo anche intorno all'avv. Lettera, e mi pare sia stata data all'avv. Lettera nella sentenza una grande e spropositata importanza. La verità è che noi uomini siamo anche dominati dalle nostre passioni, dalle nostre simpatie e dalle nostre antipatie, tra Bambara e Lettera evidentemente non correva buon sangue, ognuno si è preoccupato di parlare l'uno male dell'altro, l'uno quanto più peggio poteva dell'altro. Lettera dalla sua aveva anche il vantaggio che Bambara era stato sottoposto a procedimento penale, peccato che Lettera poi non ha l'onestà di ricordare che Bambara è stato assolto con formula ampia in un giudizio di primo grado con sentenza che non è stata appellata, questo è un piccolo dettaglio che però fa parte appunto della animosità di questa vicenda. L'ineffabile Lettera ha fatto perdere molto tempo al Tribunale e ha creato una qualche confusione in relazione al problema dei crediti, che pure ci è stato contestato. Dice Lettera che per lui era impensabile che crediti per un valore di 1.000 miliardi potessero essere liquidati per 30 miliardi, o che comunque potessero essere, come altri sostenevano, addirittura valutati a costo zero. Però Lettera ha avuto l'ingenuità anche di dire che cosa ha fatto lui per cercare di giustificare il fatto che questi crediti dovevano essere valutati per 1.000 miliardi, tra i quali 1.000 miliardi entrano poi i 400 di quell'incredibile credito MAF, e dice: io ho scritto al Ministero del Tesoro, io ho scritto al Ministero dell'Agricoltura, mi sono messo in contatto con il Ministero per la Regione siciliana, non mi hanno mai risposto, non ho ricevuto risposta, cioè la cosa veniva considerata talmente ridicola che neppure gli rispondevano. Un bel giorno si presenta da Lettera un ex dirigente del Ministero dell'Agricoltura, il quale gli dice: guardi, è inutile che lei continui perché questi crediti non sono stati mai accettati da nessun Ministro. Scoppia un'ulteriore bolgia e finalmente Lettera ottiene una risposta, vi prego di consultare le dichiarazioni da lui rese al dibattimento, e la risposta è addirittura irridente, gli si dice: sì, è vero che questi crediti ci sono, ma non sono esigibili. Quindi quando da parte di Capaldo si diceva che in realtà nella valutazione dei 2.150 miliardi non potevano entrare ovviamente quei famosi crediti, perché i crediti valevano zero, si diceva una cosa esatta. Ma si dice anche qualche cosa di più, qualche cosa che ci permette in parte di renderci anche conto del perché Picardi, della cui onestà nessuno dubita, invece viaggiava sull'onda dei 3.900 miliardi, perché Picardi riteneva, invece, non solo certi e liquidi, ma anche esigibili, per esempio, i 400 miliardi di MAF, questa è la verità. Allora è chiaro se in un compendio leviamo o facciamo entrare partite dell'ordine di 400 miliardi, ovviamente le distanze si avvicinano o si allontanano a seconda di quello che è il punto di vista che viene assunto. Procedo sempre 'al gran galoppo', signor Presidente, perché sono tutti temi, là dove si parla di "prezzo vile", come è stato ribadito nella memoria, bisogna pure dare qualche risposta sul punto. Faccio riferimento sempre anche qui alla stima Picardi, che poi è quella che è stata considerata quella più attendibile, a parte i nostri 2.150 miliardi. Anche lì come è arrivato Picardi, se si loda la grande prudenza di Picardi, si dice che Picardi ha operato un taglio sui 4.000 miliardi che erano stati indicati dalla prima stima e dalla prima perizia e quindi è persona attendibile, persona prudente, persona che si è mossa con grande circospezione. Picardi non è un economista e Picardi ha agito esattamente come avrei agito io, ma come avrebbe agito anche una buona massaia in una situazione di questo genere. Perché Picardi, nello