PROCURA GENERALE - PERUGIA

Memoria ai sensi dell’alt. 123 c.p.p.

Convinto che la sentenza del Tribunale di Perugia di condanna per Greco Ivo e Capaldo Pellegrino, in. ordine a fatti di bancarotta postfallmentare nel concordato preventivo Federconsorzi, sia giusta e corretta, quindi da confermare, principale compito del  mio ufficio diviene la confutazione delle critiche della difesa che questa sentenza vorrebbero demolire.

Questo giudizio ha delle peculiarità; in primo luogo il suo oggetto consiste nella ricostruzione e valutazione di una procedura giuridica, un innesto di negozi privati ( la creazione di S.G.R. s.pa., l’atto quadro) e atti giudiziari (l’omologazione del concordato, l’ordinanza di autorizzazione dell’atto quadro). In secondo luogo, proprio per la natura del suo oggetto, non v’è contrasto, come avviene invece nella maggior parte dei processi penali, fra accusa e difesa sulla ricostruzione dei falli, ma solo sulla loro valutazione. Per parte nostra infatti riconosciamo come veri alcuni eventi riportati dalla difesa, quali la necessaria presenza dell’ufficio del p,m.. presso il tribunale di Roma al momento di apertura del concordato e di omologazione, l’istituzione da parte del presidente Greco di un comitato straordinario dei creditori per la vigilanza sulla procedura, la collegialità dell’omologa, l’istanza di astensione avanzata da Greco all’indomani di un esposto sindacale contro di lui, perchè avrebbe ritardato l’autorizzazione all’atto quadro. Tuttavia ci opponiamo frontalmente alla difesa nella loro valutazione, tanto da ritenerli irrilevanti rispetto al primo giudizio di colpevolezza degli imputati. Così, senza ripercorrere per intero la sentenza del tribunale di Perugia, sofferma l’esame su alcuni punti fondamentali, quali certi passaggi della procedura, illuminati anche dalle dichiarazioni dibattimentali degli imputati e dei principali testin.oni, seguiti da una sintesi in merito alla intrinseca illiceità della procedura concorsuale e del rilievo penale che questa comporta; nella speranza di non ripetere soltanto quanto già detto e scritto da chi mi ha preceduto, ‘l’a di portare qualche contributo nuovo.

I PARERI DI CARBONETTI

Nella sentenza di primo grado è stato giustamente stigmatizzata la condotta di Carbonetti, prima consulente di Federconsorzi, poi della procedura concorsuale minore, nominato dal giudice delegato, indi rappresentante legale di S.G.R. Inoltre il tribunale ha giustamente ritenuto un evento allarmante e sintomatico della colpevolezza del Greco il fatto che gli elaborati del consulente Carbonetti non, sono stati reperiti nel fascicolo ed ha addebitato tale sparizione all’imputato, che era ben conscio della sopravvenuta incompatibilità del Carbonetti. Sul punto Greco si è difeso sostenendo che gli elaborati sono andati sicuramente smarriti e non sono stati distrutti, tanto è vero che negli atti è stata rinvenuta la liquidazione delle competenze al consulente.

Per contro questa circostanza non ha alcun rilievo esimente, perché è noto che in caso di ispezione ministeriale la prima verifica viene effettuata sulla corrispondenza contabile delle spese. Quindi chi ha fatto sparire gli elaborati del consulente, ben sapeva che non poteva distruggere la base contabile, altrimenti qualsiasi ispettore ministeriale si sarebbe accorto di un ingiustificato ammanco

DELLA PERDITA TOTALE DEL CAPJTALE SOCIALE.

C’è una questione di diritto che è opportuno approfondire da parte della Corte, un problema di natura civile non affrontato fino in fondo in primo grado, n’a che merita invece precisa formulazione e una soluzione, perché dirimente in merito alla oggettiva illiceità della condotta degli imputati.

In quali conseguenze incorre una società cooperativa che, ammessa a concordato preventivo, in corso di procedura, si scopra aver perduto per intero il capitale sociale?

