Dall'audizione del Prof Capaldo

VENETO........................Professor Capaldo, nella documentazione allegata dall’avvocato Stelio Zaganelli - difensore di fiducia del dottor Geronzi insieme all’avvocato Francesco Vassalli - c’è anche il verbale del consiglio di amministrazione del Banco di Santo Spirito del 2 dicembre 1991. Da tale verbale risulta essere presente l’amministratore professor Pellegrino Capaldo, presidente, assente il collega Libonati. In esso è contenuta una relazione del vice direttore generale dottor Paolo Accorinti invitato ad assistere alla seduta. Viene esposta la drammatica situazione - uso il termine "drammatica" perché è contenuto nel verbale - di Agrifactoring con il piano di postergazione degli istituti bancari creditori, che vedeva al secondo posto il Banco di Santo Spirito. Tra l’altro, proprio in quel giorno, si stava avviando la procedura di fusione tra il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma, come risulta al punto due dell’ordine del giorno di tale verbale. Quindi, nella stessa giornata in cui si avviava la fusione tra i due istituti, si venivano a fondere anche situazioni creditorie pesanti.

In questo verbale, il consiglio di amministrazione, con l’astensione dei consiglieri Cassaro e Ciucci in quanto amministratori di banche e finanziarie creditrici di Agrifactoring, delibera di autorizzare la postergazione del credito del Banco verso Agrifactoring.

Riepilogando il tutto: tra maggio e luglio 1991 il Santo Spirito come le altre banche italiane, convocano politicamente una riunione strategica del comitato esecutivo dell'ABI e discutono una proposta abbastanza generica di liquidazione volontaria del ministro Goria, appena insediato. Questa proposta cade, non avendo seguito a livello politico, anche se a livello tecnico avrebbe potuto averlo, come lei stesso ci ha detto giustamente, in altri incontri. Nel dicembre 1991, il consiglio di amministrazione del Santo Spirito accetta e delibera la postergazione di 400 miliardi di credito di cui 234 della BNL, 98 del Santo Spirito mentre il terzo creditore era Efibanca, il tutto per soddisfare al cento per cento i crediti delle banche straniere tra cui la SUMITOMO, la MITSUBISHI e la BARCLAYS che diffidano di qualunque piano di riparto e chiedono con lettere severissime la restituzione dei loro crediti per evitare un secondo caso BNL - Atlanta. Ovviamente, a seguito di tale postergazione, vengono soddisfatte completamente le banche straniere, lasciando sofferente il sistema creditorio italiano. Questo è quello che risulta dai documenti e dai verbali. Per concludere, professor Capaldo, premesso che vi è stato un impegno e un interesse politico dell’ABI che è caduto strada facendo, a tal proposito le chiedo la sua opinione.

CAPALDO. Forse dobbiamo essere più precisi, nel senso che io faccio una discriminante: prima del commissariamento e dopo il commissariamento. Quando dico che il sistema bancario non si era occupato della questione, evidentemente mi riferisco a prima del commissariamento perché è chiaro che, dopo, tutti si danno in qualche modo da fare, non fosse altro perché il Ministro sollecita le banche a prendere qualche iniziativa. Si svolgono incontri in sede ABI e quindi non vi è dubbio che dopo il 17 maggio 1991, il mondo creditorio della Federconsorzi, ed in particolare il mondo bancario, si mette in movimento.

Quando, rispondendo ad una sua domanda, forse in un contesto diverso, sostenevo che l’ABI non si era mai occupata più di tanto di questi problemi, evidentemente mi riferivo a prima del commissariamento. Comunque, indipendentemente da questo, prendo atto che - come lei mi precisa – vi è stato un incontro, ma forse ci saranno stati vari incontri. Lei ha ricordato la riunione del consiglio dell'ABI, ma non so se si trattò di una riunione formale del comitato esecutivo o invece di una riunione informale con il Ministro. Lei ha fatto riferimento a questa riunione, ma immagino che ve ne siano state tantissime, anzi a livello tecnico, credo che, dopo il 17 di maggio 1991, fosse stato istituito un "tavolo" più o meno permanente presso l’ABI per discutere tale questione.

Lei ha posto anche la questione Agrifactoring ma, per questa, il discorso è un po’ diverso. Agrifactoring aveva come soci la Banca Nazionale del Lavoro, il Banco di Santo Spirito e mi sembra anche la Federconsorzi.

VENETO Gaetano. Tra i soci vi era anche la Efibanca.

CAPALDO. Sì, l’Efibanca, ma sempre nell’ambito del gruppo Banca Nazionale del Lavoro.