stabilire che, per esempio, i crediti andavano falcidiati del 20%, del 30%, non ha considerato che non ci si trovava di fronte ad una massa di piccoli creditori. I crediti non erano diffusi tra una enormità di debitori omogenei rispetto ai quali si poteva dire statisticamente: pagherà l'80, il 70% , perché essendo tutti piccoli ed omogenei si poteva statisticamente cercare di immaginare quale avrebbe potuto essere la falcidia. Qui ci trovavamo di fronte a debitori per debiti imponenti decine e decine di miliardi, a debiti portati da debitori che stavano fallendo e quindi, in realtà, la valutazione andava fatta una per una e per ognuno di loro si doveva stabilire se il credito aveva delle possibilità di essere riscosso o no. Quindi questa valutazione di Picardi è una valutazione approssimativa che non può essere considerata poi il Vangelo, così come l'Accusa fa tutte le volte in cui ci rinfaccia la valutazione di 3.900 miliardi, quale è stata fatta da Picardi, e di questo bisogna tenerne assolutamente conto. E non credo che qui ci si potrà rimproverare di nasconderci dietro le alchimie della economia, perché mi sembra siano i nostri discorsi talmente semplici da potere essere facilmente accettati. Analogo discorso va fatto poi perché la sentenza ha voluto fare una difesa d'ufficio della dott.ssa o prof.ssa Misucci, proteggendola quasi dalle critiche da cui era stata investita. Ma la prof.ssa Misucci ha commesso una serie di errori incredibili. Mi permetto di segnalare quelli che sono alla nostra portata, alla portata ovvia: la prof.ssa Misucci, per esempio, dopo avere calcolato cinque o sei categorie di crediti ed avere indicato i crediti di sicuro realizzo, quelli di quasi sicuro, quelli di sicuro ma non troppo etc. etc., di fatto poi ha omogeneizzato tutti questi crediti in una unica prospettiva, e questo è già un errore metodologico grave. Ma l'errore vero e grave della Misucci, fortemente fuorviante, è che la prof.ssa Misucci ha compiuto le sue valutazioni, tenendo presente una situazione che era congelata al luglio del 1991, mentre poi il suo lavoro ed il suo elaborato è stato consegnato sei mesi dopo, e la professoressa Misucci ha riconosciuto di non avere tenuto conto della variazione che nel frattempo era accaduta. Ora, che cosa era accaduto, tra l'altro, in questi sei mesi? Che ben 50 su 70 consorzi, 50 consorzi ritenuti attivi ed operanti dalla prof.ssa Misucci erano nel frattempo falliti, e quindi è chiaro che quella valutazione che rispecchiava la situazione a luglio non era una valutazione più attuale. Questo ci siamo permessi di dire ancora una volta per dimostrare che questi 2.150 miliardi, che sembrerebbero essere una entità minima se rapportati ad una cifra quasi doppia, avevano, invece, in realtà, una loro effettiva consistenza. Vado rapidamente alla conclusione, signor Presidente. Si è anche molto discusso, e su questo avremmo desiderato di sentire qualche parola da parte della Procura Generale e della Parte Civile, abbiamo visto che si è menato un gran discorso intorno al fatto che S.G.R., arbitrariamente e surrettiziamente, avrebbe scontato dai 2.150 miliardi i prezzi dei beni venduti nel frattempo, e cioè nel periodo di tempo corrente dall'apertura della procedura concordataria al momento della stipulazione dell'atto quadro, da parte della procedura, Bambara parla di 260 miliardi, la cifra grosso modo è quella, e si dice: ma allora la S.G.R. non ha pagato, non si è impegnata per 2.150 miliardi, si è impegnata per molto meno. No, signor Presidente, sotto questo punto di vista il notaio [Mariconda] è stato lucidissimo nella ricostruzione delle volontà delle parti, e d'altra parte basta leggere il suo atto veramente impeccabile sotto tutti i punti di vista, ma sotto