E’ proprio quello che è capitato a Fedit, ammessa a concordato nel luglio 91, con un bilancio dell’esercizio precedente ad opera degli amministratori, in cui non v traccia di perdita del capitale, nel corso del 92 , redatto dai commissari governativi Cigliana, Gambino e .Locatelli, il bilancio successivo, si scopre che il capitale sociale è stato interamente perduto. I commissari si chiedono se debbano ottemperare a quanto disposto dall’art.. 2540 c.c. e ritengono opportuno investire del quesito, con un’ istanza del 27 maggio 92, il presidente Greco, giudice delegato alla procedura concorsuale minore Questi non risponde, poi nell’estate nuovamente richiesto dal commissario governativo Piovano, succeduto ai primi tre, restituisce l’istanza e consiglia di chiedere un parere ad un giurista. Così il tempo trascorre senza provvedere ed il presidente giunge al del concordato, nell’ottobre del 92, senza aver preso mini in considerazione il fatto che l’intero capitale era andato perduto.

Questo punto viene trattato al paragrafo 25 pagine 171 173 della. sentenza. Il tribunale definisce “ un’insidia” per il concordato l’istanza dei commissari governativi ed usa il condizionale circa la sorte che avrebbe avuto il concordato stesso se la perdita del capitale sociale fosse stata conclamata in assemblea. Passa poi ad esaminare le possibili conseguenze negative per il concordato e le rinviene:

A) nei contrasti che sarebbero potuti insorgere fra i soci in sede di assemblea straordinaria che avrebbe dichiarato la liquidazione;

B) nell’alta probabilità che il ministro dell’agricoltura , di fronte ad urla delibera di liquidazione ai sensi dell’art. 2540 c,c. avesse imboccato la via della L.C.A.

Questo è vero, ma non è solo così,

Prospetto la mia opinione: la perdita del capitale sociale comporta da sola ed automaticamente lo stato di liquidazione, fatto salvo ovviamente il rimedio della ricostituzione del capitale medesimo Entrambi gli eventi necessitano però di delibera assembleare straordinaria in quanto viene investito l’atto costitutivo. D’altro canto, se il capitale sociale è elemento necessario per conquistare piena soggettività giuridica, la sua totale perdita, in mancanza di ricostituzione, fa regredire la società in uno stato embrionale, ad un coacervo di beni, crediti e pretese dei creditori che la fanno entrare in un nuovo stadio tanto da mutarne la causa, dalla finalità lucrativa per le società di capitale o mutualistica per quelle cooperative a quella liquidatoria. Per questa ragione l’art, 2449 c.c. impone agli amministratori di una società, che ha perduto il capitale e non intenda ricostituirlo, di astenersi da ogni nuovo atto di gestione, di limitarsi esclusivamente alla conservazione del patrimonio ed in caso di contravvenzione a tale divieto commina la responsabilità solidale ed illimitata degli amministratori per gli atti intrapresi. Questi quindi non debbono altro che tutelare l’integrità del patrimonio e convocare tempestivamente l’assemblea straordinaria per deliberare la liquidazione. Tali obblighi non vengono meno anche in pendenza di concordato. L’ordinamento, invero, segna una netta distinzione fra liquidazione ex. artt. 2540-2448 n.4 c.c. e concordato preventivo. I due istituti differiscono nei presupposti e nella causa. Infatti perdita totale del capitale sociale ed insolvenza sono due eventi diversi che possono solo occasionalmente concorrere, Si pensi solo al caso di una società che abbia speso sino all’ultimo euro del capitale sociale per ripianare tutti i debiti e si coglie visivamente la differenza fra perdita del capitale sociale ed insolvenza. Anche sotto il profilo dell’elemento causale i due istituti divergono, perchè l’identica finalità liquidatoria mira all’estinzione della società nel procedimento ex art.2448 n c.c.ed all’opposto al mantenimento in vita della società nel concordato preventivo. Si pensi poi alla voce “capitale sociale” nel caso in cui sia interamente perduto e la società chieda o voglia restare in concordato preventivo, quando già vi sia stata ammessa. Il capitale, è noto, non è solo un elemento costitutivo necessario, ma anche l’ultima risorsa posta a garanzia dei creditori. Com’è allora possibile che ci siano beni capienti a soddisfare il 40% dei creditori e l’ultima risorsa sia andata perduta? Risultano così degli evidenti cuori degli amministratori che configurano materia per un’azione di responsabilità, inoltre la società, se vuole continuare a vivere nel concordato, diviene creditrice dei suoi soci in merito alla ricostituzione del capitale medesimo. Il che comporta che fra i debitori della società nel concordato andrebbero immediatamente iscritti i soci tenuti alla ricostituzione del capitale sociale. Perché ritengo evidente che una società senza capitale non possa beneficiare del concordato a meno che non ricostituisca il capitale medesimo. Il che conferma che concordato e liquidazione disciplinata dal codice civile sono istituti diversi e lo incompatibili. Tale è la soluzione unanime di chi si è posto teoricamente il problema ( Quatraro, “ Manuale delle procedure concorsuali minori” pag. 39; Galioto ed altri “ Le procedure concorsuali” torno secondo pag 1453, Milano 2002). Tali autori ammettono il concordato se e solo se la società sia stata regolarmente posta in liquidazione e nel progetto di concordato abbia posto come obiettivo la ricostituzione del capitale sociale.

