L’istituzione della Commissione di inchiesta
La Commissione parlamentare d’inchiesta sul dissesto della Federazione italiana dei consorzi agrari è stata istituita con la legge 2 marzo 1998, n. 33, dopo che nelle precedenti legislature alcune proposte di legge in tal senso non avevano concluso il loro iter parlamentare.
La legge approvata dal Parlamento trae origine da due distinte proposte di legge presentate nella XIII legislatura rispettivamente dai deputati Poli Bortone (AC 1183) e Comino (AC 1422), le quali prevedevano l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul dissesto della Federazione italiana dei consorzi agrari con lo scopo di esaminare le attività, la gestione e la situazione economico-finanziaria della Federconsorzi e contestualmente di accertare le cause, le responsabilità e le conseguenze del dissesto finanziario che ha colpito tale organizzazione. In base alla proposta di legge Poli Bortone, la Commissione avrebbe dovuto altresì valutare la conseguente azione di dismissione, mentre la proposta di legge Comino prevedeva che essa accertasse le procedure seguite dalla Società Gestione per il Realizzo (SGR) per il pagamento dei creditori e per le successive cessioni immobiliari.
Le due proposte sono state assegnate alla XIII Commissione permanente della Camera dei deputati per l’esame in sede referente, iniziato il 24 settembre 1996 e conclusosi il 3 ottobre 1996 conferendo mandato al relatore a riferire in senso favorevole in Assemblea sul testo unificato. L’esame in Assemblea, conclusosi in data 15 gennaio 1997, ha poi condotto all’approvazione, con il voto favorevole di tutti i Gruppi parlamentari, del testo licenziato dalla Commissione.
Nella relazione presentata dalla XIII Commissione permanente della Camera dei deputati all’Assemblea l’8 ottobre 1996, si evidenzia come le vicende, l’organizzazione, le attività della Federconsorzi siano state poste più volte all’attenzione dei parlamentari nelle passate legislature: tuttavia, la disponibilità di materiali, spesso incompleti, dispersi, eterogenei, irregolarmente distribuiti nel tempo, non ha consentito di delineare un quadro completo della realtà in cui ha operato la Federconsorzi. La stessa relazione della Commissione di indagine ministeriale, nominata dal Ministro delle risorse agricole, alimentari e forestali nell’ottobre 1994 per accertare le cause del dissesto finanziario che ha portato al fallimento della Federconsorzi, è da ritenersi piuttosto deludente, almeno in rapporto alle attese del mondo agricolo. Essa, comunque, denuncia, anche se in forma molto sintetica, le rilevanti responsabilità degli amministratori della Federconsorzi, del Collegio sindacale e soprattutto degli organi ministeriali ai quali spettavano compiti di vigilanza e di controllo.
Appaiono pertanto più che legittimi - ad avviso della Commissione agricoltura della Camera - alcuni interrogativi da tempo posti sulle cause del dissesto della Federconsorzi e sull’azione di dismissione a ciò conseguente e segnatamente:
Il testo unificato delle proposte di legge n. 1183 e n. 1422 ha subito delle modiche durante l’esame presso il Senato ed è stato nuovamente sottoposto al vaglio della Camera dei deputati per l’approvazione definitiva.
Il testo approvato dalla Camera prevedeva, all’articolo 1, l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul dissesto della Federazione italiana dei consorzi agrari, il cui scopo doveva essere quello di esaminare le attività, la gestione e la situazione economico-finanziaria della Federconsorzi e contestualmente accertare le cause, le responsabilità e le conseguenze del dissesto finanziario che ha colpito tale organizzazione. Inoltre, al comma 1, lett. c), si prevedeva la Commissione dovesse valutare la conseguente azione di dismissione dell’ente e, più specificamente, che essa accertasse le procedure seguite dalla SGR per la liquidazione del patrimonio e per il pagamento dei creditori e le successive cessioni immobiliari.
Tale articolo 1 è stato modificato dal Senato innanzitutto al comma 1, lett. a), con l’introduzione della previsione normativa che ha circoscritto l’arco temporale dell’indagine agli ultimi dieci anni dell’attività della Federconsorzi (1982-1991). Tuttavia questa limitazione temporale non rappresenta - come sottolineato dal relatore Fusillo - una sostanziale modifica al provvedimento approvato dalla Camera in quanto, sempre all’articolo 1, sono aggiunti due commi che conferiscono alla Commissione il potere di esplorare anche la fase che va dal 1991 ad oggi.
Infatti, sulla scorta del dibattito svoltosi alla Camera sulla necessità che l'inchiesta affidata alla Commissione si dispiegasse anche nella direzione di valutare le conseguenze del dissesto sotto il profilo dell’azione di dismissione intrapresa, nonché delle procedure seguite dalla SGR, il Senato ha ritenuto che l’attualità e l’interesse della materia potessero essere forniti anche dalla considerazione delle vicende legate più da vicino al commissariamento della Federconsorzi e, in tale ottica, è stato approvato un emendamento che ha integrato l’articolo 1 del provvedimento facendo esplicito riferimento all’attività dei commissari governativi, alla scelta del concordato preventivo, all’autorizzazione alla vendita in massa dei beni ad un unico offerente, in modo da raccordarsi, temporalmente, alla fase di liquidazione del patrimonio presa in considerazione dal testo approvato dalla Camera dei deputati. In sostanza si è ritenuto che andasse valutato il carattere di novità impresso alla liquidazione con la vendita in blocco dei beni, pur in presenza del loro eccezionale valore e senza la garanzia per l’imprenditore interessato dell’espletamento di apposite gare. Il dibattito al riguardo svoltosi presso il Senato ha evidenziato come la scelta di ampliare l’oggetto dell’inchiesta della Commissione sia dettata dalla necessità di stabilire con certezza se l’esposizione debitoria della Fedit poteva giustificare l’adozione della procedura di concordato preventivo con cessione dei beni in luogo della liquidazione coatta amministrativa.
Sempre in sede di esame da parte del Senato, è stata aggiunta una lettera e), che attribuisce alla Commissione anche il compito di approfondire le circostanze che hanno portato alla liquidazione del patrimonio di buona parte dei consorzi agrari, verificandone la situazione economico-finanziaria nonché le ragioni, le modalità e i tempi del ricorso alle procedure di liquidazione o di commissariamento dei consorzi agrari in stato di liquidazione coatta amministrativa o di commissariamento.
2. Costituzione ed organizzazione interna
L’articolo 2 della legge istitutiva prevede che la Commissione sia composta da venti deputati e da venti senatori. Tale disposizione è il frutto di una modifica apportata dal Senato al testo licenziato dalla Camera - nel quale si prevedeva che la Commissione fosse formata da quindici deputati e da quindici senatori - al fine di assicurare la piena rappresentatività di tutti i Gruppi parlamentari.
Nella seduta del 16 dicembre 1998, la Commissione ha proceduto alla prima votazione per la costituzione dell'Ufficio di Presidenza, votazione che tuttavia non ha dato esito, essendosi constatata la mancanza del numero legale. Va precisato che l'articolo 2 della legge istitutiva prevede che "la Commissione, nella prima seduta, elegge al suo interno il presidente, due vicepresidenti e due segretari a maggioranza assoluta dei componenti". Considerato che la norma citata prescrive espressamente il requisito della maggioranza dei componenti per l'elezione "nella prima seduta", i Presidenti delle Camere, con lettera del 17 dicembre 1998, indirizzata al deputato Gaetano Veneto, presidente provvisorio, hanno ritenuto che la medesima debba interpretarsi nel senso che, nelle sedute successive alla prima, si adottano gli ordinari criteri previsti al riguardo dai Regolamenti delle Camere e, nel caso di specie, dal Regolamento della Camera dei deputati.
La Commissione è stata quindi nuovamente convocata il 13 gennaio 1999 per la costituzione dell'Ufficio di Presidenza; sono risultati eletti presidente, il senatore Melchiorre Cirami, vicepresidenti, i senatori Antonino Caruso e Stelio De Carolis, e segretari, i deputati Michele Abbate e Filippo Misuraca. L'insediamento effettivo della Commissione è quindi avvenuto quasi un anno dopo l'approvazione della legge istitutiva. Tale circostanza ha ridotto i tempi a disposizione per l'indagine e ha contribuito a motivare le richieste di proroga dei lavori, cui si accennerà successivamente.
Nella seduta del 28 gennaio 1999 la Commissione ha discusso ed approvato, ai sensi dell’articolo 3 della legge istitutiva, il Regolamento interno.
La Commissione ha ritenuto altresì di adottare, al pari di altre Commissioni di inchiesta, un proprio regolamento per la classificazione degli atti acquisiti o formati nel corso dell’inchiesta, tenuto conto dei poteri e delle finalità ad essa propri. Pertanto, nella seduta del 16 marzo 1999, è stato approvato uno schema di regolamento che prevede, in modo analitico, la complessa casistica che può presentarsi, al fine di evitare, con appropriate norme, il rischio di fuga di notizie o di conflitti con altre autorità, anche allo scopo di tutelare l’immagine della Commissione e di garantire l’efficacia dell’inchiesta.
Nella stessa seduta del 16 marzo 1999 sono stati istituiti tre gruppi di lavoro con compiti di ricerca, di acquisizione conoscitiva, di istruzione e di proposta rivolta al plenum.
In particolare, il primo gruppo di lavoro, coordinato dal senatore Magnalbò ed incaricato di esaminare le attività, la gestione e la situazione economico-finanziaria della Federconsorzi dal 1982 al 1991 e di accertare le cause, le responsabilità e le conseguenze del dissesto che ha colpito la Fedit, ha inteso incentrare la propria attività d’approfondimento e di acquisizione conoscitiva sui seguenti aspetti:
In data 30 novembre 2000, il coordinatore di tale gruppo di lavoro ha presentato una relazione sull’attività di acquisizione conoscitiva svolta, che è stata esaminata dalla Commissione nella seduta del 31 gennaio 2001.
Il secondo gruppo di lavoro, coordinato dal senatore D’Alì, al quale è stato affidato il compito di verificare le condizioni di ammissione della Federconsorzi alla procedura di concordato preventivo, i presupposti per la vendita in massa dei beni e la congruità del prezzo offerto dalla Società Gestione per il Realizzo (SGR spa) nonché di valutare l’azione di dismissione conseguente al dissesto e le procedure seguite dalla SGR per la liquidazione del patrimonio e per il pagamento dei creditori e le successive cessioni immobiliari, ha proposto una serie di audizioni, al fine di valutare se l'azione di dismissione conseguente al dissesto abbia provocato un effettivo danno economico ai creditori Fedit e alla rete di consorzi e ha altresì incaricato due ufficiali della Guardia di finanza, collaboratori a tempo pieno della Commissione, di analizzare l'azione di dismissione e le procedure seguite dalla SGR per la liquidazione del patrimonio immobiliare e finanziario della Federconsorzi attraverso l’esame della documentazione trasmessa dalla SGR, dei bilanci di questa, nonché dei dati ottenuti sia interrogando gli archivi dell'anagrafe tributaria, sia delegando accertamenti ai reparti operativi della Guardia di finanza.
I risultati di tale attività di acquisizione conoscitiva sono stati sottoposti alla Commissione nella seduta del 22 novembre 2000.
Infine, il terzo gruppo di lavoro, coordinato dal senatore Pasquini, al quale è spettato il compito di verificare la situazione economico-finanziaria, nonché le ragioni, le modalità e i tempi del ricorso alle procedure di liquidazione o commissariamento dei consorzi agrari in stato di liquidazione coatta amministrativa o di commissariamento, ha suggerito una serie di acquisizioni documentali presso i consorzi agrari al fine di verificare la situazione economico-finanziaria di questi ultimi: tali acquisizioni sono state attentamente vagliate da tre dottori commercialisti, collaboratori della Commissione.
La Commissione, ai sensi dell’articolo 5 della legge istitutiva, nella seduta del 16 marzo 1999, ha designato infatti un ristretto numero di consulenti chiamati ad assicurare la loro opera in modo continuativo ed esclusivo al servizio della Commissione, previo distacco dalle Amministrazioni di provenienza. Nella stessa seduta e in quelle del 25 maggio, del 23 settembre 1999 e del 30 marzo 2000, la Commissione ha altresì individuato taluni esperti qualificati ai quali richiedere consulenze in forma non continuativa su specifiche questioni.
Nonostante la tempestività con la quale la Commissione ha proceduto alla designazione dei consulenti "a tempo pieno", si sono registrati notevoli ritardi nei provvedimenti di distacco dalle Amministrazioni di provenienza. A tale circostanza, si è aggiunta la laboriosa fase di sistemazione, anche sotto il profilo logistico, degli uffici della Commissione, che ha indubbiamente determinato, all’avvio dell’attività, difficoltà operative.
L’arco temporale inizialmente accordato per la conclusione dell’inchiesta è apparso subito insufficiente soprattutto se comparato all’ampiezza e alla complessità del compiti assegnati, peraltro ulteriormente estesi, in sede di approvazione definitiva da parte del Senato, anche alle vicende legate più da vicino al commissariamento della Federconsorzi (attività dei commissari governativi, scelta del concordato preventivo, autorizzazione alla vendita in massa dei beni ad un unico offerente) e all'esame della situazione economico-finanziaria dei consorzi agrari.
La Commissione ha inoltre incontrato sin dall’inizio notevoli difficoltà nel lavoro di reperimento della documentazione necessaria all'inchiesta, sia per quanto riguarda i documenti della Federconsorzi - spesso incompleti, dispersi in più archivi, in alcuni casi in cattivo stato di conservazione, sottoposti in parte a due distinti sequestri, rispettivamente disposti dalla Procura di Roma e da quella di Perugia - che per quelli dei consorzi agrari, che sono stati trasmessi con ritardo e spesso in maniera incompleta.
Alle difficoltà operative prima indicate si sono aggiunte scadenze istituzionali e politiche, intervenute nel periodo di avvio dei lavori, che hanno contribuito a rendere meno serrato il procedere dell'inchiesta.
Nel prosieguo dei lavori, la Commissione ha avviato un fitto programma di lavori, concretatosi nello svolgimento di numerose audizioni e nell'acquisizione di importanti elementi conoscitivi.
Come si è detto, l'articolo 9, comma 1, della legge istitutiva prevedeva che la Commissione concludesse i propri lavori entro otto mesi dalla data della sua costituzione, avvenuta il 13 gennaio 1999.
Al fine di approfondire i filoni di inchiesta avviati, è stata avvertita la necessità di chiedere al Parlamento una prima proroga dei lavori della Commissione sino al 31 ottobre 2000, proroga che è stata disposta con la legge 17 agosto 1999, n. 291.
Tale ulteriore arco temporale si è rivelato tuttavia insufficiente per esaurire l'esame di tematiche particolarmente complesse e per giungere a conclusioni definitive. Si è infatti avvertita l'assoluta necessità di procedere a nuovi accertamenti e ad ulteriori audizioni, al fine di assicurare una panoramica quanto più possibile ampia e completa delle posizioni in gioco, prevenendo il rischio - particolarmente insidioso in una vicenda così complessa - di prospettazioni parziali e fuorvianti.
Il disegno di legge di proroga - sottoscritto dai rappresentanti di tutti i Gruppi presenti in Commissione - indicava nella fine della legislatura l'ulteriore termine per la conclusione dei lavori della Commissione. Nonostante la rapida approvazione, in sede deliberante, da parte della IX Commissione permanente del Senato, il provvedimento incontrava inspiegabili ostacoli presso l'altro ramo del Parlamento che, infine, provvedeva a licenziarlo fissando tuttavia il suddetto termine al 28 febbraio 2001 con ciò acuendo quella contraddizione tra ampiezza e complessità dei quesiti e tempi assegnati, già evidenziata. Dopo il necessario passaggio al Senato per l'approvazione definitiva, veniva finalmente promulgata la legge n. 352 del 20 novembre 2000.
Il nuovo termine fissato al 28 febbraio 2001 ha consentito alla Commissione di proseguire i suoi lavori senza tuttavia permetterle di approfondire ed esaurire tutti i filoni di indagine aperti, come sarà evidenziato nei singoli capitoli della presente relazione.
3. Attività: le audizioni e le acquisizioni documentali; gli incarichi di collaborazione affidati
Per lo svolgimento dei compiti ad essa affidati, la Commissione ha effettuato un rilevante numero di audizioni, alcune delle quali si sono protratte per più di una seduta, e ha raccolto una imponente documentazione.
Le audizioni svolte hanno consentito di avviare una ricognizione di carattere generale sull’oggetto dell’inchiesta e di acquisire elementi utili direttamente da coloro che, a vario titolo, hanno svolto un ruolo di rilievo nella vicenda Federconsorzi.
In via preliminare, la Commissione - pur consapevole che l'inchiesta parlamentare ha ambiti distinti da quella penale e deve svilupparsi nel più rigoroso rispetto dell'autonomia dell'autorità giudiziaria - ha ritenuto opportuno ascoltare i magistrati titolari di inchieste sulla Federconsorzi, al fine di acquisire informazioni utili sullo stato dei procedimenti e di avviare un fecondo rapporto di collaborazione. Pertanto, sull'inchiesta riguardante la fase successiva al commissariamento della Federconsorzi, sono stati ascoltati il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Perugia, dottor Miriano, e il sostituto procuratore, dottor Razzi; mentre sull'indagine penale riguardante la fase antecedente al commissariamento, sono stati ascoltati il procuratore della Repubblica di Roma, dottor Vecchione, e i sostituti procuratori dottori Nebbioso e Catalani.
Al fine di dare risposta al quesito posto alla Commissione dalla legge istitutiva circa le cause, le responsabilità e le conseguenze del dissesto della Federconsorzi, la Commissione ha proceduto ad ascoltare i titolari, nel periodo oggetto dell’inchiesta parlamentare, del Ministero dell’agricoltura, cui spettava la vigilanza sulla Federconsorzi e sui consorzi agrari, in base al decreto legislativo n. 1235 del 7 maggio 1948, e cioè il dottor Filippo Maria Pandolfi, ministro dell'agricoltura dal 1983 al 1988; l'avvocato Gianni Angelo Fontana, ministro dell'agricoltura dal 1992 al 1993, il dottor Alfredo Luigi Diana, ministro dell'agricoltura dal 1993 al 1994 e l’avvocato Calogero Antonio Mannino, ministro dell’agricoltura dal 1° dicembre 1982 al 30 agosto 1983 e dal 13 aprile 1988 al 27 luglio 1990. In quest’ottica si è ritenuto altresì opportuno ascoltare i dirigenti e i funzionari dello stesso Ministero che, dal 1982 ad oggi, sono stati preposti alla Direzione competente in materia di vigilanza. Tale ricognizione è stata completata con l’audizione, svoltasi nella seduta antimeridiana del 6 dicembre 2000, dell’assessore all’agricoltura e foreste della regione Sicilia, onorevole Salvatore Cuffaro, cui spetta, ai sensi dell’articolo 1 del decreto legislativo 7 maggio 1948, n. 789 e dell'articolo 3 della legge regionale 8 luglio 1948 n. 35, la vigilanza sui consorzi agrari siciliani. La Commissione ha inteso inoltre ascoltare il ministro delle politiche agricole e forestali attualmente in carica, onorevole Alfonso Pecoraro Scanio, sui presupposti e sullo stato di attuazione della recente legge n. 410 del 28 ottobre 1999, che reca un nuovo ordinamento dei consorzi agrari.
La Commissione ha quindi proceduto alle audizioni dell'onorevole Arcangelo Lobianco, già presidente della Coldiretti, e del dottor Stefano Wallner, già presidente della Confagricoltura, in modo da esplorare il ruolo svolto dalle due organizzazioni professionali nella gestione del sistema federconsortile. Si è ritenuto quindi di acquisire le valutazioni del ragionier Luigi Scotti, che ha rivestito la carica di direttore generale della Federconsorzi dal 1982 al 1989 e di presidente della stessa dal 1989 alla data del commissariamento.
E’ stato quindi ripetutamente ascoltato, per la valutazione delle condizioni della Federconsorzi alla data del commissariamento, il dottor Silvio Pellizzoni, succeduto al ragionier Scotti nella carica di direttore generale della Fedit.
Con l’intento di approfondire le vicende strettamente collegate alla decisione di commissariare la Federconsorzi, sono stati ascoltati il presidente del Consiglio pro tempore, senatore Giulio Andreotti; il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dell'epoca, dottor Adolfo Cristofori; l’allora sottosegretario all'agricoltura, signor Maurizio Noci, e il capo di Gabinetto del ministro dell'agricoltura Goria, dottor Riccardo Virgilio.
Sui temi del commissariamento e della gestione commissariale sono stati altresì ascoltati Giovanni Robusti, ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'AIMA, l'avvocato dello Stato Francesco Lettera, ex commissario governativo della Federconsorzi, il dottor Paolo Bambara, direttore generale della Federconsorzi dopo il commissariamento, e il dottor Giorgio Cigliana, primo commissario governativo della Federconsorzi insieme al professor Gambino e al dottor Locatelli.
Al fine di corrispondere al quesito posto alla Commissione dalla legge istitutiva circa le condizioni di ammissione della Federconsorzi alla procedura di concordato preventivo, i presupposti per la vendita in massa dei beni e la congruità del prezzo offerto dalla SGR spa (Società Gestione per il Realizzo), sono stati ascoltati il professor Pellegrino Capaldo, presidente della SGR dalla costituzione all’aprile del 1994, il ragionier Cesare Geronzi, presidente della Banca di Roma, il dottor Gianmario Roveraro, l'avvocato Mario Casella, il professor Francesco Carbonetti, attuale presidente della SGR, e il dottor Antonio Rossetti, direttore generale della stessa. Tale aspetto della vicenda è stato altresì approfondito analizzando il ruolo svolto dalla sezione fallimentare del tribunale di Roma: sono stati pertanto ascoltati il dottor Ivo Greco, presidente della stessa e giudice delegato pro tempore del concordato preventivo della Federconsorzi, nonché i magistrati Fiammetta De Vitis, Paolo Celotti, Fausto Severini, Umberto Apice e Giovanna De Virgiliis, che si sono avvicendati, negli anni 1991-93, quali componenti del Collegio giudicante nella procedura di concordato preventivo.
La Commissione ha quindi avvertito l’esigenza di verificare lo stato e gli effetti della liquidazione Federconsorzi per poter formulare un giudizio globale sul concordato preventivo e sulla cessione dei beni alla società SGR mediante il negozio giuridico denominato "atto-quadro", ascoltando l’attuale commissario giudiziale, dottor Pasquale Musco, e il presidente anziano della sezione fallimentare del tribunale di Roma, dottor Giovanni Briasco, il presidente del Collegio giudicante, dottor Anacleto Grimaldi, e l’attuale giudice delegato della procedura, dottor Emilio Norelli.
Al fine di verificare la situazione economica e finanziaria in cui si trovava la Federconsorzi negli anni immediatamente precedenti il commissariamento, la Commissione ha ritenuto di acquisire ulteriori elementi conoscitivi procedendo alle audizioni dei professori Agostino Cattaneo e Giuseppe Pavan - incaricati dalla Federconsorzi di eseguire un’indagine conoscitiva sul bilancio della Fedit del 1988 che si trasfuse in una relazione datata agosto 1989 - nonché all’audizione della professoressa Maria Martellini, la quale fece parte di una commissione di esperti incaricata dai primi commissari governativi di analizzare i bilanci della Fedit relativi agli esercizi 1986-1990.
La Commissione ha quindi approfondito il ruolo della Banca d'Italia e delle banche, italiane ed estere, creditrici della Federconsorzi, ascoltando il dottor Claudio Clemente, direttore principale della Vigilanza sugli enti creditizi della Banca d'Italia, il dottor Guido Rosa, Presidente dell'Associazione italiana banche estere (AIBE), nonché l’avvocato Enrico Granata, direttore centrale dell'Associazione bancaria italiana (ABI).
Come già evidenziato, parallelamente allo svolgimento delle audizioni, la Commissione ha proceduto all'acquisizione di una imponente documentazione, necessaria ai fini dell'attività istruttoria demandata ai gruppi di lavoro. In particolare, sono stati acquisiti la relazione, con i relativi allegati, della Commissione ministeriale di indagine ed i fascicoli dei procedimenti penali pendenti a Roma e Perugia; sono state inoltre raccolte informazioni presso le Procure della Repubblica in ordine ad eventuali ulteriori procedimenti penali riguardanti la Federconsorzi e i consorzi agrari; si è provveduto ad acquisire dalla SGR dati riguardanti i beni immobili e le partecipazioni cedute, nonché i crediti vantati nei confronti dei consorzi agrari; sono state ottenute informazioni dalle banche creditrici della Fedit sulla natura, l'entità e l'evoluzione del rapporto creditizio; sono state infine raccolte le valutazioni, corredate da documentazione di supporto, dei legali rappresentanti dei consorzi agrari in ordine alla situazione economico-finanziaria di questi ultimi e ai rapporti con la Federconsorzi e il sistema bancario.
Documentazione è stata altresì trasmessa dal Ministero delle politiche agricole e forestali, dall'Associazione bancaria italiana, dalla Banca d'Italia, dal tribunale fallimentare di Roma, dal commissario governativo e dal liquidatore giudiziale della Federconsorzi, dai soci della SGR, nonché dai soggetti che, a vario titolo, sono stati ascoltati dalla Commissione.
Per l'esame e la valutazione del cospicuo materiale documentario si è reso necessario affidare ad esperti incarichi di studio e di ricerca. E' evidente, infatti, che l’indagine affidata alla Commissione richiede particolari e specifiche cognizioni giuridiche e tecnico-contabili che, per loro natura, necessitano di approfondimenti di non breve durata per assicurare risultati soddisfacenti.
In particolare, al fine di accertare le cause e le responsabilità del dissesto, è stato conferito a tre esperti, il professor Claudio De’ Giovanni, il dottor Gaspare Marcucci e il ragionier Francesco Picone, l’incarico di procedere ad un'analisi comparata ed evolutiva dei bilanci della Federconsorzi dal 1982 alla data del commissariamento, basata sugli indici di valutazione universalmente conosciuti.
Al fine di dare risposta alle questioni relative alla fase successiva al commissariamento, si è provveduto ad incaricare due magistrati, il dottor Domenico Parisi e il dottor Edoardo Monti, e due docenti universitari, il professor Alberto Stagno d’Alcontres e il professor Fabrizio Criscuolo, della stesura di uno studio avente ad oggetto i profili di legittimità della procedura concorsuale e delle opzioni liquidatorie, nonché la natura giuridica del negozio definito "atto-quadro", la legittimità o anomalia dello stesso e le sue finalità nel contesto della procedura concorsuale.
Allo scopo di esaminare la documentazione trasmessa alla Commissione dai consorzi agrari, tre commercialisti, i dottori Fabrizio Murri, Paolo Sgattoni e Francesco Verdicchio, sono stati incaricati di compiere una analisi sulla evoluzione delle condizioni economiche e finanziarie di ciascuno di essi, comparandole tra loro e delineandone i profili comuni essenziali, nonché di verificare le scelte gestionali più significative assunte dagli amministratori e di esprimersi sulla adeguatezza dei controlli esercitati dai Collegi sindacali dei consorzi e dal Ministero dell'agricoltura.
La Commissione ha inoltre ritenuto opportuno approfondire la tematica degli ammassi, affidando ad un consigliere della Corte dei conti, il dottor Francesco Paolo Romanelli, l'incarico di analizzare le ragioni, la tipologia e l'ammontare complessivo dei crediti dei consorzi agrari e della Federconsorzi nei confronti dello Stato rimasti insoddisfatti; le ragioni, la tipologia e l'ammontare complessivo dei crediti vantati dalla Banca d'Italia rimasti insoddisfatti; la natura e i risultati dei controlli esercitati sui predetti crediti dalla Corte di conti.
Infine, è stata avvertita l’esigenza di affidare ad un tecnico, il dottor Giovanni Volpe, l’analisi della documentazione trasmessa dalle banche creditrici della Fedit con l’intento di ricostruire l'evoluzione cronologica, qualitativa e quantitativa del rapporto creditizio, nonché la progressione del rischio creditizio; di comparare i tassi di interessi passivi praticati alla Federconsorzi per ciascun anno e i tassi di interessi passivi prime rate ABI; di analizzare l'adeguatezza delle istruttorie tecniche; di determinare, per ciascun anno, l'entità di utilizzazione degli affidamenti da parte della Fedit; di stabilire, con riferimento alla data del 17 maggio 1991, la tipologia e l'entità delle linee di credito di cui la Federconsorzi godeva e poteva godere con l'utilizzo pieno degli affidamenti.
Per un elenco completo delle audizioni svolte e dei documenti acquisiti e trasmessi si rinvia all’allegato 3 di questa relazione. Nell'allegato 1 è invece inserita una cronologia essenziale degli eventi dal 1984 ad oggi, mentre nell'allegato 2 sono riportati i nominativi dei Presidenti del Consiglio e dei Ministri dell'agricoltura succedutisi dal 1982 al 1993, nonché degli organi di vertice della Federconsorzi, dal 1982 al commissariamento, e degli attuali responsabili dei consorzi agrari.
4. L'impostazione metodologica seguita
Le fasi dell’inchiesta risultano di massima delimitabili, cronologicamente e logicamente, come segue.
Come già evidenziato, la materia che costituisce oggetto dell’indagine affidata dal Parlamento a questa Commissione ha dato luogo a due importanti procedimenti penali tuttora pendenti presso gli Uffici giudiziari di Roma e Perugia ed è stata in parte già esaminata da una Commissione di indagine istituita presso l'allora Ministero dell’agricoltura.
La Commissione ha dovuto procedere, pertanto, per assolvere il mandato investigativo affidatole, ad acquisire la documentazione relativa ai processi penali ed all’audizione di magistrati e indagati, nel più assoluto rispetto dell’autonomia degli accertamenti giudiziari.
Ha, altresì, tenuto presenti i risultati dell’indagine voluta dal Ministro delle politiche agricole, Poli Bortone, e si è avvalsa, per lo sviluppo di molte specifiche tematiche, a gruppi di qualificati tecnici.
Tenuto conto di tali connotazioni si è, pertanto, ritenuto di procedere ad esporre sia la ricostruzione, spesso necessariamente tecnica, dei fatti accertati, sia le conclusioni politiche raggiunte sui singoli punti, in modo da consentire al Parlamento un giudizio il più possibile completo sui risultati conseguiti.
Nei singoli capitoli saranno altresì evidenziati ulteriori singoli spunti di indagine che, unitamente ai quesiti risolti, potranno essere oggetto di valutazione sia da parte del Parlamento che dell'autorità giudiziaria.
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Capitolo Secondo |
Consorzi agrari e Federconsorzi. Brevi Cenni storici e disciplina giuridica
L’origine storica dei consorzi agrari si può far risalire ai Monti frumentari che, sorti nell’alto Medioevo, fino al diciannovesimo secolo assolsero la funzione di anticipare le sementi necessarie per le colture ai contadini, che le restituivano pagando un interesse a raccolto avvenuto.
Nel 1863 ne esistevano in Italia 2051.
Il formarsi del moderno Stato unitario nazionale pose il tema del miglioramento dell’agricoltura, che costituiva il settore di gran lunga più importante dell’economia, al centro dell’attenzione dei Governi.
A fini di sostegno delle politiche agricole governative, furono ideati e realizzati i comizi agrari istituiti in ogni capoluogo di circondario con regio decreto del 23 dicembre 1866 n. 3542.
Essi segnarono il primo intervento "dirigistico" dello Stato in agricoltura.
I comizi, infatti, erano associazioni obbligatorie che avevano le finalità pubblicistiche di promuovere iniziative nel settore agricolo ed in particolare nel campo del miglioramento delle tecniche di coltivazione.
Un successivo regio decreto del 22 giugno 1879, completata l’unificazione politica del paese, affidò ai comizi anche una specifica missione di "promuovere le disposizioni necessarie perché siano migliorate ed unificate le consuetudini vigenti tra coloni e conduttori di fondi".
Sul finire del secolo, ad essi si affiancarono, nella diffusione della conoscenza e nell’incitamento alla pratica delle migliori metodologie culturali, le accademie agrarie e le cattedre ambulanti di agricoltura.
Contestualmente, nella seconda metà del secolo XIX, per esigenze economiche ed operative di cui si rendeva interprete un vasto e composito movimento cooperativo, si erano formate libere associazioni di di agricoltori per l’acquisto in comune dei mezzi necessari per l’attività agricola.
Concretizzando talel’ esigenza, fortementemolto avvertita in alcune zone della pianura padana a più forte sviluppo agricolo, con lo scopo statutario di favorire la commercializzazione dei prodotti agricoli ed un allargamento della cooperazione, nacque a Piacenza, con atto siglato il 10 ottobre 1892, la Federazione italiana dei consorzi agrari, ente di diritto privato.
Un anno prima, il 25 ottobre 1891, un congresso delle associazioni agrarie tenutosi nella stessa città, ne aveva posto le fondamenta.
L'atto costitutivo fu sottoscritto da nove comizi agrari, cinque consorzi, due banche popolari e da trentadue agricoltori privati.
Il capitale fu fissato in 3.925 lire.
Alla neonata Federazione arrise grande successo; il numero degli associati andò progressivamente aumentando fino a superare alcune centinaia di migliaia negli anni Venti; il giro di affari aumentò notevolmente.
Nell’anno 1921 fu fondata, con il rilevante concorso della Federconsorzi, la Banca nazionale dell’agricoltura.
Con la legge sul credito agrario - regio decreto legislativo del 29 luglio 1927 n. 1509, convertito dalla legge 5 luglio 1928 n. 1760 - alla Federconsorzi furono conferite funzioni creditizie.
Negli anni Trenta si verificò, tuttavia, per cause che qui non è necessario approfondire, essenzialmente di natura finanziaria, la prima grave crisi del sistema consortile che fu affrontata e risolta dal governo fascista con la creazione di un ente finanziario dei consorzi agrari e, quindi, con un forte intervento statale.
Nel 1938, in pieno regime autarchico, fu istituito l'ammasso obbligatorio e cioè la consegna obbligatoria del grano affidato per la vendita alla Federconsorzi.
Parallelamente fu operato un intervento strutturale sulla natura e le funzioni delle associazioni agricole di primo e di secondo grado.
Con il regio decreto legislativo 5 settembre 1938 e con la legge 2 febbraio 1939 n. 159, i consorzi agrari e gli enti cooperativi agricoli furono trasformati coattivamente in enti morali e fusi nei consorzi agrari provinciali.
Essi divennero, da associazioni commerciali di diritto privato, enti di diritto pubblico e furono sottoposti alla vigilanza del Ministero dell'agricoltura e delle corporazioni.
Con legge 18 maggio 1942 n. 566, i consorzi agrari furono trasformati nuovamente in persone giuridiche private, ma controllate e guidate dalla Federazione, posta, a sua volta, sotto le dirette dipendenze del Mministero dell’agricoltura.
Dopo il conflitto mondiale fu dato, con il decreto legislativo 7 maggio 1948 n. 1235 (ratificato con legge 17 aprile 1956 n. 561), un nuovo assetto ai consorzi agrari ed alla Federazione durato fino all’approvazione della recente legge 28 ottobre 1999 n. 410 che ha soppresso la Federconsorzi ed innovato parzialmente la disciplina dei consorzi agrari.
Il decreto legislativo 7 maggio 1948 n. 1235, "Ordinamento dei consorzi agrari e della Federazione italiana dei consorzi agrari" (ratificato con legge 17 aprile 1956 nr. 561), ha rappresentato la legge fondamentale di riferimento sia per la Federconsorzi sia per i consorzi agrari.
Esso stabiliva che i consorzi e la Federazione italiana dei consorzi agrari (a cui di seguito si farà riferimento con le denominazioni Federconsorzi o Fedit) erano società cooperative a responsabilità limitata, regolate dalle norme dello stesso decreto e dal codice civile.
Le cooperative a responsabilità limitata, giova ricordarlo, secondo la definizione del codice civile (agartticoli. 2511 e 2513), sono imprese con scopo mutualistico delle cui obbligazioni è chiamata a rispondere la sola società con il suo patrimonio.
Ai consorzi agrari era affidato il compito di contribuire all’incremento ed al miglioramento della produzione agricola e ad iniziative socio-culturali nell’interesse degli agricoltori; alla Fedit era attribuito lo stesso compito sul piano nazionale ed in più quello di svolgere servizi di carattere generale nell’interesse dei consorzi, di coordinare l’attività di questi, di compiere operazioni di credito agrario di esercizio e, quindi, di effettuare prestiti ed anticipazioni su pegno nell’interesse dei consorzi.
Potevano partecipare ai consorzi solo le persone fisiche o giuridiche che esercitavano una impresa agraria nella qualità di proprietari, enfiteuti, usufruttuari mezzadri o coloni. Le quote di partecipazione erano costituite da azioni che avevano un valore nominale di lire 100.
Potevano partecipare come soci alla Fedit solo i consorzi agrari con quote costituite da azioni del valore nominale di lire 50.000.
Nessun socio dei consorzi e nessun consorzio sottoscrisse, tuttavia, azioni per un valore maggiore di una singola quota. Ciò avvenne per la ragione decisiva che il possesso di un numero di azioni superiore ad una non dava al possessore diritti maggiori di quelli spettanti ai sottoscrittori della quota minima: nelle assemblee dei consorzi e della Fedit ciascun socio aveva diritto ad un solo voto quale che fosse l’ammontare della sua partecipazione al capitale sociale.
In relazione al numero complessivo dei consorzi agrari, ciascuno dei quali deteneva una quota, il capitale sociale della Fedit era, pertanto, pari a sole lire 4.650.000 (50.000 x 93).
I consorzi erano amministrati da un Cconsiglio di amministrazione di tredici membri. Dodici di essi erano eletti dall’Assemblea dei soci; due terzi dei posti spettavano alla maggioranza ed un terzo alla minoranza. Il tredicesimo componente era eletto dal personale consortile di cui era rappresentante.