Il fatto che la Banca Nazionale del Lavoro e il Banco di Santo Spirito si postergassero rispetto a banche estere non c’entra nulla con la Federconsorzi. Le banche estere assumevano di aver finanziato l’Agrifactoring, in quanto azioniste di maggioranza di questa società erano due banche italiane, ritenendo che, come accade, in qualsiasi parte del mondo, quando si finanzia un’istituzione che ha come soci banche di primaria importanza, queste garantiscono per la società. E’ una questione di fair play tra banche. In questo caso, non vale più il discorso di far fallire la società in quanto i soci non sono tenuti a pagare e così via. Come si sa in casi del genere, vengono pagati i debiti della società, anche se vanno oltre la dimensione del capitale sociale. La Banca Nazionale del Lavoro, il Banco di Santo Spirito e forse qualche altra banca si comportarono in quella circostanza come credo avrebbero fatto tutte le altre banche, cioè pagarono. In questo senso si postergarono nei loro crediti rispetto alle banche estere per consentire a queste ultime di rientrare. Direi, però, che si tratta di una questione che sfiora appena il problema più generale della Federconsorzi. Anche se non fosse accaduto il dissesto della Federconsorzi, ma ci fosse stato solo quello dell’Agrifactoring, le cose sarebbero andate in quel modo. Non c’è relazione.

VENETO Gaetano. Mi permetta di collaborare, sempre per aiutarla a ricordare e per darle una mano, professore.

Nel verbale del consiglio di amministrazione del Banco di Santo Spirito del 2 dicembre 1991, da lei presieduto, è scritto invece: "Le ripercussioni della vicenda Federconsorzi sulla situazione di Agrifactoring sono già state illustrate nella seduta del 29 luglio 1991" quindi non è vero che non esiste una relazione. Si sente il peso della vicenda Federconsorzi che porta a dire chiudiamo Agrifactoring e paghiamo le banche estere.

CAPALDO. La crisi dell’Agrifactoring è, in un certo senso, il riflesso della crisi Federconsorzi. Comunque, sta di fatto che Agrifactoring è in crisi, le banche socie di Agrifactoring si danno da fare perché questa onori i propri debiti, tanto più che questi sono contratti verso banche estere che non tollererebbero una situazione di quel tipo. Diversamente, le banche perderebbero credito anche sui mercati internazionali.

Direi, dunque, che tutto ciò non entra nella nostra vicenda. Le puntualizzazioni che lei ha fatto sul ruolo dell’ABI le accetto, anche se voglio precisare che, quanto ho sostenuto nella precedente audizione, in fondo andava nella stessa direzione. L’ABI, finchè la Federconsorzi non è andata in crisi, non esisteva. Certamente è esistita, successivamente, perché tutte le banche, di fronte ad un commissariamento che rappresentava, in un certo senso, il segnale che lo Stato non stava più dietro la Federconsorzi – passatemi queste espressioni atecniche – a quel punto sono entrate in fibrillazione. L’ABI, che in qualche modo rappresenta il sistema bancario, si è organizzata e quindi certamente ha tenuto numerose riunioni.

PRESIDENTE. Consentitemi di fare una riflessione finale in merito all’audizione del professor Capaldo. Credo che la costruzione sulla quale si basa la richiesta di rinvio a giudizio del tribunale di Perugia (che è uno dei primi atti che la Commissione ha esaminato con tutta la documentazione allegata) faccia versare o tenda a far versare la nostra Commissione d’inchiesta - che ha sì i poteri della magistratura, ma va al di là dei limiti posti al magistrato penale - e possa essere condizionante quell’accertamento che la magistratura penale, per il campo ristrettissimo dell’individuazione delle responsabilità penali, può determinare sui lavori di questa Commissione. Da ciò nasce una situazione pregiudizievole di cui mi faccio portatore, senza però svelare il retropensiero al quale facevo dianzi riferimento, rivolgendomi all’onorevole Mancuso.

Tale situazione pregiudizievole fa postulare all’accusa una circolarità di rapporti ed, in tal senso, intendo riferirmi a ciò che era l’indebitamento incontrollato del sistema bancario nei confronti della Federconsorzi; all’idea del commissariamento del ministro Goria che aveva potuto suggerire anche il concordato preventivo; alla compartecipazione del tribunale fallimentare attraverso l’insistita attività - omissiva o commissiva - del relatore, oggi imputato, ed altresì (per quello che emerge dalla richiesta di rinvio a giudizio) al rifiuto da parte di costui di esaminare altre richieste di valutazione dell’intero complesso immobiliare e patrimoniale della Federconsorzi.

Ebbene, torno a ribadire che tutte queste situazioni fanno postulare all’accusa una circolarità di rapporti tra l’ex ante il commissariamento e l’ex post.

Ciò crea una situazione di costruzione dell’accusa per cui - avendo responsabilità circolari tra di loro - si vorrebbe sullo stesso banco degli accusati sia chi prestò consulenze alla Federconsorzi, che chi determinò il concordato preventivo ed infine, chi costituì la S.G.R. per la cessio bonorum.

Infatti, attraverso l’analisi della costruzione dell’accusa