Quanto poi al caso concreto in esame, si rammenta come il. concordato necessiti del requisito della meritevolezza che può essere ampiamente riconsiderato anche in sede di omologa , cfr. Il rinvio che l’art. 181 L.F fa al 160 stessa legge. Allora se nel bilancio dell’esercizio 1990, redatto dagli amministratori, non v’è traccia di perdita di capitale e per converso l’anno successivo i commissari scoprono che il capitale manca del tutto e le cause di tale ammanco sono risalenti nel tempo, la società non è meritevole di concordate per aver tenuto una contabilità così irregolare da. nascondere un evento essenziale per la stessa sopravvivenza dell’ente giuridico. Se poi l’ammanco si fosse verificato in corso di concordato, la situazione sarebbe stata ancora peggiore per la sorte del concordato stesso. Riporto, a suffragio di quanto sostenuto, alcuni precedenti giurisprudenziali:

Cassazione 21.1.86. n. 403 in Fall.. 1986\858 “ Si deve escludere dal beneficio, perchè immeritevole, la società nella quale gli amministratori abbiano compiuto falsità in bilancio, od operazioni successive all’integrale perdita del capitale sociale , oppure siano ricorsi abusivamente al credito indipendentemente dalla rilevanza di tali atti nel determinare i. dissesto economico.” Tribunale di Avellino 27 dicembre 99 “ L’omissione di solleciti provvedimenti previsti dall ‘art.2447 c.c. integra un’irregolarità sostanziale delle scritture contabili anche se sia stata già presentata domanda di ammissione ad una delle procedure concorsuali c.d. minori:questa circostanza infatti non esime l’imprenditore dal corretto esercizio dei doveri inerenti alla tutela del capitale sociale ed in particolare alla sollecita verifica della situazione economico patrimoniale della società al fine dell’adozione dei provvedimenti imposti dalle norme.”

In conclusione se il presidente Greco avesse tenuto conto del suo dovere istituzionale, in primo luogo avrebbe dovuto indicare la via maestra della legalità ai commissari Invece si è affannato a suggerire richieste di dispendiosi pareri in una materia che conosceva benissimo, tanto che a Roma vigeva l’indirizzo giurisprudenziale dallo stesse Greco indicato e che consisteva appunto nella necessità della delibera di liquidazione e negli altri adempimenti sopra richiamati. Inoltre il presidente Greco aveva conoscenza giuridica sufficiente per sapere la valenza distruttiva per il concordato della perdita del capitale sociale e per questa ragione ha tenuto tale circostanza nascosta in camera di consiglio per l’omologa ( cfr. test. Celotti) approvando il concordato per una società che non io meritava.