La Fedit era amministrata da un Cconsiglio di amministrazione di ventuno membri.
Di essi diciotto erano eletti dall’Aassemblea dei consorzi, rappresentati dai loro Presidenti o da persona delegata. Due terzi dei posti spettavano alla maggioranza ed un terzo alla minoranza. Un membro rappresentava i dirigenti della Fedit, che lo eleggevano. Un altro rappresentava il personale non dirigente, che parimenti lo eleggeva. Il ventunesimo rappresentava la categoria dei direttori dei consorzi, che lo sceglievano nel loro ambito.
Il cConsiglio di amministrazione era affiancato da un Ccomitato esecutivo costituito, tanto per i consorzi, quanto per la Fedit, da sei membri.
Quattro membri spettavano alla maggioranza e due alla minoranza.
Organo dei consorzi e della Fedit era la Presidenza, con poteri di rappresentanza esterna, composta da un presidente e da un vicepresidente nominati dal Consiglio di amministrazione.
Il Ccollegio sindacale dei consorzi era composto da sei membri, dei quali tre elettivi. Due di questi ultimi spettavano alla maggioranza ed uno alla minoranza.
Il Ccollegio sindacale della Fedit era composto da otto membri, cinque dei quali elettivi. Tre di essi erano attribuiti alla maggioranza e due alla minoranza. L’elezione competeva alle rispettive assemblee.
I tre membri non elettivi venivano nominati da tre Ministeri: agricoltura; tesoro e lavoro.
La presidenza del Collegio sindacale spettava, per disposizione del codice civile, ad uno dei sindaci di nomina governativa.
I consorzi, infine, venivano diretti da direttori che potevano essere scelti solo tra gli iscritti ad un ruolo speciale.
L’ambito di operatività dei consorzi coincideva con il territorio di ciascuna provincia della Repubblica. Erano, tuttavia, possibili accorpamenti.
La Fedit operava su base nazionale ed internazionale.
Gli utili sia dei consorzi sia della Fedit erano distribuibili ai soci in misura non superiore all’interesse legale maggiorato dell'1o uno1% per cento, ragguagliato al valore nominale delle azioni e della riserva e dopo averne destinato il trenta per cento alle riservae, ordinaria e straordinaria, non divisibile.
I controlli dell’autorità governativa, previsti per tutte le cooperative, erano affidati, relativamente ai consorzi agrari ed alla Fedit, al Ministero dell’agricoltura che quindi poteva:
I consorzi e la Fedit avevano l’obbligo di dare comunicazioni al Ministero dei del bilancio, delle delibere dei Consigli di amministrazione, dei Ccomitati esecutivi e delle Aassemblee e delle proposte di modifiche statutarie.
La normativa del 1948 era, infatti, completata dalla predisposizione di statuti tipo che furono obbligatoriamente adottati dall’una e dagli altri e che riproducevano l’illustrato dettato normativo.
I consorzi agrari, erano società cooperative a responsabilità limitata (di primo grado), e, la Fedit, era una società cooperativa a responsabilità limitata (di secondo grado).
Così espressamente stabiliva il decreto legislativo n. 1235 del 1948.
La definizione legislativa non lascerebbe adito a dubbi, ponendosi in continuità con quella che si leggeva nella precedente legge del 1942 che aveva espressamente distinto tra i consorzi agrari, persone giuridiche private, e gli altri enti pubblici con analoghe funzioni in agricoltura.
E pur tuttavia, con riferimento alla normativa anteriore al decreto del 1948, le Sezioni unite della Corte di Cassazione - sentenza n. 130 del 29 gennaio 1949 - superando la lettera della legge, erano giunte a stabilire che i consorzi agrari e la Fedit dovevano considerarsi, per la loro disciplina e per i compiti loro affidati, enti pubblici.
Poiché l'assetto del 1948 non si discostava, per alcuni profili sostanziali, da quello del 1942, la questione della natura giuridica della Fedit e dei consorzi non poteva che riproporsi.
La forte limitazione alla libertà contrattuale che l'obbligatorietà degli statuti tipo prevedeva, il regime nominale della vigilanza, e soprattutto l’identico scopo o, per usare una terminologia più attuale, la "missione" affidata alla Fedit ed ai consorzi, "contribuire all’incremento ed al miglioramento della produzione agricola" (tutta la produzione agricola, non solo quella dei soci) "ed alle iniziative di carattere sociale e culturale nell’interesse degli agricoltori" (tutti gli agricoltori e non i soli soci), costituivano connotazioni tipicamente pubblicistiche.
Permaneva la commistione tra contenuti privatistici e funzioni pubblicistiche.
La giurisprudenza di merito e di legittimità dei tribunali, della Corte di Cassazione civile, del Consiglio di Stato e della Corte dei conti è pervenuta, però, costantemente a conclusioni opposte rispetto al passato.
E' stata, infatti, costantemente affermata la natura di soggetti privati dei consorzi e della Fedit.
Le decisioni giurisprudenziali in merito si sono, inoltre, progressivamente diradate a partire dagli anni Settanta in poi, in coincidenza temporale con l'affievolirsi delle gestioni pubblicistiche per conto dello Stato ed il definitivo consolidarsi dell'accezione imprenditoriale privatistica dei consorzi e della loro Federazione.
Lo svolgimento di funzioni pubblicistiche si collocava nella classificazione dell'esercizio privato di funzioni e servizi pubblici e, quindi, nella separazione tra natura degli enti e connotazioni di parte del loro agire e dello loro finalità, con conseguenti riflessi sul piano delle responsabilità e delle garanzie patrimoniali non estensibili allo Stato.
Occorre, tuttavia, precisare che, ai fini penali, si riteneva che si connotasse di rilievo pubblicistico, con opposti riflessi sulle connesse responsabilità personali, la parte dell’attività della Federazione e dei consorzi che concerneva la gestione degli ammassi, volontari od obbligatori che fossero.
La natura giuridica di private imprese cooperative dei consorzi e della Fedit deve, comunquein ogni modo, ritenersi acquisita al patrimonio delle conoscenze giuridiche degli operatori, almeno dagli anni Cinquanta in poi.
Ad attestazione dell'assunto si pongono i contenuti delle schede elaborate dagli uffici, cui era affidata l'istruttoria delle pratiche di affidamento della Federconsorzi, degli istituti di credito che ne erano creditori alla data del commissariamento, acquisite dalla Commissione.
In tutte è chiaramente enunciata la natura di cooperativa privata della Fedit.
Se la natura giuridica era nota, dalla commistione di natura privata e funzioni pubbliche, derivava la legittima considerazione della Federconsorzi come una sorta di ente economico con funzioni pubblicistiche che concorreva alla politica agricola nazionale.
L'assunto trova il massimo riconoscimento in due pronunce successive della Corte costituzionale del 1995 (sentenze nn. 384 e n. 517).
La Corte - richiesta di pronunciarsi dalle Regioni che, a seguito del progressivo trasferimento ad esse delle competenze nel campo dell'agricoltura, rivendicavano nel corsi degli anni la competenza esclusiva sui consorzi agrari - si era in precedenza pronunciata con sentenza n. 63 del 1969 affermando che i consorzi agrari svolgevano compiti di spettanza statale e che per la loro essenza avevano rilevanza nazionale, con specifico riferimento alle operazioni di ammasso e di distribuzione delle merci, agli interventi di mercato previsti dalla Comunità europea, dal cosiddetto "piano verde", allae funzioni svolte per conto dell'AIMAIMA.
Con le sentenze sopra citate nn. 384 e n. 517, - che tenevano conto delle sopravvenute leggi leggi n. 364 del 1970, n. 111 del 1965 e n. 616 del 1977, che ampliavano tutte le competenze regionali, la Corte, fatta propria l'affermazione della difesa dello Stato, secondo cui i consorzi svolgevano una serie di compiti non strettamente rientranti in campo agricolo, affermava:
"alla luce degli elementi legislativi e giurisprudenziali può concludersi che i consorzi agrari costituiscono a tutt'oggi strumenti dell'intervento pubblico sul mercato agricolo e risultano pertanto ancora ispirati al conseguimento di finalità nazionali; finalità che in questa materia non risultano essere soddisfatte in via esclusiva da altri organismi."In dipendenza delle loro funzioni pubblicistiche, fu riconosciuto ai consorzi di svolgere funzioni di agenzie assicurative per conto dell'assicurazione degli agricoltori partecipata dalla Federconsorzi, la FATA.
Al sistema federconsortile furono affidati, in sintesi, compiti tipici di una agenzia governativa.
Esso ebbe grande rilievo nell'assetto strutturale dell'agricoltura nazionale, almeno fino a quando la politica agricola non divenne comunitaria ed il centro decisionale si spostò da Roma a Bruxelles.
Ciò consente di comprendere la posizione delle banche estere che avevano finanziato la Fedit e che, a crisi conclamata, in forza di argomenti non giuridici (nei contratti da esse stipulati la Fedit era chiaramente indicata come un soggetto privato) si attendevano che degli impegni di essa si facesse carico il Governo italiano.
4. La gestione tra normativa e prassi: il ruolo delle organizzazioni professionali
La Federconsorzi non era, quindi, che una società cooperativa di secondo grado perché i suoi unici soci erano società cooperative.
Si trattava, tuttavia, di cooperative che non potevano darsi libere regole.
La loro vita era interamente governata da regole imposte con legge e contenute negli statuti tipo.
Esse erano obbligate ad associarsi alla Federconsorzi ed a rispettarne lo statuto.
I consorzi erano governati secondo un principio maggioritario che assegnava alla maggioranza un potere assoluto sugli organi di amministrazione attiva ed una importante partecipazione a quello di autocontrollo.
Il Ccollegio sindacale annoverava due su sei componenti appartenenti alla maggioranza.
La scelta di quello che, con linguaggio corrente, si usa definire come management, non era possibile perché il direttore di un consorzio non poteva provenire che dalle fila di quelli abilitati dalla Fedit, in numero chiuso ed in intuitiva sintonia con essa.
Anche la Federconsorzi era governata dalla stessa regola maggioritaria che assegnava al gruppo che avesse riportato il maggior numero di voti in Assemblea la presidenza ed il controllo del Consiglio di amministrazione, del Comitato esecutivo ed una significativa presenza nel Collegio sindacale, ancorché, quanto a quest’ultimo, lo statuto raccomandasse di scegliere preferenzialmente i sindaci tra i direttori dei consorzi.
A ciò va aggiunto che la funzione di garanzia che i sindaci di nomina ministeriale, ed in particolare i presidenti dei Collegi sindacali, quasi sempre coincidenti con quelli designati dal Ministero dell’agricoltura, avrebbero dovuto svolgere, come meglio si dirà in seguito, non fu di fatto mai assicurata e non costituì mai un ostacolo per il dispiegarsi degli interessi della maggioranza.
Si tratta di aspetti che legittimano l’opinione di chi ritiene che, con l’adozione del decreto legislativo n. 1235 del 1948, emanato meno di un mese prima delle elezioni che segnarono il primato, destinato a durare per circa mezzo secolo, del partito della Democrazia cristiana, si volle mantenere sostanzialmente invariata la struttura corporativa prebellica procedendo ad un cambiamento nominale e non sostanziale.
Sembra evidente il disegno, nelle norme integrate dagli statuti obbligatori, di un modulo organizzativo che non mirava ad assicurare la libera espressione di voci politicamente diverse, tra loro contrastanti o dissonanti, ma l’egemonia di una sola parte così realizzando un controllo integrale sul sistema consorzi-Federazione e, quindi, di riflesso, un controllo forte su gran parte del mondo agricolo.
Esso si rivelò un formidabile strumento di controllo politico. Infatti la Coldiretti, con metodi fortemente controversi ma anche con strumenti più efficaci e con maggior sintonia con il modo di essere e di sentire dell’impresa contadina di allora, riuscì immediatamente ad impadronirsi del sistema, conquistandone il dominio pressoché assoluto, durato fino al commissariamento della Fedit e, come si vedrà, anche oltre.
Essa non ebbe avversari od oppositori.
Una seconda organizzazione, di non contrastante ispirazione, la Confagricoltura - l’organizzazione sindacale degli imprenditori agricoli - condivise il controllo dei consorzi e della Fedit, ma in posizione minoritaria e sostanzialmente subordinata.
Va ricordato che le due organizzazioni professionali esprimevano una forte rappresentanza politica e parlamentare.
In particolare, per alcune legislature, una parte significativa, per peso numerico e politico, dei gruppi parlamentari della Democrazia Ccristiana era costituita da deputati e senatori espressi dalla Coldiretti.
Alla Fedit fu affidata la gestione di una parte degli aiuti previsti dall’E.R.P. (European Recovery Program) - e cioè dal programma meglio noto come "Piano Marshall" - mediante l'acquisto di grano all'estero e la sua successiva commercializzazione.
Sull’attuazione di quest’ultimo e di d’i altri piani di d’i aiuti internazionali (U.N.R.R.A. - U.S.F.A.R. - A.U.S.A.) che si concretizzavano nell’approvvigionamento e nell’ammasso delle derrate alimentari ed in particolare nell’ammasso del grano, durato fino alla campagna 1963-1964, la Fedit costruì la sua potenza economica e finanziaria che raggiunse il culmine negli anni Sessanta.
Basta considerare che in quell’epoca il patrimonio immobiliare della Federconsorzi era passato da un valore di 3,5 milioni dell’immediato dopoguerra a ben 8.336 milioni con un aumento vertiginoso.
Attuata la conquista del governo dei Cconsigli di amministrazione e dei Ccomitati esecutivi, le cui decisioni non trovavano alcun controllo nei Collegi sindacali che erano espressione dei medesimi interessi, le organizzazioni sindacali che si dividevano la rappresentanza dei consorzi e della Fedit, passarono progressivamente, con la scomparsa di personalità come quelle di Bonomi e Mizzi, che avevano impresso alla Fedit una direzione forte ancorché controversa, ad una vera e propria direzione esterna.
Sentendosi legittimati dal rappresentare la quasi totalità dei soci dei consorzi e la totalità dei soci della Fedit, la Coldiretti e la Confagricoltura finirono per confondere i loro interessi sindacali con quelli dell’intero sistema federconsortile.
La Commissione ha maturato il convincimento che esse, sia pure in misura diversa, dirigevano di fatto la Fedit, gestendo risorse di sostanziale derivazione pubblica, perché in gran parte accumulate grazie alla politica dei pubblici ammassi, nulla rischiando del loro patrimonio, ed anzi attribuendosi parte dei ricavi, sotto forma di contribuzioni miliardarie di dubbia legittimità.
Anche le scelte di politica economica e finanziaria che portarono al tracollo del sistema, furono assunte dai due sindacati ed in particolare dalla Coldiretti.
Sistematicamente, infatti, negli ultimi anni, le riunioni dei Consigli di amministrazione e dei Comitati esecutivi della Fedit erano preceduti da preconsigli e cioè da riunioni separate dei consiglieri della Coldiretti e di quelli della Confagricoltura, presiedute dai rispettivi dirigenti, ed in particolare, per la Coldiretti, dal presidente Lobianco, che discutevano gli argomenti all'ordine del giorno degli organismi amministrativi e prendevano le relative decisioni, che, quindi, venivano semplicemente ratificate nel corso delle riunioni ufficiali.
Con parole di grande chiarezza l’ex sottogretario all’agricoltura, onorevole Noci, ha illustrato a questa Commissione, nella seduta del 22 febbraio 2000, il reale ruolo dell’ultimo presidente della Fedit, ragionier Luigi Scotti, e della direzione esterna esercitata dalla Coldiretti:
"Nella Federconsorzi il presidente Scotti era tra coloro che meno erano al corrente dei fatti (…; veniva chiamato bonariamente "Piero) Firma", cioè il grullo che firma quello che preparano gli altri.Io ho conosciuto poco il presidente Scotti ma era chiaro che non era lui a compiere le scelte; contava il Presidente della Coldiretti che premeva in un senso, contava il Presidente dei consorzio agrario di Ferrara che premeva in un altro e, perché così magari in quel collegio era più facile prendere voti, poteva presentarsi chiunque altro con un'altra carica e sarebbe stato accontentato anche lui. Scotti firmava la sintesi di queste volontà".
La Commissione ha raccolto un coro di voci e di indicazioni in ordine alla effettiva direzione della Fedit che si identificava, quanto alle principali scelte strategiche e di politica d'impresa, nella presidenza della Coldiretti ed in parte minore in quella della Confagricoltura.
Per tutte è significativa la testimonianza di un componente dell'ultimo Consiglio di amministrazione, il deceduto dottor Pietro Gentili, imprenditore agricolo e presidente del consorzio agrario di Siena, di estrazione Confagricoltura.
Si riportano, di seguito, estratti della sua deposizione, del 1° marzo 1995, alla Commissione ministeriale di indagine.:
Da essa emerge, altresì, il motivo del rigetto del piano di salvataggio e di ristrutturazione della Federconsorzi, elaborato dal direttore generale, dottor Pellizzoni, per insanabile contrasto con la struttura stessa della organizzazione consortile."(…) Il consiglio di Amministrazione funzionava poco, non aveva importanza, le decisioni passavano sempre sulla nostra testa.
(…) Le grosse decisioni spesso non passavano, che so, la nomina del Direttore Generale non è mai passata né per il Comitato
(Eesecutivo n.d.r.) né per il Consiglio.(…) Sono il solo, mi trovo in un comitato di cinque persone, quattro e cinque con il Presidente, dove tutto quello che dicevo ero soltanto io a verbalizzare, io soltanto a protestare, gli altri quattro accettavano passivamente.
(…). gGuardi le dirò tutto. Lì dentro è sempre mancato il proprietario insomma perché c'era un Lobianco che non appariva mai ma era quello che tirava le fila (….. però lì dentro non c'era nessuno. Wallner che litigava con Lobianco e la struttura si era praticamente impossessata, la struttura, di questa organizzazione. Noi quattro consiglieri divisi così perché io ero il solo, gli altri erano legati alla struttura, io dicevo ma figlioli, quando vado a casa mia, a me mi costa la Federconsorzi, io non vedo l'ora di scendere gli altri invece per loro era non lo so il sistema per stare a Roma od altro e quindi praticamente …)….. questo proprietario non c'è stato mai quindi noi abbiamo vissuto da un direttore generale come Mizzi capacissimo, in gamba, molto bravo che ha creato il patrimonio poi è passato a un Bassi che è stato un ragioniere, un ottimo ragioniere, poi tutti quanti si sono illusi, la struttura, di fare il secondo Mizzi (…)o il secondo caso e abbiamo avuto un direttore generale che è stato una tragedia. Debbo dirlo che il direttore generale che è venuto fuori (…). che ad un certo punto non si sapeva mai quello che faceva (…). …., le indecisioni, le cose od altro.
D.: chi è questo direttore di cui sta parlando?
…..R.:I il direttore (…) come si chiama, Scotti che poi hanno nominato presidente della Federconsorzi ( questo Scotti, da direttore generale è stato nominato presidente della Federconsorzi…. Per quali motivi… dice ma voi eravate nel consiglio e potevate dire ma come ma chi, io ero un voto lì dentro, ero un voto.
D.: senta, la vostra nomina come consiglieri a termine di statuto come avveniva, da chi erano proposti i vostri nominativi?
R.: erano dalle due organizzazioni che…
D.: quindi le due organizzazioni avevano la potestà di nominare i consiglieri di amministrazione?
R: certo e poi dovevano distribuirli?
D: e giuridicamente chi vi nominava?
Altro: erano designazioni provenienti dall'alto?
D: era l'assemblea dei soci?
R: l'assemblea certo eleggete questo eleggete quest'altro…
D: quindi voi formalmente l'investitura l'avevate dall'assemblea dei soci della Federconsorzi?
Altro: lei veniva nominato?
R.: la Confagricoltura mi ha nominato (…)"…)
.".Un altro consigliere della Federconsorzi, il dottor Alessandro Sandra, dichiarava alla Commissione ministeriale di indagine Poli Bortone il 1° marzo 1995: " (…) La Federconsorzi era amministrata da Confagricoltura e Coldiretti, cioè dai Consiglieri, ma che erano espressione degli azionisti. (…) Noi consiglieri, prima delle riunioni, facevamo dei preconsigli, nel senso che la Confederazione di appartenenza (nel mio caso la Coldiretti) ci invitava per un predibattito sugli argomenti all’ordine del giorno della riunione successiva".
"(…) Passai alla Federconsorzi e ci sono stato dall'85 fino al '91 quindi fino al crollo. Perché ci sono stato? Perché mi sono illuso di poterla salvare la Federconsorzi; sarei potuto scappare, tutti i topi scappano, io invece sono stato fino all'ultimo perché mi illudevo di salvare la Federconsorzi. Perché queste illusioni, glielo spiego perché io entrai di dentro, situazione strana, anomala dove c'è un Presidente e quattro, noi eravamo in 4 consiglieri, 2 di un'organizzazione e due dell'altra. Francamente la Confagricoltura, essendo un'organizzazione basata sui numeri e sui voti e quindi la Confagricoltura aveva perso un sacco di consorzi, erano rimasti pochi i Consorzi nella Confagricoltura e aveva pochissima capacità di poter influenzare l'andamento della Federconsorzi perché la Coltivatori Diretti era quella che faceva quello che voleva insomma eravamo appena tollerati insomma e a me mi chiamò Wallner.
(…) Il consiglio di Amministrazione funzionava poco, non aveva importanza, le decisioni passavano sempre sulla nostra testa.
(…) Le grosse decisioni spesso non passavano, che so la nomina del Direttore Generale non è mai passata né per il Comitato o per il Consiglio.
D.: E come facevano? E come avveniva allora, mi scusi?
R.: Prima di tutto c'era questo. Per chiamare il Direttore Generale le due Organizzazioni che lo hanno nominato.
D.: E lo nominavano loro? Ma mica avevano i poteri formali per farlo. Da un punto di vista formale ci voleva un atto vostro.
R.: Lo nominavano loro. E d'altronde io dico francamente. Io non sarei stato nemmeno in grado di nominare un Consigliere di una Federconsorzi perché ecco io faccio l'agricoltore, sono, sto a Siena, io ho chiesto a Stefano Wallner nomina qui un Direttore Generale forte, una persona importante, questo mi sono raccomandato.
D.: e nominò Pellizzoni. Ora le dico, questo, questa nomina però l'avrà fatto il Consiglio.
R.: ah, ma certo. Ma dopo quando ce l'hanno presentata abbiamo nominato questo.
(…) Sono il solo, mi trovo in un comitato di cinque persone, quattro e cinque con il Presidente dove tutto quello che dicevo ero soltanto io a verbalizzare, io soltanto a protestare, gli altri quattro accettavano passivamente.
D.: le decisioni prese altrove..
R.: tant'è vero quando Pellizzoni presenta il piano allo Sheraton davanti alla Confagricoltura tutta questa schierata, la Coltivatori Diretti e tutta la Federconsorzi, io vorrei leggervi anche le lettere.
D.: poi ci dirà qualcosa anche sul piano.
R.: cosa faccio; chiedo la parola e dico guardate che per me che ho un consorzio, questo piano non è calabile nella realtà dei consorzi agrari italiani.
D.: l'ha verbalizzato questo?
R.: certo!… nell'89… non è realizzabile, non è calabile…
D.: ecco perché non è…
R.: perché ad un certo punto il Pellizzoni che si circonda nella sua attività di consulenti, una valanga di consulenti che non sapevano niente, saranno stati specialisti bravissimi nel campo dell'industria ma nel campo di consorzi agrari non sapevano niente. Io me ne accorgo quando ad un certo punto mi porta il progetto di Grosseto o altro dove per dire per loro il Direttore doveva andare a vendere i concimi, dovevano uscire fuori ma, ma voi siete tutti pazzi siete qui dentro, e faccio una grossa battaglia perché secondo me non si risanava così la Federconsorzi assolutamente, quindi, allo Sheraton davanti a tutti io chiedo la parola e dico scusate un momentino. Io vi dico che questo piano non è calabile nella realtà attuale dei consorzi agrari. Forse se dovesse essere fatto ex novo per una nazione nuova, può anche essere fatto ma data le realtà che ci sono senza mancanza di dirigenti non è calabile nella realtà e voglio che sia verbalizzato però dal momento che tutti quanti lo avete approvato io mi metto al servizio del piano anzi cercherò di non ostacolarlo e c'ho la lettera di Pellizzoni che gli scrivo tutto quanto dove lui dice, ma allora lei con questa sua opera, lei mi vuol fare saltare il piano? No, dico, praticamente gli sbagli che ci sono che state facendo, state facendo un sacco di sbagli e lo urlo, lo verbalizzo, lo dico, lo scrivo che altro potevo fare, ero solo a fare questo, non c'era altro, nessuno lì dentro ha mai parlato.
(…) Ecco senta, noi del commissariamento non sapevano niente, noi speravamo di poter salvare la baracca.
D.: ma salvarla voi o mediante il commissariamento?
R.: pensavamo di salvarla perché praticamente nel 90 il Pellizzoni ed il Bambara ci fanno una dichiarazione, ci dichiarano in Comitato addirittura che la situazione era imbrigliata che nel '94 la situazione sarebbe ormai tornata in parità. L'indebitamento massimo Fedit scenderà a 800 miliardi, il deficit delle società passerà da 140 a 70 miliardi, stiamo superando il 35% di contanti, i recuperi maggio, giugno, luglio stanno aumentando, abbiamo imbrigliato il sistema. Questo ce lo dichiarano il 3 agosto del '90.
D.: quindi, insomma, erano ottimisti. Invece poi cosa è successo?
R.: è successo invece che la situazione è sfuggita completamente a loro è sfuggita, no? Tutte queste enormi spese che hanno fatto il Pellizzoni od altro non hanno dato i risultati attesi perché erano misure sbagliate quindi c'è il commissariamento. Io ho criticato il commissariamento in questo senso perché secondo me l'azienda poteva e doveva essere anche commissariata ma non posta subito in stato fallimentare, ho sempre detto secondo me avrei commissariato e poi dopo un anno o due anni vediamo che cosa si può fare.
D.: ma commissariata come, mi spieghi che tipo di commissariamento lei avrebbe fatto.
R.: cioè, dobbiamo essere ancora più precisi, bisogna dirle tutte le cose, guardi le dirò tutto. Lì dentro è sempre mancato il proprietario insomma perché c'era un Lobianco che non appariva mai ma era quello che tirava le fila però lì dentro non c'era nessuno. Wallner che litigava con Lobianco e la struttura si era praticamente impossessata, la struttura, di questa organizzazione. Noi quattro consiglieri divisi così perché io ero il solo, gli altri erano legati alla struttura, io dicevo ma figlioli, quando vado a casa mia, a me mi costa la Federconsorzi, io non vedo l'ora di scendere gli altri invece per loro era non lo so il sistema per stare a Roma od altro e quindi praticamente questo proprietario non c'è stato mai quindi noi abbiamo vissuto da un direttore generale come Mizzi capacissimo, in gamba, molto bravo che ha creato il patrimonio poi è passato a un Bassi che è stato un ragioniere, un ottimo ragioniere, poi tutti quanti si sono illusi, la struttura, di fare il secondo Mizzi o il secondo caso e abbiamo avuto un direttore generale che è stato una tragedia. Debbo dirlo che il direttore generale che è venuto fuori che ad un certo punto non si sapeva mai quello che faceva, le indecisioni, le cose od altro.
D.: chi è questo direttore di cui sta parlando?
R.: il direttore come si chiama, Scotti che poi hanno nominato presidente della Federconsorzi questo Scotti, da direttore generale è stato nominato presidente della Federconsorzi…. Per quali motivi… dice ma voi eravate nel consiglio e potevate dire ma come ma chi, io ero un voto lì dentro, ero un voto.
D.: senta, la vostra nomina come consiglieri a termine di statuto come avveniva, da chi erano proposti i vostri nominativi?
R.: erano dalle due organizzazioni che…
D.: quindi le due organizzazioni avevano la potestà di nominare i consiglieri di amministrazione?
R: certo e poi dovevano distribuirli?
D: e giuridicamente chi vi nominava?
Altro: erano designazioni provenienti dall'alto?
D: era l'assemblea dei soci?
R: l'assemblea certo eleggete questo eleggete quest'altro…
D: quindi voi formalmente l'investitura l'avevate dall'assemblea dei soci della Federconsorzi?
Altro: lei veniva nominato?
R.: la Confagricoltura mi ha nominato.
Altro: erano i due presidenti che decidevano e poi facevano formalizzare dagli organismi all'uopo…?
(…) R.: Dunque rispondo alle due domande. La prima che lei mi ha fatto dunque era gestione dei crediti. Io qui faccio una battaglia, come in tutte le cose, perché faccio una battaglia, perché io c'avevo grazie a Dio ero riuscito a portare un consorzio in attivo dalla tragedia quindi io non voglio, assolutamente la solidarietà, perché così andiamo a premiare i consorzi sfasciati e chiudendo i bilanci così, ma lì dentro erano tutti sfasciati erano, tutti quanti, invece erano il contrario, nessuno mi veniva dietro perché io non posso ad un certo punto, se la Federconsorzi, noi siamo azionisti della Federconsorzi, se la Federconsorzi guadagna cento lire, dobbiamo beneficiarne tutti noi azionisti, no che ad un certo punto i guadagni devo andare soltanto ai consorzi sfasciati per riportare su i consorzi sfasciati che poi non riportavano su niente, cioè era una mungitura generale, quindi io mi oppongo proprio a questo fatto, io non sono solidale con i consorzi sfasciati.
(…) Come consigliere e come membro del Comitato della Federconsorzi ho espresso apertamente il mio pensiero sul piano presentato dal dr. Pellizzoni nell'incontro che avvenne all'hotel Sheraton il 29 marzo 1990. Alla presenza sua, in qualità di presidente Fedit, dei presidenti e Direttori generali della Confagricoltura e Coldiretti e di tutti i colleghi presidenti dei C.A.P. italiani, conscio dell'assoluta improcrastinabile necessità di una trasformazione e di un rilancio della nostra organizzazione parlai volontariamente per ultimo per non creare turbative negli altri colleghi, anticipando e prevedendo le difficoltà che il piano avrebbe incontrato. Dissi testualmente che questo piano, ottimo se si dovesse applicare per la costruzione ex novo di un'altra Fedit, avrebbe tuttavia incontrato grosse difficoltà per applicarlo nella nostra organizzazione e più particolarmente per calarlo nella realtà dei consorzi che versano in condizioni economiche precarie per mancanza di uomini capaci, di strutture moderne, di agenzie efficienti, di sistemi di controllo validi. E lo dissi allo Sheraton, davanti a tutti".
Un altro consigliere della Federconsorzi, il dottor Alessandro Sandra, dichiarava alla Commissione ministeriale Poli Bortone il 1° marzo 1995:
" (…) La Federconsorzi era amministrata da Confagricoltura e Coldiretti, cioè dai Consiglieri, ma che erano espressione degli azionisti. (…) Noi consiglieri, prima delle riunioni, facevamo dei preconsigli, nel senso che la Confederazione di appartenenza (nel mio caso la Coldiretti) ci invitava per un predibattito sugli argomenti all’ordine del giorno della riunione successiva".
Ai preconsigli, oltre agli amministratori della Federconsorzi partecipavano "il Presidente della Coldiretti, qualche volta il Segretario Centrale e di solito il Presidente della Federconsorzi che veniva ad esporre l’ordine del giorno. Questa procedura, cioè l’azionista di maggioranza e di minoranza che riunisce i Consiglieri e li informa dell’ordine del giorno, ci sembrava allora assolutamente normale".
Dal punto di vista giuridico Coldiretti e Confagricoltura non si potevano definire azionisti, ma
"lo erano di fatto"; le decisioni di un certo peso le prendevano loro".Ha dichiarato il ragionier Luigi Scotti, il 20 marzo 1995, alla Commissione ministeriale di indagine:
"(…) Sembra essere il decreto legislativo che dà questa potestà di rapporto alle due organizzazioni perché il Consiglio della Fedit è fatto dai Presidenti dei C.A. i quali sono nominati dai soci che sono iscritti nelle due organizzazioni a carattere generale (Confagricoltura e Coliretti). Attraverso questa delega surrettizia le organizzazioni ritenevano nell’ambito della politica generale dell'agricoltura italiana di dare pareri sulle decisioni importanti della Federazione.
Come Presidente partecipavo ai preconsigli della Coldiretti, come Presidente espresso dalla Coldiretti. Non ho mai partecipato ai preconsigli della Confagricoltura"
.A distanza di cinque anni, dinanzi a questa Commissione, nella seduta del 15 luglio 2000, il rag.ionier Scotti nel confermare che
"(…) …i preconsigli si svolgevano generalmente il giorno prima del consiglio di amministrazione. Io partecipai ai preconsigli dal momento in cui divenni presidente; i direttori generali non partecipavano ai preconsigli. (…). Vi partecipavano i membri del consiglio di amministrazione della Federconsorzi (…)... Vi partecipavano i rappresentanti che, nel consiglio di amministrazione, rappresentavano le singole confederazioni, cioè la Coltivatori diretti da una parte e la Confagricoltura dall'altra. In questi preconsigli si discutevano i principali problemi (…)..…… da tempo immemorabile (…). ha tentato di presentarli come discussioni dalle quali non scaturivano decisioni vincolanti: ……"(…) I preconsigli si svolgevano evidentemente in funzione dell'ordine del giorno del consiglio di amministrazione; si discutevano gli argomenti, però non ho mai sentito, nei preconsigli a cui ho assistito come presidente, porre vincoli alle determinazioni del consiglio del giorno successivo. Nel preconsiglio vi era un dibattito sugli argomenti. Il giorno successivo, nel consiglio di amministrazione, ciascuno evidentemente si comportava in funzione della propria coscienza e del proprio intendimento. Quindi, ripeto, per quei due anni nei quali io in qualità di presidente, ho assistito ai preconsigli, non c'è stata nessuna imposizione del vincolo". Tali affermazioni non sono parse alla Commissione né persuasive né credibili. E’ noto che le riunioni di gruppi omogenei di consiglieri nelle società non hanno altro scopo che quello di pre-concordare la linea comune da tenersi nei consigli di amministrazione.Se non fossero sufficienti le affermazioni di d’opposto contenuto sopra riportate, basterebbe scorrere Basta scorrere i verbali dei cConsigli di d’amministrazione della Fedit per rendersi conto dell’assoluta assenza di posizioni individuali.
In data 9 luglio 1985 dichiarava, infatti, non senza compiacimento nel corso del Consiglio di amministrazione il Ppresidente Truzzi: (…) iIl nuovo impegno dell'Organizzazione Federconsortile fu delineato in un programma deciso concordemente dalle due confederazioni generali che esprimono questo consiglio di amministrazione (…) non vi è stata mai situazione di maggioranze e minoranze; si è deciso sempre insieme e non a colpi di votazione(…)".
In una nota riservata indirizzata ai quadri dirigenti datata 26 aprile 1988, trasmessa ai quadri dirigenti dal pPresidente della Confagricoltura il dottor dott. Wallner, presidente della Confagricoltura dal 1983 al 1989, scriveva a proposito dell’atteggiamento dei consiglieri della Confagricoltura:, pur rivendicando una posizione della sua organizzazione differenziata da quella della Coldiretti sul futuro dei consorzi Aagrari e della Federconsorzi non riconosceva che :
"(…) noi facciamo parte del consiglio d’amministrazione in una condizione che è sostanzialmente di minoranza (…).. però abbiamo continuato a comportarci finora come se facessimo parte della maggioranza in quanto tutte le decisioni sono state prese finora all’unanimità (…). E’ quando è capitato che nel comitato esecutivo (…). che i nostri rappresentanti abbiano rifiutato di votare una certa delibera la votazione è stata sospesa fino a quando non si è trovato un punto di incontro".Poco tempo dopo, il 21 luglio 1988, il presidente Truzzi rassegnava tuttavia a verbale che
"(…) ci siamo incontrati e confrontati con le due Confederazioni nelle persone dei due presidenti on. Lobianco, drr. Wallner (…) vi è concordia nelle valutazioni delle difficoltà attuali del settore agricolo e sulle possibilità di dare adeguate risposte.In particolare vi è accordo (…) su un adeguato sforzo per il recupero dell'efficienza dei consorzi agrari e delle società"
.In nota: il quadro della situazione dei consorzi era ancora presentato in forma edulcorata.
Il dott.or Wallner, pPurresidente della Confagricoltura dal 1983 al 1989, lamentando la difficoltà di praticarla e la posizione minoritaria della organizzazione da lui presieduta rispetto alla Col diretti, ha ribadito, nel corso dell'audizione del 1° febbraio 2000, il concorso della Confagricolturasua organizzazione alla guida della Fedit:
"…(…).. L'organizzazione di cui ero presidente era, come è ben noto, la parte minoritaria, il socio di minoranza dell'organizzazione cooperativa della Federconsorzi e, per quanto sia difficile dirlo, "concorreva"(…)... con fatiche inaudite e successi scarsissimi alla gestione di una Federconsorzi (…)…
……..
Noi eravamo, nell'ultima fase della mia gestione, minoritari, otto consiglieri a dieci (…).. Comunque, era tale l'ammontare delle deleghe (…)… per la gestione ordinaria, ma anche per la rilevantissima gestione finanziaria, che svuotavano di fatto la conoscenza dei consiglieri certamente di minoranza, ma, a mio avviso, anche dei consiglieri normali della maggioranza, in quanto molti di loro – io stesso – venivano a sapere di decisioni finanziarie rilevanti a consuntivo dei bilanci.