questo punto di vista in particolare. Noi, per ricostruire la volontà delle parti, dobbiamo rifarci al momento in cui le parti hanno consacrato la loro volontà con riferimento ad un determinato oggetto, e l'oggetto del trasferimento erano tutti i beni che erano indicati nella stima particolareggiata del prof. Picardi, non uno escluso, con riferimento quindi a quei beni, 100 beni, 200 beni, 300 beni che fossero io mi impegno per 2.150 miliardi. Ma se al momento della consegna (non si dimentichi che le trattative sono andate avanti per un anno) tu non sei in grado di darmi tutti quei beni che erano indicati in quell'atto e per la cui vendita tu ti eri impegnato, le cose sono molto semplici: o mi sconti il valore dei beni, o mi consegni il denaro che tu hai incassato, o altrimenti, visto che io ti devo pagare delle rate nel tempo, si procede ad uno sconto sulle somme che io ti devo pagare per quanto tu hai incassato. Ecco perché si dice che per la prima rata S.G.R. non paga nulla, perché la prima rata veniva bruciata dai soldi che erano stati incassati dalla procedura e che la procedura aveva trattenuto. Così stanno le cose, anzi, siccome bisognava pagare i creditori privilegiati, oltre tutto S.G.R. ha rinunciato ad una compensazione totale da esaurirsi nella prima rata e ha anticipato egualmente 200-250 miliardi per pagare alcuni creditori privilegiati. Da parte della sentenza, devo dire la verità con una diavoleria di pensiero che lascia ammirati per la ingegnosità, ma che si sfalda poi subito non appena ci si rende conto della sua inesattezza dal punto di vista economico, si fa questo singolare ragionamento, si dice: 2.150 miliardi è il 55%, grosso modo, dei famosi 3.900 valutati da Picardi, dei 4.000 valutati da Picardi, ed allora perché, nel momento in cui si deve valutare questo conguaglio, per i beni che sono stati nel frattempo venduti non si opera un conguaglio al 55%? Perché questi beni, indipendentemente dal prezzo che effettivamente è stato realizzato da parte della procedura, non vengono valutati al 55%? Ora, la risposta dal punto di vista economico è chiara ed onesta. Se io ho fisso una percentuale bloccata, il 55%, una parte o l'altra inevitabilmente ci perderà, a seconda che sia stato realizzato di più o di meno, in un caso sarà la procedura a guadagnare a danno di S.G.R., perché incasserà più del 55% che viene riconosciuto a S.G.R., nell'altro caso sarà S.G.R. a guadagnare nella misura in cui riconosce solo il 55% a fronte di un prezzo inferiore. Questa è la situazione. Ecco perché si fa riferimento al prezzo effettivamente incassato, perché quello è un criterio obiettivo, ed è un criterio che oltre tutto esclude anche soltanto il sospetto di possibili collusioni, perché, a fronte di un indice fisso del 55%, qualcuno potrebbe avere avuto anche la tentazione di combinare il prezzo in maniera tale da poter poi sfruttare questa percentuale così congelata. Questa è la situazione e qui si è voluta vedere disonestà in ogni punto, in ogni passaggio, in ogni atto e in ogni momento, quando, invece, tutto è assolutamente trasparente e tutto trova una giustificazione puntuale in punto di diritto e in punto di economia. D'altra parte, signor Presidente e signori della Corte, non sarà un caso che nessun creditore si è costituito. Qui si sono costituiti i dipendenti, e lasciamo perdere, il Tribunale ha ritenuto ammissibile la costituzione, e non ne parliamo più, ma come mai nessun creditore si è ritenuto danneggiato e si è venuto a costituire? Qui l'unico creditore in discussione è un consorzio perugino, della cui legittimazione oltre tutto ancora si discute, ma i creditori si sono ritenuti soddisfatti di questa situazione, nessuno si è venuto a costituire Parte Civile in questo processo