La perdita del capitale sociale , non denunziata nel bilancio del 1990, costituiva, inoltre, un seno elemento in merito alla consumazione del delitto di cui all’art. 2621 c,c. ed un giudice avrebbe dovuto, ai sensi. dell’art.33 i c.p.p., trasmettere gli atti all’ufficio del pm.. Allora forse l’intervento in sede civile del magistrato requirente sarebbe stato di diverso tenore.

L’ATTO QUADRO

Per poco che si sia coltivato il diritto fallimentare si è conosciuto il flesso logico fra azioni civili delle procedure concorsuali dirette a colpire i negozi che hanno sottratto beni, crediti o altre utilità alla massa fallimentare al fine di tentare di recuperarli, e contestazione penale di distrazione o dissipazione. In ogni procedura che abbia anche un rilievo penale si rinviene infatti una corrispondenza fra azioni civili recuperatorie e accuse di distrazione. Il caso Fedit ne è conferma. L’atto quadro, tanto elogiato dal suo ideatore, il notaio Mariconda, cinque anni dopo la sua stipulazione, quando già erano stati eseguiti i sequestri penali scaturiti da questo nostro procedimento, tutti confermati in Cassazione, veniva impugnato per nullità su autorizzazione del giudice delegato, succeduto a Greco, Pendente il giudizio civile per nullità, si giungeva ad una transazione fra S.G,R. e procedura, che portava alla restituzione al concordato da parte di S,CR: di tutti i beni non ancora venduti. E’ dunque questo un evento che rafforza il convincimento che l’atto quadro e la vendita ad S.G.R. si sostanzino in un atto penalmente illecito in frode ai creditori.