(…)… Riunivo in genere i due membri del comitato esecutivo in quanto ero a digiuno di ciò che avveniva dal momento che due o tre giorni prima mi arrivava semplicemente un foglietto dove era indicato per punti il capitolo in discussione di cui non si sapeva assolutamente mai nulla quindi utilizzavo queste pre riunioni tutte informali per documentarmi.
Le decisioni
(….dei Consigli di amministrazione n.d.r. )… per quanto mi risulta, erano già determinate e non certo nel senso indicato dalla Confederazione o dal Presidente Wallner"..In nota
Su come lLee associazioni venissero poste in grado di eseguire una delibazione preventiva vano informate direttamente anche delle decisioni concernenti la gestione esecutiva della Federconsorzi si può ritenere esemplare una nota. del 29 novembre 1988 del direttore generale ragionier Scotti indirizzata
Scriveva il ragionier Scotti proprio al presidente della Confagricoltura Wallner: il 29 novembre 1988:
"Le trasmetto il fascicolo relativo al comitato esecutivo della Federconsorzi convocato per il giorno 3 c.m. alle ore 10.30. A sua disposizione per qualsiasi chiarimento; le porgo i più cordiali saluti".
Ed aA riprova dell'assunto che le decisioni riunioni del consiglio di amministrazione della Fedit venivano precedute da decisive rriunioni delle associazioni di categoria che avevano assunto un carattere formale, si annovera può, emblematicamente citare, tra i tanti documenti, uun telegramma del 4 marzo 1991, e cioè di due mesi prima del commissariamento, indirizzato al presidente Scotti :
"Riunione preconsiglio Fedit est convocata presso sede confederale Roma via 24 maggio 43 mercoledì 13 marzo prossimo ore 18 stop Pregasi non mancare Arcangelo Lobianco presidente Coldiretti."
Persino il rappresentante della Fedit presso la CEE veniva designato nella persona di un dirigente della Coldiretti.
D’altra parte lo stesso pPresidente Lobianco, in una intervista rilasciata nel 1992 al giornalista Antonio Saltini, si assumeva espressamente le responsabilità di scelta delle strategie e degli uomini per la Fedit.
Infatti, alla domanda diel signor Saltini:
"(...) se Lobianco avoca a sé la responsabilità di scegliere strategie ed uomini non può ricusare poi la responsabilità sull’esito finale delle sue decisioni", l'onorevole Lobianco rispondeva: "In questi termini assumo quella responsabilità". (Da Terra e Vita, n.1/92).E sicuramente, a giudizio di questa Commissione, tra le maggiori responsabilità dell’eclisse della Federconsorzi, vi sono le scelte strategiche compiute dal 1982 in poi dalla Coldiretti ed, in misura minore, per il minor peso che essa aveva, dalla Confagricoltura.
Il presidente dott. Wallner ha rivendicato per la sua breve gestione, coincisa con gli anni cruciali delle scelte mancate per la sorte della Federconsorzi, una lucida ed inascoltata intelligenza dei problemi
.…….Sono un imprenditore qualsiasi con qualche conoscenza privilegiata perché il sindacato me ne ha dato l'opportunità, ma se lei prende i bilanci della Federconsorzi dal 1980 in poi credo che da una prima lettura dei crediti verso i consorzi agrari, che ammontavano a 2.200-2.300-2.500 miliardi, risulta che molti di questi consorzi agrari erano in decozione e molti altri in amministrazione coatta amministrativa. Chi li restituiva questi soldi?. Non pare, però, alla Commissione che il dottor Wallner, nonostante talela consapevolezza e l'assunzione di alcune meritorie iniziative, abbia mai rinunciato ai cospicui vantaggi del sistema.
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Capitolo Terzo |
I controlli sulla Federconsorzi e sui consorzi agrari
Il catalogo dei controlli sui consorzi agrari e sulla Fedit affidati al Ministero dell’agricoltura e, per i consorzi siciliani, alla Regione Sicilia è riprodotto nella pagina a f iancoIn forza dell'articolo 35 del decreto legislativo 7 maggio 1948 n. 1235, ai consorzi agrari ed alla Fedit erano applicabili le disposizioni degli articoli dal 2542 eal 2545 del codice civile. (????)
; i poteri in essi previsti erano esercitati dal Ministero dell'agricoltura, al quale era, inoltre, conferita la facoltà di:
I consorzi e la Fedit avevano l'obbligo di comunicare al Ministero dell'Aagricoltura:
I consorzi erano obbligati a scegliere il direttore tra gli iscritti al ruolo dei dirigenti dei consorzi tenuto dalla Fedit.
Il Ccollegio sindacale dei consorziCap era composto di tre membri effettivi e di due supplenti.
Esso era integrato per le materia di pubblico interesse:
L'art.icolo 2542 del codice civilec.c. stabilisce che le società cooperative sono sottoposte alle autorizzazioni, alla vigilanza ed ai controlli sulla gestione stabiliti dalle leggi speciali, mentre l'art.icolo 2545 dispone in tema di inerzia od irregolarità del liquidatore.
I controlli dell’autorità governativa previsti per tutte le cooperative erano quindi affidati, relativamente ai consorzi agrari ed alla Fedit, al Ministero dell’agricoltura che quindi poteva:
I consorzi agrari e la Fedit avevano l’obbligo di dare comunicazione al Ministero dell'Aagricoltura dei bilanci, delle delibere dei Cconsigli di amministrazione, dei Ccomitati esecutivi e delle aAssemblee e delle proposte di modifiche statutarie.
Da questa elencazione appare evidente la natura ordinaria dei controlli, che avevano connotazioni sia di legittimità sia di merito.
Il potere di sospensione di deliberazioni o di atti illegittimi e di annullamento di atti contrari alle leggi, ai regolamenti, ed agli statuti rientrava con evidenza tra i controlli di legittimità. Esso mirava non solo ad assicurare la legalità formale ma anche il rispetto dell’assetto organizzativo, impedendo devianze autonomistiche.
Il Ministero dell’agricoltura poteva sciogliere consorzi e Federazione nel caso in cui non avessero depositatoo i bilanci per due anni consecutivi e nel caso di inoperatività; poteva inoltre nominare i liquidatori e sostituirli in caso di irregolarità o ritardi.
Si tratta di tipici controlli di legittimità.
Il Ministero dell’agricoltura poteva revocare amministratori e sindaci e nominare un commissario governativo, in caso di irregolare funzionamento di consorzi e Federazione, e sciogliere consorzi e Federazione, nel caso in cui non fossero stati nella condizione di raggiungere gli scopi istituzionali.
Il Ministero aveva, inoltre, il potere di sospendere le deliberazioni contrarie alle finalità istituzionali o al pubblico interesse e di annullare di atti della stessa tipologia.
Si tratta di un controllo cui appare difficile non riconoscere le connotazioni di merito.
Del controllo di merito l'espressione più importante e significativa fu il decreto di commissariamento della Fedit del 17 maggio 1991 che contiene valutazioni di natura economico-finanziaria.
Di esso, esemplarmente, si discusse la necessità e l'opportunità, ma non si discusse mai la legittimità.
Giova, tuttavia, chiarire che nessuno dei controlli previsti dal codice civile e dalla legge speciale comportava un costante sindacato del Ministero sulle scelte di politica economica e finanziaria dei consorzi e della Fedit e, quindi, a Ministri e funzionari non era affidata una sorta di supervisione operativa, tale da accreditare le determinazioni degli amministratori delle cooperative vigilate, come condivise dal Governo.
I controlli sui bilanci non comportavano una funzione certificativa di conformità a verità, come quella conferita ad una società di revisione.
Essi erano finalizzati, occorre ribadirlo, ad accertare, con inevitabile ampia discrezionalità, il regolare funzionamento delle persone giuridiche controllate e la persistenza delle condizioni che permettessero di raggiungere gli scopi sociali, attivando, se necessario, il doveroso esercizio di poteri sostitutivi.
In funzione della tipologia dei controlli sopra indicati erano previsti coerenti poteri ispettivi.
I poteri sostitutivi, infine, si spingevano fino al commissariamento ed alla messa in liquidazione e potevano incidere in modo decisivo sulla vita stessa della Fedit e dei consorzi.
La Commissione ha inteso ad accertare come i controlli appena descritti venisserovano esercitati nei confronti della Fedit e dei consorzi, acquisendo idonea documentazione e procedendo all’audizione dei Ministri dell’agricoltura succedutisi dal 1982 al 1991, e di alcuni funzionari qualificati del Ministero dell'agricoltura e della Regione siciliana. E' stato altresì ascoltato, nella seduta antimeridiana del 6 dicembre 2000, l'assessore all'agricoltura e foreste della regione Sicilia, onorevole Salvatore Cuffaro, cui compete, ai sensi del combinato disposto del decreto legislativo 7 maggio 1948 n. 789 e della legge regionale 8 luglio 1948, n. 35, nelle cui competenze rientra la vigilanza sui consorzi agrari siciliani.
Una prima conclusione è stata facilmente raggiunta relativamente alla Federconsorzi.
Il Ministero dell'agricoltura per quanto risulta documentalmente, con certezza dal 1982 al 1991 e probabilmente - il beneficio del dubbio è doveroso per il lungo tempo trascorso - dal dopoguerra in poi, non dispose alcuna ispezione nei confronti della Fedit.
Ha dichiarato il ragionier Luigi Scotti, presidente della Fedit, il 20 marzo 1995 alla cCommissione di indagine Poli Bortone:
"(…) dDirò che la Federazione, i C.A. hanno sempre ottemperato alla disposizione di mandare al Ministero i verbali delle assemblee, i verbali dei Consiglio di Amministrazione, i verbali dei Comitati esecutivi sia della Federazione che dei C.A..
Debbo dire anche che, per parlare del ruolo del Ministero, che io non ricevetti mai, dico mai, una riga di rilievo da parte del Ministero dell’Agricoltura, né come direttore Generale, né come Presidente.
(…) Debbo dire che nei confronti della Federazione, durante la mia direzione generale e durante la presidenza non vi fu mai un’ispezione, né alla Federazione, non credo neanche ai C.A., però questo dovrebbe sentirlo (…), non credo neanche ai C.A., né mai fu sospesa l’esecuzione di una delibera per quanto si riferisce alla Federazione; ai C.A. non lo so, però lei lo potrà vedere dagli atti".
La tesi secondo la quale, fino al 1980, le ispezioni sia sulla Federconsorzi ch(e sui consorzi agrari) erano reiterate e continue - espressa dal dottor Vincenzo Pilo, responsabile dal 1986 al 1991 e dal 1991 al 1994 della Direzione generale della Pproduzione agricola preposta alla vigilanza, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione, svoltasi nelle sedute del 5 ottobre e 23 novembre 1999 - è rimasta sfornita di ogni prova.
Si potrebbe sostenere che ciò fu dovuto al fatto che non ve ne furono mai le ragioni.
La Commissione è, al contrario, dell'avvisoopinione che una vigilanza di ordinaria diligenza avrebbe consentito in cinquanta anni molteplici approfondimenti, se non altro su quelle gestioni speciali degli ammassi, oggetto di vivacissimo dibattito politico e di gravi e perduranti sospetti.
Poiché, inoltre, i bilanci della Federconsorzi si segnalarono sempre per sinteticità e mancanza di chiarezza, aprendosi ad una parziale intelligibilità solo negli ultimi due anni, sgomenta che nessuno avvertì mai l'esigenza di chiarimenti e di correlativi accertamenti ispettivi.
Nonostante la sinteticità, tuttavia, i risultati degli esercizi della Fedit, a far capo dal 1985, rendevano evidenti due aspetti fondamentali: il risultato operativo era sempre minore, fino ad assumere connotazione negativa; l'indebitamento era sempre maggiore, fino ad assumere proporzioni insostenibili.
Ebbene tutti i bilanci della Fedit, ad eccezione dell'ultimo, relativo all'anno 1990, che si chiudeva con un artificioso pareggio, furono recepiti dal Ministero vigilante che ne prese atto rimanendo del tutto inattivo.
Non fu assunta nessuna iniziativa né fu chiesto alcun chiarimento: .
Come si è già osservato, non ci si avvalse del potere ispettivo.; Nnon si ritenne di dover valutare, mediante una specifica ed adeguata attività istruttoria, la sussistenza delle condizioni per un eventuale commissariamento.;
nNon vi fu alcuna iniziativa politica per affrontare e risolvere concretamente il problema.
Il Consiglio dei Ministri non fu mai interessato.
Mai fu informato il Parlamento.
Il solo Ministro dell’agricoltura che si attivò per un' approfondimento della situazione fu il professor Saccomandi, che affidò ad un tecnico, il dottor Artusi, un incarico non formale ricevendone una relazione allarmante alla quale, tuttavia, non fece seguito alcuna concreta iniziativa.
Nessun Ppresidente del Ccollegio sindacale della Fedit di nomina governativa assolse le sue funzioni di controllo interno, assumendo la doverosa iniziativa di inoltrare al Ministro relazioni che illustrassero le reali condizioni dell'Ente.
Nessuno di loro segnalò alcunché.
Si deve, pertanto, concludere che i Ministri che ressero il dicastero dell'agricoltura, tutti appartenenti alla Democrazia Ccristiana, ed i funzionari che si adeguarono al loro indirizzo politico, esplicito od implicito, abdicarono del tutto ai loro doveri di vigilanza.
Ciò, in un primo tempo, favorì l'assoluta libertà di azione della Fedit; in un secondo ed ultimo tempo concorse a determinarne il tracollo non garantendo il contenimento, nei confini delle regole economiche e finanziarie, delle richieste del mondo consortile che, se fondate, avrebbero dovuto trovare risposta politica.
A ciò va aggiunto che le potenzialità ispettive presso il Ministero dell'agricoltura erano pressochèpressoché inesistenti dal punto di vista strutturale.
Persino il commissariamento della Fedit non fu preceduto da una ispezione condotta da funzionari ministeriali, ma da una rapidissima ricognizione, affidata dal Mministro Goria a due esperti privati.
Il Ministro non poteva, evidentemente, far alcun affidamento sulle strutture delle quali avrebbe dovuto istituzionalmente avvalersi.
Per quanto riguarda i consorzi agrari, Llargo uso fu fatto, invece, dell'istituto del commissariamento nei confronti dei consorzi agrari.
Ma iI provvedimenti del Ministero non furono però, quasi mai, il frutto di iniziative ispettive.
Come si è già detto, infatti, in tempi prossimi alla crisi e, quindi, in tutto il decennio che va dal 1982 al 1991, oggetto dell’inchiesta di questa Commissione, nessuna ispezione fu compiuta nei confronti dei consorzi. Tanto si deve ritenere su base documentale, la sola alla quale la Commissione ritiene di doversi affidare, mancando del tutto validi contributi testimoniali di segno opposto.
Nonostante le affermazioni in senso contrario dei dirigenti ministeriali ascoltati, infatti, a specifica e reiterata richiesta, il Ministero delle politiche agricole non è stato in grado di trasmettere una sola relazione ispettiva.
I controlli si possono ritenere, pertanto, del tutto omessi.
L'omissione è imputabile, come già evidenziato, in primo luogo ai Ministri pro tempore ed, almeno per quanto riguarda gli anni precedenti al 1987, in forma attenuata, ai responsabili delle Direzioni proposte alla vigilanza di cui si tratterà più oltre.
In un così grave contesto omissivo, si sono tuttavia, acquisite il 23 novembre 1999, a seguito dell'audizione del dottor Vincenzo Pilo, responsabile pro tempore della Direzione generale della Pproduzione agricola, segnalazioni indirizzate, peraltro solo a partire dall'anno 1987, al Ministro dell'agricoltura sullo stato di dissesto del sistema dei consorzi agrari.
Le condizioni in cui versavano i consorzi agrari nella seconda metà degli anni Ottanta erano, infatti, tanto note e gravi da consigliare alla direzione generale vigilante, la redazione di argomentate e documentate relazioni.
Queste, pur senza approfondire il tema dei rapporti finanziari tra i consorzi e la Fedit, disegnavano, tuttavia, ufficialmente, un quadro così tanto grave ed allarmante da far ritenere alla imporrendurre la Commissione inadeguate le determinazioni politiche e di governo, assunte a condividere l'implicita stigmatizzazione un giudizio fortemente negativo desull'operato daei vari ministri succedutisi alla guida del DddDicastero dell'agricoltura prima dell'insediamento diel ministro Goria.
In nota Amplius infra
, espressa dal senatore Andreotti nel corso della sua audizione del 15 febbraio 2000. I ministri interessati sono Filippo Maria Pandolfi, Calogero Mannino ed il deceduto Vito Saccomandi.
Nelle relazioni sopra indicate, tutte a firma del dottor Pilo, riguardanti gli anni dal 1985 al 1990, si segnalava infatti, che la soluzione dei problemi dei consorzi non poteva essere ulteriormente procrastinata e che era urgente ed indifferibile l'esigenza di un intervento radicale ed efficace.
Ad esso non si diede, né si ritenne di dare, mai corso.
Il contenuto delle note non dava adito a dubbi; vi si affermava che le condizioni economiche e finanziarie dei consorzi presentavano nella maggior parte dei casi sintomi di squilibrio; che particolarmente difficile era la situazione di consorzi siciliani, soggetti alla vigilanza della Regione Sicilia, tutti in stato di assoluta precarietà economica, finanziaria e patrimoniale; che molti consorzi avevano chiuso il bilancio con una rilevante perdita di esercizio, altri in pareggio ricorrendo ad un artificio contabile costituito dalla rivalutazione degli immobili; che la Fedit aveva accordato a 23 consorzi un beneficio straordinario, costituito dal congelamento per tre anni degli interessi sui debiti nei confronti della stessa e la rateizzazione della restituzione del capitale in dodici anni ad un tasso di interesse molto basso.
Le cause della crisi venivano individuate nella progressiva contrazione delle attività per conto dello Stato; nelle difficoltà incontrate dai consorzi nel collocamento delle merci; nei maggiori costi rispetto alla concorrenza derivanti dalla struttura consortile; negli oneri fiscali; nei bassi margini di utili sui prodotti commercializzati; nelle esposizioni debitorie rilevantissime con gravissimi riflessi derivanti dall'aumento continuo degli interessi sui conti economici, per essere gli oneri superiori ai ricavi di esercizio.
Si tratta con evidenza di cause tutte strutturali connesse con l'impianto stesso del sistema che, venute meno le possibilità di profitti derivanti dalle gestioni per conto dello Stato, aveva chiare connotazioni di diseconomicità.
Nonostante il fosco quadro che vi si disegnava, e che imponeva urgentissimi ed adeguati rimedi, i due Ministri che ne furono destinatari prima diel ministro Goria, e cioè gli onorevoli Filippo Maria Pandolfi e Calogero Mannino, non ritennero di assumereassunsero i provvedimenti urgenti e indifferibili che la gravità della situazione, a giudizio della Commissione, esigeva.
Tanto più che le pur così negative annotazioni della struttura ministeriale non descrivevano ap pieno la realtà, se il ministro Goria ritenne di vergare di suo pugno sull'ultima relazione, datata 14 marzo 1991, riguardante l'esercizio 1989 in cui si diceva:
"Dinanzi al diffuso stato di precarietà economico-finanziaria dei consorzi la Fedit ha predisposto un piano di accorpamento dei consorzi limitrofi al fine di allargare il bacino di utenza di ogni singolo ente e di contenere i costi di gestione"
, la seguente annotazione: "La situazione è molto più grave e merita una riunione per decidere il da farsi". La rappresentazione dell'imponenza del dissesto era, pertanto, palese.La sua decisione assunta dal ministro Goria fu il di commissariaremento della Fedit.
2.1 La posizione del ministro PandolfiLa rappresentazione dell'imponenza del dissesto era, pertanto, chiara.
Richiesto da questa Commissione di chiarire le determinazioni da lui assunte, l'ex ministro Pandolfi ha affermato di essersi preoccupato prioritariamente di definire e liquidare i rendiconti delle gestioni speciali e cioè degli ammassi, risalenti a molti anni prima e non ancora chiusi predisponendo, con il concorso di una apposita commissione ministeriale, un articolato disegno di legge (AC n. 2315) presentato nel novembre 1984.
Il disegno di legge, assegnato alla Commissione agricoltura della Camera, non fu mai discusso.
Secondo il ministro Pandolfi l'approvazione del provvedimento, che avrebbe avuto natura preliminare nei confronti dell'operazione di risistemazione del sistema dei consorzi agrari e della Federconsorzi, non avvenne per la situazione politica del tempo.
Il ministro PandolfiDalle dichiarazioni di Pandolfi, rese, nel corso dell’audizione svoltasi il 17 febbraio 2000, risulta ha sottolineato come:
"Agli inizi degli anni '80 sopravvivevano ancora in maniera fortissima i riflessi delle polemiche di cui le piazze d'Italia erano state testimoni dal 1948 al 1958 e fino alla campagna elettorale del 1963; polemiche che si riferivano appunto alla famosa questione della Federconsorzi (…)".Egli ha, inoltre rammentato l’opposizione tradizionalmente critica della sinistra in generale e quella
"particolarmente critica del partito socialista durante uno dei Governi dell'onorevole Craxi".Secondo il Ministro:
"l'opposizione era ancora prevenuta sui tentativi di sistemazione del mondo federconsortile; erano le confederazioni di parte democristiana, soprattutto la Coldiretti, che a loro volta temevano che, se il Parlamento fosse entrato su tali questioni, si sarebbero riaccese polemiche non necessarie.(…) "Tutti erano in attesa che si verificasse una situazione diversa; (…) la svolta di Chianciano della Coldiretti; però, tutto questo è successo quando la mia permanenza come Ministro dell’agricoltura era finita".
Ricordo che, in uno dei Governi dell'onorevole Craxi, la posizione del partito socialista era particolarmente critica. (…) C'era poi l'opposizione della sinistra, un'opposizione tradizionalmente critica.
(…) Le due confederazioni maggiori, quella dei Coltivatori diretti e la Confagricoltura, appartenevano all'amministrazione dei consorzi agrari, la terza, invece,
(la Confcooperative, che faceva capo al PSI n.d.r.) era storicamente esclusa da questa partecipazione (…) l'opposizione era ancora prevenuta sui tentativi di sistemazione del mondo federconsortile; erano le confederazioni di parte democristiana, soprattutto la Coldiretti, che a loro volta temevano che, se il Parlamento fosse entrato su tali questioni, si sarebbero riaccese polemiche non necessarie.Tutti erano in attesa che si verificasse una situazione diversa; (…) la svolta di Chianciano della Coldiretti; però, tutto questo è successo quando la mia permanenza come Ministro dell’agricoltura era finita."
In ordine alla sua azione riguardante i consorzi agrari e la Federconsorzi, il ministro Pandolfi ha affermato di aver affrontato il problema mediante l'elaborazione, nel contesto del Piano agricolo nazionale approvato dal CIPE il 1° agosto 1985, di un piano organico riguardante la cooperazione.
In particolare ha rivendicato che "(…) con quel Piano allora si operava una scelta: anche dopo lo scacco del disegno di legge n. 2315, si constatava che rimanevano ancora in campo tutte le questioni che riguardavano i consorzi agrari provinciali e la Federconsorzi e che quindi rischiava di accentuarsi la dicotomia tra associazionismo e cooperazione.
"Per quanto riguarda l'associazionismo, (…) principio generale dell'azione che dovrà essere svolta dai poteri pubblici saranno una finalizzazione e una concentrazione più rigorose dell'intervento pubblico sui fattori che influenzano direttamente il miglioramento dell'efficienza d'impresa. (…) Il paragrafo 180 afferma che la legge pluriennale di spesa, che seguirà il piano agricolo nazionale, sembra essere la sede preferibile per la definizione dei nuovi criteri di intervento pubblico piuttosto che un provvedimento specifico che finirebbe per coinvolgere questioni più generali e per contrastare con l'evidente esigenza di rapidità.
(…) Con quel Piano allora si operava una scelta: anche dopo lo scacco del disegno di legge n. 2315, si constatava che rimanevano ancora in campo tutte le questioni che riguardavano i consorzi agrari provinciali e la Federconsorzi e che quindi rischiava di accentuarsi la dicotomia tra associazionismo e cooperazione.
(…) Raccolsi allora il parere degli esponenti del mondo agricolo che rappresentavano tutte le confederazioni, non soltanto una o due.
(…) Si decise pertanto di non arenarsi con un provvedimento di legge specifico e di lavorare piuttosto sulla legge pluriennale di spesa. Era quello il suggerimento che mi venne dato anche al fine di consentire alle associazioni e alle loro unioni di esercitare attività di impresa, (…) grande questione che sanciva il primato inarrestabile della Germania, della Francia e della Gran Bretagna, dove le associazioni avevano anche poteri di impresa, mentre nella realtà italiana avevano solamente compiti di rappresentanza.
Si arrivò così alla legge pluriennale di spesa dell'8 novembre 1986, n. 752. L'articolo 4, comma 3, lettera c), e l'articolo 7 introducevano un fondo di rotazione per la ricapitalizzazione delle cooperative sulla base di progetti quinquennali. (…) Il provvedimento entrò così regolarmente in vigore nel 1987".
Sulla questione dell’esercizio del potere-dovere di controllo e vigilanza, il ministro Pandolfi è parso rivendicare di avere sempre privilegiato un' impostazione propositiva di carattere generale e, quindi, di aver ritenuto di dover provvedere in forma organica e generalizzata, piuttosto che mediante provvedimenti particolari, alle segnalazioni che gli pervenivano: "Mi arrivavano quotidianamente rapporti sulla situazione dei consorzi agrari nei quali si diceva, ad esempio, che tredici consorzi versavano in gravi difficoltà, tanto da rendere addirittura necessaria la liquidazione coatta amministrativa.
Sui controlli Pandolfi ha affermato: "Mi arrivavano quotidianamente rapporti sulla situazione dei consorzi agrari nei quali si diceva, ad esempio, che tredici consorzi versavano in gravi difficoltà, tanto da rendere addirittura necessaria la liquidazione coatta amministrativa.
Ho sempre usato molto il metodo dell'annotazione diretta sui documenti e, da alcune annotazioni dell'epoca, emerge chiaramente il mio tentativo di far capire che non ci si poteva fermare soltanto alla denuncia degli inconvenienti. Occorreva muoversi".
Ricordo che il mio Gabinetto mi fece presente che per i consorzi agrari provinciali c'erano difficoltà d'inserimento nello schema della legge pluriennale in quanto, in base all'articolo 34 del decreto legislativo n. 1235 del 1948, era prevista una ripartizione degli utili, il che contrastava con il principio della mutualità alla base del sistema cooperativo. Quindi, mi fecero notare che era necessario un piccolo intervento correttivo per eliminare tale difficoltà. Risposi che forse bastava introdurre un articolo che abrogasse il decreto legislativo n. 1235 del 1948, dal momento che non c'era più alcuna ragione che facesse sussistere questo sistema di funzioni pubblicistiche.
L'onorevole Pandolfi ha inoltre sostenuto, a differenza di quanto sopra evidenziato, che al Dicastero dell'agricoltura non spettassero poteri di controllo di merito, affermando che
Il ministro non ha mancato di far notare che "(…) Dd’altra parte, le autorità ministeriali avevano un potere di controllo di legittimità: vorrei verificare se il controllo di legittimità salva, per esempio, una grande società multinazionale da qualche catastrofe finanziaria dovuta ad operazioni sbagliate.E' la decisione di merito che conta per sapere se una gestione funziona.
(…) Vorrei aggiungere: come si può pensare che negli anni '80 strutture ministeriali potessero esercitare un controllo di merito su operazioni per migliaia di miliardi ogni anno? Avremmo dovuto mettere in piedi un ministero ad hoc. Lo stesso Ministero delle partecipazioni statali, finché è esistito, non aveva alcun potere di controllo di merito sulle operazioni"
.(…) non ricordo in tutto quel periodo di aver avuto pressioni per occuparmi dei conti della Federconsorzi. Tra l'altro, aggiungo di aver sempre avuto scarse conoscenze dei problemi concreti interni di tale ente. Sono sempre stato alla larga rispetto ai rapporti della Federconsorzi con il sistema bancario. Chi fa il Governatore della Banca d'Italia o il Ministro del tesoro - come lo sono stato io - sa perfettamente che non deve avere rapporti diretti o impropri con il sistema bancario (…).
(...) Pertanto, quando sono stato Ministro l'ultimo mio pensiero era conoscere in forma diretta o indiretta cosa stesse accadendo in enti già sottoposti al controllo del Ministero dell'agricoltura, perché avrei finito di vivere. Era completamente fuori dal mio orizzonte, anche per un certo senso di puritanesimo politico, al quale ho sempre cercato di improntare la mia attività politica. Mettere le mani in queste vicende era secondo me non soltanto inopportuno ma alla fine anche illegale, perché i Ministri dovevano fare altre cose e non questo (…). Confesso i limiti della mia azione di Governo in quel momento
Sulla Federconsorzi il Ministro ha aggiunto: "Venendo alla questione Federconsorzi, non mi è mai stato rappresentato alcun problema che riguardasse la sua concreta gestione.
Da quel che si è letto, ma anche da quel che si sapeva, il bilancio della Federconsorzi aveva tutta una parte relativa ad investimenti immobiliari (alcuni buoni, altri meno buoni, altri ancora cattivi), ma di tali questioni non ho mai sentito parlare. (…) si manteneva in vita un sistema che aveva perso da 25 anni ogni tipo di giustificazione poiché non esistevano più (…) funzioni pubblicistiche e non capivo il motivo per cui la Federconsorzi dovesse avere tutte queste bardature a differenza di altre importantissime cooperative.
La seconda tappa consisteva nel far rientrare in corsa - eventualmente anche la Federconsorzi - nelle provvidenze del famoso progetto di ricapitalizzazione con un progetto quinquennale che, tra l'altro, doveva essere accertato con certificazione di bilancio, con schemi molto rigorosi. Questa, in sintesi, l'ipotesi di lavoro pensata durante il mio ministero.
E’ stata elaborata la legge pluriennale di spesa che consente di varare piani di ricapitalizzazione quinquennale con l'apporto dello Stato e con tutte le regole già fissate al suo interno, mentre non è andata in porto l'operazione del ripiano del disavanzo".
Per quanto riguarda la Federconsorzi, l’onorevole Pandolfi ha affermato di
"(…) aver sempre avuto scarse conoscenze dei problemi concreti interni di tale ente. Sono sempre stato alla larga rispetto ai rapporti della Federconsorzi con il sistema bancario. Chi fa il Governatore della Banca d'Italia o il Ministro del tesoro - come lo sono stato io - sa perfettamente che non deve avere rapporti diretti o impropri con il sistema bancario (…) Pertanto, quando sono stato Ministro l'ultimo mio pensiero era conoscere in forma diretta o indiretta cosa stesse accadendo in enti già sottoposti al controllo del Ministero dell'agricoltura, perché avrei finito di vivere. Era completamente fuori dal mio orizzonte, anche per un certo senso di puritanesimo politico, al quale ho sempre cercato di improntare la mia attività politica. Mettere le mani in queste vicende era secondo me non soltanto inopportuno ma alla fine anche illegale, perché i Ministri dovevano fare altre cose e non questo (…). Confesso i limiti della mia azione di Governo in quel momento.Venendo alla questione Federconsorzi, non mi è mai stato rappresentato alcun problema che riguardasse la sua concreta gestione".
Tenuto conto che l'onorevole Pandolfi fu Ministro dell'agricoltura dal 4 agosto 1983 al 12 aprile 1988 (I e II Governo Craxi, VI Governo Fanfani, Governo Goria) e quindi per cinque anni consecutivi, durante i quali i problemi del sistema, di cui era ben consapevole, crebbero senza freno; considerato che essi imponevano una soluzione giudicata non più differibile fin dal 1985, le sue iniziative politiche, per di più fallite, non possono essere giudicate che come il risultato di una inadeguata azione di governo.
Di fronte all'urgenza - non percepita o non voluta percepire -, Lla situazione fu, di fatto, lasciata incancrenire.
Di fronte all'urgenza trascorsero anni senza alcun risultato.
Il progetto di legge di approvazione dei rendiconti degli ammassi, presentato nel novembre 1984, non fu mai esaminato dalla Commissione agricoltura della Camera dei deputati e il Governo non assunse alcuna iniziativa per sollecitarne ed ottenerne l'approvazione.
La rendicontazione delle gestioni speciali, inoltre, non era affatto un tabù di un passato lontano, ma una questione aperta, che richiedeva, dopo trenta anni, una soluzione che non poteva essere senza contrasti ma, non per questo, si poteva e doveva rinviare all'infinito, se da essa dipendeva, come riteneva il ministro Pandolfi, l'avvio del risanamento del sistema.
Si trattava, comunque, di null'altro che di far pervenire ai consorzi agrari danaro pubblico, e non, quindi, di un tentativo di affrontare e risolvere un problema che il Ministero e lo stesso Ministro consideravano strutturale e che richiedeva, pertanto, scelte politiche chiare e determinate, sulla sua conservazione, conversione o cancellazione.
Trascorsero almeno due anni fino alla presentazione del disegno di legge pluriennale, senza che niente altroalcunché si tentasse.
Anche nel contesto della legge pluriennale, null'altro è dato scorgere se non la possibilità di una ricapitalizzazione dei consorzi e della Fedit. Nulla si dice della eventuale soppressione di quest’ultima, della sua eventuale trasformazione, del suo adeguamento, di una eventuale apertura all'apportoprivatizzazione operata con l'apporto di tutte le componenti del mondo agricolo e di capitali privati.
I tentativi dell’onorevole Pandolfi concretizzarono la sua volontà politica di non affrontare, come sarebbe stato necessario e doveroso, direttamente il problema della crisi del sistema.
Sembra alla Commissione che il ministro PandolfiPandolfi preferì non scontrarsi con gli interessi forti di cui le associazioni di categoria erano portatrici.
, nell'ambito di unaLa sua impostazione concorse, in tal modo, politica generale che non obbediva all'esigenza di governare affrontando e risolvendo i problemi, ma di amministrare e di ricercare il massimo consenso possibile, anche a rischio, come poi si verificò, dia creare con l'inerzia sostanziale, lele premesse per il tracollo di un grande apparato con enormi danni per la collettività.
A ciò va aggiunto che è sicuramente vero quanto da lui affermato:
da Pandolfi: "Vorrei verificare se il controllo di legittimità salva, per esempio, una grande società multinazionale da qualche catastrofe finanziaria dovuta ad operazioni sbagliate. E' la decisione di merito che conta per sapere se una gestione funziona".Ma, prescindendo dall'inaccettabile riduzione del contenuto dei controlli alla semplice presa d'atto, non v'è dubbio che il tracollo della Fedit non fu affatto dovuto ad una sola operazione sbagliata ma agli effetti della scelta, che all'epoca dell'abbandono diel ministro Pandolfi durava da almeno tre anni, e che di anno in anno si rinnovava, di sostenere economicamente e finanziariamente i consorzi agrari indipendentemente dalla loro redditività.
Si trattava di una politica aziendale che prosciugava inesorabilmente le risorse e rendeva dubbia la persistenza della capacità della Fedit di soddisfare i suoi scopi istituzionali e quindi non solo legittimava, ma imponeva l'intervento dell'autorità tutoria.
2.2 La posizione del ministro Mannino
L’impostazione del ministro Antonio Calogero Mannino, si è rivelata diversa da quella del suo predecessore.
Il ministro, nel corso della sua audizione avvenuta il 6 giugno 2000, ha, innanzitutto, minimizzato i poteri di vigilanza del ministero nei confronti dei consorzi agrari, sostenendo che essi erano "irrilevanti".
Essi, secondo il suo assunto,
"non permettevano al Ministero l'assunzione di una funzione ispettiva in termini poliziesco-giudiziari" ma piuttosto degli interventi di indirizzo.AllLa Commissione non appaiono condivisibilide le affermazioni dell’ex ministro, perché che appaiono in contrasto con la penetrante dotazione di poteri di controllo sopra illustrata.
Basta considerare che lo stesso onorevole Mannino non ha mancato di rivendicare di aver incaricato
"moltissimi funzionari" di eseguire indagini presso i consorzi agrari provinciali, prevenendo la contestazione di non aver assunto conseguenti determinazioni, con l'affermazioneaffermando che accadeva che le relazioni "pervenivano quando pervenivano, magari quando il Ministro era cambiato".Per quanto concerne la vigilanza sulla Federconsorzi, egli ha affermato che, nel periodo in cui fu Ministro dell’aAgricoltura, tra il 1988 e il luglio del 1990, a livello ministeriale, non era emerso dallaa una "situazione finanziaria della Fedit , un dato catastrofico tale da richiedere un intervento radicale" sostenendo che il problema dell'indebitamento nel 1988-1989 "era soltanto una minaccia incombente, non era un fatto esplosivo".
Egli ha voluto, significativamente, precisare di non aver mai avvertito che il bilancio della Federconsorzi potesse nascondere delle perdite, che potesse occultare qualcosa perché in tal caso
"sarei intervenuto e lo avrei riconosciuto".Il Ministro ha affermato di non aver approvato i bilanci della Federconsorzi, nel periodo di sua competenza, ma di essersi limitato a prenderne atto perché il direttore generale cui si era rivolto gli disse che il ministero non era in grado "di disporredi disporre un'analisi attraverso le società di revisione" e, quindi, avendo avuto
"(...) dei dubbi, non nei confronti del bilancio in quanto tale, ma del momento gestionale della Federconsorzi", li aveva espressi "nella forma di approvazione del bilancio" e cioè limitandosi, come del resto aveva fatto il suo predecessore Pandolfi, ad una presa d’atto formale.In merito,Rileva sul punto la la Commissione rileva che,che l’essersi il Ministro posto il problema di sottoporre il bilancio della Federconsorzi all’analisi di una società specializzata, rivela di quale spessore fossero come i dubbi sui contenuti di verità del documento contabile.
