La
Corte d’appello ribalta la sentenza anche per il
presidente del tribunale, Greco. Fu un dissesto da
3
miliardi
Crac
Federconsorzi, assoluzione per
Capaldo
Il
nuovo verdetto scagiona l’ex numero uno della Banca di
Roma: «Il fatto non costituisce
reato»
ROMA - Assolti perché il fatto non costituisce
reato. Con questa formula la Corte d’appello di Perugia
ha rovesciato ieri la sentenza di primo grado del
processo sul crac Federconsorzi pronunciata a carico
dell’ex presidente della Banca di Roma Pellegrino
Capaldo e dell’ex presidente del tribunale fallimentare
di Roma Ivo Greco. Il 29 settembre del 2002 Capaldo era
stato condannato a 4 anni di reclusione per bancarotta
fraudolenta. Oltre a quel reato, Greco era stato
riconosciuto responsabile anche di due ipotesi di falso,
il che aveva portato la sua pena a 4 anni e sei mesi.
L’ex commissario di governo Stefano D’Ercole e Francesco
Carbonetti, responsabile della Sgr, la società che aveva
rilevato in blocco i beni della Federazione dei consorzi
agrari, erano stati invece dichiarati innocenti. La
sentenza emessa ieri dalla Corte d’appello annulla ora
le condanne di Greco e Capaldo per bancarotta
fraudolenta, confermando però a carico dell’ex
presidente del tribunale fallimentare una delle due
ipotesi di falso, con una pena di 8 mesi. E annulla pure
la provvisionale concessa in primo grado a 469 ex
dipendenti della Federconsorzi che si erano costituiti
parte civile. Anche se per loro non cambierà proprio
nulla. Nessuno gli potrà chiedere di restituire i 20
milioni di euro che la Sgr gli ha pagato. Per il
semplice fatto che il versamento di quella somma è
avvenuto in seguito a una transazione, accettata dalla
Sgr per evitare il blocco dei beni che si andava
profilando in seguito ad azioni legali di quanti si
erano visti riconoscere il diritto al risarcimento.
I giudici di Perugia hanno dunque sentenziato che
l’operazione voluta da Capaldo non avrebbe rappresentato
una «svendita» dell’enorme patrimonio della Fedit, come
sosteneva l’accusa. Con un risultato che l’avvocato
Franco Coppi, il quale insieme a Francesco Vassalli ha
difeso Capaldo (il difensore di Greco era invece
Fabrizio Lemme) definisce paradossale: «Senza questa
iniziativa giudiziaria un’operazione ideata per fare
recuperare il più possibile ai creditori evitando
inutili spese, si sarebbe conclusa già nel 1996. Invece,
a otto anni di distanza, tutte le procedure sono ancora
aperte, con quello che ne consegue». Nel novembre
del 2003 il tribunale di Roma ha nominato un nuovo
liquidatore giudiziale della Federconsorzi nella persona
di Sergio Scicchitano. Poi c’è sempre il commissario
governativo: è Francesco Lettera, ex capo dell’ufficio
legislativo dell’ex ministro delle Politiche agricole
del primo governo di Silvio Berlusconi, Adriana Poli
Bortone. E la ferita, a 13 anni di distanza del più
grande crac politico-finanziario del dopoguerra,
sanguina ancora. Tutto cominciò verso la fine del
1991, pochi mesi dopo il commissariamento della
Federconsorzi decretato dal ministro dell’Agricoltura
dell’epoca, Giovanni Goria, che fece crollare come un
castello di carte l’impero Arcangelo Lobianco. Capaldo,
che era stato consulente (gratuito) del potentissimo
leader della Coldiretti, arrivando a dare anche consigli
sulla scelta dei manager, ideò un piano con lo scopo
dichiarato di risolvere la questione in tempi
rapidissimi. I più grandi creditori (le banche, con in
testa la Banca di Roma) avrebbero costituito una società
per rilevare tutto il patrimonio della Federconsorzi a
un prezzo, determinato il 2.150 miliardi. Quei soldi
sarebbero serviti per soddisfare al 100% i creditori
privilegiati, al 40% quelli «chirografari» mentre i
grandi creditori avrebbero incassato i proventi della
vendita del patrimonio. L’operazione incontrò non pochi
ostacoli. A chi gliene chiedeva spiegazione, Capaldo
raccontava che l’opposizione era legata al fatto che il
suo piano avrebbe fatto «risparmiare almeno 400 miliardi
di parcelle e consulenze». Ma alla fine le resistenze
furono piegate e il progetto ebbe il via libera del
tribunale fallimentare. Qualche tempo dopo un
esposto di un gruppo di ex dipendenti accese una miccia
che avrebbe avuto conseguenze incalcolabili. Il
tribunale di Perugia, competente perché nella vicenda
venne coinvolto un magistrato (Greco), avviò un
procedimento a carico di un gruppo di persone, fra cui
anche l’attuale presidente della Banca di Roma Cesare
Geronzi e Sergio Cragnotti, che aveva acquistato la
Polenghi Lombardo (poi prosciolti), sulla base di una
stima che aveva valutato i beni della Federconsorzi
4.800 miliardi. Secondo l’accusa la Sgr avrebbe quindi
messo le mani su un patrimonio di quelle dimensioni
pagandolo meno della metà del suo valore. Il
procedimento giudiziario di Perugia è cominciato otto
anni fa, all’inizio del 1996. Nel frattempo, anche i
giudici di Roma si stavano dando da fare. E il
parlamento a maggioranza di centrosinistra avrebbe
avviato, qualche mese più tardi, per fare luce sul caso,
addirittura una commissione d’inchiesta. Presidente
venne nominato un senatore del Ccd, magistrato, che era
stato sostituto procuratore di Agrigento per dieci anni.
Il suo nome, Melchiorre Cirami, sarebbe stato in seguito
legato a una legge molto discussa, piuttosto che a
quell’esperienza. Nel corso della quale la commissione
da lui presieduta esaminò tonnellate di documenti e
ascoltò decine di testimoni, arrivando alla conclusione
che la Federconsorzi era «un pozzo senza fondo», al
quale si abbeveravano tutti. Cirami accertò che fin
dagli anni Cinquanta i finanziamenti a sindacati (fra
cui anche la Cisnal), partiti politici (nessuno
escluso), giornali e uomini politici rappresentavano la
regola. Fiumi di denaro arrivavano anche alla
Coldiretti, alla Confindustria, alla Confagricoltura,
alle cooperative bianche. Gli immobili erano affittati
alle stesse organizzazioni degli agricoltori a prezzi
poco più che simbolici. Nel bilancio c’era di tutto. I
commissari scovarono persino una partita contabile
anomala di 379 miliardi di lire, che era stata
costituita nel 1966: si riferiva a debiti che non erano
mai stati contratti. Probabilmente una «riserva
occulta», di cui la commissione non riuscì ad accertare
la natura. Il lunghissimo e dettagliato rapporto finale
assolveva in pieno soltanto una persona: Pellegrino
Capaldo.