IL PREZZO

La difesa, in specie quella di Pellegrino Capaldo, sostiene che nessun rilievo d’ordine commerciale e conseguentemente giuridico può essere mosso all’ammontare del prezzo pattuito dalla procedura e da S.G.R, Due sono gli argomenti principali a sostegno della regolarità del prezzo, l’incidenza di una c.d. economia di cessazione e il raggiungimento della soglia legale prescritta nei concordato, il soddisfaci dei creditori al quaranta per cento- Spiega bene Capaldo a dibattimento come il complesso dei beni di un’azienda in gravissima difficoltà vada valutato tenendo conto appunto della crisi, e sia errato ritenere che quei beni abbiano un valore corrispondente alla somma dei valori dei singoli cespiti commercialmente stimati. Inoltre nelle perizie di stima del dr. De Santis e del commissario giudiziale non era stato preso in considerazione il fattore tempo, che invece era rilevante rispetto alla durata della realizzazione, agli oneri che avrebbe comportato una liquidazione tropo prolungata, alle prospettive di riutilizzo e reinvestimento che nel tempo quei beni avrebbero trovate. Tuttavia queste notazioni, che hanno un indubbia validità economica, non hanno trovato ingresso negli atti della proceduta, da cui invece si evince solo l’offerta a 2.150miliardi di lire. Dai documenti acquisiti da S.G.R. si ricava poi che il prezzo fu determinato non già tenendo in considerazione le stime commerciali eseguite nella procedura, ma esclusivamente in relazione all’ammontare dell’onere concordatario, quindi essenzialmente del passivo, da soddisfare al 40%. Tutto ciò è stato confermato a dibattimento dai testi Nicoletti e Maugeri , collaboratori, del Capaldo, e nel corso delle indagini dall’avvocato Casella. L’ordinanza dei tribunale di Roma del 23 marzo 93, che autorizza l’atto quadro e con esso approva il prezzo stabilito da Capaldo, non riporta assolutamente le motivazioni economiche riferite dall’imputato a dibattimento, non v’è traccia dell’economia di cessazione né del fattore tempo, ma solo un richiamo alla buona fede degli acquirenti. Questa omissione si comprende con l’imbarazzo di chi vende per 2.150 miliardi di lire beni che sono stati stimati, nemmeno un anno prima e con la procedura in corso, 3.900 (perizia commissariale ) o 4,800 miliardi (perizia De Santis). Le ragioni addette successivamente da Capaldo rimasero dunque inespresse nell’atto che avrebbe dovuto recepirle. E’ allora lecito ritenere che l’autorizzazione del 23 marzo 93 contenga un vizio motivazionale e che i fattori di cui parla Capaldo siano delle mere giustificazioni difensive, articolate ex post e niente affatto delibate al momento della stipula dell’atto quadro. Inoltre dal momento che non era stata motivata nell’ordinanza del tribunale fallimentare la congruità del prezzo era compito del giudice penale verificare tale congruità. Il tribunale di Perugia ha già censurato l’ammontare di quel prezzo, ritenendolo sproporzionato. A conferma della statuizione dei tribunale si rileva come recentissimamente la Cassazione a sezioni unite in un caso di usura abbia cosi’ definito la sproporzione “ non qualsiasi difformità fra guadagni e capitalizzazione, ma un incongruo squilibrio fra questi, da valutarsi secondo le comuni regole di esperienza”. C.C. 17.12.2003-19.1.2004 n.920. Il tribunale di Perugia ha già ritenuto l’incongruità del prezzo di vendita ad  S.G.R., ora nel riesaminare questo giudizio ritengo utile riferirsi all’indicazione della suprema corte, Si tratta in primo luogo di stabilire quali sono le grandezze da porre in rapporto, che rinvengo nei prezzo di vendita, 2.150 miliardi di lire, e nell’ammontare della stima più prudente, 3.900 miliardi. Va poi individuato il parametro della sproporzione secondo le regole della comune esperienza. Tuttavia c’è una materia in cui l’esperienza è così stratificata da essere recepita in parametri legali, si tratta dell’istituto della rescissione. Notoriamente per considerare una divisione rescindibile occorre una lesione perlomeno di un quarto che sale nella vendita ad un mezzo. Richiamati questi parametri è a calcolare che se si trattasse di una divisione la sproporzione sarebbe conclamata, né il concetto di divisione deve sembrare troppo lontano dal caso in esame, atteso che la vendita ad S,G.R. aveva caratteristica liquidatoria e quindi anche divisoria, Se poi si utilizza il parametro della vendita, a prima vista pare che il prezzo in questione superi la metà dell’ammontare della stima per duecento miliardi di lire ( 1.950 contro 2.150), ma, come giustamente messo in rilievo in primo grado due eventi vanno considerati per valutare il prezzo reale, Innanzi tutto i primi quattrocento miliardi sono stati scomputati perché corrispettivi di vendite gia effettuate prima dell’atto quadro, il che comporta che dobbiamo sottrarre tale somma tanto dal prezzo, quanto da del valore di stima. Dunque da 2.150 miliardi di lire ne vanno sottratti 400 e si ottengono 1.750 miliardi, così dall’ammontare di 3.900 miliardi ne vanno tolti sempre 400, per arrivare a 3.500 miliardi. Dopo di che, instaurato il rapporto 3.500 fratto 1.750, si ricava quel mezzo invocato sin dal diritto romano. Inoltre commercialmente il prezzo reale non è ne quello appena scritto di 1.750 miliardi perché ,occorre considerare il fattore tempo e quindi calcolare che S.G.R. ha pagato tale somma in due rate ed in diciotto mesi. Ciò diminuisce senz’altro l’ammontare effettivo del prezzo configurando ancor di più la lesione oltre la metà.

Si ritiene pertanto che la vendita in esame abbia avuto un prezzo sproporzionato in favore dell’acquirente, ulteriormente agevolato dall’ aver unilateralmente stabilito quel prezzo in ispregio alle regole di mercato, di pubblicità e di concorrenza. Questi eventi configurano un danno per la massa dei creditori, che rimase fuori da S,G.R

IL DANNO.