La "presa d’atto", del bilancio, nella ricostruzione del ministro, sembra assumere il significato più di una "presa di distanza" che "d’atto", in un’ottica politica non interventista che non sembra corrispondere alle esigenze di governo.
Secondo la condivisibile analisi del Ministro, il sistema federconsortile era gravato da problemi di natura strutturale:
"(…) I consorzi a livello periferico, e poi anche la Federazione a livello centrale, si sono venuti via via trovando in presenza di una condizione di difficoltà - che da me fu avvistata fin dal 1983 - dovuta al fatto di avere sostanzialmente un quadro dirigente di tipo funzionario, burocratico, quando ormai occorreva introdurre un quadro di tipo manageriale. Ricordo di avere rivolto, nel 1983, ai dirigenti della Federconsorzi e delle organizzazioni agricole che facevano più direttamente riferimento ad essa (cioè la Confagricoltura e la Coldiretti), l'invito a porsi il problema di una trasformazione di tipo imprenditoriale della stessa Federconsorzi.Ho ritrovato tale questione nel 1988, in condizioni ancora più preoccupanti sotto il profilo finanziario (…)"
.Ma il progetto di: "rendere la Federconsorzi una struttura di servizio, una holding partecipata politicamente, sindacalmente e socialmente da tutte le organizzazioni produttive" aveva incontrato forti difficoltà".
Ciò perché, ritiene la Commissione, usando le stesse parole del ministro, "la Coldiretti e la Confagricoltura guardavano alla Federconsorzi come ad uno strumento della propria politica, quindi gelosamente".
In questa prospettiva, l'onorevole Mannino ha rivendicato la sua vicinanza alle posizioni della Coldiretti:
"La sinistra DC, - ha, infatti, affermato - della quale, come è noto, ho sempre fatto parte, fino a tutti gli anni '70 non ha avuto un rapporto di integrazione politico-ideologica con la Coldiretti.Negli anni '80 tra la Coldiretti e la segreteria De Mita c'è stato un dialogo, una collaborazione molto intensa, sino a realizzarsi quella integrazione che non c'era stata prima. Anche questa è un'opinione, fondata però sulla ricostruzione di cronache politiche"
.E’ parso, però, chiaramente rivendicare di aver assunto una differenziata posizione in favore dell’ingresso del Partito comunista e del Partito socialista nell’area della organizzazione, attraverso l’apertura delle iscrizioni degli agricoltori e delle cooperative ai consorzi provinciali, schiudendo così la strada all’ingresso nella Federconsorzi ed alla trasformazione di questa in una holding.
Non
L’onorevole Mannino si era posto il problema del futuro della Federconsorzi, sulla base di una condivisibile osservazione che la Commissione condivide:
"in mancanza di un intervento di sistemazione delle passività pregresse e di una ristrutturazione del quadro politico di riferimento della Federconsorzi il nodo, prima o poi, sarebbe arrivato al pettine, indipendentemente dai possibili interessi di accaparrarsi ciò che rimaneva ; nel caso della Federconsorzi l’eredità c’era, soprattutto se si fosse realizzato un intervento di duplice ordine, quello della sistemazione del debito che lo Stato aveva e quello della trasformazione della Fedit. Il quadro ordinamentale della Fedit, in base al decreto legislativo n. 1235, era assurdo. Eravamo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Era giusto prevedere una trasformazione della Fedit in holding, aperta a tutti (…)"". Il suo monito fu: "guardate, o superiamo la pregiudiziale politica e mettete questo strumento al di fuori dello scontro politico, oppure tra qualche anno non ve lo ritroverete più (…).Anzi sono venuto anche a dirvi: superiamo il regime giuridico delle società cooperative, introducendo una parziale capitalizzazione a carico del socio, in maniera tale che ci sia una responsabilizzazione".
Il problema della sopravvivenza, della ristrutturazione e della trasformazione, del sistema, si evidenzia , di conseguenza, a giudizio della Commissione, in tutta la sua valenza non solo economicao e finanziaria ma anche politica.
Lea questionie dell’apertura del concorso all’apporto di capitali privati e della rinuncia al monopolio da parte delle associazioni che lo detenevano, del monopolio urgevano ed imponevano scelte politiche di fondo, che travalicavano la persona ed il ruolo del ministro dell’agricoltura.
Pur tuttavia, ancor prima di assumere determinazioni di tipo strutturale, occorreva assicurare se non il risanamento, quanto meno che le condizioni economiche e finanziarie della Federconsorzi non si aggravassero.
In merito il Ministro ha sostenuto di essere stato rassicurato sulle possibilità e capacità di ripresa della Federconsorzi, dall’onorevole Lobianco.
Ha, infatti, dichiarato che il Presidente della Coldiretti:
"(...) Mi ha sempre manifestato un'opinione molta fiduciosa nella possibilità di recupero e di risanamento delle Federconsorzi, anzi ha sempre indicato nella nomina di Pellizzoni (a nuovo direttore generale della Fedit n.d.r.) l'atto preliminare, diciamo propedeutico per giungere a questi risultati.(…) Nel 1989 Lobianco giurava a tutti che, con Pellizzoni, avrebbe risolto tutti i problemi della Federconsorzi. Ricordo molti colloqui, non soltanto a due, ma anche a tre, con De Mita, prima Presidente del consiglio e poi ancora segretario del partito. Lobianco giurava che la situazione della Fedit era superabile".
E’ agevole dedurrezione della Commissione, che il problema era diventato tanto grave da porsi all’attenzione non più del solo Mministro competente ma dello stesso Presidente del Consiglio e del sSegretario del maggior partito italiano.
Acquista, inoltre, maggiore credibilità l’assunto del dottor Pellizzoni,. direttore generale della Fedit , che il professor. Capaldo gli avrebbe confidato di aver ricevuto l’incarico di occuparsi della Federconsorzi, non solo dai due presidenti confederali Wallner e Lobianco ma anche dall’allora presidente del consiglio De Mita.
Osserva , tuttavia, la Commissione che il ministro, assai lucido nel percepire i reali problemi dei Cconsorzi agrari e della Federconsorzi, favorevole a soluzioni più aperte , moderne e democratiche , non fu tuttavia conseguente, poiché, le sua giusta analisi dovevaavrebbe dovuto, malgrado le rassicurazioni dell’onorevole Lobianco, fargli, ben fondatamente, dubitare della possibilità di successo della via intrapresa e, quindi, consigliarglisi un’azione più incisiva ed concretamente efficace, anche attraverso il concreto esercizio dei suoi poteri di controllo e vigilanza.
2.3 2.3 La breve stagione del mMinistro Saccomandi
Il professor Vito Saccomandi, fu ministro dell’agricoltura dal 27 luglio 1990 al 12 aprile 1991 nel VI governo Andreotti.
L’aggravarsievoluzione ingravescente della crisi della Federconsorzi portò il ministro, nonostante la breve durata del suo incarico, ad occuparsene.
IE’ rimasto a lungo sconosciuto che il prof.essor Saccomandi , affidò ad un tecnico della società Arthur Andersen, il dottor Carlo Artusi, che in quel tempo lavorava presso il Ministero dell'agricoltura come consulente per l'analisi dei problemi della cooperazione, il compito di monitorare la Federconsorzi e di riferirgli. ILe valutazioni del dottor Artusi ha così ricostruito per la Commissione con una relazione datata 22 febbraio 2000, le valutazioni da lui, riferite al Ministro, sono le seguenti, come da lui ricostruite per la commisioneCommissione in base ai suoi ricordi :
"(…)… In tale veste, ebbi due riunioni informali con il vertice di Federconsorzi (Ddottor Pellizzoni e Ddottor Bambara) nelle quali, unitamente al Dottor Carlo Cocco, vice capo di Gabinetto del M.A.F
. –(e presidente del Ccollegio sindacale della Fedit! n.d.r.) - esaminammo le grandi linee della situazione finanziaria Federconsorzi (…) a quanto ricordo, emergeva, in sintesi, una situazione finanziaria molto grave, caratterizzata da alto indebitamento verso banche fronteggiato da crediti verso consorzi agrari di difficile esigibilità immediata ed un patrimonio immobilizzato di lenta e complessa dismissione.In particolare, per quanto ricordo:
Quindi una richiesta di rientro da parte di una o più banche avrebbe immediatamente generato uno stato di crisi, peraltro non sanabile nel breve periodo, e probabilmente un effetto "domino" su tutte le altre banche esposte.
Di questo, nell’appunto e a voce, ritengo in due o tre riunioni, discussi con il Ministro, ipotizzando scenari di risanamento che potessero salvaguardare la struttura avviando contemporaneamente processi di reperimento di risorse finanziarie, attraverso dismissioni o altro, che potessero ridurre l’indebitamento.
Nonostante i chiari elementi informativi raccolti , che avrebbero consigliato provvedimenti urgenti, il Ministro non assunse nessuna iniziativa.
Non è dato sapere se i risultati di tale lavoro furono conosciuti dal successore del professor Saccomandi, il ministro Goria, ma si può pensare che ciò accadde.
La perfetta informazione dell’on.orevole Goria, sulla reale situazione del sistema, come di seguito si vedrà meglio, potrebbe trovare una convincente spiegazione.
2.4 L’apparato ministeriale
Per quanto riguarda il ruolo dell’apparato ministeriale, la vigilanza sui consorzi agrari e la Fedit competeva, fino al 1978, alla Ddirezione generale dell'alimentazione presso il Ministero dell'agricoltura; dal 1978 al 1994, quando il Ministero dell'agricoltura fu trasformato in Ministero delle risorse agricole, alla Direzione generale della produzione agricola; dal 1994 in poi alla Direzione generale dei Servizi generali e del personale.
Di tali uffici sono stati responsabili, fino al 1986, il dottor De Fabritiis; dal 1986 fino alla fine del 1990 il dottor Pilo; dal gennaio 1991 al dicembre 1992, il dottor Incoronato; dal gennaio 1993 al maggio 1994, nuovamente il dottor Pilo; dal 1994 ad oggi, la dottoressa Delle Monache.
I funzionari ministeriali, ascoltati dalla Commissione nella sedute del 5 ottobre e 23 novembre 1999, ed in particolare il direttore generale dottor Pilo, che pur si segnala per essere stato il firmatario delle importanti note sopra citate al paragrafo 2, hanno invocato, per giustificare l'omessa esecuzione di accertamenti ispettivi sulla Fedit e sui consorzi, una grave carenza di personale.
La difesa sembra debole perché, quand'anche fondata, potrebbe spiegare una eventuale esiguità del numero delle verifiche ma mai la loro totale omissione.
Occorre ribadire che per ben dieci anni, dal 1982 al 1991, non fu disposto ed eseguito alcun accertamento ispettivo.
Il dottor Pilo, in assonanza con la posizione assunta dall'ex ministro dell'agricoltura Pandolfi, ha altresì sostenuto che il Ministero riteneva, per un verso, che i controlli avessero natura esclusivamente di legittimità - da ciò la prassi di rilasciare sugli atti esaminati un "nulla osta" o un "si prende atto" - e, per altro, che essi erano stati previsti in funzione delle attività ammassatorie affidate ai consorzi ed alla Fedit; venutea meno queste, ne sarebbe venuta meno la rilevanza funzionale.
La Commissione non condivide l'assunto per le ragioni sopra esposte.
I controlli vale ribadirlo, avevano natura concorrente e coesistente di legittimità e di merito.
In contrasto con la linea enunciata, appare la condotta dell'alto funzionario ministeriale che, oltre a rendersi autore delle note scritte già ricordate sulla situazione dei consorzi, assunse una iniziativa verso la Fedit, che non sembra in alcun modo iscrivibile nella categoria del controllo di legittimità.
Egli Così ha infatti riferito alla Commissione nella seduta del 5 ottobre 1999:
"Ricordo anche che, proprio a seguito della relazione consegnata nel 1988 al Ministro pro tempore, incontrai due volte l'allora direttore (della Fedit ndr) Pellizzoni, con il quale facemmo una puntuale disamina di tutte le questioni relative alla vita del sistema - quindi, Federconsorzi e consorzi agrari - ricevendo poi, al termine del secondo incontro, l'impegno, peraltro già proposto dall'Amministrazione con una lettera circolare inviata proprio quell'anno, di sottoporre a certificazione i bilanci sia della Federconsorzi che dei consorzi agrari (…). Nel 1989 fu predisposta una lettera dettagliata, diretta alla Federazione, con la quale (…) ferma restando la correttezza analitica del bilancio, l'ufficio segnalò alcuni aspetti che inducevano ad avere dei timori sull'andamento economico delle gestioni, in particolare dei consorzi agrari, fatti questi poi confermati dalle numerose procedure di commissariamento. Ricordo pure che detta lettera conteneva alcune contestazioni e ritengo che fu anche per effetto di quella lettera che l'allora direttore generale chiese di vedermi (ho accennato al fatto che ci siamo incontrati due volte) dandomi modo di analizzare con lui approfonditamente la situazione di fatto (anche con riferimento a ciò che non emergeva dagli atti) giungendo poi all'impegno di portare a certificazione i bilanci".una lettera dettagliata, diretta alla Federazione, con la quale, pur nell'incertezza di scendere nei dettagli e di giungere a quantificazioni (evidentemente una qualsiasi analisi su quest'aspetto doveva presupporre la realizzazione di uno studio di estimo assai profondo) e ferma restando la correttezza analitica del bilancio, l'ufficio segnalò alcuni aspetti che inducevano ad avere dei timori sull'andamento economico delle gestioni, in particolare dei consorzi agrari, fatti questi poi confermati dalle numerose procedure di commissariamento. Ricordo pure che detta lettera conteneva alcune contestazioni e ritengo che fu anche per effetto di quella lettera che l'allora direttore generale chiese di vedermi (ho accennato al fatto che ci siamo incontrati due volte) dandomi modo di analizzare con lui approfonditamente la situazione di fatto (anche con riferimento a ciò che non emergeva dagli atti) giungendo poi all'impegno di portare a certificazione i bilanci."
In definitiva si può affermare che, in linea ed in coerenza con gli orientamenti e l'impostazione dei Ministri pro tempore e con la qualità di dominio riservato delle associazioni di categoria ed in particolare della Coldiretti, non fu esercitata nei confronti della Fedit, nel decennio 1980-1990, nessuna azione di reale controllo amministrativo.
Basta considerare che non si è evidenziata una sola nota di commento dei bilanci della Fedit, che pure erano e sono sospetti di falsità per plurimi aspetti e che, comunque, non potevano tuttavia nascondere il continuo peggioramento dei risultati.
L'omesso controllo fu dagli operatori ed, in particolare, dal sistema bancario, interpretato come un controllo positivo che fu, successivamente, a crisi aperta, invocato, insieme con l’accreditamento che derivava alla Fedit dall’essere per dimensioni la quinta impresa del settore agro-alimentare in Europa, a sostegno di una pretesa garanzia pubblica della regolarità della gestione e del merito creditizio della Fedit.
La necessità di affidare per il futuro eventuali analoghi controlli ad organismi qualificati, e, soprattutto, indipendenti,e e, di predefinirne contenuti e responsabilità sembra alla Commissione il conseguente suggerimento proponibile al Parlamento.
L'omesso controllo fu dagli operatori ed in particolare dal sistema bancario - di per sé assai più attento all’espansione dei crediti che alla qualità effettiva degli affidati - interpretato come controllo positivo e concorse, insieme con l’accreditamento che derivava alla Fedit dall’essere per dimensioni la quinta impresa del settore agro-alimentare in Europa, a confidare nella garanzia pubblica della regolarità della gestione e, quindi, nel merito creditizio della Fedit.
La necessità di affidare per il futuro eventuali analoghi controlli a personale qualificato ed indipendente e di predefinirne contenuti e responsabilità sembra alla Commissione il conseguente suggerimento proponibile al Parlamento.
ADDE MANNINO E ANDREOTTI
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Capitolo Quarto |
La Federconsorzi: dalla prosperità al dissesto
Parte prima
La storia economica della Federconsorzi esula dai compiti di questa Commissione che, tuttavia, ritiene che giovi all'intelligenza della vicenda ricordare alcuni dati, risalenti ad epoca immediatamente precedente il decennio 1980-1990, nonché, quelli più significativi del periodo esaminato, coincidente con l'acme della parabola ascendente e con l'inizio di quella discendente.
In passato già una Commissione parlamentare di inchiesta, quella sui limiti posti alla concorrenza nel campo economico, si era di fatto occupata della Federconsorzi, sia pur da un diverso angolo visuale.
In particolare, la relazione di minoranza Miceli-Ognibene era entrata nel merito della gestione ponendone bene in evidenza luci ed ombre ed era giunta a profetizzare quasi la gravità della crisi che si sarebbe verificata quando le contraddizioni tra struttura cooperativistica e reali funzioni sarebbero scoppiate. Ed invero vi si legge:
"L’organizzazione consorzi agrari-Federconsorzi costituisce oggi, (…) un’efficiente, moderna macchina commerciale, dotata d'impianti d'alto livello tecnico, di una rete di vendita penetrante, guidata da uno staff manageriale di livello adeguato alla pluralità delle operazioni di un'holding la cui attività si esplica sui mercati nazionali e su quelli esteri (costituisce un punto d'orgoglio dell’organizzazione il fatto, ad esempio, che entro il suo organico operino 2.320 tecnici, tra agronomi, ingegneri, periti).La tenuta dell’immenso mercato, sul quale conserva per una gamma vastissima di prodotti la preminenza indiscutibile, deriva alla Federconsorzi (…)..i – chi ha potuto penetrare i meccanismi dell’organizzazione lo ha percepito senza difficoltà – dalla sostanziale organicità del disegno che collega apparato industriale, rete di approvvigionamento, organizzazione di vendita, un disegno che si realizza in una compenetrazione di elementi di centralismo e di dinamismo periferico corrispondente ai più efficaci modelli strategici delle grandi holdings moderne.
L’anomalia di un complesso di entità economiche (Federconsorzi, Cconsorzi Aagrari, società collegate) dal giro di affari di migliaoria di miliardi, che ha alla base uno statuto cooperativistico, ma che vive ormai della vita di una società finanziaria privata, non è certamente di quelle risolubili senza contraddizioni e senza traumi: intervenire su un organismo tanto complesso per imporgli trasformazioni radicali comporta infatti il rischio dell’appesantimento e della paralisi (…), comporta il pericolo, dopo qualche anno, di rendere necessario per Consorzi Agrari e per Federconsorzi, lo stanziamento di un "fondo di dotazione" (…). Se tutti i ministri dell’agricoltura, sotto i cui occhi compiaciuti la "privatizzazione"
In nota : è interessante notare come all’epoca il concetto di "privatizzazione" della Federconsorzi fosse utilizzato, sul presupposto che essa rappresentasse una organizzazione ispirata ad efficiente modello "privatistico", per esprimere un suo ritenuto allontanamento dal perseguimento di finalità pubblicistiche a servizio dell’intera agricoltura italiana; anni dopo , nella fase del declino la possibile salvezza della Federconsorzi sarà individuata in una sua "privatizzazione " intesa come liberazione dai vincoli della sua stessa struttura.
della Federconsorzi ha proceduto incontrastata, si fossero meno disinteressati della corrispondenza tra lo statuto dell’ente e la sua prassi operativa, forse l’immenso patrimonio di strumenti e di capacità manageriali sarebbero stati usati, fino dal dopoguerra, in modo da contribuire più direttamente allo sviluppo dell’agricoltura italiana; oggi non sussisterebbe il rischio di distruggere, nella rissa politica in cui non è improbabile si procederà alla ristrutturazione, il maggiore strumento operativo disponibile per l’intervento economico nella nostra agricoltura.
(…) Ma il ruolo svolto dal complesso Federconsorzi nella politica agraria nazionale risulta ancora maggiore delle sue dimensioni, pure imponenti: per non poche delle voci del dibattito di politica agraria il problema Federconsorzi si identifica infatti con la stessa sostanza del problema agricolo nazionale.
Non sarebbe difficile, anzi, ripercorrendo a ritroso il dibattito politico e giornalistico di tutto il dopoguerra, identificare nella polemica attorno alla Federconsorzi una delle costanti della vita politica nazionale".
Negli anni successivi, la Federconsorzi visse un lungo periodo di prosperità, godendo di grandi disponibilità patrimoniali, allargando e consolidando le sue partecipazioni.
In nota
Ciononostante- o forse proprio per questo- essa s’ispirò al massimo riserbo sui risultati gestionali.
Anche di seguito, negli anni ‘70-’80, i risultati degli esercizi vennero resi pubblici mediante bilanci che si connotavano di notevole cripticità e che non consentivano in alcun modo si comprenderne le dinamiche gestionali ed i risultati operativi.
(…) E’ solo dalla gestione 1976 che, costretta dai rigori della nuova legislazione fiscale, la Federconsorzi ha dovuto piegarsi alla compilazione di bilanci che, pure alquanto sintetici, offrono tuttavia alcune indicazioni numeriche degli azionisti, un resoconto tanto ricco di dichiarazioni celebrative e di magniloquenti fotografie quanto povero di cifre. Il prospetto contabile cui era demandato di tradurre in cifre la vita economica dell'organismo era tale che qualsiasi ragioniere avrebbe dovuto reputarlo insufficiente a definire i termini dell’esercizio economico di un bottegaio dal giro di affari di mezzo milione. Fino al 1975 quel prospetto è consistito praticamente in un solo conto patrimoniale, in cui tutti gli immobili, edifici, magazzini, scali, aziende agricole, erano sinteticamente valutati per 11.965.579.252 (meno del valore del palazzo romano ove hanno sede gli uffici centrali)".
Nel decennio tra il 1980 ed il 1990, mentre il capitale sociale rimaneva e non poteva che rimanere, perché lo limitava la legge del 1948, sempre di sole lire 4.650.000 (quattromilioniseicentocinquantamila) pari a 93 quote da lire 500.000 cadauna detenute dai consorzi, i dipendenti salivano a circa 2.000, i depositi di benzina agricola a 1.500, gli empori a 3.500.
La Fedit era, di fatto, una holding che controllava in forma diretta od indiretta società industriali, commerciali ed immobiliari.
Le principali società controllate erano le seguenti:
|
Bancarie, parabancarie ed assicurative: |
Agroalimentari: |
|
Credito agrario Ferrara |
Fedital |
|
FATA |
Zuccherificio Castiglionese |
|
Federleasing |
Colombani-Massa Lombarda |
|
ICA |
|
|
Agrifactoring |
|
Varie complementari: |
Immobiliari: |
|
SIAPA |
AGRICOLE UPV |
|
ARSOL |
ALCEA |
|
CARPI |
IMMOBILIARE MONTEVERDI |
|
SITOCO |
SIICMA |
|
REDA |
INDIPENDENZA |
|
SISFORAGERA |
VILLA YORK |
|
SASA |
La Fedit aveva inoltre partecipazioni nelle seguenti società:
I valori delle società controllate e collegate, riferiti agli esercizi 1988-1989 e 1990, sono riprodotti nei quadri sinottici che seguono per rendere concretamente intellegibileintelligibile l'entità del complesso costituto del sistema federconsortile:
SOCIETÀ COLLEGATE
|
SOCIETA' (valori in milioni di lire) |
ESERCIZIO 1988 |
ESERCIZIO 1989 |
ESERCIZIO 1990 | |||||||||
|
Entità Partecipaz |
Valore di carico |
Scosta-menti (%) |
Entità Partecipaz |
Valore di carico |
Scosta-menti (%) |
Entità Partecipaz |
Valore di carico |
Scosta-menti (%) | ||||
|
Diretta |
Ind |
|||||||||||
|
Agrifactoring |
20.00 |
- |
2,000 |
0.00 |
20.00 |
- |
2.00 |
0.00 |
20.00 |
- |
2.000 |
0.00 |
|
Agriservice |
33.00 |
- |
66 |
0.00 |
33.00 |
- |
66 |
0.00 |
33.00 |
- |
66 |
0.00 |
|
Banca naz. Agricoltura |
||||||||||||
|
- ordinarie |
13.10 |
- |
13,392 |
0.00 |
13.23 |
- |
37.111 |
177.12 |
13.29 |
- |
165.612 |
346.26 |
|
- privilegiate |
13.10 |
- |
4,472 |
0.00 |
13.30 |
- |
8,714 |
94.86 |
13.30 |
- |
36.059 |
313.81 |
|
Cerealfiocco Modena |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
50.00 |
- |
4.027 |
100.00 |
|
Eurograin intern. Holding |
30.40 |
- |
15 |
0.00 |
30.40 |
- |
15 |
0.00 |
30.40 |
- |
15 |
0.00 |
|
Federconsorzi Leasing |
15.34 |
- |
767 |
0.00 |
45.00 |
- |
2.616 |
241.16 |
50.00 |
- |
637 |
-75.65 |
|
Ginestra |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
|
Interaudit Formazione |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
15.25 |
- |
57 |
100.00 |
|
Istituto per l'edilizia Economica e popolare –Bari |
11.25 |
- |
2 |
0.00 |
12.85 |
- |
2 |
0.00 |
12.85 |
- |
2 |
0.00 |
|
Istituto per l'edilizia Economica e popolare – Cagliari (in liquidazione) |
12.50 |
- |
1 |
0.00 |
12.50 |
- |
1 |
0.00 |
0.00 |
- |
0 |
-100.00 |
|
O.I.M.A.I.- Officina interconsorziale macchine agricole industriali |
25.00 |
- |
700 |
0.00 |
25.00 |
- |
653 |
-6.71 |
25.00 |
- |
576 |
-11.79 |
|
Pasfedit |
- |
- |
- |
- |
33.33 |
- |
729 |
100.00 |
33.33 |
- |
667 |
-8.50 |
|
S.A.I. –Società adriatica interconsorziale |
32.47 |
- |
342 |
0.00 |
32.47 |
- |
342 |
0.00 |
32.47 |
- |
342 |
0.00 |
|
SICPA- Soc. interconsorziale Conser. Prodotti agricoli |
33.00 |
- |
330 |
0.00 |
33.00 |
- |
330 |
0.00 |
33.00 |
- |
277 |
-16.06 |
|
TOTALE |
22.087 |
52.579 |
210,337 |
|||||||||
SOCIETÀ CONTROLLATE
|
SOCIETA' (valori in milioni di lire) |
ESERCIZIO 1988 |
ESERCIZIO 1989 | ||||||||
|
Entità Partecipaz |
Valore di carico |
Scosta-menti (%) |
Valore part.netto Proquota |
Entità Partecipaz |
Valore di carico |
Scosta-menti (%) |
Valore part.netto proquota | |||
|
Diretta |
Indir |
Diretta |
Indir |
|||||||
|
Agripalco – Società di valorizzazione agricola |
100.00 |
- |
1,584 |
00.00 |
1,691 |
100.00 |
- |
1,584 |
0.00 |
1,691 |
|
Agritrade |
- |
- |
- |
- |
- |
50.00 |
- |
150 |
100.00 |
n.d. |
|
A.I.D. agricola immobiliare Dauna |
100.00 |
- |
3,729 |
37190.0 |
191 |
100.00 |
- |
220 |
-94.10 |
219 |
|
A.L.C.E.A. – Az. Lav. Costr. Edili Agr. |
99.99 |
- |
63 |
0.00 |
113 |
99.99 |
- |
63 |
0.00 |
150 |
|
ARSOL- Industria it. Prodotti SOL |
100.00 |
- |
3,853 |
0.00 |
4,662 |
100.00 |
- |
3,853 |
0.00 |
4,662 |
|
Banca di Credito di Ferrara |
77.92 |
20.00 |
53,579 |
0.00 |
30,493 |
77.92 |
11.23 |
53,579 |
0.00 |
30,493 |
|
CAPPA Società consortile |
64.00 |
36.00 |
128 |
0.00 |
128 |
64.00 |
- |
128 |
0.00 |
128 |
|
CE.R.ZOO. Centro Ric. Zootecniche |
51.00 |
49.00 |
31 |
100.00 |
n.d. |
51.00 |
1.50 |
102 |
229.03 |
n.d. |
|
C.I.S.E. – Cons. it. Scambi Estero in liqui. |
21.65 |
64.95 |
0 |
0.00 |
n.s. |
21.65 |
64.94 |
0 |
0.00 |
n.s. |
|
COLOMBANI LUSUCO (1) |
100.00 |
- |
36,356 |
26.02 |
28,915 |
100.00 |
- |
28,915 |
-20.47 |
n.d. |
|
E.ME.RI.- Enopoli meridionali riuniti |
100.00 |
- |
67 |
0.00 |
156 |
100.00 |
- |
67 |
0.00 |
156 |
|
Enologia Valtellinese (2) |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
|
Fabbrica interconsorziale concimi e prodotti chimici della Campania |
100.00 |
- |
200 |
-50.00 |
-80 |
100.00 |
- |
200 |
0.00 |
220 |
|
Fabbrica Perfosfati |
- |
- |
- |
-100.00 |
288 |
- |
- |
- |
- |
- |
|
F.A.T.A. |
55.92 |
- |
5,448 |
-14.76 |
36,817 |
56.13 |
- |
6,014 |
10.39 |
56.203 |
|
Federfin |
98.00 |
2.00 |
1,078 |
0.00 |
1,042 |
98.00 |
2.00 |
1,666 |
54.55 |
983 |
|
Federgraf |
98.00 |
2.00 |
4,410 |
0.00 |
3,367 |
98.00 |
2.00 |
3,842 |
-12.88 |
3,842 |
|
Fedexport Bruxelles |
4.96 |
95.04 |
2 |
0.00 |
n.c. |
4.96 |
94.78 |
0 |
-99.99 |
n.c. |
|
Fedexport – Federconsorzi Expor-import |
98.00 |
2.00 |
588 |
0.00 |
578 |
98.00 |
2.00 |
1,071 |
82.14 |
581 |
|
Fedexport France |
2.00 |
98.00 |
3 |
0.00 |
n.c. |
2.00 |
98.00 |
3 |
0.00 |
n.c. |
|
Fedexport Monaco |
100.00 |
- |
0 |
0.00 |
n.c. |
100.00 |
- |
0 |
0.00 |
n.c. |
|
Fedexport U.S.A. |
20.00 |
80.00 |
139 |
59.77 |
n.c. |
20.00 |
80.00 |
27 |
-80.58 |
n.c. |
|
Fedexport Zurigo |
100.00 |
- |
8 |
0.00 |
n.c. |
100.00 |
- |
8 |
0.00 |
n.c. |
|
Fedital |
89.23 |
6.51 |
54,920 |
-12.50 |
54,918 |
96.68 |
2.00 |
193,433 |
252.21 |
59,503 |
|
Fedidata |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
|
Feditinvest |
51.00 |
49.00 |
255 |
0.00 |
256 |
55.12 |
19.00 |
1,102 |
332.16 |
103 |
|
Fertilgest |
98.00 |
2.00 |
196 |
0.00 |
892 |
98.00 |
2.00 |
196 |
0.00 |
707 |
|
FILI-società- interconsoziale Lavorazione e Commercio Legnami |
78.77 |
4.36 |
18 |
0.00 |
127 |
78.77 |
4.30 |
18 |
0.00 |
184 |
|
Granducato Enopolio di Pogg. |
- |
- |
- |
- |
127- |
- |
- |
- |
- |
- |
|
ICA – Istituto per l'esercizio di Credito Agrario |
80.00 |
0.02 |
5,390 |
80.75 |
-3,634 |
80.00 |
0.02 |
3,634 |
-32.58 |
3,634 |
|
1mmobiliare Basilicanova |
- |
- |
- |
-10.00 |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
La Fedit, inoltre, era il veicolo esclusivo di commercializzazione dei trattori Fiat e partner di importanti gruppi economici, quali l'Enichem e la Ferruzzi; deteneva pacchetti azionari di maggioranza, di controllo o di riferimento in banche e società assicurative e di factoring: Banca nazionale dell’agricoltura, Credito aagrario Fferrarese, FATA sspa - società di assicurazione -, Agrifactoring sspa.
La Fedit esercitava, inoltre, di fatto una funzione bancaria, tanto da essere considerata il più importante istituto bancario di credito agrario: il giro annuo di affari era di circa 1.000 miliardi. Perdurando l'istituto degli ammassi volontari, essa era ente ammassatore per conto e nell'interesse dello Stato. Infine svolgeva funzioni di assuntoria nell'ambito e per conto dell'AIMAima.
Disponendo del più vasto patrimonio di silos granari, in larga parte costruiti con finanziamenti dello Stato, nonché di silos per ogni altro genere di derrate, era il più importante assuntore italiano.
Le cifre sono imponenti e le attività svolte vitali per l'agricoltura italiana.
Il sistema federconsortile sembrava, dunque, funzionare.
Ma già negli anni Sessanta non erano mancate le denunce su numerosi aspetti negativi di questo sistema, che pur in quegli anni prosperava grazie ai ricavi delle gestioni speciali: la preminenza della Federconsorzi sui consorzi agrari provinciali, l'estromissione dei veri agricoltori dall’amministrazione dei consorzi, gli alti prezzi di vendita dei prodotti acquistati dalla Fedit e rivenduti ai consorzi, le spese eccessive, l'inefficienza del controllo sindacale, l'asservimento politico.
Si tratta di critiche fondate e condivisibili, anche in riferimento alla gestione degli anni successivi, che già indicavano alcune delle ragioni della successiva crisi del sistema, che si manifesterà molti anni dopo, quando la redditività assicurata dalla fonte pubblica sarà del tutto venuta meno.
Già negli anni Sessanta i consorzi agrari in generale versavano in una situazione di difficoltà economico-finanziaria ed erano a rischio di fallimento.
Fin da allora un efficaceDenunciava pubblicista denunciava :
IN NOTA Emilio (????) Morandini Anatomia dei consorzi agrari Ed. Arnia 1961………..:
"La vita dei consorzi agrari viene falsata perché la loro attività è ispirata a criteri e preoccupazioni politiche, anzi di una fazione di un partito". (…) Spesso i capi agenzia e i capi filiale provengono dalle file sindacali dei coltivatori diretti o ricoprono il duplice ruolo economico e sindacale, mentre in periodo elettorale si trasformano in attivisti per procacciare voti soltanto ai parlamentari dei coltivatori diretti. Sicché i consorzi sono diventati delle grandi agenzie elettorali, il cui finanziamento viene fatto da tutti gli agricoltori e dallo Stato (gestioni fuori bilancio) ma il cui lavoro va a beneficio della minoranza (…). La Federconsorzi stipula accordi particolari rimasti segreti con i produttori industriali, Anic, Edison, Fiat, Montecatini ecc…. ma non lo fa come suo dovere statutario nell’interesse e per conto dei consorzi, sibbene per quello proprio (…). Alcuni consorzi pagano gli stipendi ai funzionari della coltivatori diretti oltre le spese generali e della propaganda, del giornale e le altre spese dell’apparato politico periferico del noto onorevole Bonomi quando viene mobilitato per i vari ordini di elezioni amministrative e politiche. (…) Il pessimo andamento di molti consorzi, le molteplici e continuate irregolarità (…) stanno a provare che su tutto l’apparato degli ammassi non esiste un minimo controllo ministeriale e che la vigilanza (…) sui consorzi agrari e sulla loro federazione, attribuita espressamente dalle legge al Ministero dell’agricoltura e delle foreste non viene affatto esercitata".
Gran parte delle accuse del pubblicista, che all'epoca potevano sembrare esasperate e sospette, hanno trovato pieno riscontro negli accadimenti successivi.
L'abuso dei fondi della Fedit è oggetto di un processo penale pendente dinanzi al tribunale di Roma e, indipendentemente dal giudizio che la magistratura ne darà, sembra alla Commissione trovare ampio supporto documentale. Non sembra senza significato che gli imputati abbiano ritenuto di risarcire il danno, sia pur nella misura proporzionalmente modesta di dieci miliardi.
Della carenza, se non inesistenza, dei 'assenza dei controlli si è già detto.
Quanto ai rapporto tra la Fedit ed i consorzi ed ai rispettivi ruoli, va osservato Alle considerazioni già esposte va aggiunto che non si trattò di omissioni imputabili a negligente inerzia, ma di omissioni dovute alla consapevolezza dell'utilità che ne sarebbe conseguita per gli organismi beneficiari e, quindi, di oggettiva connivenza.
E pensare che, prima di assumere il controllo della Fedit, l'onorevole Bonomi dichiarava:
"Io penso che non i consorzi debbono dipendere dalla federazione ma la federazione dai consorzi.Vorrei che il Ministero dell’agricoltura non predisponesse gli statuti dei consorzi e della federazione, ma si limitasse a fissare determinati punti di massima, lasciando liberi i consorzi di darsi lo statuto che preferiscono, di scegliersi i funzionari nei quali hanno maggior fiducia di federarsi o non federarsi. E come potranno essere liberi di non federarsi una volta che avrete stabilito a priori che la federazione ha diritto di controllarne la funzionalità o di limitare la scelta dei direttori e dei vice direttori? La Federazione c’è già con servizi attrezzati e funzionari, nella grande maggioranza, capaci ed esperti; tanto meglio. Ma le sue mansioni e la sua sfera di competenza, la sua politica economica deve essere liberamente determinata dai soci, non imposta dallo Stato. Deve venire tutto dal basso, non scendere dall’alto".
E’ ben noto come andarono in seguito le cose.Quando l'onorevole Bonomi assunse il controllo della Federconsorzi le cose - è ben noto - andarono invece in tutt'altro modo.
2.1. Alcuni dati di bilancio
Al fine di illustrare l'evoluzione della situazione economica e finanziaria della Federconsorzi dal 1982 al 1990, appare utile riepilogare alcuni dati più significativi dei bilanci, con l’avvertenza che si farà riferimento ai dati ufficiali, la cui attendibilità, come si vedrà in seguito, appare limitata dalle larghe he pur sembrano essere stati largamente manipolazioni di cui furono oggetto.ti.