e a reclamare un risarcimento di danni, perché nessuno effettivamente ha subito un danno, questa è la verità di questo procedimento. Si discute ancora dei famosi beni non inventariati. Ora, per i beni non inventariati il povero Bambara, che ci è finito pure in galera, riconosce, e rinvio alle pagg. 68 e 69 delle sue dichiarazioni, che quella fu una clausola di prudenza, una clausola che lui stesso avrebbe messo se avesse avuto la opportunità di farlo. Perché, in realtà, dice Bambara, era stato tutto inventariato, il 99% era stato inventariato, qual era la preoccupazione? Che qualche accessorio, qualche cosa fosse rimasto fuori e che quindi poi alla fine non si sapesse bene come risolvere il problema, e quindi si disse: tutto viene venduto, tutto viene ceduto a S.G.R., quanto quello che è inventariato, quanto quello che sia rimasto eventualmente fuori. Le stesse cose ripetono Picardi, Pazzaglia e Mariconda, e cioè tutti i testimoni che non sono stati coinvolti in questa vicenda, testimoni che sono stati riconosciuti degni di fede, testimoni che hanno vissuto quelle vicende passo per passo perché ne sono stati i protagonisti, tutti spiegano quella famosa clausola in questi termini e non trovano motivo di scandalo né motivo di preoccupazione proprio perché i rimasugli ammontavano..., ha detto Pazzaglia dietro l'insistenza del Presidente che si trattava di pochi miliardi, dopo avere peraltro fatto ricorso ad un espressivo aggettivo francese, dicendo che si trattava di una cifra "négligeable", e quindi probabilmente i miliardi sono anche meno di quanto. Ma, per esempio, Bambara parla di poche decine di milioni e Picardi parla anche lui di un'entità assolutamente trascurabile, proprio perché la clausola aveva una finalità, per così dire, sussidiaria e di chiusura, ma certamente nessuno pensava di perderci o di specularci in relazione a questi pochi beni di poco significato che erano stati rilevati. Dico subito, signor Presidente e signori della Corte, che a questa indagine ci siamo appuntati in modo particolare proprio raccogliendo un invito del Consigliere Relatore, che faceva riferimento a cifre di maggiore consistenza. Ma noi abbiamo perlustrato tutti gli atti e alla fine siamo dovuti giungere alla conclusione che i testimoni parlano tutti quanti di cifre di poca rilevanza, di poche decine di milioni, o al massimo di pochi miliardi, quelli di cui parla Pazzaglia. Anche sotto questo punto di vista questa è la situazione per quanto qui ci interessa. Signor Presidente, io avrei tante altre cose da dire, ma, da una parte, posso correre il rischio di ripetere cose già dette e, dall'altra, lei mi permetterà se io leggo un suggerimento che mi proviene da parte del prof. Vassalli, perché se lui scrivesse bene io l'avrei già letto con la coda dell'occhio, ma siccome scrive male... (Avv. Vassalli: "chiedo scusa, è una cosa di cui mi sono scordato"). Sul problema della meritevolezza anche lì è stata ritenuta dal Tribunale ed è stato spiegato esplicitamente da parte del dott. Greco perché si è fatto riferimento alla meritevolezza. Oltre quello che vi ha detto il prof. Vassalli circa il momento in cui si deve esprimere il giudizio di meritevolezza è da tenere presente che il Tribunale ha espresso questo giudizio di meritevolezza imputandolo ai commissari e a ciò che i commissari avevano fatto. Non si dimentichi che sono stati i commissari a costituire quella famosa commissione Sica, Ferri e quant'altro etc. etc., grazie alla quale appunto sono poi emerse le falsità in bilancio ed è stata realizzata la insussistenza, la distruzione del capitale sociale, e di tutto questo appunto il Tribunale fallimentare dà atto ai commissari, e quindi ammette, attraverso il giudizio di meritevolezza, alla omologazione.