E’ opinione della difesa che nessun danno sia stato arrecato con  l’atto quadro e la successiva vendita in blocco dei beni della Federconsorzi ai creditori di quest’ultima. Si sostiene che tutti i creditori cori una pretesa al di sotto dei venti milioni di lire sono stati pagati e che ogni vendita di beni ha correttamente condotto al riparto della percentuale di legge fra tutti i creditori. un tal modo non si sarebbe verificata alcuna lesione degli interessi dei creditori, che anzi sarebbero stati tutelati al meglio. Ciò escluderebbe l’offensività penalmente rilevante. Così prospettata la tesi difensiva sembra avere una sua validità, ma qui occorre allargare i campo di osservazione e tener conto di altri elementi. L infatti non è “ai consistita nel dire che la massa dei creditori abbia ricevuto un danno in sede di riparto, ma che la lesione sia stata il frutto dell’intera operazione, riassumibile nel modo che segue. S.G.R,, quindi un ristrettissimo numero di creditori rispetto alla massa, ha ricevuto a prezzo sproporzionato, tanto da considerarsi vile, la gestione per la vendita dell’intero patrimonio Fedit  Questa gestione costituiva un vantaggio per l’acquirente e un danno per tutti gli altri creditori che dovevano subire le scelte di S.G.R. In particolare l’acquirente ha proceduto alla vendita di tutti i beni di più facile commerciabilità, senza tener .minimamente conto delle prospettive di ripresa dell’attività di Federconsorzi, che pure sarebbe dovuta essere una finalità rilevante del concordato. In questa ottica emerge la sicura caratteristica plurioffensiva del delitto di bancarotta, di cui la pari condizione dei creditori, che fra l’altro non si esaurisce nel solo riparto, non costituisce l’unico bene giuridico tutelato . L’oggetto specifico della tutela penale investe anche un altro bene materiale concreto quale la sopravvivenza della stessa impresa in concordato ed il ripristino della sua attività sociale nonché beni giuridici astratti denominati corretta amministrazione della giustizia e imparziale gestione del concordato. La caratteristica plurioffensiva della fattispecie contestata è stata dei tutto taciuta dalla difesa; per contro non si deve dimenticare che durante il concordato la società continua a vivere e pertanto anch’essa deve essere penalmente protetta beni vengono certamente violati ogni volta che in una procedura concorsuale un soggetto abbia un vantaggio a spese di altri. Qui si ritorna al prezzo vile ed alla posizione di privilegio monopolistico assunta da S.G,R. Se infatti il prezzo fosse stato congruo Fedit avrebbe vantato un credito maggiore nei confronti di  S.G.R. ed oggi non è dato sapere quale politica gestoria avrebbe intrapreso l’acquirente a fronte di un impegno economico più rileva Certo è che, a tredici armi dall’apertura del concordato, questo è ancora in corso e nell’estate 2001 v’erano ancora circa 1900 creditori per un ammontare complessivo del passivo di 4,150 miliardi di lire, sui circa seimila dell’inizio della procedura. Se ne deduce che il concordato non ha raggiunto gli obiettivi che si asseriva di poter raggiungere al tempo dell’atto quadro; nell’estate del 2001 infatti il passivo era stato ridotto solo d un terzo, rispetto all’ammontare originario, epperò con la fuoriuscita dei beni migliori dal patrimoni Inoltre millenovecento creditori aspettavano ancora soddisfazione e duemila lavoratori dipendenti avevano perso il posto di lavoro, infine Federconsorzi era. lungi dal riprendere un qualche ruolo guida nell’agricoltura del nostro paese. Sono dunque questi i danni derivati, dall’approvazione dell’atto quadro, che così si riassumono:

imposizione unilaterale del prezzo di vendita; prezzo vile e sproporzionato;

gestione monopolistica da parte d S.G.R. dell’attività di liquidazione per cinque anni;

tempo di definizione della procedura di gran lunga superiore a quello prospettato;

pendenza di due terzi dei crediti;

nessuna prospettiva di ripresa da parte di Federconsorzi dei suoi compiti istituzionali;

perdita del posto di lavoro per duemila dipendenti circa.