L’esercizio 1980 della Federazione italiana dei consorzi agrari si chiuse con un utile netto di un miliardo e 91 milioni di lire, con un aumento del 20,3 per cento rispetto al 1979.
Dal bilancio approvato dall’Assemblea dei soci risultò infatti che i "ricavi" ammontarono a 1.924 miliardi e 380 milioni e i "costi" a 1.923 miliardi e 289 milioni.
In un tal andamento "sembra riflettersi – si legge nella relazione del Consiglio di amministrazione –
il sommario disegno di una situazione agricola generale che risente delle difficoltà del settore zootecnico, degli onerosi costi del petrolio e derivati, mentre si avvale in apprezzabile misura di mezzi tecnici, eccettuate le sementi selezionate impiegate in quantità insufficienti".L’esercizio 1982 si chiuse con un utile netto di 1 miliardo 735 milioni di lire: il 43,5%% per cento in più rispetto all’anno precedente. I "ricavi" complessivi infatti ammontarono a 2.321 miliardi e 717 milioni, mentre i "costi" a 2.319 miliardi e 982 milioni.
Il movimento merceologico fece registrare introiti per 1.997 miliardi, che, raffrontati a quelli del 1981, rappresentavano un aumento del 7,7% per cento%.
Nella relazione all’Assemblea, il presidente Truzzi ricordava la difficile situazione congiunturale per tutta l’economia e l’agricoltura in particolare.
Il successivo esercizio 1983 si chiuse, parimenti, con un utile netto dichiarato di 2.252 milioni. Il presidente Truzzi, nell'annunciarlo, ne attribuiva il merito ad un "avveduta conduzione amministrativa", ma non poteva nascondere le difficoltà costitute dal problema del finanziamento che, "per il suo alto costo, rappresenta un autentico nodo scorsoio al collo del settore agricolo". Si dava quindi notizia del ricorso ad un finanziamento per 55 milioni di ECU, che tuttavia si rivelava del tutto insufficiente.
Nel corso dell'esercizio 1984 si fece, infatti, ricorso ad un nuovo e più importante finanziamento sul mercato londinese che veniva concesso da un pool di banche straniere ed italiane per 140 milioni di ECU.
L'esercizio 1984 si chiuse con un utile netto di 2.598 milioni. I risultati globali vennero definiti confortanti.
Il bilancio 1985 segnò un utile di 2.897 milioni. Si segnalarono aumenti di fatturato non significativi di un nuovo e diverso trend.
Il bilancio 1986 si chiuse con un utile netto di 2.980 milioni, attestandosi sui livelli dell’anno precedente. Il fatturato complessivo dei consorzi agrari ammontava a 4.981 miliardi e 670 milioni, a fronte di 5.231 miliardi e 263 milioni del 1985, con una diminuzione del 4,77 per cento.
Quanto alle società controllate dalla Federconsorzi, il fatturato complessivo si aggirò attorno ai 1.150 miliardi.
Il risultato dell'esercizio 1987 segnò un utile di 3.014 milioni.
Il bilancio 1988 si chiuse con un utile di 3.415 milioni. Il deficit complessivo dei consorzi agrari nel corso dell'anno si attestò "ufficialmente" sui 2.000 miliardi di lire.
I bilanci 1989 e 1990 si chiusero in pareggio.
|
anno |
risultato di esercizio |
importo (lire milioni) |
|
1982 |
Utile netto |
lire 1.735 |
|
1983 |
Utile netto |
lire 2.252 |
|
1984 |
Utile netto |
lire 2.598 |
|
1985 |
Utile netto |
lire 2.897 |
|
1986 |
Utile netto |
lire 2.980 |
|
1987 |
Utile netto |
lire 3.076 |
|
1988 |
Utile netto |
lire 3.014 |
|
1989 |
Pareggio contabile |
lire 0 |
|
1990 |
Pareggio contabile |
lire 0 |
|
1991 |
Perdita |
- lire 1.681.825 |
2.2. Osservazioni tecniche
La Commissione ha proceduto a sottoporre ad analisi comparativa ed evolutiva i bilanci della Fedit dal 1982 in poi.
A tal fine, si sono, innanzi tutto, riclassificati i dati in conformità delle più corrette metodologie di redazione del bilancio.
La riclassificazione del patrimonio - attivo e passivo - e dei conti economici è sintetizzata nei quadri sinottici riportati nell'allegato 4 della presente relazione.
2.3.le poste dell'attivo
A) Le liquidità immediate
Tale posta patrimoniale presentava, nell'anno 1982, una liquidità di circa lire 196.000 milioni, di cui lire 195.000 milioni circa rappresentavano le disponibilità attive della società sui conti correnti bancari.
Tali disponibilità diventarono sempre più consistenti fino a raggiungere nel 1988 un livello altissimo, pari a lire 581.694 milioni.
Anche nel successivo biennio (1989 - 1990) i depositi bancari restarono a livelli elevati per scendere solo nel 1991 a lire 69.327 milioni.
Il raffronto tra l'ammontare dei depositi bancari, nell’arco temporale considerato, e l’indebitamento medio verso banche nello stesso periodo, evidenzia un forte squilibrio tra gli interessi attivi percepiti e gli oneri derivanti dagli interessi passivi corrisposti alle banche, attesa la diversità tra i minori tassi attivi ed i maggiori tassi passivi.
La costante permanenza di elevati depositi bancari scarsamente remunerati, a fronte della grande entità dell'indebitamento, palesa una cattiva gestione dei mezzi finanziari disponibili che avrebbero dovuto essere ben più proficuamente gestiti.
B) Le liquidità differite
Alla chiusura del bilancio al 31 dicembre 1982, le liquidità differite erano pari a circa lire 1.322.167 milioni per raggiungere un importo di circa lire 3.239.223 milioni al 31 dicembre 1990, registrando, nel periodo in esame, un incremento pari a circa lire 1.917.056 milioni.
La consistente diminuzione fu l'effetto dell’adeguamento dei rischi su crediti per circa lire 1.310.174 milioni, e dei rischi per interessi di mora pari a lire 524.855 milioni.
La "liquidità differita" si incrementò, quanto ai "crediti verso i consorzi agrari", sia per gli interessi attivi, sia per gli interessi di mora.
Tali crediti presentavano, però, un elevatissimo grado di inesigibilità a fronte del quale non furono eseguiti, se non da ultimo, adeguati accantonamenti di fondi ed in particolare del "fondo rischi su crediti", del "fondo rischi su effetti allo sconto" e del "fondo rischi interessi di mora".
Al 31 dicembre 1991 le liquidità differite scesero a lire 1.719.437 milioni.
Il mancato adeguamento, negli esercizi di competenza, dei fondi rischi in rapporto al grado d'inesigibilità dei crediti, determinò perdite pari, nel 1991, a circa lire 1.682 miliardi e, nel 1992, a circa lire 651 miliardi.
L'inattendibilità delle risultanze dei bilanci risulta evidente.
C) Le disponibilità
La voce "disponibilità" indica principalmente la consistenza delle merci in magazzino.
Dall’iniziale valore di lire 77.896 milioni nell'anno 1982 si assistette ad un costante incremento fino a raggiungere nel 1990 l'entità di lire 376.836 milioni.
Nel 1991 il dato si ridusse a lire 139.416 milioni.
L'inattendibilità della posta emerge dall'analisi condotta dai tecnici professori Cattaneo e Pavan, incaricati dal dottor Pellizzoni di eseguire una verifica sull'impianto delle scritture contabili della Fedit i cui risultati sono contenuti in una "bozza di relazione" intitolata "Indagine conoscitiva sul bilancio Fedit 1988".
A pagina 7 del documento si legge infatti:
"Non esiste contabilità di magazzino, non è mai stato fatto un inventario fisico (nemmeno dei trattori e delle macchine agricole). Le giacenze ed i valori unitari sono comunicati all’Amministrazione delle Aree Operative Commerciali su supporti "cartacei" inaccettabili nella forma e nel contenuto. Non esiste la minima certezza né sulle quantità né sui valori.E’ una situazione che può riservare imprevedibili sorprese sia sotto il profilo dei valori (a fine 1988 sono state aggiunte merci viaggianti per 32 miliardi) sia sotto il profilo della correttezza e onestà nei comportamenti operativi".
E più innanzi, nella seconda parte, a pagina 18:
"Non esiste una contabilità di magazzino e quindi non erano disponibili al 31 dicembre 1988 giacenze contabili di merci.Negli ultimi anni non è mai stato fatto un inventario fisico delle giacenze di magazzino
.Le quantità che hanno concorso a formare il valore del magazzino al 31 dicembre 1988 sono state fornite in parte dalle Direzioni Commerciali, sulla base di situazioni extra contabili, e in parte ricavate "da dichiarazioni di esistenza fisica" inviate dai consorzi e dai depositi.
I prezzi che hanno concorso a formare il valore del magazzino al 31 dicembre 1988 sono stati forniti dalle Direzioni Commerciali e si presume siano prezzi – costi medi dell’anno (non si è potuto appurare se includono i costi accessori all’acquisto). Tali valori sono stati accettati acriticamente dall’Ufficio Contabilità Generale e Bilancio.
Il valore del magazzino al 31 dicembre 1988 include 6 miliardi di macchine agricole inserite due volte per errore, ed una rettifica incrementativa di lire 42 miliardi per "merci viaggianti" di cui lire 32 miliardi frutto di uno storno di saldi "dare" di fornitori".
Tanto appare di per sé sufficiente per poter affermare l’inattendibilità del risultato d'esercizio per il 1988 e di tutti i precedenti esercizi.
Le giacenze iniziali e le giacenze finali di merci costituiscono rispettivamente componenti negative e positive di reddito e concorrono, secondo il loro incremento o decremento rispetto all’iniziale valore, al risultato economico positivo o negativo dell’esercizio.
Orbene, se tali valori risultano non controllati o non controllabili sia nella loro reale consistenza, sia nel loro valore, i risultati dell’esercizio che ne scaturiscono sono da ritenere inattendibili.
Una conferma dell'inattendibilità delle giacenze iniziali e finali di magazzino è fornita dalla documentazione rinvenuta negli archivi Federconsorzi in Castelnuovo di Porto ed in particolare delle schede di lavoro elaborate nel corso della consulenza prestata dai tecnici della società di revisione Coopers & Lybrand, su richiesta della gestione Pellizzoni, relativa alla riconciliazione dei saldi clienti e fornitori.
In tali documenti si segnalano anomalie contabili costituite dalle mancate registrazioni di fatture di acquisto di merci, per valori rilevanti, riferite ad anni precedenti al 1990, imputate, dopo il controllo, a sopravvenienze passive e cioè a costi relativi agli anni precedenti.
Le rilevate irregolarità hanno alterato sensibilmente le giacenze di magazzino nel periodo in cui sono verificate e, conseguentemente, anche tutti i risultati degli esercizi.
Le immobilizzazioni materiali sono costituite dal patrimonio immobiliare e strumentale della società e sono contabilizzate al costo di acquisto.
La posta di bilancio è stata riclassificata al netto dei relativi fondi e, alla data del 31 dicembre 1982, risulta iscritta per circa lire 32.000 milioni.
Negli anni 1989 e 1990 la posta aumentò per effetto di nuove acquisizioni immobiliari.
Va osservato che, prima del 1989, la società non aveva adeguate conoscenze circa la consistenza e il valore di mercato del proprio patrimonio immobiliare.
Nella già citata bozza di relazione dei professori Pavan e Cattaneo, in merito ai beni materiali e ai fondi di ammortamento si legge che:
"Da molto tempo non è stato fatto un inventario fisico dei cespiti e quindi non vi è la sicurezza che ai valori netti contabili corrispondano beni tuttora esistenti e/o utilizzati".Gli immobili, ancorché di cospicuo valore, dettero, in tutti gli esercizi esaminati, risultati reddituali modesti.
La rendita annuale lorda, derivante dalle "locazioni attive" non superava nel 1982 i 3.000 milioni di lire per raggiungere la punta più alta nel 1991 di lire 7.315 milioni.
Ciò dipese in gran parte dagli insignificanti canoni di locazione che venivano corrisposti, rispetto a quelli di mercato, dalle associazioni di categoria a cui erano stati locati immobili di ingente valore.
Al fine di sanare posizioni debitorie di alcuni consorzi agrari in dissesto, la Federconsorzi aveva, inoltre, acquistato dai debitori immobili di elevato valore che aveva lasciato in uso agli stessi consorzi in comodato gratuito a tempo indeterminato.
In tal modo la Federconsorzi immobilizzò importanti risorse finanziarie aggravando ancor più il proprio squilibrio economico e finanziario.
La gestione del patrimonio immobiliare della Federconsorzi fu, dunque, del tutto negativa.
E) Le immobilizzazioni finanziarie
Nella posta in esame risultano comprese, a partire dal 1982 fino al 1988, le partecipazioni in società controllate e collegate e le partecipazioni in altre società.
Nel corso degli anni la Federconsorzi praticò una politica espansiva di gruppo con la costituzione di nuovi organismi societari, l’acquisizione di partecipazioni e la sottoscrizione di aumenti di capitale in preesistenti società controllate e collegate, come si può evincere dal seguente prospetto:
|
1982 |
1983 |
1984 |
1985 |
1986 |
1987 |
1988 |
1989 |
1990 |
1991 | |
|
Controllate |
43.278 |
48.334 |
60.750 |
146.813 |
202.458 |
203.542 |
207.530 |
403.167 |
483.283 |
393.371 |
|
Collegate |
26.859 |
38.290 |
39.647 |
20.366 |
22.268 |
22.087 |
22.087 |
52.580 |
210.336 |
24.375 |
|
Altre soc. |
4.974 |
5.026 |
5.154 |
5.164 |
5.591 |
49.082 |
71.512 |
76.706 |
43.381 |
33.852 |
|
75.111 |
91.650 |
105.551 |
172.343 |
230.317 |
274.711 |
301.129 |
532.453 |
737.000 |
451.598 | |
|
F.do adeguem. Partecip. |
(5.012) |
(16.571) | ||||||||
|
75.511 |
91.650 |
105.551 |
172.343 |
230.317 |
274.711 |
301.129 |
532.453 |
731.988 |
435.027 |
Dal quadro sinottico risulta evidente l’ingente progressione d’impiego di capitali di rischio nelle partecipazioni societarie che, da lire 75.111 milioni del 1982, salirono vertiginosamente fino a raggiungere, nel 1989, il ragguardevole importo di lire 532.453 milioni.
Va, in proposito, subito considerato che la Federconsorzi non disponeva che di un modesto capitale proprio, riportato come segue in milioni nei bilanci 1982 e 1991:
|
1982 |
1991 | |
|
Capitale sociale |
4.700 |
4.650 |
|
Riserva ordinaria |
1.825 |
5.577 |
|
Riserva straordinaria indivisibile |
907 |
2.802 |
|
F.do Solidarietà Consortile |
836 |
2.117 |
|
Riserva tassata |
738 | |
|
Riserva Legge 19.12.73 n. 823 |
2.329 |
2.329 |
|
Legge 576/1975 allineamento capitale fisso |
4.174 |
4.174 |
|
Legge 576/1975 allineamento partecipazioni |
3.915 |
3.915 |
|
Legge 72/1983 Ris. da rivalut.ne monetaria |
20.970 |
20.969 |
|
A disposizione del Cons. amm.ne |
5.179 | |
|
Contributi in c/capitale |
7.430 |
30.883 |
|
TOTALE |
42.872 |
78.688 |
I maggiori valori esposti negli anni 1988, 1989, 1990 e 1991 sono costituiti da "contributi in conto capitale".
Il capitale proprio era, in realtà, da tempo diventato inesistente per effetto delle perdite subite.
La Federconsorzi andava ricapitalizzata o messa in liquidazione da molto tempo prima del commissariamento.
Per procurarsi gli ingenti capitali necessari all’acquisizione delle partecipazioni, alle ricapitalizzazioni, al ripianamento delle perdite ed al finanziamento delle società partecipate, la Federconsorzi ricorse sistematicamente e per grandi entità al credito ordinario incrementando ulteriormente la sua esposizione debitoria nei confronti del sistema bancario, in tal modo peggiorando il suo squilibrio economico-finanziario.
Va osservato, infine, che i valori riportati nei bilanci non fanno alcun riferimento al patrimonio netto delle società partecipate.
Anzi, per talune partecipazioni furono a lungo esposte sopravvalutazioni.
Per altre partecipazioni, poste in liquidazione ancor prima del 1985, i valori di costo furono mantenuti in tutti i bilanci fino al 1989.
Fino al 1990 non venne effettuato alcun accantonamento per tali capitali di rischio sul "fondo adeguamento partecipazioni" e quando ciò avvenne gli accantonamenti, rispettivamente di lire 5.012 milioni e di lire 16.571 milioni, furono del tutto inadeguati, rispetto alle più consistenti perdite verificatesi.
Inoltre, nel 1988 il decremento della partecipazione in Fedital spa di lire 114.738 milioni fu imputata, senza essere rilevata nel conto perdite e profitti, direttamente in diminuzione del "Fondo interventi Organizzazione".
Analoghe operazioni furono eseguite nel 1989 con l'utilizzo di fondi, aventi natura di riserva.
La procedura seguita per tali contabilizzazioni, che dovevano invece correttamente gravare sul conto economico, occultò il reale risultato dell’esercizio, violando in tal modo il principio della "trasparenza del bilancio".
2.4 Le poste del passivo
A) Le passività correnti
Le passività correnti per la quasi totalità rappresentano le "fonti di finanziamento" utilizzate dalla Federconsorzi per gli impieghi effettuati.
L’incremento fu, nel periodo esaminato, crescente, fino a raggiungere, al termine dell’esercizio 1990, un valore di lire 4.633.028 milioni, scendendo di poco alla fine del 1991 a lire 4.344.305 milioni.
B) Le passività consolidate
Nelle passività consolidate sono appostati tutti i fondi esposti nel bilancio della Federconsorzi nei diversi esercizi.
La posta registrò, nel primo esercizio in esame, un valore complessivo di lire 198.590 milioni e raggiunse nel 1986 un valore di lire 305.628 milioni.
Essa scese in maniera sensibilissima nei successivi esercizi, fino ad assestarsi a lire 97.257 milioni nel 1991.
Una sensibilissima riduzione dei fondi appostati in bilancio avvenne nel 1989.
Gran parte degli stessi vennero fatti confluire nei proventi dell’esercizio concorrendo in modo decisivo al raggiungimento di un apparente ed artificioso pareggio.
Nel quadro riassuntivo che segue sono riportati i fondi appostati nei diversi bilanci esaminati.
|
FONDI |
1982 |
1983 |
1984 |
1985 |
1986 |
1987 |
1988 |
1989 |
1990 |
1991 |
|
Fondo accantonamenti tassati |
78.072 |
78.072 |
78.072 |
78.072 |
78.072 |
78.072 |
78.072 |
|||
|
Fondo oneri futuri |
74.267 |
74.267 |
27.311 | |||||||
|
Fondo rischi su crediti |
5.464 |
42.985 |
51.267 |
60.654 |
73.608 |
145.537 |
185.537 |
38.979 |
139.579 |
1.310.174 |
|
Fondo rischi su crediti per inter. di mora |
13.570 |
34.302 |
58.498 |
58.498 |
58.498 |
92.836 |
134.871 |
238.658 |
252.855 |
524.855 |
|
Fondo interventi organizzazione |
40.000 |
55.000 |
75.000 |
97.000 |
26.500 |
29.740 |
78.202 |
|||
|
Fondo oscillazione cambi |
6.000 |
12.000 |
20.000 |
25.000 |
27.000 |
23.165 |
23.165 |
13.555 |
15.702 |
|
|
Fondo oneri corsi Aggiorn.to prof.le |
1.500 |
3.000 |
4.500 |
5.500 |
5.500 |
5.500 |
||||
|
Fondo spese ricerche e Sperimentazione |
5.000 |
10.000 |
13.000 |
13.000 |
13.000 |
|||||
|
Fondo imposte |
47.898 |
56.467 |
3.619 |
7.976 |
79.045 |
23.411 |
13.871 |
13.001 |
13.801 |
|
|
Fondo plusvalenze da reinvestire |
480 |
95 |
1.039 |
1.977 |
986 |
|||||
|
Fondo rischi su effetti allo sconto e all'incasso |
113.354 |
14.974 | ||||||||
|
Fondo adeguamento Partecipazioni |
5.012 |
16.571 | ||||||||
|
Fondo trattamento fine rapporto |
69.374 |
70.465 |
72.166 |
73.169 |
72.622 |
69.552 |
67.956 |
39.588 |
40.603 |
29.592 |
|
Cassa previdenza personale |
4.997 |
4.997 |
4.997 |
4.997 |
4.997 |
4.997 |
4.997 |
|||
|
TOTALE |
295.855 |
355.883 |
442.658 |
421.843 |
539.828 |
585.810 |
605.171 |
518.048 |
655.173 |
1.923.477 |
C) Capitale e riserve
Nel periodo preso in esame il patrimonio netto contabile della società variò nel modo che segue:
2.5 Osservazioni sui conti economici relativi agli esercizi dal 1982 al 1991
Una prima osservazione s'impone: il margine operativo lordo risulta molto ristretto rispetto all’elevato volume di affari e fortemente influenzato dai "costi dei servizi" e dalle "spese gestioni speciali".
Su di esso influiscono anche, positivamente o negativamente, le variazioni in più o in meno delle giacenze di magazzino.
Le illustrate anomalie riguardanti le giacenze di magazzino, da ritenersi inattendibili, si riflettono sui risultati degli esercizi esaminati, da considerarsi anch’essi inattendibili.
Ad analoga conclusione si perviene considerando la posta, attiva costituita dagli interessi passivi addebitati ai consorzi agrari, che influirono notevolmente sui risultati economici. Si tratta infatti di una componente positiva di reddito in gran parte puramente apparente o quanto meno virtuale, per l’incapacità della maggioranza dei consorzi agrari di far fronte ai loro debiti.
Per valutare gli effetti positivi nominali che gli interessi in parola, peraltro elevati, hanno avuto sui risultati della gestione nel periodo 1982-1991, si riportano di seguito gli importi relativi agli "Interessi attivi" sui crediti vantati dalla Federconsorzi, imputabili, in misura preponderante, ai consorzi agrari:
|
anno |
(lire milioni) |
Importo |
|
1982 |
lire |
121.631 |
|
1983 |
lire |
108.898 |
|
1984 |
lire |
107.593 |
|
1985 |
lire |
174.557 |
|
1986 |
lire |
168.282 |
|
1987 |
lire |
143.601 |
|
1988 |
lire |
161.060 |
|
1989 |
lire |
85.896 |
|
1990 |
lire |
154.190 |
|
1991 |
lire |
92.190 |
|
totale |
lire |
1.317.898 |
Vanno aggiunti i proventi riportati annualmente nei conti economici derivanti da interessi di mora, sui crediti verso i consorzi agrari ammontanti per il periodo considerato a complessive lire 524.648 milioni, così distinti per ciascuna annualità:
|
anno |
(lire milioni) |
Importo |
|
1982 |
lire |
13.570 |
|
1983 |
lire |
20.732 |
|
1984 |
lire |
24.196 |
|
1985 |
lire |
30.115 |
|
1986 |
lire |
---- |
|
1987 |
lire |
34.337 |
|
1988 |
lire |
42.036 |
|
1989 |
lire |
103.786 |
|
1990 |
lire |
116.236 |
|
1991 |
lire |
119.640 |
|
totale |
lire |
504.648 |
I proventi venivano così implementati con "interessi attivi" del tutto od in larga misura solo nominali.
Amministratori e sindaci ben sapevano che gli interessi non sarebbero stati mai riscossi, ma se ne servivano per occultare le perdite reali, senza neppure stanziare fondi ai quali attingere per far fronte ai mancati introiti.
Se la Fedit avesse applicato nella formazione dei bilanci i criteri previsti dalla tecnica contabile e dalle norme civilistiche si sarebbero ben presto evidenziate le perdite reali.
Confermano l'assunto le enormi perdite risultanti dai bilanci al 31 dicembre 1991 e al 31 dicembre 1992, rispettivamente di lire 1.681.825 milioni e di lire 658.839 milioni.
2.6 I risultati dei bilanci relativi agli anni 1989 e 1990
Il "pareggio" di bilancio fu raggiunto negli agli anni 1989 e 1990 attraverso l’utilizzo di riserve e di fondi e di "passività liberate".
Non si tratta di componenti positive di reddito ma sono operazioni di natura esclusivamente contabile.
In particolare il pareggio del bilancio 1988 fu possibile con l’utilizzo dei seguenti fondi:
|
Fondo Oscillazione Cambi |
9.610 milioni |
|
Fondo rischi su crediti |
55.558 milioni |
|
Svalutazioni dirette liberate |
92177 milioni |
|
Fondo TFR Tassato |
13.700 milioni |
|
Fondo corsi di aggiornamento prof.le |
7.500 milioni |
|
Fondo Spese ricerca |
5.500 milioni |
|
Fondo oneri futuri |
13.000 milioni |
|
TOTALE |
220.921 milioni |
Per l’esercizio 1989 il pareggio fu possibile mediante l’utilizzo dei seguenti fondi:
|
Fondo Oscillazione Cambi |
13.555 milioni |
|
Fondo rischi su crediti |
9.000 milioni |
|
Svalutazioni dirette liberate |
36.423 milioni |
|
Fondo rischi interessi di mora |
5.791 milioni |
|
Fondo imposte |
69 milioni |
|
TOTALE |
64.838 milioni |
Quindi per l’anno 1988 furono utilizzati fondi per ben lire 220.921 milioni, mentre per l’anno 1989 per complessive lire 64.838 milioni.
A ciò va aggiunto l'utilizzo di sopravvenienze attive costituite da "Debiti prescritti" per lire 159.733 milioni.
2.7 Anomalie gestionali riscontrate
Nell'anno 1990 la società Coopers & Lybrand fu incaricata della riconciliazione dei saldi dei partitari dei fornitori e dei clienti.
Il controllo della società evidenziò gravi anomalie gestionali, di seguito elencate:
|
- fatture non contabilizzate o registrate su altro partitario (altri uffici) |
lire |
993.000.350 |
|
- fatture non contabilizzate o registrate su altri partitari (Cap) |
lire |
114.797.500 |
|
- altri pagamenti doppi |
lire |
2.166.159.946 |
|
- note di credito da recuperare |
lire |
167.294.327 |
|
- pagamenti doppi – APO |
lire |
176.870.731 |
|
- sopravvenienze passive riferite a fatture di acquisto anni precedenti al 1990 scaturite dalla riconciliazione |
lire |
8.864.095.775 |
|
- sopravvenienze attive riferite alla riconciliazione dei saldi clienti relativi ad anni precedenti al 1990 |
lire |
2.915.523.107 |
|
- lista fornitori sospesi in assenza di documentazione |
lire |
1.840.205.468 |
Inoltre:
|
- registrazioni duplicate delle fatture passive "orzo" avvenute nel 1987 e nel 1988 |
lire |
2.570.307.750 |
|
- note di credito a completamento fatture del 1989 (ESSO – FIAT – SIAPA) |
lire |
6.568.900.783 |
|
- fatture passive 1989 registrate per un importo superiore |
lire |
2.000.000.000 |
|
- rilevazione di una sopravvenienza passiva dovuta ad una erronea contabilizzazione della fattura Italiana Oli e Risi |
lire |
2.496.349.900 |
|
- errata contabilizzazione di interessi passivi riferiti al prestito in eurolire |
lire |
2.555.000.000 |
Appare evidente che i risultati degli esercizi di riferimento erano sensibilmente alterati.
La regolarizzazione delle anomalie avvenne, anch'essa, con una procedura non corretta che alterò il risultato dell’esercizio 1990.
L’aspetto di maggiore gravità che emerge dai dati raccolti e dalla documentazione esaminata riguarda i consistenti "pagamenti doppi" rilevati.
2.83. Valutazioni critiche
Il crescente indebitamento ed il crescente squilibrio finanziario non impedirono alla Fedit di distribuire utili ai soci, i consorzi agrari, fino al 1988 per un totale di 5,8 miliardi.
La cessazione della gestione degli ammassi pubblici obbligatori segnò la fine dell’opulenza della Federconsorzi.
Molti consorzi agrari erano già, negli anni Settanta, in una situazione di difficoltà che si accentuò progressivamente nel decennio successivo.
La Federconsorzi, che gran parte dei suoi profitti aveva tratto dalla attività di mediazione commerciale esercitata nei confronti dei suoi soci e che era stata governata da un gruppo dirigente con rilevanti e riconosciute capacità gestionali, fu segnata negli anni Ottanta dagli effetti di tre fattori concomitanti ed interdipendenti.
La dirigenza del periodo non si rivelò della stessa statura di quella del passato. Dal novembre 1981 all’aprile 1989, la carica di presidente fu ricoperta dal senatore Ferdinando Truzzi e, quella di direttore generale, dal ragionier Luigi Scotti.
Si accentuò l’influenza delle organizzazioni di categoria ed in particolare della Coldiretti che, in armonia con le impostazioni politiche generali del partito di riferimento, la Democrazia Ccristiana, piegò il mutualismo, insito nella struttura a base cooperativa del sistema, ad assistenzialismo e quindi, di fronte alla sempre più accentuata crisi economica e finanziaria di consorzi, assegnò alla Fedit il ruolo tipico di un ente pubblico assistenziale a sostegno del sistema satellitare dei consorzi, conservati così vitali per mantenere il consenso politico ed elettorale che ne derivava a prezzo del progressivo depauperamento e dell’inevitabile tracollo forte della casa madre.
Grazie al sostegno della Federconsorzi non vennero commissariati e liquidati quei consorzi le cui condizioni avrebbero richiesto tale provvedimento.
Si trattò, quindi, di una scelta politica ed economica radicalmente sbagliata, che coltivava l’illusione di poter far fronte alla crisi con l’iniezione di danaro pubblico, come era avvenuto ed avveniva in altri settori economici, trascurando di rammentare che la permanente gestione monolitica del sistema federconsortile da parte di un solo partito, ed anzi di una sola parte della Democrazia cristiana, avrebbe incontrato l’invalicabile opposizione degli altri partiti di governo e di opposizione.
In tal modo si crearono i presupposti del collasso irreversibile.
Il progressivo aggravarsi della situazione, che i bilanci continuavano ad occultare con varie alchimie, finì per non poteva non ppreoccupare la pur inadeguata ed organicamente succube perfino una dirigenza della Fedit.
inadeguata, succube ed inerte come quella della Fedit, e, soprattutto la Coldiretti che aveva il massimo interesse a non perdere gli immensi vantaggi che dalla vitalità della controllata Fedit le derivavano.
Si giunse così al maggio 1987: il ragionier Scotti incontrò presso la Fedit i responsabili dei singoli consorzi.
Oggetto della riunione fu la correttezza dell’impostazione dei bilanci dei consorzi dell’anno in corso, poiché si temeva di trovarsi di fronte ad una situazione reale peggiore di quella ufficiale.
Ciò basterebbe a dare l’esatta misura dell’inadeguatezza dei controlli interni –- dei Collegi sindacali - ed esterni e cioè ministeriali.
Malgrado avesse ricevuto assicurazioni di fedeltà, il ragionier Scotti andò a parlare della questione con la persona che è apparsa alla Commissione come il vero dominus esterno della Fedit e cioè con il presidente della Coldiretti, onorevole Lobianco.:
Eevidentemente, o aveva motivo di non fidarsi delle assicurazioni ricevute, o la situazione prospettatagli era in realtà molto preoccupante.
Non potendo confidare nelle risorse interne della Fedit, l'onorevole Lobianco ritenne di avvalersi di un tecnico esterno, il professor Pellegrino Capaldo.
Ll'onorevole Lobianco. E Ffu proprio quest'ultimo Lobianco a presentò are al ragionier Scotti il professor Capaldo, che si incontrò ripetutamentepiù volte con i dirigenti della Fedit e dei consorzi.
Ad ulteriore conferma del ruolo preminente e decisivo delle organizzazioni professionali, di cui si è già trattato, va rilevato che
In nota Cap.secondo; par.quarto
il prof.essor Capaldo si incontrò più volte per discutere i problemi della Fedit non con i soli tecnici ma anche e, soprattutto, con i presidenti della Coldiretti e della Confagricoltura come ha ricordato alla Commissione il 1° febbraio 2000 il presidente pro tempore di ques’ultima., dott.or Wallner:
"La Federconsorzi continuava da sempre ad assumere connotazioni politiche, per cui era impossibile imporre una gestione e una considerazione economicistica, non dico rigorosa, ma almeno confacente con i tempi.
(…) ………..Fui convocato, come sempre, da Lobianco (lo considero un galantuomo, anche se mi hanno insegnato che a un certo punto bisogna assumersi le proprie responsabilità) ad un incontro con il professor Pellegrino Capaldo …(…). Mi chiese se ero d’accordo a partecipare ad alcune riunioni in cui avremmo rappresentato al professor Pellegrino Capaldo la vicenda. Risposi: "Altroché, se sono d’accordo! Anche senza preavviso, comunque e dovunque io vengo". Potrei essere più preciso, ma partecipai a non più di tre riunioni.
Dissi al professor Pellegrino Capaldo tutto quello che mi stava in corpo, compresa l'assoluta necessità, a mio avviso, che fosse assunta la responsabilità della gestione di un corpo malato, obiettivamente e finanziariamente, a cui porre mano molto più che rapidamente. Con mia sorpresa l'ultima volta il professor Capaldo mi guardò attentamente facendomi un piccolo complimento, nel senso che mostrò di capire perché passassi per un uomo difficilmente gestibile e molto appassionato e, rivolto a Lobianco, disse (questo non me lo dimenticherò): "Il dottor Wallner dice delle cose che per buona parte sono incontestabili. Se qua non ci mettiamo le mani, la situazione peggiora". Tuttavia alla fine aggiunse: "Non fasciamoci la testa prima che sia rotta" (…)".
I risultati dell’esplorazione diel professor Capaldo, che da quel momento sembra essere diventato diventò il più autorevolemassimo e decisivo "consigliere" della Federconsorzi
In nota
("non si muoveva foglia che Capaldo non voglia lesse" dichiarava il dottor Cocco, presidente del Collegio sindacale della Fedit, alla Commissione ministeriale di inchiesta Poli Bortone il 3 aprile 1995 per descriverne il ruolo)si tradussero in un progetto di accorpamenti di consorzi, di dismissioni di partecipazioni non strategiche, ma anche in una forte rassicurazione per tutti.
Il professor Capaldo stimò in almeno 1.000 miliardi il patrimonio netto della Fedit e, quindi in una somma tale da rassicurare sulla possibilità di far fronte al crescente indebitamento bancario.
Il ragionier Scotti percorse anche la strada di tentare di avviare una maggiore capitalizzazione dei consorzi ed quindi di ottenere l’afflusso di capitali dall’interno del mondo agricolo, utilizzando i benefici previsti dalla legge n. 752/8 del 1986 (anticipazioni a tasso agevolato ed a rimborso differito) ma, come era prevedibile, senza alcun esito.
L’idea era infatti velleitaria: tendeva a risolvere il problema della sottocapitalizzazione dei consorzi senza intaccarne la struttura, non per rilanciarne l’operatività ma per consentire respiro finanziario alla Federconsorzi.
Eppure i reali problemi finanziari della Federconsorzi e dell'intero comparto agricolo non erano sconosciuti: il presidente della Fedit, il dottor Truzzi, denunciava nel 1983 che il settore agricolo aveva un debito complessivo di ben 14.000 miliardi.
Anche i dipendenti della Fedit, che pur godevano di non lievi privilegi, chiedevano la ristrutturazione dell'azienda, tanto da scioperare nel 1986.
All'Assemblea nazionale dell'associazionismo agricolo del 1° dicembre 1986, il presidente della Coldiretti, onorevole Lobianco, poneva il problema della dotazione di mezzi finanziari ed indicava la prospettiva della creazione di una finanziaria.
Nel frattempo, il P.S.I.artito socialista italiano presentava nel 1986 un progetto di riforma della Federconsorzi e dei consorzi agrari che mirava a sottrarli al controllo esclusivo della Coldiretti e della Confagricoltura, invocava il commissariamento dei consorzi in passivo e criticava fortemente gli amministratori della Fedit.
Il P.C.I.artito comunista italiano, con una coeva interrogazione in Senato, chiedeva che la Federconsorzi venisse riformata aprendosi al concorso di tutti gli operatori agricoli.
Nulla accadde; è tuttavia interessante osservare come il problema venisse individuato non nel sistema Federconsorzi in sé, ma nella sua gestione monopolistica.
Nel marzo dell'anno successivo, la Coldiretti lanciava il c.d.osiddetto "pProgetto AQUILAquila" che prevedeva la distribuzione dei prodotti agricoli degli aderenti alla Coldiretti tramite i canali commerciali della Federconsorzi.
Il progetto non riscosse molti consensi, al di fuori della Coldiretti.
Dichiarava a "Il Sole 24 ore" del 30 aprile 1987, il dottor Stefano Wallner, presidente della Confagricoltura:
"Per quanto riguarda la Federconsorzi ed i suoi progetti di collaborazione con il mondo industriale nel campo della distribuzione, io dico che prima si dovrebbe fare della Fedit una cosa seria e poi eventualmente pensare a progetti ambiziosi".Ha riferito alla Commissione, nel corso dell’audizione del 22 febbraio 2000, l'ex sottosegretario all'agricoltura, Maurizio Noci:
"In verità, il presidente Lobianco, con altri colleghi della Coldiretti, aveva cercato, poco prima dello scioglimento della Federconsorzi, di mandare avanti un piano che, secondo me, non poteva essere ben visto dalla Presidenza del Consiglio e neanche dal mondo parlamentare ed economico italiano, perché era la brutta fotocopia del famoso "Programma Quadrifoglio" degli anni Settanta. Chiamavano questo piano "progetto Aquila", per il quale occorrevano - se non vado errato - dai 18.000 ai 25.000 miliardi".Nel 1988, il P.C.I.artito comunista italiano presentò una proposta di legge di riforma della Fedit e dei consorzi agrari chiedendo che la reale consistenza del patrimonio e delle risorse della Fedit e dei consorzi fossero accertate da una commissione ministeriale che ne avrebbe dovuto riferire al Parlamento.