Signor Presidente, ci sarebbero tante altre cose da dire, anche perché, come lei insegna, i processi più si leggono e più si trovano argomenti. Così, per esempio, potrei stare qui ad intrattenervi su quella strana storia del negato accesso ad Arsol, cioè a questa società controllata dalla FEDIT e poi sottoposta a procedura concorsuale. Si cita nella sentenza la testimonianza di Manfroni, anch'io sono bravo a citare le testimonianze così, si cita Manfroni soltanto per quello che dichiara in sede di esame, e non lo si cita per quello che dichiara in sede di controesame. In sede di controesame, alla fine, Manfroni non è più in grado di dire nulla su Arsol, non si ricorda più nulla, non è in grado di precisare più nulla. E insieme a circostanze di questo genere tante altre ve ne potrei ricordare. Vi potrei ricordare, per rispondere al Procuratore Generale - a cui tendo ad esprimere ancora una volta tutti i sentimenti di simpatia e di vecchia comunanza di lavoro, e al di là delle inevitabili dialettiche che ci contrappongono, quando ci si scontra inevitabilmente in un processo, d'altra parte non è colpa sua se ha deciso di fare il Procuratore Generale, non è colpa mia se ho deciso di fare l'avvocato, e quindi per tutta la vita continueremo a scontrarci - quello che hanno detto la De Vitis e Celotti, non c'è bisogno di fare riferimento a loro, perché possiamo fare riferimento a tanti altri testimoni: Pazzaglia. Pazzaglia è un testimone, è il coadiutore di Picardi, anche se Picardi era molto più anziano, Pazzaglia si dichiara apertamente contrario alla vendita in blocco, dice: io sono un vecchio commercialista, sono abituato a fare così, questa era una cosa nuova, secondo me si doveva procedere nelle forme tradizionali. Però, poi Pazzaglia, e questo è stupefacente, riconosce che quel procedimento fallimentare sarebbe durato decine di anni, la De Vitis aveva parlato di cinquanta anni, Pazzaglia parla di decine di anni; lui stesso riconosce che l'esito sarebbe stato incerto sul piano economico, e si ritenne in quel caso di orientarsi secondo parametri diversi: fattore tempo e la certezza del realizzo. Lo dice Pazzaglia. Mi si dice: ma come mai la De Vitis si accorge soltanto nel '93? Non è vero perché in tutti gli atti (la famosa storia dei crediti) promananti dal Tribunale fallimentare nella sua collegialità, in ognuno di loro si fa riferimento come punctum dolens di tutta la vicenda ai crediti e fin dal primo momento si fa presente che questi crediti sono di difficile, anzi, cito a memoria, di "quasi impossibile realizzo". Il Tribunale fallimentare lo sa benissimo e sa benissimo che naturalmente questo inciderà profondamente sul prezzo, e porterà dal tetto dei 3.000 e passa ai 2.000. Non è vero che la De Vitis e l'altro sono delle persone inconsapevoli ed incapaci o, peggio, dei complici che non sono stati scoperti, non è vero, lo dicono tutti, tutti sono in questo senso. Signor Presidente e signori della Corte, noi speriamo di avere fatto il nostro dovere e con la stessa fiducia e con la stessa serenità della settimana scorsa torniamo ad affidarvi la sorte del prof. Capaldo e, se il mio amico Lemme me lo consente, anche quella del coimputato dott. Greco. Noi non riusciamo proprio a comprendere il meccanismo di questa vicenda. È un processo nato male e il modo stesso con il quale esso è nato è la dimostrazione del fatto che, in realtà, i conti non tornano all'accusa. Una per tutte e per ultima: ma io vorrei sapere come si fa a chiedere oggi la condanna di D'Ercole e a non avere chiesto, a suo tempo, la sottoposizione a procedimento penale e la condanna di Piovano? Lo dico non perché io aspiri alla condanna di Piovano, io dico tutti devono essere assolti, ma Piovano, per esempio, partecipa passo per passo a questa procedura e la sua partecipazione alla vicenda doveva essere considerata indispensabile da parte di Greco e di Capaldo, se collusi, perché senza Piovano non si sarebbe potuti passare. Oggi ci si dice che Greco è responsabile perché ha firmato, ma Greco viene ad apporre una firma dopo che Piovano aveva espresso il parere favorevole all'accordo. Allora