Il danno consiste quindi nella violazione della regola di imparzialità che deve presiedere ogni attività giudiziaria. Nel concordato preventivo, come in tutte le procedure concorsuali, oggetto specifico di tutela penale è la pari condizione dei creditori, che però si ribadisce non consiste solo nel ripartire secondo legge quanto ricavato, ma per contro investe per intero la procedura che deve essere condotta correttamente e soprattutto imparzialmente. Nel caso Fedit la lesione dell’imparzialità della procedura appare evidente per le ragioni sopra riportate. Accanto ed in ragione dell’imparzialità è però tutelata anche la stessa società al fine di garantirne la sopravvivenza e la ripresa economica- Infine, come riconoscono anche i difensori, debbono essere protetti i creditori nel rispetto della loro pari condizione. Nella procedura Fedit, però, anche i creditori hanno subito un danno, come specificato nel paragrafo successivo.

 

UN PROCEDIMENTO IN FRODE ALLA LEGGE

Si tratta infine di formulare un giudizio sintetico in merito all’intera gestione del concordato preventivo per il periodo interessato dai capi d’accusa, che va dall’apertura della procedura alla prima esecuzione del c.d. atto quadro. Gli elementi sui quali fondare il giudizio sono:

il mantenimento in concordato preventivo di una compagine sociale di cui, in corso di procedura, era emersa l’immeritevolezza.;

l’aver reso possibile la continuazione del concordato mediante l’occultamento di atti che rendevano manifesta la totale perdita del capitale sociale, la quale, se non ripianata, rende impossibile il concordato stesso;

l’aver posto in essere il c.d. atto quadro, che soli cinque anni dopo veniva prima impugnato e poi reso inefficace, per mezzo di una transazione; l’aver posto la liquidazione del patrimonio Fedit in mano ad un ristrettissimo numero di banche creditrici senza nessuna effettiva gara. così favorendo questo gruppo di creditori in danno di tutti gli altri; danno consistito nel prezzo vile della vendita;

nella perdita da parte del più gran numero dei creditori di ogni controllo sulla liquidazione, che veniva attuata in piena autonomia da S.G,R., nella vendita di tuffi i beni c maggior valore e di più facile commerciabilità, consentendo di raggiungere quanto prima la soddisfazione del prezzo vile pattuito, così determinando una gestione a tutto vantaggio di S,G.R: che per contro nuoceva alla procedura la quale, ancora nel 2001, doveva pagare i due terzi dei crediti originari e non aveva alcuna prospettiva che Fedit ripristinasse il suo ruolo alla guida dell’agricoltura del paese;