Ancora una volta non se ne fece nulla.
Dunque l'opposizione politica premeva per cambiare ma continuandova a fare della cooperazione il caposaldo di ogni riforma.
La Coldiretti pensò invece ad una soluzione gestionale sul modello di quella che avevano portato, in quegli anni, al vertice dell'Iri Romano Prodi e dell'Eni Franco Reviglio.
Ma la Federconsorzi presentava una struttura ed una condizione che non ne lo consentivanono la salvezza, se non a prezzo di strutturali e senza radicali cambiamenti che non sembra si volessero.
La cultura politica di una parte della Democrazia Cristiana che era più vicina alla Fedit ed ai temi dell'agro-alimentare pensò invece ad una soluzione gestionale sul modello di quella che aveno portato, in quegli anni, alla testa dell' Iri Romano Prodi e dell'Eni Franco Reviglio.
Ma la Federconsozri non era né l'Iri né l'Eni ed il prescelto non era né Prodi né Reviglio.
Parte seconda
La nomina del dott.or Silvio Pellizzoni a direttore generale della Fedit concretizzò le esigenze convergenti, pur se ispirate da finalità e sollecitazioni diverse, delle due organizzazioni, che da decenni la governavano, la Coldiretti e la Confagricoltura , di imprimere alla gestione una svolta manageriale.
In particolare la Confagricoltura la sollecitava vigorosamente da tempo, verosimilmente anche per contrastare il potere notevolmente maggiore della Coldiretti, che aveva sempre espresso presidenti e direttori generali della Fedit e che vantava un preponderante numero di consiglieri di amministrazione.
Il suo Ppresidente , il dott.or Wallner, era consapevole delle condizioni di gravi difficoltà economiche e finanziarie in cui si dibatteva il sistema dei consorzi e della Fedit, e premeva perché questa rendesse chiari ed intelligibili i contenuti gestionali e perché si desse una nuova struttura adeguata ai tempi ed alle nuove esigenze del mondo agricolo.
Ad avviso della Commissione, le sollecitazioni diel presidente Wallner sono in apparente contraddizione con l’essere la Confagricoltura beneficiaria al pari della Coldiretti di sovvenzioni annuali, ordinarie e straordinarie, di entità miliardaria.
All’epoca, la percezione di contributi, anche rilevanti, da enti con funzioni pubblicistiche era, per organizzazioni politiche e di categoria, come si è storicamente accertato, pratica assai diffusa . In nota.
Un flusso miliardario di contribuzioni dirette ed indiretteusciva dalle casse della Fedit per raggiungere in misura preponderante quelle della Coldiretti ed in misura minore ma pur sempre assai cospicua quelle della Confagricoltura; da ultimo anche della Confcooperative.Tutto era pagato in tutto od in parte dalla Fedit: per le sedi nazionali, , costituite da storici palazzi ricchi di opere d’arte, di proprietà della Fedit, le organizzazioni sindacali agricole corrispondevano formalmente somme molto modeste che detraevano dai contributi che loro dava la Fedit stessa ; le manifestazioni pubbliche, i congressi, le autovetture, persino gli abbonamenti ai quotidiani!
È probabile che non si considerasse neppure la possibilità che il risanamento di un’impresa potesse e dovesse far cessare le contribuzioni indebite.
Ed infatti la nomina di Pellizzoni non fece per nulla cessare i finanziamenti.
Si rese vacante la carica di amministratore delegato della Fedital (ex Polenghi Lombardo) azienda della Fedit, in condizioni pre fallimentari,. che da anni, ancorché beneficiaria di ingenti soccorsi della casa madre, continuava a perdere miliardi.
La scelta del nuovo amministratore competeva formalmente al Consiglio di amministrazione della Fedital o, al più, a quello della Fedit ed al direttore generale ragionier. Scotti.
La nomina fu fatta , invece, su designazione delle due associazioni.
Dalla Fedital, il dottor Pellizzoni, dopo poco tempo, fu chiamato al vertice della Fedit.
Il dottor Silvio Pellizzoni era un buon manager dedito all’insegnamento, quando fu chiamato a dirigere dapprima una società del gruppo Federconsorzi, la Fedital, che da anni, ancorché beneficiata di enormi risorse, continuava a perdere miliardi, e successivamente la stessa Federconsorzi.
Egli non era, tuttavia l’unico candidato a quella poltrona di direttore generale, sulla quale, prima del rag.ionier Scotti, si erano sseduti prima di lui amministratori discussi ma di sicuro spessore ed autorevolezza.
AGGIUNGERE Alla nota 7
Ha riferito il presidente Lobianco : "……sempre d'accordo con il dottor Wallner, consigliammo i nostri amministratori di dotarsi di un direttore che fosse anche un manager. In quell'occasione si consigliò agli amministratori di procedere al cambio del Presidente Truzzi con Scotti e di assumere Pellizzoni che aveva operato positivamente alla Polenghi Lombardo….. Il nome di Pellizzoni lo suggerì il presidente Wallner". E quest’ultimo ha affermato:….. Ricordo che diedi tre nomi: Villa, famoso manager della Buitoni passato poi – credo – alla CIR di De Benedetti, e che interpellato non si rese disponibile, Pellizzoni e un altro. Per la prima volta, naturalmente sempre tardivamente, mi fu comunicato dal presidente Scotti, che prima era direttore generale, che avrebbero avuto intenzione di prendere Pellizzoni. Chiesi come mai Villa non era stato considerato; mi risposero che era stato contattato ma aveva rifiutato. Chiesi a Villa e mi rispose che le condizioni fatte a lui erano diverse, ma questo non ha nessun conto.
Concorsero alla sua nomina le scelte professionali ed rifiuti di altri che gli sarebbero stati preferiti.
La nomina di una manager alla guida della Federconsorzi in sostituzione del ragionieri Scotti, rivelatosi sostanzialmente non all'altezza del compito, compensato con una presidenza remunerativa e prestigiosa ma priva di poteri reali, era invocata - come si è detto - dalla Confagricoltura ed avvertita come un esigenza anche dalla Coldiretti.
La situazione economico-finanziaria della Fedit diventava ogni giorno più pesante; era necessario preparare la società ai nuovi ed incalzanti obblighi in materia societaria che dovevano culminare nella certificazione del bilancio.
V'era la necessità di offrire una un’immagine moderna di una struttura cooperativa e consortile di cui, da tempo, invocava la trasformazione, non solo una vivacissima opposizione politica che si batteva - invero con scarsissimi risultati - da quasi mezzo secolo, ma anche una parte della maggioranza politica e dello stesso partito di maggioranza relativa.
Non c'era, però, nelle associazioni che dominavano la Fedit ed in particolare nella Coldiretti, la volontà di cambiarne la struttura che assicurava consenso politico, e sostegno elettorale e cospicui benefici economici..
Al dottor Pellizzoni fu quindi affidata l’impossibile missione di risollevare le sorti del sistema senza poter intervenire sulle ragioni strutturali che ne avevano determinato la crisi e che consistevano nella organizzazione stessa del sistema federconsortile e nell'ormai consolidato snaturamento delle funzioni delle Federconsorzi in un ente assistenziale.
Per di più gli furono dati ampi poteri formali, ma il potere decisionale reale rimase saldamente nelle mani delle associazioni sindacali ed in particolare della Coldiretti e dell'onorevolei Lobianco.
Ben consapevole di ciò e dei limiti impliciti del suo mandato, Iil dottor Pellizzoni assunse l’incarico di direttore generale della Fedit, il 13 aprile 1989.
In nota :Fu convenuta una retribuzione altissima : pagato per tutti i suoi incarichi .,
In una prima fase, il nuovo direttore generale, che aveva scarse conoscenze del sistema fFederconsortile , fece ricorso, per accertare quali fossero le reali condizioni economiche e finanziarie della Fedit e per approfondire le ragioni della mancanza di remuneratività della gestione e dello squilibrio finanziario, ad una elevato numero vera e propria alluvione di consulenze, costosissime e di dubbia utilità delle quali si giovò per far elaborare e poter presentare un programma strategico di risanamento complessivo.
In nota
Sul ponderoso utilizzo di risorse in consulenze della più varia natura costosissime ed in parte di dubbia utilità, pende la valutazione della magistratura penale di Roma.
per ogni esigenza della Fedit ma pur tuttavia nello stesso tempo fece elaborare e presentò un programma strategico di risanamento complessivo.
Ben consapevole dei limiti del suo mandato, e pur essendogli facile e semplice la diagnosi della malattia del paziente, non potendo intervenire con le semplici e radicali cure che il caso richiedeva, il medico Pellizzoni - pagato complessivamente circa un miliardo l'anno! - si prodigò in una alluvione di accertamenti diagnostici costosissimi e di cure sintomatiche parziali.
Sull’enorme ed non sempre ingiustificato dispendio di risorse in consulenze della più varia natura e di dubbia utilità pende la valutazione della magistratura penale di Roma.
Il salasso cui la società fu sottoposta in nome dell'ammodernamento, sembra, quale che sarà l'esito del giudizio, scandaloso.
UnProprio una consulenza, in particolare,però, quella redatta dai professori dei dottori Pavan e Cattaneo rivelòava al dottor Pellizzoni le numerose e gravi anomalie delle scritture contabili e dei bilanci della Fedit e gettò una luce illuminante su quanto era accaduto in passato.
In nota:
Al documento dei due tecnici ha attinto anche la Commissione che li ha intesi su alcuni aspetti del loro lavoro
.
Fu così avviata un'azione di "pulizia" del bilancio ma essa , pur giovandosi di apporti tecnici di elevato livello, ebbe connotazioni più estetiche che sostanziali , non giungendo a rappresentare la reale drammatica situazione economica e finanziaria che fu, dunque, pur sempre occultata. Il grado di affidabilità e, quindi, di verità delle scritture contabili, pur adeguate ed informatizzate, rimase del tutto insoddisfacente.
ma si mantennero vaste zone d'ombra.Tra i principali problemi del sistema, la direzione del dottor Pellizzoni individuò (come quella del rag.ionier Scotti) la mancanza di risorse proprie della Fedit e dei consorzi e l’inadeguatezza dimensionale dei consorzi.
Fu elaborato un progetto riformatore d’accorpamento delle strutture periferiche per creare un più ampio bacino d’utenza.
Esso si poneva nella stessa linea di un precedente intervento, compiuto molti anni prima, che aveva ridotto il numero dei consorzi da 90 a 74.
I consorzi dovevano diventare solo 50.
Il progetto doveva trovare esecuzione già nel 1990 ma, a maggio 1991, era rimasto quasi del tutto inattuato avendo incontrato irriducibili opposizioni negli organismi di direzione dei consorzi .
La Fedit reagì chiedendo al Ministero nell’ottobre del 1990, la liquidazione coatta di 6 consorzi già commissariati in base alle oggettive condizioni di grave crisi, dando così anche un forte segnale dell’impossibilità di sostenere il peso del sistema.
Nella sostanza, nonostante le enormi spese ed i proclami vergati in altisonante gergo tecnico, la gestione del dottor Pellizzoni cambiò poco; il grado di affidabilità e, quindi, di verità delle scritture contabili era tale che, anni dopo il commissariamento, non esisteva ancora certezza sui crediti e sui debiti.
Uno dei pilastri dell’intervento riformatore elaborato dalla direzione del dottor Pellizzoni, che per altro non era per nulla originale ed innovativo ma si poneva nella stessa linea di un precedente intervento compiuto molti anni prima e che aveva ridotto il numero dei consorzi da 90 a 72, consisteva nell’accorpamento delle strutture periferiche per creare una più ampio bacino di utenza.
I consorzi dovevano diventare solo 50. Il progetto doveva trovare esecuzione già nel 1990 ma, a maggio 1991, era rimasto quasi del tutto inattuato.
La Fedit reagì chiedendo anche per tale ragione oltre che per le oggettive condizioni di grave crisi, cchiedendo al Ministero il commissariamento di un nutrito numero di consorzi.
Anche lLa direzione del dottor Pellizzoni, infatti, individuava traufficialmente i due principali problemi del sistema nella mancanza di risorse proprie della Fedit e dei consorzi e nella eccessiva parcellizzazione della rete dei consorzi.
Sembra alla Commissione che iIn realtà non fu colto un problema ben più grave.
Esso consisteva nel fatto che la Fedit non operava come una centrale di acquisto ai prezzi migliori e nell’interesse esclusivo e secondo le esigenze dei soci, ma come una intermediaria monopolistica e parassitaria che guidava la politica delle unità produttive.
Neil progetti ramma del dottor Pellizzoni del maggio 1991 si rinviene solo un timido accenno alla questione problema sotto del "miglioramento" delle funzioni di centrale di d’acquisto.
Nell’ambito di una strategia di complessiva ristrutturazione della Fedit e della sua struttura dirigenziale, fu redatto, sulla base delle indicazioni di una società specializzata, un piano di risanamento che si articolava su 13 progetti e che fu presentato nel corso di una grande manifestazione, a Bracciano nel luglio 1989.
"Nacquero così tredici progetti (…), articolati in una numerosa serie di sottoprogetti. Si analizzava tutto quello che riguardava la Federconsorzi, i consorzi agrari e le società controllate. Questi progetti andarono avanti in un certo modo fino al mese di aprile del 1990 e poi proseguirono in un altro modo. Si cercò di creare la massa critica necessaria per poter smuovere questa vecchia signora di 98 anni - - come la chiamavo io - e che faceva fatica a muoversi".Per sostenere i nuovi investimenti che esso comportava si pensò ad un modesto programma di vendite con ricavo presunto di 268 miliardi.
Tali dismissioni dovevano però essere approvate del Consiglio di amministrazione; rispetto ad esse vi furono tuttavia forti resistenze, in particolare, da parte della Confagricoltura e di alcuni consiglieri ed infine da parte della struttura interna.
Il dottor Pellizzoni si rivolse allora al prof.essor Capaldo perché convincesse i presidenti confederali della necessità di vendere.
Il piano fu approvato solo nell’aprile 1990 ma rimase, tuttavia, del tutto inattuato.
A giudizio del dottor Pellizzoni esisteva un problema strutturale: il deficit di gestione era dovuto al fatto che la Fedit non era remunerativa, a cagione degli oneri che la gravavano e cioè del costo dei mezzi economici impegnati, che consentiva lauti guadagni solo al sistema bancario.
Ha affermato in proposito il dott.or Pellizzoni nella sua audizione del 20 luglio 2000:
"All'epoca il professor Capaldo stimò che gli affari gestiti da Federconsorzi e dai consorzi agrari avessero una potenzialità di utile operativo mediamente pari al 3,5 per cento (…)…... . Il tasso di interesse medio all’epoca era pari al 14 per cento: pertanto sarebbe stato necessario un rapporto tra Vendite e Attività nette investite uguale a 4, per ottenere una gestione equilibrata, cioè con un ROA del 14 per cento.
Tutto il mondo agricolo e cooperativo ha sempre ignorato questa seconda componente della formula: nei bilanci di queste entità economiche si osserva molto spesso un rapporto Vendite e Attività Nette investite troppo basso (…)….
uUn attivo pesantissimo (…) dava un utile operativo estremamente ridotto. Occorreva pertanto modificare il sistema e, per fare ciò, vi sono soltanto due possibilità: (…).. si deve aumentare fortemente il fatturato oppure (…)… occorre ridurre drasticamente l'attivo e, contemporaneamente, l'indebitamento (…). Vi furono tuttavia delle difficoltà (…)...
Occorre considerare che (…). era un sistema bloccato".
Il dottor Pellizzoni puntò, quindi, dichiaratamente sull’aumento dell’utile operativo che sperava potesse consentirgli di ridurre anche l’indebitamento.
Ma l’aumento dell’utile operativo richiedeva che il sistema operasse complessivamente nel modo più redditizio possibile e ciò implicava, come si è già detto, risorse adeguate ad impedire il tracollo dei consorzi che l’utile avrebbero dovuto alimentare.
Lo stesso ex direttore generale ha ricordato le ragioni per le quali il progetto fallì:
"Ci sono stati due periodi ben precisi: quello che va dal 13 aprile 1989 al 30 giugno 1990 (che possiamo definire "piano numero 1") durante il quale, siccome le analisi del professor Capaldo e i dati che erano a disposizione all'inizio si riferivano al 1987, la dimensione del problema in termini di necessità finanziarie per poter, per così dire, "salvare il sistema" sembrava sì notevole, perché per comuni mortali parlare di 200 o 400 miliardi significava riferirsi a cifre alte, ma all'interno del sistema esistevano molte capienze in termine di patrimonio per poterlo fare.
Quando arrivai io, dopo poco, arrivarono i bilanci dei consorzi agrari del 1988: rielaborando questi dati stimai che il fabbisogno era passato da 200 ad 800 miliardi, fabbisogno che si poteva ancora ritrovare all'interno del patrimonio della Fedit. Qui finisce il primo periodo.
Dopo il 30 di giugno 1990, una volta formulato questo piano, cominciarono ad arrivare i bilanci dei consorzi agrari relativi al 1989 dai quali si poté verificare che il gap economico ad essi relativo era più grave di quanto previsto (…)…. a giugno cominciammo a leggere la realtà di questi consorzi con una certa consapevolezza rispetto a prima. Effettuate queste stime, si riscontrò che il fabbisogno finanziario (…)… si attestava intorno ai 1.500 miliardi.
Ciò voleva dire che il piano così come era stato concepito all'inizio, e che doveva essere di modernizzazione, necessitava di un adeguamento. Infatti, occorrevano degli interventi molto più drastici di quanto non previsto precedentemente (…)….. In secondo luogo, era stato messo in luce un aspetto chiarissimo e cioè che il sistema presentava degli elementi di inerzia (…). Si era (…) in presenza di una situazione che richiedeva un processo decisionale che era certamente più vicino ai tempi della politica che non a quelli dell'imprenditorialità (…)",.
La conclusione che ne trasse il dottor Pellizzoni fu che:
"(…).. gli unici strumenti con cui si poteva ancora salvare la situazione erano sostanzialmente due. In primo luogo, era opportuno individuare una formula che poteva chiamarsi commissariamento (…)……. (…) La seconda ipotesi di soluzione era che Federconsorzi intraprendesse quella che oggi definiremmo una privatizzazione.
Intendo dire che dal momento che la legge istitutiva del 1948 garantiva a questo istituto certi privilegi, forse era il caso di trasformarlo in una sorta di "fondazione" individuando, per tutte le principali attività, dei
partners imprenditori, i quali avrebbero potuto assicurare due aspetti molto importanti: in primo luogo assicurare del capitale fresco risolvendo il problema della mancanza del capitale proprio ( …)……. In secondo luogo, questi imprenditori avrebbero portato in tutte le attività, soprattutto quelle industriali quell'imprenditorialità che, malgrado il massiccio e massacrante inserimento di consulenti, non si riusciva a garantire al sistema.(…) Da parte delle Confederazioni agricole vennero iniziate una serie di attività che possiamo definire di ricerca di aiuti esterni. Al riguardo debbo dire (…)… che osservai che il giorno che sarebbero arrivati degli aiuti esterni senza però che si fosse riusciti a cambiare il sistema e qualora la legge me lo avesse permesso, mi sarei dimesso. Infatti, ciò avrebbe voluto dire inserire dei quattrini in un contesto, ma poi continuare tutto come prima.
(…) Quasi per dare una provocazione al sistema, per vedere come avrebbe reagito, chiedemmo al Ministero se metteva in liquidazione coatta amministrativa sei consorzi agrari; il Ministero puntualmente lo ha fatto ed è venuto fuori il "caos", perché per la prima volta Federconsorzi non si è surrogata ai debiti dei consorzi agrari, con una ripercussione politica notevolissima. Devo dire però che lo rifarei domani mattina, perché per lo meno uno scossone venne dato."
Per ammissione del suo stesso ideatore, dunque, il progetto di risanamento fallì perché esso si basava su presupposti economici e finanziari non realistici.
Ad avviso della Commissione, l’aggravamento delle condizioni di crisi dei consorzi non era, però, del tutto imprevedibile ma, al contrario, costituiva un’evoluzione inevitabile. Un piano di risanamento adeguato avrebbe dovuto tenerne conto.
Il problema principale era chiaro da tempo.
La situazione economica e finanziaria dei consorzi, singolarmente e complessivamente considerati, come si è visto peggiorava sempre di più, anche perché su di essi si ripercuoteva la crisi delle imprese agricole e dei coltivatori.
Ma i Cconsorzi Aagrari, unici soci della Fedit, rappresentavano, ad un tempo, le strutture servite dalla Fedit, che dall’intermediazione doveva ricavare i suoi profitti e la base della forza associativa e politica della Coldiretti e della Confagricoltura. Pur essendo divenuti, quindi, nella più parte dei casi organismi passivi era pressoché impossibile abbandonarli ed altrettanto difficile, parimenti, per ragioni strutturali connesse alla tipologia del servizio ed alla specificità dell’utenza, ottenerne radicali cambiamenti di gestione.
La Fedit pertanto aveva cominciato a sostenerli fin dai primi anni Ottanta e continuava a farlo in forme molteplici , accollandosene le difficoltà e gli oneri, percorrendo la strada dell’inevitabile, sempre maggiore, indebitamento esterno.
Una realistica soluzione possibile del problema economico e politico si poteva individuare solo nella progressiva riduzione dei flussi in favore dei consorzi ed in una cospicua riduzione dell’indebitamento della Fedit.
Alcuni consorzi ne avrebbero gravemente sofferto, ma il sistema si sarebbe potuto forse salvare.
Era, comunque, vitale una riduzione dell’indebitamento bancario .
Durante la gestione Pellizzoni, nonostante gli opposti propositi, non solo si continuò a sostenere finanziariamente i consorzi ma si sostennero anche le società collegate, sulla base di progetti imprenditoriali costosissimi ed improduttivi.
.
Passando all’esame delle scelte gestionali, sembra alla Commissione che Uno degli aspetti negativi più evidenti dla guida del dott. Pellizzoni sembra alla Commissione abbia i questa ella gestione Pellizzoni Pellizzoni è, poi, costituito dall'aver notevolmente accentuato l'indebitamento della Fedit non solo per sostenendoere non i consorzi secondo un indirizzo politico già consolidato, ma anche lle società collegate con e progetti imprenditoriali costosissimi ed improduttivi.
Ed invero Infatti nel 1989, in piena crisi, la Fedit contrasse debiti a lungo termine con il sistema bancario internazionale per:
In totale l’investimento fu di 239 miliardiQuindi, in parte per sostenere le società collegate ed in parte per una operazione che sembrava ignorare del tutto le reali condizioni economiche, reddituali e finanziarie della riguardante la Federconsorzi che non poteva più sostenere ilit un suo ruolo di holding finanziaria.
Per di più il dottor Pellizzoni era stato chiamato prima ad amministrare la stessa Fedital e ne conosceva le reali condizioniche dava la chiara idea di come, non avendone più i mezzi, la dirigenza della Fedit e della Coldiretti continuasse a pensare e ad agire come se la società fosse ancora la grande Fedit dei tempi di (???) Mizzi.
In totale l’investimento fu di 239 miliardi, nonostante al dottor Pellizzoni fosse ben nota la reale situazione e la reale capacità reddituale dell'impresa.
L’intervento ripetuto della Fedit in favore della Fedital (ex Polenghi -Lombardo) costituisce, invero,oltre, l’esempio più chiaro della cattiva gestione della società dovuta alla sottomissione ad interessi gli interessi politici. della Coldiretti.
La Fedital era una azienda che perdeva sistematicamente, ma che assicurava ai produttori di latte lombardi la vendita certa del prodotto.
Ha riferito alla Commissione l’ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'AIMA, senatore Robusti, nel corso dell'audizione del 7 ottobre 1999:
"La Polenghi Lombardo ha costituito per molto tempo uno strumento significativo di supporto all'attività politica non tanto attraverso il pagamento del latte a prezzi più alti - come è accaduto per la Centrale del latte di Milano - quanto attraverso la rilevazione di risorse che servivano a gestire l'attività politica. Ciò produsse, anche per effetto di un'incredibile gestione di quella struttura, una montagna di debiti e la necessità di chiudere quella partita".Sul punto, peraltro in una intervista all’Espresso del 27 maggio 1991, il ministro Goria faceva affermazioni di segno opposto:
"Tutti sapevano, e da gran tempo, che la Federconsorzi era sovraccarica di debiti.
(...) lL’idea di avere una propria azienda di latte
(la Polenghi n.d.r.) era certamente suggestiva. Ma pagare ogni litro di latte 25 lire di più del prezzo pagato dalle aziende concorrenti ha prodotto solo bilanci in passivo e quasi 150 miliardi di debiti con le banche".Al dottor Pellizzoni si deve, tuttavia, la riorganizzazione della struttura dirigenziale interna e l'inizio di una politica di restrizione creditizia nei confronti dei consorzi agrari .
Con la sua gestione traddittoriamente furono lanciati numerosi progetti di sviluppo, che avrebbero tutti avuto necessità di quelle risorse che la Fedit non aveva e che, così com'era, non avrebbe mai più potuto avere.
Dall'audizione diel dottor Pellizzoni svoltasi nella seduta del 20 luglio 1999: "Nacquero così tredici progetti (…), articolati in una numerosa serie di sottoprogetti. Si analizzava tutto quello che riguardava la Federconsorzi, i consorzi agrari e le società controllate. Questi progetti andarono avanti in un certo modo fino al mese di aprile del 1990 e poi proseguirono in un altro modo. Si cercò di creare la massa critica necessaria per poter smuovere questa vecchia signora di 98 anni - come la chiamavo io - e che faceva fatica a muoversi"come ha riferito il .
dottor Pellizzoni nel corso dell’audizione del 20 luglio 1999.
Sul piano operativo i risultati non potevano essere che modesti.
Esisteva infatti un problema strutturale: il deficit di gestione era dovuto alla non remuneratività della stessa, in ragione degli oneri e cioè del costo dei mezzi economici impegnati, che consentiva lauti guadagni solo al sistema bancario mutuante.
Ancora dall'audizione Pellizzoni: "All'epoca il professor Capaldo stimò che gli affari gestiti da Federconsorzi e dai consorzi agrari avessero una potenzialità di utile operativo mediamente pari al 3,5 per cento……..; ciò vuol dire che, poste le vendite pari a cento, se ottengo un utile pari al 3,5 per cento, ho raggiunto la massima possibilità che può offrire il sistema competitivo nel quale opero. Il compenso dipende dal numero di giri del mio capitale per poter pagare i tassi di interesse.
In altre parole, quello che si chiama tecnicamente il ROA, cioè l'Utile Operativo diviso le Attività Nette investite, posso suddividerlo in due componenti: la prima è costituita dalle lire di fatturato prodotte come utile; la seconda è rappresentata dalle lire di investimento necessarie per generare una lira di fatturato.
Il tasso di interesse medio all’epoca era pari al 14 per cento: pertanto sarebbe stato necessario un rapporto tra Vendite e Attività nette investite uguale a 4, per ottenere una gestione equilibrata, cioè con un ROA del 14 per cento.
Tutto il mondo agricolo e cooperativo ha sempre ignorato questa seconda componente della formula: nei bilanci di queste entità economiche si osserva molto spesso un rapporto Vendite e Attività Nette investite troppo basso……: per esempio, cento miliardi di attività generano cento miliardi di vendite.
E' evidente che in passato la Federconsorzi, i consorzi agrari e le società collegate hanno ricevuto finanziamenti agevolati che purtroppo si sono trasformati successivamente in debiti a breve, perché i soldi arrivavano in ritardo.
… II bilanci avevano un attivo pesantissimo, che generava proporzionalmente uno scarsissimo fatturato e dava un utile operativo estremamente ridotto. Occorreva pertanto modificare il sistema e, per fare ciò, vi sono soltanto due possibilità: con le stesse risorse, con lo stesso attivo,….. si deve aumentare fortemente il fatturato oppure……, se ciò non è possibile (perché il mercato e la concorrenza non lo consentono), occorre ridurre drasticamente l'attivo e, contemporaneamente, l'indebitamento.…. Non bisognava essere grandi esperti per capire questa alternativa. Vi furono tuttavia delle difficoltà….. e non ho mai capito se fossero legate alla complicazione di questo concetto oppure dipendevano dal fatto che il sistema non si rassegnava alla necessità di vendere un camioncino.
Occorre considerare un arco storico di 98 anni: il sistema è stato commissariato diverse volte; ha ricevuto aiuti pubblici; è stato, per così dire, viziato. Non vi sono mai stati stimoli per introdurre elementi di imprenditorialità basati su questi concetti. (…) Era un sistema bloccato.
Ci sono stati due periodi ben precisi: quello che va dal 13 aprile 1989 al 30 giugno 1990 (che possiamo definire "piano numero 1") durante il quale, siccome le analisi del professor Capaldo e i dati che erano a disposizione all'inizio si riferivano al 1987, la dimensione del problema in termini di necessità finanziarie per poter, per così dire, "salvare il sistema" sembrava sì notevole, perché per comuni mortali parlare di 200 o 400 miliardi significava riferirsi a cifre alte, ma all'interno del sistema esistevano molte capienze in termine di patrimonio per poterlo fare.
Quando arrivai io, dopo poco, arrivarono i bilanci dei consorzi agrari del 1988: rielaborando questi dati stimai che il fabbisogno era passato da 200 ad 800 miliardi, fabbisogno che si poteva ancora ritrovare all'interno del patrimonio della Fedit. Qui finisce il primo periodo.
Dopo il 30 di giugno 1990, una volta formulato questo piano, cominciarono ad arrivare i bilanci dei consorzi agrari relativi al 1989 dai quali si poté verificare che il "gap" economico ad essi relativo era più grave di quanto previsto…….. Non solo, nel frattempo, avendo effettuato una serie di audit presso i consorzi, ci si rese conto dell'esistenza di un certo tipo di realtà. Basta immaginare che tutto ciò si verificò dal 1° luglio dell'89 e in quel lasso di tempo era stato necessario farsi rilasciare i piani triennali dei consorzi agrari e, una volta ricevuti, si dovette ovviamente valutare la loro fattibilità. Quindi, a giugno cominciammo a leggere la realtà di questi consorzi con una certa consapevolezza rispetto a prima. Effettuate queste stime, si riscontrò che il fabbisogno finanziario…… - si trattava sempre di stime e quindi non erano calcoli alla lira - si attestava intorno ai 1.500 miliardi.
Ciò voleva dire che il piano così come era stato concepito all'inizio, e che doveva essere di modernizzazione, necessitava di un adeguamento. Infatti, occorrevano degli interventi molto più drastici di quanto non previsto precedentemente……; con tali interventi si sarebbe dovuto cercare di valorizzare tutto l'avviamento che esisteva nelle attività della Federconsorzi.
In secondo luogo, era stato messo in luce un aspetto chiarissimo e cioè che il sistema presentava degli elementi di inerzia (…). Infatti, io stesso parlai in sede di comitato dell'esistenza di lacci e lacciuoli - di cui ovviamente non accuso nessuno - tuttavia, va tenuto presente al riguardo che ogni consorzio agrario aveva un suo consiglio di amministrazione e quest'ultimo era formato da diversi gruppi. Inoltre ogni volta era necessario interpellare anche le associazioni locali e poi ridiscutere tutto in base a quanto esse avevano detto. Si era… quindi in presenza di una situazione che richiedeva un processo decisionale che era certamente più vicino ai tempi della politica che non a quelli dell'imprenditorialità…., questo naturalmente detto con tutto il rispetto nei confronti della politica.
Pertanto, gli unici strumenti con cui si poteva ancora salvare la situazione erano sostanzialmente due. In primo luogo, era opportuno individuare una formula che poteva chiamarsi commissariamento……… ma anche in altri modi; noi usavamo la parola commissariamento in termini ampi considerato che generalmente i consorzi agrari si commissariavano. (…) La seconda ipotesi di soluzione era che Federconsorzi intraprendesse quella che oggi definiremmo una privatizzazione.
Intendo dire che dal momento che la legge istitutiva del 1948 garantiva a questo istituto certi privilegi, forse era il caso di trasformarlo in una sorta di "fondazione" individuando, per tutte le principali attività, dei partners imprenditori, i quali avrebbero potuto assicurare due aspetti molto importanti: in primo luogo assicurare del capitale fresco risolvendo il problema della mancanza del capitale proprio; …….infatti non c'era la possibilità di raccogliere capitale proprio in quanto per farlo sarebbe stato necessario rivolgersi direttamente agli agricoltori e chiedere loro soldi sarebbe stata una cosa ovviamente impossibile. In secondo luogo, questi imprenditori avrebbero portato in tutte le attività, soprattutto quelle industriali quell'imprenditorialità che, malgrado il massiccio e massacrante inserimento di consulenti, non si riusciva a garantire al sistema.
(…) Da parte delle Confederazioni agricole vennero iniziate una serie di attività che possiamo definire di ricerca di aiuti esterni. Al riguardo debbo dire…… - non ricordo se questa mia affermazione sia riportata nel verbale che mi riguarda - che osservai che il giorno che sarebbero arrivati degli aiuti esterni senza però che si fosse riusciti a cambiare il sistema e qualora la legge me lo avesse permesso, mi sarei dimesso. Infatti, ciò avrebbe voluto dire inserire dei quattrini in un contesto, ma poi continuare tutto come prima.
(…) qQuasi per dare una provocazione al sistema, per vedere come avrebbe reagito, chiedemmo al Ministero se metteva in liquidazione coatta amministrativa sei consorzi agrari; il Ministero puntualmente lo ha fatto ed è venuto fuori il "caos", perché per la prima volta Federconsorzi non si è surrogata ai debiti dei consorzi agrari, con una ripercussione politica notevolissima. Devo dire però che lo rifarei domani mattina, perché per lo meno uno scossone venne dato."
La Coldiretti perseguì fino all'ultimo, come ricordato dal dottor Pellizzoni, la via Con lo sterile trascorrere del tempo la situazione della Federconsorzi si aggravava sempre di più.
Nella seconda metà dell' anno 1990 e nei primi mesi dell'anno 1991, il tema dominante era cambiato; ai progetti di ristrutturazione e di rilancio, che erano costati miliardi in consulenze, si era sostituta una sempre più drammatica evidenza: a causa del continuo peggioramento della situazione, perché agli studi ed ai proclami non facevano seguito i fatti, non si trattava più di rilanciare la Federconsorzi ma di tentarne il salvataggio.
Infatti, se nelle riunioni del Comitato esecutivo dei primi mesi del 1990 si cominciano a rendere espliciti i pericoli, nel corso del Comitato esecutivo del 3 agosto 1990 - si era quindi nella seconda metà dell'esercizio - il responsabile finanziario della Fedit, dottor Bambara, dichiarava che solo a condizione che: i consorzi agrari privi di un adeguato bacino di utenza fossero accorpati; fossero ceduti rami di azienda ed immobili consortili; fossero creati poli di servizi con conferimento a società nazionali di stabilimenti della Fedit; si vendessero beni mobili ed immobili, il bilancio 1990, sia pur con qualche difficoltà, sarebbe risultato in pareggio.
E' infine significativo, per valutare l'attendibilità dello stesso bilancio, il fatto che, nonostante nessuno degli elencati presupposti (che avrebbero in verità richiesto ben più dei residui cinque mesi per realizzarsi), si fosse concretizzato, esso fu chiuso comunque in pareggio!
In data 1° febbraio 1991 il dottor Pellizzoni affermava dinanzi al C.E.omitato esecutivo della Federconsorzi:
"..(…) uUn ulteriore elemento di preoccupazione è dato dalla timorosa attenzione dimostrata dalle banche nei confronti dei Cap e della Federconsorzi. Esse considerano la loro esposizione nei confronti del sistema Federconsortile rischiosa, chiedono di analizzare i conti ed i programmi ed avvertono il limite della nostra azione costituito dall'assenza di azionisti finanziatori …(…) alla domanda formulata dai banchieri su quali siano i fattori di successo del piano egli ha risposto che sono tre: la disponibilità di operatori industriali a porre in essere alleanze strategiche; il sostegno di un pool di banche; la volontà del paese di rivitalizzare la Federconsorzi quale insostituibile strumento di sostegno del settore agricolo".INSERIRE?.
E finalmente al C.E.omitato esecutivo del 14 maggio 1991, e cioè di tre giorni prima del commissariamento, il dottor Paolo Bambara, direttore dell'area finanza, affermava:
"La Federazione si trova oggi in una situazione di scarsa liquidità dovuta principalmente alla mancata attuazione delle dismissioni previste nel piano e all'inadempimento dei consorzi agrari anche con riguardo alle forniture correnti.(…) Questa situazione di carente liquidità ha consigliato di differire taluni pagamenti ad alcuni fornitori ed ha prodotto una timorosa attenzione del sistema bancario che tuttavia mostra nei confronti della Federazione una residua significativa disponibilità".
(n.d.r. Credito Italiano ) .A commissariamento avvenuto, il dottor Pellizzoni fu estromesso; fu additato come corresponsabile di unel commissariamento che avrebbe voluto cogestire e che, invece, lo vide in posizione di totale esautoramento e, quasi beffardamente, nominato dal ministro Goria come proprio "consulente speciale", che indicava una funzione che che non aveva mai esercitato e che mnon avrebbe maiai esercitatoò.
In sintesi ed in definitiva è opinione della Commissione che il dottor Pellizzoni, in anni in cui era ancora molto forte la sudditanza dell'impresa alla politica, si comportò come uno dei tanti amministratori che, in cambio di una lautissima retribuzione, accettarono di abdicare al loro ruolo sostanziale.
