|
In affari con la Zecca e le coop Patti commerciali verso la Polonia con i soldi dell'Europa
|
| Sfogliando tra i verbali dei comitati esecutivi della holding, si legge di un comitato misto Copa-Cogeca, un meccanismo costruito per gestire gli aiuti comunitari alla Polonia e all'Ungheria, 300 milioni di Ecu in tutto, 600 miliardi di lire, più o meno. «In seguito agli accordi tra Commissione Cee e autorità polacche - spiega il presidente, Luigi Scotti, nell'autunno del '90 - si è giunti nel quadro del programma comunitario Phare alla costituzione di un Comitato di coordinamento misto per il settore agroalimentare tra la Polonia e le organizzazioni appartenenti al Copa-Cogeca».Gratis? Noo. «Il Comitato, che godrà di un sostegno economico-finanziario da parte della Comunità, avrà come scopo lo sviluppo dei rapporti economico-commerciali tra le parti». E ora attenti bene: «Per usufruire delle opportunità (leggi soldi, ndr) che verranno offerte dal suddetto Comitato - prosegue l'ineffabile Scotti - si intende costituire un Gruppo europeo di interesse economico (Geie) nell'ambito del quale potranno essere costituite società per scopi commerciali particolari». Quali, signor presidente? Per capirlo basta sapere che il Geie «sarà costituito dalle singole società operative delle centrali cooperative e organizzazioni facenti parte del Cogeca». Ed ecco il cuore del discorso: «Le organizzazioni interessate: la Confcooperative (tramite Mediacoop), la Lega (con Intercoop) e la Rest Italia. E Fedit, che ruolo voleva giocare: «L'interesse di Federconsorzi - faceva mettere persino a verbale Scotti - potrebbe concernere scambi commerciali di materie prime, di prodotti trasformati, mangimistica, importazione di giovani bovini...». Ma quella di mettersi in affari con le coop bianche e rosse, andando a rimorchio dei contributi europei, non è sta l'unica trovata manageriale. Che dire della partecipazione di Fedit alle attività della "sconosciuta" Agritrade, società con lo scopo di promuovere la commercializzazione del prodotto italiano all'estero? Sicuramente però l'accordo più curioso riguarda il matrimonio con la Zecca dello Stato per mettere a punto «tecniche colturali del kenaf quale materia prima per la produzione della cellulosa, in alternativa a quella proveniente dai settori di approvvigionamento tradizionali». Morale? Campi di sperimentazione in Puglia, che poi si allargarono alla coltivazione dello jojoba, con il benestare di Confagricoltura. I risultati? «Un accordo di collaborazione che si avvalga altresì di finanziamenti pubblici e comunitari». Intanto della jojoba o del kefar neanche più l'ombra. Nello stesso anno, e siamo nel maggio del '90, nelle sedute dei comitati esecutivi si parla della strana vicenda dei vitelli transitati sulle carte del consorzio agrario di Perugia, centomila capi scomparsi tra l'85 e il '90. Una premessa: le indagini partirono solo nel '93 dalla procura umbra, quella stessa che avrebbe emesso nel '96 sette avvisi di garanzia per la vendita del patrimonio Fedit alla Sgr (nel mirino anche il presidente del tribunale fallimentare di Roma, Ivo Greco, che sovrintese le operazioni).Torniamo però ai vitelli. Il direttore generale, Silvio Pellizzoni, in merito alle segnalazioni sui bovini scomparsi, precisava al comitato esecutivo: «Dopo la complessa istruttoria (...) il risultato è stato di una complessiva, almeno apparente, regolarità dell'operazione (100mila capi svaniti nel nulla, ndr), regolarità accertata dalla Guardia di Finanza. L'operazione contempla il finanziamento della Federazione e i ricarichi sulla vendita dei bovini a favore del consorzio e della Fedit stessa». Sicuro? Ecco la sequenza delle scatole cinese, come venne in seguito accertato dai magistrati perugini. Le cooperative Caso e Ceas organizzarono un'attività di importazione di vitelli virtuali dalla Francia. I consorzi li acquistavano dalla Ceas, in cambio ricevevano cambiali a quattro mesi poi scontate nelle banche locali. Ma non durò molto. Al posto delle banche subentrò la finanziaria Fedit, Agrifactoring. La Caso, non potendo pagare, faceva intervenire la Ceas che, di nuovo, emetteva fatture per coprire gli effetti in scadenza e il cap a sua volta rivendeva i vitelli alla Caso. Un giro di soldi, veri, per animali mai nati, bloccato dalle carte, ufficiali, della magistratura. |