nei tempi della procedura che pende ormai da tredici anni. Questi elementi denotano una violazione della causa del concordato preventivo. In apparenza la procedura ha rispettato tutti i passaggi imposti dalla legge falli fatta eccezione per la questione relativa alla convocazione dell’assemblea straordinaria per deliberare in ordine alla perdita totale del capitale sociale, che sebbene non sia atto interno al concordato, ha avuto indubbi riflessi di illiceità sul concordato stesso. Però, proprio attraverso la lettura in serie degli atti esaminati, si evince come chi ha diretto la procedura concorsuale minore ha favorito pochissimi creditori in danno della gran massa ed ha violato la causa dell’istituto concordatario. Nel concordato preventivo nessun creditore può assumere una posizione di preferenza e di potere monopolistico. Invece, nel caso Fedit si è assistito ad un patt o leonino approvato da Greco in favore della cordata Capaldo Inoltre, il concordato ha finalità di risanamento e conservazione dell’impresa e non solo di liquidazione dei beni aziendali. La violazione di tale finalità è ora dimostrata dagli eventi di cui si è scritto, ma non è comprensibile solo ora, anzi, per contro, era ben desumibile, sin dall’origine, dalla viltà del prezzo di vendita ad S,G.R. Questo prezzo così vile infatti favoriva una perversa gestione di liquidazione, da cui non sarebbe mai potuto derivare il ritorno in bonis di Fedit Queste considerazioni hanno un indubbio rilievo penale, perché la nonna che consente l’applicazione della fattispecie della bancarotta impropria postfallimentare al concordato preventive tutela sia la correttezza intrinseca della procedura sia la causa del concordato intesa nella sua interezza e quindi anche nella finalità della conservazione dell’azienda e del ripristino della sua funzionalità. Dovere istituzionale di un giudice che presieda ad un concordato preventivo con cessione di beni ai creditori non è solo quella di. assicurare comunque una liquidazione. perché il concordato ha una finalità più alta di quella meramente liquidatona. Secondo le parole di un maestro ormai, classico di diritto civile “per di più il concordato preventivo, a differenza della liquidazione e del concordato postfallimentare, non esclude la sopravvivenza dell’impresa; anzi, contempera l’esigenza del soddisfacimento dei creditori, con quella del salvamento dell’impresa dissestata ( e dell’avviamento) e della continuazione dell’attività della medesima, una volta che sia alleggerita di debiti (epperò sanata e liberata dallo squilibrio economico)  mercè il parziale sacrificio dei creditori- Francesco Messineo Tr dr. Civ. e Comm Milano 1959 voi, terzo paragrafo i l7 pag. 423- Ora non v’è dubbio che con la vendita a prezzo vile ad S,G.R., che così ha potuto gestire la liquidazione dei beni migliori, senza alcuna preoccupazione di non poter pagare il prezzo, ha così tanto depauperato Fedit da rendere impossibile l’attuazione della finalità del concordato dì riportare “ a salvamento” l’impresa dissestata. Per concludere il danno arrecato da Greco e da Capaldo alla, gran massa dei creditori, a Fedit stessa e quindi all’economia agricola del nostro paese, è consistita nell’aver deliberatamente agito per procedere alla rapida vendita dei beni migliori, garantita dall’artificioso prezzo vile, accettando come conseguenza che Fedit ormai priva dei suoi gioielli ( FATA, , gli immobili di interesse storico artistico ) non, avesse alcuna possibilità di ripresa economica , come è dimostrato dall’attuale pendenza della procedura. Inoltre anche i creditori hanno ricevuto un danno da questa gestione del concordato, sebbene sia di difficile computo commerciale, ma non per ciò meno certo, Questo danno ha due aspetti, in primo luogo la rapida liquidazione dei beni migliori ha si condotto ad un riparto di danaro a volte anche in percentuali superiori al minimo legale, ma ha altresì portate allo stalle, evidenziato nello stato passive del luglio 2001 che riportava ancora 4.150 miliardi di vecchie lire di debiti a fronte di un patrimonio di assai difficile liquidazione. Il che economicamente comporta che la soglia di riparto del 40% è stata rispettata per i beni liquidati, ma che, all’esito della procedura, operando la media con l’ammontare del debito residuo, assai probabilmente dovrà essere abbattuta ben al di sotto della percentuale legale. C’è in secondo luogo che il sacrificio dei creditori ad ottenere un soddisfacimento al solo quaranta per cento si sarebbe dovuto compensare con la prosecuzione dell’impresa, che avrebbe comportato un indubbio vantaggio di mercato per i fornitori, i partners commerciali, gli istituti di credito . invece è assai improbabile che Fedit riassuma il ruolo di un tempo o anche solo un qualche ruolo nell’economia agricola del paese. Con evidente danno dei creditori, che hanno subito la falcidia delle loro pretese quale corrispettivo del ritorno in bonis della società e della prosecuzione dell’impresa che per contro appare impossibile.

Si trattato quindi di una procedura che solo all’apparenza si svolgeva secondo legalità mentre in realtà con una serie di negozi e atti giudiziari violava ripetutamente la causa del concordato preventivo in danno non solo dei creditori, ma anche e soprattutto dì Fedit e dell’economia del paese.

Perugia, 26/4/2004

Pietro Maria Catalani