Egli enon riuscì ad assumere quelle determinazioni che la legge, e prima ancora le regole economiche, gli imponevano, rimettendosi, di fatto, alla volontà di chi dall'esterno governava, contro la legge, effettivamente la Fedit.
A tutto ciò va aggiunto che la condizione in cui si trovava la Federconsorzi, per le ragioni statutarie più volte ricordate, di grave mancanza di mezzi finanziari propri, costituiva un limite operativo oggettivo.
Ma la sottocapitalizzazione in sé non fu la ragione decisiva della crisi.
Innanzitutto si deve osservare che, nei decenni precedenti il 1980, la Federconsorzi - che aveva lo stesso capitale simbolico - aveva tanto prosperato da diventare la grande organizzazione -"holding" di fatto - descritta nel capitolo quarto.
In secondo luogo il ricorso sistematico al credito bancario non era affatto un connotato esclusivo della Fedit.
Al dottor Pellizzoni fu affidata l’impossibile missione di risollevare le sorti del sistema senza intervenire sulle ragioni strutturali che ne avevano determinato la crisi e che consistevano nella organizzazione stessa del sistema federconsortile e nell'ormai consolidato snaturamento delle funzioni delle Federconsorzi in un ente assistenziale.
Le sue reali difficoltà non erano di ordine tecnico ma sistemico. Gli era stato richiesto un trapianto impossibile: una politica di gestione ispirata a criteri di economicità e profitto in un organismo cooperativo eterogovernato.
Gli furono dati ampi poteri formali, ma il potere decisionale reale rimase saldamente nelle mani delle associazioni sindacali ed in particolare della Coldiretti e dell'onorevole Lobianco.
Sembra, quindi, alla Commissione che la guida del dott.or Pellizzoni non abbia potuto alleviare l'indebitamento ed abbia anzi accellerareaccelerato la crisi della Fedit.
Ciò non toglie che gli siano addebitabili, come si è evidenziato, errori di valutazione ed una consapevole manipolazione dei bilanci d’esercizio.
32.
2. I primi allarmi a livello ministeriale sullo stato di crisi della Federconsorzi
La Commissione ha acquisito una qualificata diagnosi tecnica sulla reale situazione della Federconsorzi, eseguita poco tempo prima dell’insediamento dell'onorevolei Goria al Ministero dell’agricoltura.
Infatti il professor Saccomandi, ministro dell’agricoltura dal 27 luglio 1990 al 12 aprile 1991 nel VI governo Andreotti, affidò ad un consulente della società Arthur Andersen, il dottor Carlo Artusi, che in quel tempo lavorava presso il Ministero dell'agricoltura per l'analisi dei problemi della cooperazione, il compito di monitorare la Federconsorzi e di riferirgli.
Le valutazioni dell’ dottor Artusi, riferite al Ministro, sono le seguenti, come da lui ricostruite: "In tale veste, ebbi due riunioni informali con il vertice di Federconsorzi (Dottor Pellizzoni e Dottor Bambara) nelle quali, unitamente al Dottor Carlo Cocco, vice capo di Gabinetto del M.A.F. - e presidente del collegio sindacale della Fedit! (n.d.r.) - esaminammo le grandi linee della situazione finanziaria Federconsorzi (…) a quanto ricordo, emergeva, in sintesi, una situazione finanziaria molto grave, caratterizzata da alto indebitamento verso banche fronteggiato da crediti verso consorzi agrari di difficile esigibilità immediata ed un patrimonio immobilizzato di lenta e complessa dismissione.
In particolare, per quanto ricordo:
Quindi una richiesta di rientro da parte di una o più banche avrebbe immediatamente generato uno stato di crisi, peraltro non sanabile nel breve periodo, e probabilmente un effetto "domino" su tutte le altre banche esposte.
Di questo, nell’appunto e a voce, ritengo in due o tre riunioni, discussi con il Ministro, ipotizzando scenari di risanamento che potessero salvaguardare la struttura avviando contemporaneamente processi di reperimento di risorse finanziarie, attraverso dismissioni o altro, che potessero ridurre l’indebitamento.
Non è dato sapere se i risultati di tale lavoro furono comunicati al successore diel professor Saccomandi, il ministro Goria, ma esistono indizi che depongono per una risposta affermativa.
Basta considerare che una delle soluzioni indicate, e cioè la moratoria degli intessi bancari, fu fatta propria dal ministro Goria, il quale era perfettamente informato sulla reale situazione del sistema come di seguito si vedrà meglio.
La Commissione ha ritenuto di acquisire un ampio spettro di valutazioni e di approfondimenti tecnici sulle ragioni della crisi del sistema Federconsorzi-consorzi agrari, per consentire una visione completa delle diverse posizioni, verificarne la fondatezza e pervenire, infine, in forma documentata e dialettica, a proprie conclusioni supportate dagli approfondimenti compiuti.
Conseguente e correlato a queste, si rivelerà il convincimento maturato dalla Commissione in ordine all’esistenza o meno di un’effettiva condizione d’insolvenza della Federconsorzi all’atto del commissariamento e della richiesta di concordato preventivo.
La Commissione ha acquisito una pluralità di valutazioni sulle ragioni della crisi del sistema Federconsorzi-consorzi agrari.
323.1 La tesi degli amministratori della Federconsorzi
Secondo gli amministratori della Fedit le ragioni della crisi consistevano nella non adeguata capitalizzazione, a causa della struttura cooperativa; nelle funzioni di supporto sociale assolte dalla Fedit nelle campagne in mancanza di pubblici interventi; nella crisi dell’agricoltura in generale, nell'inadeguatezza del modello gestionale ed organizzativo; infine nel sostegno dato ai consorzi.
323.2 Le valutazioni dei giudici fallimentari
La sentenza di omologazione del concordato preventivo della Federconsorzi, adottata il 23 luglio 1992, identifica tre principali cause del dissesto.
L'erogazione di crediti ai consorzi agrari senza alcuna valutazione del rischio di insolvenza, o addirittura, con la consapevolezza del rischio stesso, poi verificatosi.
L'utilizzazione antieconomica del patrimonio, attuata attraverso la concessione in locazione a canoni irrisori od in comodato gratuito di immobili anche prestigiosi (con conseguenze, oltre che sul reddito di esercizio, anche sul valore dìi scambio del bene).
Gli oneri derivanti dall'indebitamento bancario reso necessario per concedere credito ai consorzi nella misura e con l'avvedutezza anzidetta.
323.3 Le valutazioni del cCommissario giudiziale
Scriveva il commissario giudiziale Picardi in data 21 gennaio 1992 nella relazione particolareggiata sul concordato preventivo Fedrconsorzi:
"(…) Come spesso accade in casi simili, alla base dell’insolvenza non si rinviene un’unica causa, ma un complesso dl anomalie economico-funzionali, sia di origine oggettiva, dipendenti cioè da accadimenti estranei al potere dispositivo dell' imprenditore e dallo stesso imprevedibili e incontrollabili, sia di origine soggettiva, aventi cioè correlazione con il comportamento e con le scelte degli amministratori.
(…) Verosimilmente, una prima, e forse fondamentale, causa dei dissesto, va colta nello stesso contesto nel quale la Federconsorzi ha operato. Il mondo agricolo frammentato in numerosissime imprese spesso di dimensioni molto modeste (…).Si aggiunga la notevole rigidità dei mercato agricolo (…) caratterizzato da una scarsa attitudine a seguire la legge della domanda e dell’offerta, e influenzato, invece, dalla incidenza dei fattori naturali sulla produzione.
(…) Come si è accennato, la Federconsorzi spesso ha finito per operare non da società lucrativa, ma secondo la logica di una società consortile, già prima della legge 10 maggio 1976 n. 377. Si è così costatato, di frequente, la disapplicazione di alcune disposizioni attinenti allo scopo lucrativo e la sua sostituzione con la funzione consortile. Un’analisi approfondita sulle ragioni della crisi della Federconsorzi si rinviene nella relazione particolareggiata sul concordato preventivo Federconsorzi, redatta in data 21 gennaio 1992 dal commissario giudiziale professor Picardi.
In essa si assume che alla base della condizione della Federconsorzi definita come d’insolvenza non c’era una sola causa ma un complesso di "anomalie economico-funzionali" dipendenti in parte "da accadimenti estranei al potere dispositivo dell'imprenditore e dallo stesso imprevedibili e incontrollabili" ed in parte dal comportamento e dalle scelte degli amministratori.
Si può convenire con il commissario giudiziale sull’analisi del contesto della Federconsorzi "costituito da un "mondo agricolo frammentato in numerosissime imprese spesso di dimensioni molto modeste(…) nonché sulla "notevole rigidità dei mercato agricolo (…) caratterizzato da una scarsa attitudine a seguire la legge della domanda e dell’offerta, e influenzato, invece, dalla incidenza dei fattori naturali sulla produzione".
Non sembra invece condivisibile che tutto ciò costituì una concausa del dissesto perché il quadro descritto accompagnò tutta la vita della Federconsorzi e, quindi, anche i lunghi periodi di fulgore e non i soli anni del declino.
Di decisiva importanza sembra invece la condivisibile osservazione che:
"(…) la Federconsorzi spesso ha finito per operare non da società lucrativa, ma secondo la logica di una società consortile, già prima della legge 10 maggio 1976 n. 377. Si è così costatato, di frequente, la disapplicazione di alcune disposizioni attinenti allo scopo lucrativo e la sua sostituzione con la funzione consortile.(…) Probabilmente questa è una delle prime cause della odierna insolvenza. Causa latente, sotterranea, con radici lontane, ed emersa, nella sua gravità, solo in tempi recenti".
Anche l’esplorazione e l’approfondimento del rapporto creditizio tra Federconsorzi e consorzi agrari coglie indiscutibilmente nel segno e merita una ampia citazione:
" (…) Un'ulteriore causa della attuale insolvenza della Federconsorzi è, poi, ascrivibile all’andamento economico e finanziario negativo di vari consorzi agrari Provinciali (…). I Consorzi hanno gestito, in ambito provinciale, i rapporti con gli agricoltori, allargando le sfere di attività, e comprendendo non solo l’attività di intermediazione commerciale (per l’acquisto e la rivendita dl prodotti agricoli), ma affiancandovi anche, spesso, attività di produzione diretta, per la quale non tutti i consorzi erano attrezzati finanziariamente, tecnicamente e professionalmente.A seguito di tali attività, i consorzi agrari si trovano, oggi, in una grave crisi di liquidità, dovuta, per lo più, alla politica creditizia adottata verso gli agricoltori. A questi ultimi venivano, infatti, concesse lunghe dilazioni, che giungevano a superare, a volte, i duecento giorni.
I consorzi agrari si trovano, oggi, in una grave crisi di liquidità, dovuta, per lo più, alla politica creditizia adottata verso gli agricoltori. A questi ultimi venivano, infatti, concesse lunghe dilazioni, che giungevano a superare, a volte, i duecento giorni. Tali dilazioni non venivano coordinate con le dilazioni massime concesse dai fornitori. La mancanza di una capitalizzazione e della possibilità di fornirsi di mezzi propri, al pari di un’azienda comune, hanno, così, indotto i Consorzi a tentare di risolvere lo squilibrio, aumentando il loro indebitamento nei confronti della Federazione, e trasferendo su di essa gli oneri finanziari.
In altri termini, il nesso che si è venuto a creare tra Federconsorzi, Cap ed agricoltori sta alla base di una plausibile spiegazione della crisi nella quale ha finito con il trovarsi coinvolta la Società ammessa al concordato preventivo.
(…) Le difficoltà degli agricoltori si sono riversate sui Cap che li sostenevano e ne erano creditori.
Le difficoltà (e, a volte, la cattiva gestione) del Cap si sono riversate, a loro turno, sulla Federconsorzi, che, in concreto, ne costituiva il supporto e ne assicurava la sopravvivenza.
(…) Sono state sostanzialmente trasferite, al Consorzi in crisi, risorse finanziarie che, in una ottica dl economicità, avrebbero dovuto essere attribuite, piuttosto, ai Consorzi sani, i quali in qualche caso se ne sono doluti.
(…) L’impegno crescente e, progressivamente assunto, dalla Federconsorzi, verso i Cap, in dipendenza prevalentemente delle operazioni di finanziamento commerciale, è testimoniato dalla dilazione dei crediti Federconsorzi verso i Consorzi. Si tratta, spesso, di forniture concesse ai Consorzi Agrari e da questi ultimi non pagate. Nel 1986 il credito complessivo ammontava a 1.187 miliardi, ed è progressivamente aumentato fino a raggiungere, nel 1990, l’importo dl 2.114 miliardi.
La differenza fra i due importi, pari a 927 miliardi, non rispecchia, peraltro, la reale entità dello sforzo finanziario profuso nei confronti del Consorzi Agrari, poiché, nel frattempo, sono stati abbandonati, e, dunque, azzerati, perché non più esigibili, crediti per 618 miliardi.
A fronte di queste operazioni, dovendo la Federconsorzi acquistare sul mercato le forniture da attribuire, poi, al Cap, va sottolineato il crescente indebitamento, determinato dalla necessità di reperire i mezzi finanziari a ciò destinati. Da una esposizione verso gli istituti di credito, che nel 1986 era di 1.072 miliardi, si è passati ai 3.508 miliardi dei 1990.
La differenza dell’indebitamento, nel quinquennio 1986/1990, è pari a 2.436 miliardi".
Il professor Picardi rilevava inoltre un dato di notevole interesse e cioè una tecnica di appostazione contabile e di rappresentazione dei fatti economici nel bilancio che concorreva a consentire agli amministratori di pubblicizzare una situazione economica e finanziaria notevolmente migliore di quella effettiva.
Osservava, infatti, che:
"(…) Nei conti economici Federconsorzi figura costantemente una particolare contrapposizione tra proventi e oneri finanziari. Una pur sommaria ed approssimativa ricostruzione lascia presumere che la differenza, ora segnalata, sia coperta dalle operazioni di finanziamento a favore dei Cap per 1.545 miliardi (927 md + 618 md), dagli impegni relativi all’investimento in partecipazioni per circa 600 miliardi, e dall’incremento dei credito verso il Ministero dell’Agricoltura e Foreste, riferito alla passata gestione degli ammassi, per circa 200 miliardi.Nei conti economici Federconsorzi figura costantemente una particolare contrapposizione tra proventi e oneri finanziari.
Mentre gli oneri finanziari sono stati effettivi e realmente sostenuti, riferendosi ad interessi concretamente liquidati per l’esposizione verso gli istituti dl credito, la considerazione dei proventi finanziari poggia più che altro su di una rilevazione meramente contabile, riferita cioè ad interessi attivi calcolati sul credito verso i Cap e verso il Ministero dell’Agricoltura e Foreste, a tassi di circa tre o quattro punti superiori a quelli di mercato.
Parte di tali crediti, tuttavia, presentano (…) difficoltà di incasso, così come problematico appare il conseguimento dei relativi interessi. La differenza, quindi, sempre positiva, tra proventi e oneri finanziari risulta essere, più che altro, il frutto di una mera operazione contabile, tendente a migliorare il risultato economico riferito alla gestione ordinaria, nonché ad assorbire partite straordinarie di costo e, perciò, a condizionare, in definitiva, positivamente ogni eventuale valutazione sulla gestione". Sul piano più strettamente patrimoniale, va sottolineato che il crescente indebitamento verso terzi, ed in particolare verso il sistema bancario, si contrappone alla lievitazione dei complessivi crediti verso i beneficiari del mezzi finanziari, in tal modo reperiti. L’applicazione di crediti rigorosi di abbattimento dei crediti, tenuto conto della dubbia realizzabilità di una buona parte di essi, è, pertanto, uno dei fattori determinanti, dello squilibrio tra attivo e passivo.
Una delle ragioni di forza della Federconsorzi era costituita, dalla rete commerciale; estremamente ramificata e disseminata nel territorio nazionale, posta in essere dai Consorzi Agrari Provinciali, veri e propri canali distributivi per i prodotti ed i servizi. Tale rete di commercializzazione si doveva rivelare, però, anche un punto di debolezza, In quanto non era assicurata da obblighi giuridici e vincolati, bensì dipendeva dal rapporto intercorrente fra Federconsorzi e Cap. La prima "doveva", perciò, tenere in vita i secondi, con ogni mezzo e con ogni sforzo, se voleva continuare ad usufruire della rete distributiva, imperniata sui Consorzi Agrari Provinciali.
La Federconsorzi, alla pari del Cap, è una cooperativa, e cioè una società a capitale variabile, dotata di mezzi propri pressocchè trascurabili. L’insufficiente e inesistente capitalizzazione ha causato la necessità di ricorso ai sistema bancario, per l’approvvigionamento dei mezzi finanziari occorrenti alla politica gestionale. Gli usuali parametri proporzionali fra capitali di rischio e capitali presi a prestito sono qui pressocché azzerati in partenza, esponendo l’impresa ai più gravi rischi nel casi nel quali ragioni intrinseche o congiunturali rendono più difficile l’esercizio delle attività.
I Cap assumendo anche attività di produzione diretta hanno finito per deviare dai loro obiettivi primari, la Federconsorzi, oltre ad intensificare in maniera abnorme la sua opera di sostegno versi i Consorzi medesimi, si è impegnata in attività industriali (vedi ad es. Arsol, Siapa, Fedital, Zuccherificio Castiglionese, ecc.), finanziarie e assicurativa (vedi Fata e Banca Credito Agrario di Ferrara), attraverso l’assunzione diretta o indiretta di partecipazioni. Ai mezzi finanziari occorrenti per l’acquisizione della partecipazione e per le successive, imprescindibili esigenze di ricapitalizzazione delle nuove partecipate (attraverso vari aumenti di capitale), si sono, tuttavia, aggiunte le necessità derivanti dalla copertura delle perdite verificatesi presso alcune delle partecipate stesse.
Un caso emblematico è rappresentato dalla Fedital, che ha richiesto interventi di copertura, a fronte di una perdita di oltre £ 200 miliardi accumulatasi tra 1988 e 1990.
Considerato che, come si è detto, la Federconsorzi manca sia di una propria capitalizzazione sia della possibilità dl rifornirsi di mezzi propri al pari di una holding comune, si può agevolmente intuire come il mercato creditizio e, quindi, l’indebitamento, sia stato, anche relativamente al settore partecipazioni, l’unica via per reperire i necessari mezzi finanziari.
Il costo complessivo (riferito, cioè, alla acquisizione dell’investimento, alla eventuale ricapitalizzazione e al ripianamento delle perdite) delle partecipazioni ammonta, nel quinquennio 1986/1990, a circa 600 miliardi di lire.
Va aggiunto che l’espansione delle attività, ed in particolare dl quelle indirettamente esercitate, attraverso le partecipate, ha avuto costi superiori rispetto a quelli apparenti e commisurati all’importo degli investimenti. Infatti la detta espansione ha comportato, per la Federconsorzi, un sovradimensionamento, per il quale essa era impreparata. La gestione delle società controllate, per quel che risulta e per quel che è possibile oggi verificare, non è stata tenuta in modo adeguatamente organizzato e soddisfacente.
Solo in tempi recentissimi, e cioè dopo il commissariamento, è stata posta in essere su meritoria iniziativa del Commissari governativi un’opera di integrale ricostruzione, classificazione ed analisi delle società controllate. Tanto vero che solo nel corso della procedura, e in dipendenza di successivi aggiornamenti, gli organi del concordato preventivo hanno potuto prendere concreta ed esauriente cognizione di tutte le partecipazioni. E’ evidente che la mancanza di una adeguata ed unitaria gestione delle partecipazioni ha determinato costi supplementari, in dipendenza di maggiori perdite, minori introiti, mancati od erronei interventi, la cui quantificazione è impossibile. Va, infine, rivelato che l’espansione delle attività e il sovra dimensionamento, di cui si è detto, avrebbero implicato la necessità di una politica da holding, che, per quel che è dato rilevare, nella Federconsorzi è mancata.
Gli immobili di proprietà e le società immobiliari sono stati amministrati, in alcuni casi, con criteri diversi da quelli di economicità e redditività.
Sono state privilegiate, talvolta, forme di godimento, non remunerative, a favore di soggetti appartenenti al mondo agricolo, ingenerandosi, a posteriori, dubbi e perplessità sul "ritorno" dipendente da tali utilizzazioni. Come si vedrà, persino le locazioni a terzi non sempre corrispondono ai prezzi di mercato.
E’ verosimile che, nei complesso delle cause che hanno determinato l’insolvenza, questa ora accennata sia una delle minori. Ma, in attesa di eventuali approfondimenti, non poteva essere taciuta.
Altro elemento dl insufficienza gestionale è rappresentato dalla tenuta della contabilità, che, sino a poco tempo fa….. non è stata all’altezza delle necessità di un soggetto imprenditoriale delle dimensioni della Federconsorzi.
La documentazione contabile e la proiezione, su libri e registri, delle attività esercitate costituiscono, in primo luogo, la fonte di informazione per l’imprenditore, indispensabile per adottare tempestivamente le iniziative e le correzioni di rotta, che risultino imprescindibili.
La Federconsorzi, solo in tempi relativamente recenti ha, invece, cominciato a dotarsi di una attrezzatura contabile, pari alle sue esigenze. Anche questo è uno del motivi che non ha consentito la percezione tempestiva della crisi e delle sue proporzioni e, quindi, può essere indicato come una causa dell’insolvenza.".
Di non minore importanza è, inoltre, il rilievo che il costo complessivo delle partecipazioni, assunte dalla Federconsorzi, comprendente l’acquisizione e gli investimenti ad ogni titolo, ammontava, nel quinquennio 1986/1990, a circa 600 miliardi di lire e che, in particolare, la Fedital aveva richiesto interventi di ben 200 miliardi per coprire le perdite accumulatesi tra 1988 e 1990.
Anche a tal fine la Federconsorzi non poté che ricorrere all'indebitamento bancario aggravando il suo squilibrio.
Gli immobili di proprietà e le società immobiliari, infine, secondo il
commissario erano stati amministrati, "in alcuni casi, con criteri diversi da quelli di economicità e redditività" privilegiando "forme di godimento, non remunerative, a favore di soggetti appartenenti al mondo agricolo" (…) persino le locazioni a terzi non sempre corrispondono ai prezzi di mercato".
N.B.Variazione del titolo
23.4 Le valutazioni dei consulenti Sica-martellini-carbonettidella procedura fallimentare.
3.4 Le valutazioni dei consulenti Carbonetti, Martellini e Sica
Il giudice delegato, dottor Ivo Greco, autorizzò, in data 5 maggio 1992, i commissari governativi a conferire all'avvocato Lucio Ghia, alla professoressa Maria Martellini ed al professor Mario Sica l’incarico l fine di compiere accertamenti sulle cause del dissesto, dando loro iede mandato ad alcuni esperti l’incarico di esaminare i bilanci gli ultimi cinque bilanci della Federconsorzi dal 1986 al 1990.
Con provvedimento in data 12 maggio 1992, il collegio degli esperti, su istanza del commissario giudiziale prof.essor Picardi, che aveva chiesto un accertamento tecnico contabile, fu integrato con la designazione da parte del giudice delegato del professor Francesco Carbonetti.
L'avvocato Ghia - che era il legale che aveva presentato la richiesta della Fedit di ammissione al concordato preventivo - solo nel luglio 1992 cessò di far parte del gruppo.
Il prof.essor Carbonetti era da tre anni presidente della banca Fideuram, creditrice della Federconsorzi e sarebbe diventato, successivamente presidente della SGR.
La relazione degli esperti fu depositata in data 16 marzo 1993 .
In pari data il prof.essor Carbonetti redasse un documento sulle eventuali responsabilità penali connesse alla gestione, acquisito dal P.M. pubblico ministero di Roma con decreto del 18 aprile 1993.
I I risultati che tale consulenza da essi raggiunse, nonostante le perplessità che suscita la posizione del prof.essor Carbonetti, vanno, tuttavia, ricordati. ti, la cui importanza consiste nell’essere stati fatti propri dal Tribunale fallimentare di Roma, sembrano, alla Commissione, inficiati dalle ragioni, di seguito esposte, che integrano una delle numerose anomalie della procedura fallimentare, delle quali si tratterà diffusamente in seguito. La scelta dei consulenti incaricati dal giudice delegato Greco di esaminare gli ultimi cinque bilanci della Federconsorzi, al fine di compiere accertamenti sulle cause del dissesto, suscita notevoli perplessità.
L'incarico fu dapprima conferito, in data 5 maggio 1992, all'avv.ocato Lucio Ghia, alla professoressa Maria Martellini ed al professor Mario Sica.
L'avvocato Ghia era il legale che aveva presentato la richiesta della Fedit di ammissione al concordato preventivo. Appare evidente l'incompatibilità logica e giuridica.
La professoressa Martellini, di Milano era fiduciaria del commissario governative Locatelli.
commissariamento (maggio 1991). Gli esperti distinguonoevano, "sotto il duplice profilo della loro chiarezza e verità", bilanci relativi agli esercizi 1986-1988 dagli ultimi due giudicando i primi "estremamente carenti nella loro capacità informativa" al punto da non fornire una "informazione chiara e veritiera circa la situazione patrimoniale e l’andamento economico della società".
Ma anche gli ultimi due, se appaiono al collegio rivano sufficientemente chiarie determinavano "riserve relative al congruo apprezzamento di talune poste, in particolare di quelle attinenti ai crediti e alle immobilizzazioni finanziarie".
Anche in merito all’operato degli amministratori, i tre professori distinguonoevano fra il periodo anteriore al giugno 1989 e quello che si chiudeva con il commissariamento (maggio 1991):
"(…) Nel primo periodo, le gravissime conseguenze sulla situazione finanziaria, economica e patrimoniale della Federconsorzi del progressivo dissesto di molti Consorzi e di talune società controllate sono sostanzialmente ignorate dagli organi collegiali.
Il secondo periodo è, invece, caratterizzato da una crescente consapevolezza del problema. Gli organi amministrativi finalmente formulano piani di risanamento, i cui tentativi di attuazione peraltro si scontrano con resistenze che si rivelano insormontabili.
La ragione fondamentale di tale insuccesso va probabilmente individuata nella incoerenza tra il quadro giuridico, che garantiva ai consorzi piena autonomia, e la prassi, che attribuiva alla Federconsorzi la responsabilità di assicurare ai consorzi stessi ogni necessario supporto finanziario; sicché la Federconsorzi finiva per assumersi i doveri di una
holding senza disporre del relativo potere di comando".Non é agevole individuare il preciso momento in cui può ritenersi acquisita la certezza della inevitabilità del dissesto. Può peraltro rilevarsi che la preoccupazione per le ragioni dei terzi - vale a dire il timore che l’accumularsi degli oneri finanziari finisse per azzerare il valore del patrimonio netto - comincia ad emergere all’inizio del 1990 e si intensifica con il trascorrere del tempo. All’inizio del 1991 appare ormai chiaro che il salvataggio del sistema federconsortile non può più essere ragionevolmente perseguita con risorse generate al suo interno e richiederebbe un intervento esterno, del quale però non si intravedono concreti profili di realizzabilità.
Discorso in parte analogo può farsi con riguardo ai rapporti finanziari con le società controllate. Un atteggiamento di sostanziale noncuranza per le perdite di gestione di molte di esse, coperte da sistematiche ricapitalizzazioni, viene improvvisamente interrotto, alla fine del 1988, dal presentarsi, in tutta la sua drammaticità, della crisi della Fedital. Il piano di risanamento di quest’ultima, fondato su ingenti apporti di capitale, si dispiega in un prospettiva temporale troppo lunga rispetto all’incombere del dissesto della stessa Federconsorzi.
In definitiva gli effetti dirompenti sul bilancio della Federconsorzi dei rapporti finanziari tanto con i Consorzi quanto con le società controllate divengono oggetto di attenzione degli organi amministrativi quando probabilmente é ormai troppo tardi per porvi rimedio, tenuto conto anche delle difficoltà culturali e ambientali con cui ogni tentativo di modificare prassi inveterate era destinato a scontrarsi.
E’ ragionevole supporre che, se fossero state in uso procedure contabili e di controllo di gestione adeguate alla complessa realtà operativa della società, avrebbero potuto essere colti con maggiore tempestività i segnali dello squilibrio economico e finanziario che poi ha condotto alla crisi.
Il dissesto della Federconsorzi, per vero, affonda le sue radici in fatti e comportamenti risalenti assai indietro nel tempo caratterizzati da trascuranza per quella logica di economicità cui ogni impresa, pur nel rispetto della propria specifica missione, deve necessariamente ispirarsi."
La conclusione degli stessi esperti è che: "All’inizio del 1991 appare ormai chiaro che il salvataggio del sistema federconsortile non può più essere ragionevolmente perseguito con risorse generate al suo interno e richiederebbe un intervento esterno, del quale però non si s’intravedono concreti profili di realizzabilità".
323.5 Le valutazioni dei consulenti del pubblico ministero di Roma nel procedimento a carico degli amministratori della Federconsorzi
Un importante documento tecnico è costituto dalla consulenza tecnico-contabile fatta eseguire ad un gruppo d’esperti dal pubblico ministero di Roma, nell’ambito del procedimento penale a carico degli amministratori della Federconsorzi perché essa contiene valutazioni sistematiche di rilievo che sembrano alla Commissione in larga misura condivisibili.
In esso si legge che: "La Federconsorzi si colloca in un sistema nel quale tutti i soggetti interessati, (consorzi agrari, società controllate e la stessa Federconsorzi) si muovevano in circuito chiuso, al di fuori del regime di mercato. La produzione di beni aveva normalmente un cliente unico ed esclusivo il quale, a sua volta, rappresentava il tramite per il collocamento e la distribuzione dei prodotti presso i vari Consorzi per raggiungere, infine, l'impresa agricola.
La Federconsorzi svolgeva ancora nei confronti dei suoi soci ex lege, i consorzi agrari, una importante funzione di credito (…). Nell'attivo registrato all'epoca del commissariamento, emergono e primeggiano i crediti verso i consorzi, crediti che avevano un valore contabile di lire 2.349.156 milioni, somma enorme che poneva in risalto un indebitamento sempre crescente e con scarse possibilità di realizzo.
(…) Se poi si considera che la Federconsorzi effettuò finanziamenti diretti o indiretti ai Cap o rinnovò cambiali agrarie ormai da tempo scadute, può formularsi una prima conclusione: la funzione di credito nei confronti dei Cap fu gestita senza alcuna valutazione del rischio o, addirittura, con la consapevolezza del rischio. Non sembra al Collegio che la politica di credito seguita da Federconsorzi possa essere giustificata da finalità mutualistiche".
La Commissione condivide in particolare l’assunto che lo scopo mutualistico connesso alla forma di cooperativa assunta da Federconsorzi aveva un limite invalicabile nell'interesse comune, nel senso che l'adozione di strumenti di soccorso in favore di alcuni consorzi in crisi finanziaria doveva trovare riscontro e giustificazione nella realizzazione dell’interesse di tutti i soci e, quindi, della stessa Federconsorzi.
che consentiva ai consorzi di conservare la funzione di scambio con i fornitori.Ed è proprio in relazione a questa ultima funzione della Federconsorzi che occorre soffermare l'attenzione. L' art. 3 del D.L. n. 1235 del 1948 consentiva alla società di compiere in favore dei soci operazioni di credito agrario di esercizio e di concedere fidejussioni dirette o a mezzo di fidejussioni. Tale operazione risulta svolta con forte intensità e sempre con un ritmo crescente. Nell'attivo registrato all'epoca del commissariamento, emergono e primeggiano i crediti verso i consorzi, crediti che avevano un valore contabile di lire 2.349.156 milioni, somma enorme che poneva in risalto un indebitamento sempre crescente e con scarse possibilità di realizzo (…). Se poi si considera che la Federconsorzi effettuò finanziamenti diretti o indiretti ai Cap o rinnovò cambiali agrarie ormai da tempo scadute, può formularsi una prima conclusione: la funzione di credito nei confronti dei Cap fu gestita senza alcuna valutazione del rischio o, addirittura, con la consapevolezza del rischio. Non sembra al Collegio che la politica di credito seguita da Federconsorzi possa essere giustificata da finalità mutualistiche.
Lo scopo mutualistico connesso alla forma di cooperativa assunta da Federconsorzi trova un limite invalicabile nell'interesse comune, nel senso che l'adozione di strumenti di soccorso in favore di alcuni Cap in crisi finanziaria, deve trovare riscontro e giustificazione nella realizzazione di interesse di tutti i soci e, quindi della organizzazione della stessa Federconsorzi.
I risultati di questa gestione, invece, si sono risolti in una situazione globale di crisi che ha investito i Cap, le società controllate e la stessa Holding.
L'aspetto speculare di questa gestione si riscontra nel forte e sempre crescente indebitamento che la Federconsorzi contraeva con il ceto bancario.
Gli inadempimenti dei Cap, solo formalmente coperti dalla concessione di dilazioni nei pagamenti previo calcolo degli interessi, creava nella Federconsorzi la mancanza di risorse interne necessarie alle altre funzioni ed al mantenimento della stessa organizzazione aziendale. Alla mancanza di tali risorse sopperiva l'onere del credito bancario che se da un lato creava liquidità momentanee, dall'altro faceva crescere a dismisura l'indebitamento verso gli istituti di credito, indebitamento che costituisce il secondo aspetto della gestione federconsortile che merita sicura censura.
Se si considerano congiuntamente i due profili sopra osservati e cioè l'indebitamento dei Cap verso Federconsorzi e l'indebitamento di quest'ultima verso il ceto bancario, si coglie la più significativa causa del dissesto.
Va ancora considerato che la posizione della Federconsorzi risulta fortemente aggravata dal credito vantato da Federconsorzi verso il Ministero dell'Agricoltura (…) iscritto in bilancio fin dal 1989 e che ad oggi ammonta a L. 463.043 milioni. Fatta eccezione di una diffida inoltrata nel marzo 1991, la Federconsorzi ha praticamente fatto accumulare un consistente credito, notificando un atto di citazione soltanto nel luglio 1992. (…) E’ appena il caso di rilevare come anche questo consistente credito, che i commissari governativi avevano addirittura ritenuto di dover azzerare per il difetto della esigibilità, ha notevolmente pesato sulla situazione di crisi in cui la società ricorrente si è trovata.
Un terzo profilo …concerne… l'utilizzazione che Federconsorzi ha fatto del suo patrimonio.
Non può dirsi che il principio della economicità abbia sempre presieduto la gestione immobiliare. E' risultato che prestigiosi edifici sono stati dati in locazione pattuendo canoni modestissimi con notevoli perdite che si ripercuoteranno anche nella situazione patrimoniale futura.
I commissari governativi lamentano nel ricorso introduttivo che la società, al fine di sanare posizioni debitorie di alcuni Cap in dissesto, aveva acquistato da questi stessi degli immobili che però erano stati lasciati in uso allo stesso consorzio in comodato gratuito senza termine di scadenza.
Si è trattato dunque spesso di una gestione cui era estraneo il principio della redditività e che veniva attuata per fini diversi da quello dell'interesse imprenditoriale.
I consulenti così concludono:
"Consorzi - FEDERCONSORZIederconsorzi - società partecipate hanno, indubbiamente, costituito un sistema integrato, ma questa integrazione trova (o avrebbe dovuto trovare) i suoi limiti nelle diverse personalità giuridiche e nella separazione dei patrimoni e delle connesse responsabilità in quanto, come è noto, il nostro ordinamento giuridico sconosce di norma, il gruppo (…)".
A ciò va aggiunto che il dissesto non può essere interpretato dal punto di vista "politico" ed etico, ed accreditato, sul piano giuridico, come una sorta di prezzo pagato ad una funzione "sociale", che non legittimava di certo il soggetto economico e la persona giuridica Federconsorzi al suicidio economico in favore dei consorzi ed in danno dei creditori.
Va, infine, osservato che non pare che la gestione sia stata mossa da intenti esclusivamente solidaristici, tenuto conto dell’altissimo costo della struttura amministrativa che comprendeva elevatissime remunerazioni per i dirigenti, continue elargizioni miliardarie e locazione semigratuita di immobili alla Coldiretti ed alla Confagricoltura e ad altri soggetti privati e, da ultimo, qualificazione dei beneficiati per appartenenza politica.
Per quanto concerne l’indebitamento della Federconsorzi con il ceto bancario, anche i citati esperti ritenevano che il
"credito bancario se da un lato creava liquidità momentanee, dall'altro faceva crescere a dismisura l'indebitamento verso gli istituti di credito, indebitamento che costituisce il secondo aspetto della gestione federconsortile che merita sicura censura".La più significativa causa del dissesto viene quindi colta nei due aspetti del progressivo incremento del credito concesso ai consorzi e nel correlativo incremento dell'indebitamento, anche per il peso degli oneri finanziari, della Federazione verso le banche.
I tecnici non mancavano di stigmatizzare
"l'utilizzazione che Federconsorzi ha fatto del suo patrimonio (…). E' risultato che prestigiosi edifici sono stati dati in locazione pattuendo canoni modestissimi con notevoli perdite che si ripercuoteranno anche nella situazione patrimoniale futura (…). Si è trattato dunque spesso di una gestione cui era estraneo il principio della redditività e che veniva attuata per fini diversi da quello dell'interesse imprenditoriale".Qui appare opportuno riportare l'andamento dei fenomeni che hanno caratterizzato in modo particolare la gestione de qua e ne hanno determinato il negativo esito sul quale si indaga:
In ordine ai bilanci vi è da dire che quelli degli esercizi 1985, 1986 e 1987 espongono addirittura degli utili - che, per giunta sono stati distribuiti - e quelli degli esercizi 1989 e 1990 si chiudono in pareggio, laddove, invece, si sarebbero tutti chiusi con notevoli perdite, ove i crediti per sorte e financo per interessi di mora verso i Consorzi, ed il Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste fossero stati opportunamente svalutati con l'iscrizione al passivo di fondi rischi costituiti con accantonamenti che sono, com'è noto, dei componenti negativi del reddito.