oggi si dice che Piovano era un cretino, ma la sentenza in ogni momento non fa altro che fare riferimento a Piovano, alla sua attendibilità e alla sua acutezza, o ci si dice che esso è stato dolosamente tratto in errore, ma allora ci dovevate contestare di avere posto in essere atti truffaldini per indurre in errore il commissario giudiziario, ci saremmo difesi su quel terreno, anche perché ne avreste dovuto portare le prove. Lo stesso si dica per Picardi. Picardi è uno dei più illustri professionisti italiani, è un ordinario di vecchio stampo, di diritto processuale civile e di diritto fallimentare, è un ex magistrato, così cretino da non rendersi conto lui che aveva fatto una valutazione a 4.000 miliardi, che stava per essere truffato, così disonesto per l'attaccamento ad una parcella di commissario di denunciare alla Procura della Repubblica che si stava perpetrando un reato? Possibile che tutti costoro siano stati tratti in inganno senza accorgersi di niente? O la verità, invece, era che la procedura stava camminando in maniera assolutamente trasparente e che questa proposta di Capaldo presentava tali vantaggi obiettivi per la procedura, per le istituzioni e per i creditori che essa non poteva non essere accolta? Questa è la verità. Oggi si ha il coraggio da parte di qualcuno, e tanto per non fare nomi, da parte dell'avv. Scicchitano, di reclamare su un giornale di grande diffusione, alla vigilia della vostra sentenza, la conferma della sentenza di condanna, e si dice che sarebbe una sciagura una sentenza di assoluzione. (Avv. Lemme: "Chi è Scicchitano?"). È l'attuale liquidatore perché qui ogni dieci giorni cambia liquidatore e cambiano le parcelle. Questa è la situazione, signor Presidente e signori della Corte, ma noi siamo sicuri che la Corte non leggerà, o se legge non terrà conto di queste cose, o se conto ne dovesse tenere saprebbe in quale conto tenerle, e saprebbe capire qual è lo spirito che anima queste volgari richieste di sentenze di condanna, questi tentativi di in qualche misura cercare di fare pressione sulla Corte. A tutto ciò la Corte saprà resistere e la Corte, come abbiamo già richiesto nel corso del nostro precedente intervento, vorrà assolvere gli imputati perché il fatto non sussiste. Quanto alle richieste subordinate del Procuratore Generale, e mi dispiace anche a quelle del prof. Lemme, noi ci opponiamo all'idea stessa che si possa procedere ad una perizia, ma non perché si abbia paura del perder tempo, o si abbia paura di che cosa possa altro scoprire la perizia, ma perché la perizia così come reclamata è la dimostrazione che ancora non si è bene compreso il meccanismo di questa vicenda. Lo ha detto De Brina, lo ha detto Pazzaglia, lo ha detto Picardi: il prezzo, in questa vicenda così come congegnata, diventava un elemento secondario, perché il problema era di soddisfare i creditori. (Avv. Lemme: "Come subordinata"). Sì, ma anche a questo noi ci permettiamo di opporci proprio perché non serve rispetto alla logica di questa vicenda. Il problema del prezzo è un problema secondario perché, da una parte, veniva garantita la soddisfazione dei creditori, e tutto ciò che in più rispetto ai 2.150 miliardi fosse stato realizzato tornava alla S.G.R., e quindi ai creditori. Quindi ha poca importanza che si trattasse di 2.150 o di 2.500 o di 1.800, i creditori venivano soddisfatti secondo quelle percentuali e quanto in più ne derivava veniva riversato nuovamente ai creditori. Quindi la perizia, se anche per avventura una perizia dovesse dire 4.000 miliardi o 1.000 miliardi, non sposta i termini giuridici della questione in riferimento alla imputazione di bancarotta fraudolenta così come contestata.

AVV. Anna D'ALESSANDRO (Difesa D'Ercole): Io non replico, Presidente.

 

La Corte rinvia per il prosieguo all'udienza dell'11 giugno 2004, ore 9.00. Parti presenti edotte.

 

Il presente verbale viene chiuso alle ore 17.10.

 

La presente trascrizione è stata effettuata dalla stenotipista Mandirola M. Denise per conto della Ditta STENOCENTER S.N.C., sede legale e operativa: Via Adriatica, 59/B - P. S. Giovanni (PG).

LA STENOTIPISTA