Il modus operandi suesposto si è manifestato in maniera più accentuata nei bilanci fino al 1988, di tal che quelli del 1989 e del 1990, con le loro parziali rettifiche, costituiscono anch'essi una prima smentita dei precedenti.
A loro volta i bilanci del 1989 e del 1990 sono smentiti da quelli del 1991 e del 1992 redatti dai Commissari Governativi e dalle risultanze della procedura di concordato preventivo.
In particolare i bilanci degli esercizi 1985, 1986, 1987 e 1988 chiudono con utili rispettivamente di lire 2,9; 2,9; 3,1 e 3,4 miliardi, resi possibili dagli omessi accantonamenti ai fondi rischi dell'ordine di 100 miliardi; con la ovvia sottolineatura che per il principio di continuità che lega ciascuno di tali documenti a quelli successivi le dette omissioni sono via via cumulate nel tempo.
I bilanci fino all'esercizio 1988 sono, altresì, smentiti dalla relazione del c.da. al bilancio del 1989 dove con riferimento ai rilevantissimi componenti straordinari del reddito sia negativi che positivi si afferma che i conti economici del 1989 e del 1990 "sono indubbiamente di assestamento e recepiscono gli effetti di accadimenti precedenti"
(non evidenziati a suo tempo ndr). Infine in detti bilanci i crediti finanziari verso i Consorzi derivanti da una rateizzazione dodecennale intervenuta nel 1972 e che sarebbe scaduta nel 1994, venivano allocati nella sezione del patrimonio circolante e non in quella delle immobilizzazioni.Il bilancio del 1989, a sua volta, chiude in pareggio ma a tale risultato si è giunti tra l'altro:
Il bilancio dell'esercizio 1990. infine, chiude in pareggio, ma a tale risultato si è giunti, tra l'altro:
Detto bilancio è smentito, poi, da quello del 1991redatto dai Commissari governativi, laddove viene esposta una perdita di ben L. 1.681,8 miliardi, dovuta essenzialmente agli accantonamenti ai fondi rischi su crediti - L. 1.442,6 miliardi - in parte, non quantificabile con precisione, ma rilevante, omessi in precedenza.
Il bilancio del 1990 ed anche i precedenti sono ancora smentiti da quello del 1992, anch'esso redatto dal Commissario governativo, dove, a fronte di crediti per complessive L. 3646 miliardi, i relativi fondi rischi sono appostati in L. 2.400 miliardi, con la precisazione che per quelli verso i Consorzi - L. 2.152 miliardi - la svalutazione è di L. 1650 miliardi, e per quelli verso il MAF - L. 549 miliardi - è di L. 500 miliardi.
Anche il bilancio del 1992 conclude con una perdita, di L. 650,8 miliardi, dovuta, dunque, essenzialmente alle ulteriori svalutazioni dei crediti maturati e non svalutati in precedenza.
La procedura di concordato preventivo infine ha evidenziato un deficit patrimoniale valutabile tra 2.311 e 2.480 miliardi che sta a smentire tutti i bilanci precedenti, anche se si tiene conto del precipitare della situazione connesso al commissariamento (17 maggio 1991, appena 17 giorni dopo 3 l’approvazione del bilancio 1990) e dei minus realizzi tipici della procedura concorsuale qui accentuati dalla cessione in blocco delle attività.
(…) Le cause di dissesto e più in generale le perdite e/o i costi straordinari sopportati dalla FEDERCONSORZI sono numerosi e di varia natura e se ne fa qui una elencazione certamente incompleta, ma quella più importante è costituita dal mancato realizzo dei crediti concessi in larga misura ai Consorzi Agrari, ancorchè non meritevoli, come dimostrato, tra l'altro dall'analisi dei bilanci di numerosi affidati esposta nel capitolo V, dai procedimenti concorsuali ed anche penali instaurati in epoca posteriore e prossima a numerosi affidamenti.
E con la sottolineatura che il Consiglio di Amministrazione ed il Comitato Esecutivo erano espressione dei Consorzi stessi.
(…) In esito alla politica creditizia testè puntualizzata, in sede di concordato preventivo è risultato che crediti verso i consorzi inseriti in contabilità per L. 2.349,1 miliardi sono stati svalutati dagli stessi Commissari Governativi proponenti a L. 1.048,2 miliardi e poi realizzati per L. 532,5 miliardi con una perdita, quindi, di L. 1.816,6 miliardi, che si pone come causa fondamentale del dissesto.
A tale perdita vanno aggiunte le cancellazioni di crediti verso gli stessi consorzi attuate a vario titolo negli armi per complessive L. 366,7 miliardi.
(…) Nel quadro dei rapporti con i Consorzi si situa anche il credito verso il Ministero dell'Agricoltura e Foreste, a suo tempo ceduto dai Consorzi stessi alla Fedit a deconto delle proprie posizioni debitorie, iscritto nella proposta di concordato in L. 420,1 miliardi e dagli stessi proponenti, completamente svalutato (…).
Nel periodo 1985 - 1991 la FEDERAZIONE ha versato contributi associativi alla Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti (L. 31,9 miliardi) ed alla Confederazione Generale dell'agricoltura Italiana (L.24,7 miliardi) per complessive L. 56,6 miliardi.
E stata acquisita agli atti copiosa documentazione concernente le prestazioni rese da professionisti e consulenti esterni alla Fedit, dalla quale risulta, tra l'altro, quanto segue relativamente al periodo 1 gennaio 1989 - 30 giugno 1993.
Le fatture emesse dalle società di consulenza ammontano a L 28,2 miliardi IVA compresa. Le fatture emesse da persone fisiche ammontano a L. 11 miliardi IVA compresa.
(…) Biennio1989 - 1990. Fatture emesse dalle società di consulenza lire 16,2 miliardi IVA compresa. Fatture emesse da persone fisiche lire 3,8 miliardi.
(…) L'analisi condotta …..ha evidenziato che in molti casi gli onorari pattuiti e fatturati sono di gran lunga superiori a quelli previsti dalle tariffe professionali per prestazioni analoghe;
Non sembra,infatti, che possano configurarsi tali:
323.6 Le conclusioni della Commissione di indagine ministeriale Poli Bortone
Con D.Mdecreto ministeriale. n. 34644 del 12 ottobre 1994, il ministro delle risorse agricole, alimentari e forestali pro tempore, on.orevole Poli Bortone, nominò una Commissione di indagine sul dissesto della Federconsorzi, integrata con decreto ministerialeD.M. n. 34913 del 29 ottobre 1994.
La Commissione aveva lo scopo di analizzare la situazione che aveva condotto al commissariamento della Federconsorzi e, in particolare, le modalità con cui si era pervenuti al crescente indebitamento dell'intero sistema consortile, quale fosse la situazione creditizia, compresa quella relativa al portafoglio ammassi, nonché quella dei consorzi agrari nei confronti dell'organizzazione federale, quali fossero state le perdite e quali fossero state le risultanze economiche del sistema di partecipazione societaria nel settore agroindustriale ed in altri settori di intervento.
Inoltre si chiedeva alla Commissione di accertare quali rapporti organizzativi e finanziari fossero intercorsi fra il sistema federconsortile e gli organismi operanti in agricoltura, nonché le responsabilità degli organi aziendali e di controllo antecedenti e successivi alla data del commissariamento.
Nel giugno del 1995, la Commissione rassegnava al Ministro le conclusioni alle quali era pervenuta in merito alle cause del dissesto e ad alcuni altri argomenti di indagine specifici, indicati in decreto, dichiarando che l'indagine era stata svolta fino al 17 maggio 1991, data del commissariamento.:
"Per quanto attiene alle responsabilità degli organi aziendali e di controllo ministeriale, successive alla predetta data, la commissione si riserva - è detto in premessa - nel caso in cui il signor Ministro ritenga di accordare una congrua proroga, di completare le indagini e pervenire ad una eventuale, successiva relazione. In tale sede potrà essere ulteriormente ed analiticamente approfondito, altresì, l'argomento - che nella presente relazione è trattato soltanto genericamente - delle perdite e delle risultanze economiche derivanti dal sistema delle partecipazioni societarie nel settore agroindustriale ed in altri settori di intervento".
Nella realtà, se non fosse per un cospicuo numero di allegati, la relazione del giugno 1995 non sembra soddisfare gli obiettivi posti alla Commissione che, per sua stessa ammissione non aveva esaminato specificamente la situazione creditizia della Fedit relativa al portafoglio ammassi, né trattato analiticamente il problema delle perdite e delle risultanze economiche delle partecipazioni societarie nel settore agroindustriale - salvo indicare in 800 miliardi le perdite Polenghi Lombardo - e soprattutto nulla riferiva in merito alle responsabilità degli organi aziendali e di controllo per il periodo successivo alla data del commissariamento.
Per il periodo antecedente al commissariamento, anche se in modo sintetico, lala relazione conclusiva evidenziava le grandi responsabilità del Consiglio di amministrazione della Fedit, del Collegio sindacale, dei vertici delle organizzazioni professionali che all'epoca, di fatto, amministravano l'azienda e, soprattutto, degli organi ministeriali, cui spettavano compiti di vigilanza e controllo.
Una forte vigorosa censura, inoltre, veniva rivolta al sistema bancario che aveva finanziato la Federconsorzi senza adeguate garanzie e senza avere esperito idonea istruttoria sulla entità del rischio che si andava ad assumere.
In particolare, sSulle cause del dissesto della Fedit, i componenti della Commissione scrivevanoesprimevano valutazioni in linea sostanziale con tutte quelle sopra ricordate, scrivendo:
"Il dissesto della Federconsorzi ha tra le sue cause rilevanti carenze gestionali. (…) Tra le carenze gestionali va ricordato anzitutto l’impianto contabile, inidoneo a consentire un qualsiasi effettivo controllo di gestione.
(…) Gli amministratori e gli organi preposti al controllo dell’azienda sembrano avere smarrito la via che assicura la sopravvivenza e lo sviluppo dell’azienda: equilibrio economico d’esercizio, equilibrio finanziario, efficienza nell’utilizzazione delle risorse. Negli ultimi due esercizi, 1989 e 1990, la crescente consapevolezza del dissesto non riesce a tradursi in comportamenti efficaci. Per esempio, nel luglio del 1989, quando ormai i sintomi del male erano gravi ed evidenti, si è proceduto ad un monitoraggio della salute aziendale ed è stato preparato un piano quinquennale di risanamento. Tale piano è stato illustrato nel corso dell’Assemblea dei Soci del 30 aprile 1990, ma alle parole non sono seguiti i fatti. (…).
(…) La politica seguita nell’erogazione del credito da parte degli Amministratori della Fedit rappresenta un primo aspetto censurabile del loro operato.
Per tutto il quinquennio preso in esame dai relatori (1986-1990) si procede a erogazioni di crediti e ad altre operazioni finanziarie in favore dei consorzi in evidente stato di dissesto o addirittura già posti in liquidazione coatta amministrativa. Si tratta quindi di operazioni per le quali la perdita poteva considerarsi
ex ante certa (pag. 148 e seg.).La Fedit, però, ha tentato di realizzare questi fini - supporto e sopravvivenza dei consorzi e delle società partecipate più deboli e più squilibrati - senza ispirare la sua gestione al pareggio economico e senza avere la ragionevole certezza di fronteggiare, alle scadenze prestabilite, le sue notevoli e crescenti esposizioni finanziarie verso il sistema bancario, dato che una gran parte di crediti connessi con le forniture effettuate a molti Consorzi Agrari Provinciali non venivano incassati. (…)".
Anche per la Commissione ministeriale l’obiettivo mutualistico dell’assistenza ai consorzi, pur in una visione che considerava "il sistema costituito dalla Federconsorzi e dal complesso dei consorzi (…) come un tutto unico" non poteva essere perseguito oltre i limiti derivanti dagli equilibri di bilancio.
Nella relazione si fa presente che "Gli immobili di proprietà e le società immobiliari sono stati amministrati con criteri diversi da quelli di economicità e redditività, e sono state privilegiate, talvolta, forme di godimento non remunerative, anche a favore di soggetti estranei all’organizzazione federconsortile. E’ risultato, tra l’altro, che prestigiosi edifici sono stati dati in locazione pattuendo canoni modestissimi" (…).
Appare inoltre condivisibile la conclusione raggiunta sulle partecipazioni:
"L’acquisizione delle partecipazioni, le varie ricapitalizzazioni ed il connesso ripianamento delle perdite (Polenghi-Fedital, in particolare), anche in considerazione della scarsissima entità del capitale proprio della Fedit, hanno ulteriormente incrementato l’esposizione finanziaria nei confronti del sistema bancario, così dilatando il rischio aziendale complessivo, le perdite economiche e la possibilità di registrare "imbarazzi finanziari".Di particolare interesse risultano le osservazioni sui costi della struttura:
" Ad avviso della Commissione, inoltre, e comunque, un limite invalicabile doveva essere considerato quello segnato dai dati economico-finanziari della stessa Federconsorzi, l’obiettivo mutualistico dell’assistenza non potendo essere perseguito al di là della sua sostenibilità nel bilancio.Dalle discussioni risultanti dai verbali degli organi collegiali risulta una impostazione di fondo, e cioè che il sistema costituito dalla Federconsorzi e dal complesso dei consorzi era visto come un tutto unico, sicché occorreva continuare a sostenere finanziariamente ciascun consorzio per evitare che l’insolvenza di uno solo di essi potesse essere considerato dalle banche come sintomo di un dissesto generale.
(…) A proposito dell’indebitamento che, secondo i giudici della Sezione Fallimentare del Tribunale civile di Roma, "costituisce il secondo aspetto della gestione federconsortile che merita sicura censura" (p. 48), è da mettere in evidenza anche il comportamento degli istituti di credito, che hanno finanziato la Federconsorzi senza adeguate garanzie e senza avere esperito idonea istruttoria sulla entità del rischio che si andavano ad assumere (istruttoria che avrebbe dovuto condurre, almeno da un certo momento in poi, a non più concedere il credito invece incautamente accordato).
(…) Un’altra forma di finanziamento a breve termine o comunque di accrescimento della liquidità fu realizzato mediante la costituzione della società Agrifactoring, che operava lo sconto di fatture emesse dai Consorzi Agrari, compresi quelli insolventi. E’ da evidenziare che tra le due società (Federconsorzi ed Agrifactoring) si veniva a determinare un evidente conflitto di interessi essendo rappresentate dagli stessi soggetti. Ad esempio il ragionier Luigi Scotti era contemporaneamente Presidente di Agrifactoring, Presidente di Federconsorzi e consigliere di amministrazione della sezione credito agrario della Banca Nazionale del Lavoro. (…).
Un terzo profilo da porre in evidenza in ordine alla gestione della Federconsorzi è quello concernente l’amministrazione del patrimonio immobiliare. Infatti, gli immobili di proprietà e le società immobiliari sono stati amministrati con criteri diversi da quelli di economicità e redditività, e sono state privilegiate, talvolta, forme di godimento non remunerative, anche a favore di soggetti estranei all’organizzazione federconsortile. E’ risultato, tra l’altro, che prestigiosi edifici sono stati dati in locazione pattuendo canoni modestissimi. (…).
Da un punto di vista più generale va rilevato che la patrimonializzazione-immobilizzazione di importanti risorse - per di più mal poste a reddito - costituiva, nella situazione di alto e crescente indebitamento verso il sistema bancario, ad elevati prezzi di mercato, a fronte di un alto e crescente credito verso i Cap (che spesso non pagavano nemmeno gli interessi), un permanente e sostanziale fattore di squilibrio economico e finanziario.
Un quarto aspetto riguarda le partecipazioni, la cui gestione è stata, in generale, quanto mai improvvida; soprattutto non c’è stata una gestione unitaria ed un’analisi approfondita degli interventi da effettuare. L’acquisizione delle partecipazioni, le varie ricapitalizzazioni ed il connesso ripianamento delle perdite (Polenghi-Fedital, in particolare), anche in considerazione della scarsissima entità del capitale proprio della Fedit, hanno ulteriormente incrementato l’esposizione finanziaria nei confronti del sistema bancario, così dilatando il rischio aziendale complessivo, le perdite economiche e la possibilità di registrare "imbarazzi finanziari".
(…) lLe spese di funzionamento hanno subito una rilevante dilatazione: i cosiddetti costi di struttura sono passati da 90 miliardi di lire, nel 1988, a 171 miliardi di lire nel 1989 e a 178 miliardi di lire nel 1990. (…) L’incremento di tali costi, dunque, non era legato a fatti oggettivi operativi ma alla perversa logica che presiedeva alle scelte aziendali. A questo proposito il dottor Gentili, Consigliere Fedit, afferma: "c’erano troppe spese, i dirigenti che prendevano degli stipendi pazzeschi (...). C’erano circa cento persone distaccate presso altri Enti"
.Per quanto concerne, infine, il tema di controlli, per i quali si rinvia al capitolo terzo, si rammenta che la Commissione Poli-Bortone concludeva che: "(…) Il Ministero non è andato oltre la presa d’atto della documentazione ricevuta e non ha mai esercitato le facoltà di ispezione e/o di sospensione delle deliberazioni, né mai è stato sollecitato in tal senso dai sindaci di nomina ministeriale.
(…) La fine traumatica della Federconsorzi è dovuta a molteplici cause che qui si riassumono non in ordine di importanza, in quanto considerate equivalenti, o perlomeno, concomitanti.
Vi è certamente una responsabilità dei vertici aziendali, che a partire dal 1989, ma con tutta probabilità anche negli anni immediatamente antecedenti, avrebbero dovuto avere piena consapevolezza delle condizioni di dissesto della società. Se non fossero sufficienti i dati oggettivi relativi alla situazione della Federconsorzi, basterebbe richiamare l’affermazione del ragionier Scotti il quale, nell’audizione innanzi la Commissione ha riferito che, pur in presenza di gravi anomalie, l’azienda aveva continuato a concedere crediti "per mantenere in piedi il palazzo".
Questi Amministratori, spesso prescelti per affinità politico- sindacale piuttosto che per la loro professionalità, anziché svolgere il proprio ruolo istituzionale di fatto seguivano supinamente, almeno nelle scelte strategiche, le indicazioni di coloro che li avevano designati: non l’Assemblea dei Soci o i Consigli di Amministrazione ma le Organizzazioni Professionali di appartenenza, la Coldiretti e la Confagricoltura di allora. Queste ultime si sono assunte, con un’accentuazione crescente nell’ultimo decennio, il ruolo se non di "amministratori di fatto" almeno di "azionisti di riferimento e di comando", in nome di esigenze che poco avevano a che fare con le finalità economiche cui doveva rispondere anche la Federconsorzi: spetterà alla Magistratura competente stabilire se tale ingerenza sia fonte di responsabilità sul piano giuridico.
Questa particolare "politica" ha comportato sprechi e sperperi ingiustificati ed in contrasto con la linea di rigore che la situazione richiedeva. In particolare è emerso che dalla Federconsorzi è uscito un flusso di denaro ininterrotto e rilevantissimo in favore delle due Organizzazioni Professionali, fino alla vigilia del commissariamento.
Nella medesima direzione vanno considerati anche la sconsiderata politica creditizia verso i Cap e le Società Controllate; l’uso discutibile di Agrifactoring, la gestione disastrosa di alcune Società Controllate; il disordine amministrativo contabile; il costosissimo utilizzo, soprattutto negli ultimi anni, di consulenti nei diversi settori aziendali; la dilatazione delle spese generali; la cattiva amministrazione degli immobili; la carente gestione delle risorse umane sia sotto il profilo della selezione sia sotto quello formativo che sotto quello organizzativo; la carenza dei controlli sui Consorzi Agrari e sulle Società Controllate; la sovrapposizione di funzioni e la presenza spesso delle stesse persone nelle posizioni di vertice delle diverse articolazioni del gruppo; oltre ad altre particolari vicende attualmente oggetto di indagini da parte della Magistratura penale (e.g. vicenda "vitelli").
Non ultima responsabilità va ascritta alle banche finanziatrici che - almeno a partire da un certo momento - hanno continuato ad espandere progressivamente il credito in misura incongrua rispetto alla meritevolezza della Federconsorzi. Ci sono infine le responsabilità del mancato esercizio delle funzioni di indirizzo e controllo previste dalla Legge da parte del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, che è sembrato, nella sua assoluta latitanza, in una posizione addirittura rovesciata e di sudditanza nei confronti della Fedit e dei suoi cosiddetti "azionisti di riferimento" (Coldiretti e Confagricoltura). Infatti, il Ministero non è andato oltre la presa d’atto della documentazione ricevuta e non ha mai esercitato le facoltà di ispezione e/o di sospensione delle deliberazioni, nè mai è stato sollecitato in tal senso dai sindaci di nomina ministeriale.
(…) Nonostante la gravità della situazione è probabile, peraltro, che l’azienda si sarebbe potuta salvare se, da parte del Ministero, ci fosse stato un vigoroso e tempestivo impegno nell’approfondire la conoscenza della realtà aziendale e conseguentemente fossero state date le adeguate direttive all’organo Commissariale".
4. 7 Le conclusioni raggiunte dalla Commissione
La condizione in cui si trovava la Federconsorzi, per le ragioni statutarie più volte ricordate, di assoluta mancanza di mezzi finanziari propri, ne costituiva un limite operativo oggettivo; tuttavia la sottocapitalizzazione non fu, in sé, la ragione decisiva della crisi.
Basta osservare che, nei decenni precedenti il 1980, la Federconsorzi, con lo stesso capitale simbolico, e, pur dovendo ricorrere al credito d'esercizio, si era costituita, con i ricavi di esercizio realizzati, un grande patrimonio immobiliare e di partecipazioni.
Fino agli anni Ottanta aveva prosperato, fino a diventare una grande holding impropria.
La causa remota ed indiretta del dissesto della Federconsorzi va sicuramente individuata nella crisi dei consorzi agrari, alla quale concorse la struttura stessa del sistema federconsortile.
La causa diretta, principale e decisiva fu la dissennata politica creditizia di sostegno ed alimento dei consorzi agrari, praticata a partire dai primi anni Ottanta.
Il ricorso incessante al credito bancario generò un grave, insanabile squilibrio economico e finanziario.
Causa concorrente della crisi fu una analoga politica di impegno finanziario (copertura di perdite; finanziamenti) nei confronti delle numerose società controllate e collegate.
Venuti meno gli ingenti profitti realizzati fino agli anni Ottanta con le gestioni speciali dagli ammassi e con i ricavi dell'intermediazione commerciale, l'indisponibilità di mezzi propri per operazioni di rischio, di per sé comportanti ingenti immobilizzazioni finanziarie, si risolse in un ulteriore indebitamento nei confronti del sistema bancario.
In proposito, va anche osservato che il ricorso sistematico al credito bancario non fu un connotato esclusivo della Fedit.
Negli anni Ottanta, l’intero sistema industriale italiano era finanziato a tal punto dal sistema bancario che ad ogni 1000 lire di merci immesse sul mercato corrispondeva l’utilizzo di mezzi propri dei produttori per sole 20 lire!
Le banche, in gran parte in mano pubblica, "erano intervenute sempre più largamente a coprire le sempre più vistose falle aperte dalla caduta dei livelli di autofinanziamento o erano state chiamate ad accollarsi il carico di iniziative puramente assistenziali".
La Fedit ebbe, però, come si è evidenziato, una decisiva particolarità.
A differenza delle altre imprese, non utilizzò il credito bancario per validi investimenti produttivi ma solo per finanziare la sua attività d'intermediazione e, soprattutto, di banca finanziatrice dei consorzi e di un sistema di imprese satelliti in crisi.
Il dissesto fu, quindi, dovuto alle scelte degli amministratori, decisivamente influenzate da quelle delle associazioni di categoria, la Coldiretti e la Confagricoltura, che dominavano - la prima in misura preponderante - l'intera organizzazione federconsortile.
Alla mala gestio strategica si aggiunse, costituendone riflesso, una mala gestio corrente.
Le scritture contabili erano complessivamente inattendibili; i crediti che la Federconsorzi vantava nei confronti dei consorzi agrari e delle società controllate, in larga misura non esigibili, furono esposti nei bilanci come se fossero esigibili, gonfiando artificiosamente l'attivo.
I bilanci dal 1982 al 1991 non rappresentarono veridicamente la realtà economica e patrimoniale dell'impresa, occultando le perdite.
In particolare, i bilanci dal 1982 al 1988 si chiusero in utile perché si omise di procedere ad accantonamenti di fondi rischi nell’ordine di circa 100 miliardi l’anno.
Negli anni 1989 e 1990, il pareggio del bilancio fu realizzato mediante l'utilizzo di fondi che non costituiscono veri e propri componenti positivi di reddito ma solo partite contabili. I dati del magazzino erano, sostanzialmente, inattendibili. Il ricco patrimonio immobiliare della Federconsorzi fu gestito con criteri antieconomici e di scarsissima redditività.
Le conseguenti responsabilità degli amministratori e dei sindaci appaiono evidenti.
Quelle di questi ultimi appaiono di gravità non minore di quelle dei primi.
In particolare la presidenza del Collegio sindacale, lungi dal garantire la vigilanza pubblicistica sulla corretta gestione dell'impresa, prevista dalla legge, venne del tutto meno ai suoi doveri di controllo.
5. I risvolti penali della mala gestio dei consorzi e della Federconsorzi
Dinanzi alla Procura della Repubblica di Roma si sono aperti, per le vicende della Federconsorzi, tre fascicoli processuali.
Di essi uno relativo all’Agrifactoring è stato subito archiviato, senza alcun approfondimento.
Un secondo, relativo ad un fatto specifico, si è concluso con sentenza definitiva pronunciata dal Ttribunale, in data 16 giugno 1998, con l’assoluzione di tutti g gli imputati.
Un terzo procedimento, a carico di cinquantuno amministratori e dirigenti della Federconsorzi, succedutisi nel tempo, pende dinanzi alla I sezione del tribunale di Roma.
Le imputazioni di cui sono chiamati a rispondere, dinanzi alla prima sezione del Tribunale, sono costituite da plurime e gravi ipotesi di falsificazione dei bilanci e di bancarotta fraudolenta, aggravate dall’ingente danno patrimoniale, lesivo dell'ordine economico nazionale.
In particolare l’accusa riguarda:
di sottoporre le riflessioni che precedono al Procuratore della Repubblica di Roma per le valutazioni di competenza.
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Capitolo Quinto |
L’indebitamento della Federconsorzi nei confronti del ed ile sistema bancario italiano ed internazionale
Una delle principali questioni che Lla Commissione ha approfondito il tema dell’enorme indebitamento contratto ffrontato è costituita dall’indebitamento daella Federconsorzi con gli istituti di credito italiani e stranieri.
Alla data del commissariamento, 17 maggio 1991, le banche italiane vantavano crediti nei confronti della Federconsorzi per complessive lire 2.381,268 miliardi.
L’elenco degli istituti creditori italiani, in numero di quarantacinque, è il seguente:
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Le banche estere creditrici, in numero di sedici, erano le seguenti :
Inserire il numero nell’elenco
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Al momento del concordato i rischi delle banche estere erano, ai cambio dell’epoca, pari a 429,5 miliardi nei confronti dellai Federconsorzi,. pari a 429,5 miliardi.
Al debito della Fedit va aggiunto quello contratto nei loro confronti daella Agrifactoring sSpa, pari a lire 247,9 miliardi. L’Agrifactoring era, infatti, una società di factoring partecipata dalla Federconsorzi che operava quasi esclusivamente su crediti di quest’ultima e che fu travolta dalla crisi della sua debitrice. (cfr. amplius cap……..)
L’esposizione complessiva delle banche estere, senza tener conto del debito dei consorzi agrari, era pari a 667,6 miliardi; i
I crediti delle banche italiane nei confronti della Fedit derivavano da aperture di credito e dallo sconto di titoli crediti delle .;
qQuelli delle banche estere derivavano da operazioni in pool o prestiti sindacati a lungo termine.
I crediti delle banche italiane nei confronti della Fedit derivavano da numerose tipologie di operazioni come si evince dal seguente elenco relativo al 1991 :Nota:
Sommario Fidi in essere - Intero aggregato bancario
Anno 1991
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Anticipi in conto corrente e/o finanziamenti import/export |
124.136 |
|
Apertura di credito in conto corrente |
831.242 |
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Apertura straordinaria di credito in conto corrente |
102.292 |
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Castelletto sconto e/o Sbf (salvo buon fine) |
941.706 |
|
Castelletto sconto e/o Sbf – conc.ne straordinaria |
220.030 |
|
Crediti agrari di esercizio – articoli 1 e 2 della legge 5 luglio 1928, n. 1760 |
673.612 |
|
Crediti agrari di miglioramento - articolo 1 della legge 5 luglio 1928, n. 1760 |
45.386 |
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Disponibilità immediata assegni Sbf |
7.500 |
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Finanziamenti Fedit/Artigiancassa, legge 949 del 25 luglio 1952 |
102.000 |
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Finanziamenti a medio termine |
150.252 |
|
Finanziamenti in divisa estera |
55.000 |
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Finanziamenti in divisa estera pool banche / ctv in lire |
125.356 |
|
Finanziamenti legge 1329 del 1965 (cosiddetta legge Sabatini) |
400.000 |
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Mutuo legge 4 agosto 1971, n. 592 |
129 |
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Operazione pool banche |
84.398 |
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Rischi indiretti per impegni di firma |
49.749 |
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Rischio su fideiussioni |
171.040 |
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Sovvenzione diretta |
23.330 |
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Importo totale utilizzato |
2.381.064 |
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Saldo accordato |
4.107.158 |
1.1 Le ragioni dell’indebitamento: il sistema Fedit–consorzi–Agrifactoring
La Fedit non aveva, in pratica, disponibilità proprie perché il suo capitale era modestissimo ed insuscettibile di aumenti, come si è evidenziato nel capitolo precedente.
La Fedit, per svolgere tutta la sua attività d’impresa e compiere tutte le connesse operazioni economiche e finanziarie, non poteva, pertanto, che attingere al credito bancario.
In particolare, poiché non si limitava a svolgere flimitato per legge a 4,65 milioni.
Non limitandosi a funzioni di intermediazione tra i produttori ed i consorzi, ma acquistanva do e vendeva ndo in proprio tutti i prodotti, la Fedit doveva ricorrere sistematicamente, per pagare i fornitori, all’indebitamento. credito bancario.
Essa riceveva in pagamento dai propri clienti e soci, vale a dire e cioè dai consorzi agrari, cambiali emesse dai consorzi stessi o dagli agricoltori che ne erano i clienti finali.
I titoli venivano passati allo sconto presso le banche o fattorizzati presso l’Agrifactoring, di cui la Fedit era il cliente quasi esclusivo.
Quando, negli anni Oottanta, si manifestò una difficoltà sempre crescente fino a diventare una irreversibile e diffusa impossibilità dei cConsorzi agrari adi far fronte ai loro impegni, cominciò a crescere l’indebitamento della Federconsorzi nei confronti del sistema bancario.
All’origine dell’indebitamento della Fedit ci furono, quindi, una ragionie strutturalie derivanti dall’architettura del sistema federconsortile e dal connessa con il suo stesso ruolo creditizio che la Fedit si assunse da essa svolto nei confronti dei consorzi agrari.
A queste va aggiunto il venir meno dei ricavi che, insieme con i ricavi della gestione degli ammassi che ,ne aveva in precedenza, per decenni, fatto la fortuna.
Tuttavia se la Federconsorzi non avesse praticato una sconsiderata politica di sostegno ad oltranza dei cConsorzi in crisi, anche attraverso la concessione di credito commerciale e finanziario, l’inaridirsi dei flussi positivi non avrebbe di per sé comportato una progressione esponenziale dei debiti nei confronti del sistema bancario e dell’Agrifactoring.
Quest’ultima, per far fronte alle richieste della Federconsorzi, che si traducevano di fatto in anticipazioni ed in pagamenti di debiti, fu era costretta ad indebitarsi a sua volta fortemente sul mercato italiano ed estero.
L’indebitamento dell’Agrifactoring, al tempo del commissariamento della Fedit, era pari a ben 1.242,6 miliardi, di cui 429 miliardi verso le banche che ne erano socie e cioè la Banca nNazionale del lavoro, l’Ifibanca ed il Banco di Santo Spirito.
1.2 Le procedure di concessione degli affidamenti e le garanzie
Alla data del commissariamento gran parte delle banche italiane era di proprietà pubblica e, proprio tra le banche a partecipazione diretta del Tesoro e di proprietà dell’IRI, vi sono alcuni tra i maggiori creditori della Fedit e di Agrifactoring.
Non esisteva nessuna garanzia
Pper crediti così ingenti, come quelli sopra esposti né le banche italiane né le banche estere vantavano garanzie..
I crediti erano, inoltre, progressivamente lievitati nel corso degli anni egli anni senza che una sola banca avesse ritenuto di ridurre o contenere la prendesse una qualche iniziativa a tutela del propriao esposizione.
Al contrario, nella maggior parte dei casi, l’affidamento fu progressivamente aumentato.
credito.
Ciò sembra tanto più sconcertante se si considera che, alla data del commissariamento, gran parte delle banche italiane era di proprietà pubblica e proprio tra le banche a partecipazione diretta del Tesoro e di proprietà dell’Iri vi sono alcuni tra i maggiori creditori della Fedit e di Agrifactoring.
La Commissione si è, pertanto, posta i seguenti interrogativi: le Le procedure di concessione furono corrette?
Le banche conoscevano le reali condizioni della Federconsorzi?
In particolare, le banche avevano avvertito che la situazione economica e finanziaria della Fedit si era progressivamente degradata e che, quindi, i loro crediti erano esposti ad un rischio sempre maggiore d’insolvenza?
Perché non avevano chiesto garanzie e perché -, come si è già evidenziato – - invece di contenere l’esposizione l’avevano complessivamente e progressivamente aumentata?
Gli interrogativi che l’entità degli affidamenti hanno posto alla Commissione sono i seguenti :
perché le banche li concessero?
chiesero ed ottennero garanzie ed, in caso negativo, perché non se preoccuparono ?
le procedure di concessione furono corrette ?
conoscevano le banche le reali condizioni della Federconsorzi?
Per rispondere a tali quesiti, in base a parametri il più possibile attendibili, gli interrogativui A tal fine sembra opportuno esporre, innanzitutto, sinteticamente, lo schema delle procedure considerate tecnicamente ottimali, imposte e suggerite dalla Banca d’Italia, valide al tempo dei fatti, che le banche seguivano (od avrebbero dovuto seguire) per la concessione del credito.
Il riconoscimento, da parte degli istituti di credito della capacità di credito del mutuante si concretizza nella procedura di concessione fido.
Gli affidamenti sono concessi su espressa richiesta del cliente tenuto ad esporre l’importo del fido, la durata del fido, le eventuali garanzie.
Sono inoltre previsti contenuti specifici in relazione alla qualità del soggetto richiedente: in particolare, per le società come la Federconsorzi, rivestono fondamentale importanza il bilancio e la situazione contabile.
Le banche provvedono ad assumere tutte le informazioni utili per l’istruttoria delle pratiche di fido che debbono avere un approfondimento adeguato all’entità ed al grado di rischio del finanziamento da concedere.
In presenza di una domanda di fido o di rinnovo, le banche si avvalgono di fonti di informazione esterne come i dati della Centrale rischi e di fonti di informazione interne che si concretizzano nelle analisi di bilancio per indici e per flussi e nella verifica del patrimonio e della credibilità dei valori dichiarati.
Gli accertamenti possono comportare anche l’accesso dei funzionari incaricati di condurre l’istruttoria. Sono, infatti, importanti le caratteristiche organizzative e gestionali dell’impresa e le qualità manageriali degli amministratori.
Le indagini interne proseguono con l’analisi dei supporti informativi dell’impresa; si tratta di supporti storici, quali i bilanci di esercizio, o prospettici, quali piani particolari e budget.
Le analisi di carattere storico, nel senso sopra chiarito, vengono attuate di solito mediante la tecnica degli indici ed in certi casi mediante la tecnica dei flussi.
La "tecnica degli indici" è chiamata in linguaggio internazionale ratio analysis perché si avvale di una serie di quozienti o rapporti (ratios) con valore segnaletico sulla situazione finanziaria, economica e patrimoniale.
La "tecnica dei flussi" analizza l’azienda in senso dinamico, prendendo in esame i movimenti finanziari, manifestatisi nel corso della gestione, e l’equilibrio tra entrate ed uscite.
Le analisi di carattere prospettico sono rivolte ad individuare l’evoluzione della gestione aziendale e la futura solvibilità, cioè la sua attitudine ad autogenerare i mezzi per far fronte all’indebitamento.
Gli strumenti che, a questo scopo, le banche utilizzano principalmente sono: il budget e i suoi bilanci prospettici.
In nota:
I "bilanci prospettici o proforma" costituiscono anticipazioni dei bilanci degli esercizi successivi, costruite tenendo conto dei dati storici, delle tendenze in corso e delle probabili variazioni che interverranno in futuro nella struttura del capitale aziendale e nella formazione del reddito di esercizio.
Esaurite positivamente tali indagini ed analisi, è compito del dirigente dell’ufficio addetto alla istruzione della pratica (Ufficio Ffidi, Ufficio Ssviluppo o Segreteria) provvedere a formulare la proposta di concessione di fido.
La proposta è corredata da una valutazione dettagliata sui risultati delle informazioni assunte e deve contenere le osservazioni sulla struttura giuridica del richiedente, sulle proprietà immobiliari, sugli scopi della richiesta di fido, e sulla durata di esso, sugli eventuali garanti, in sintesi sull’affidabilità.
L’ultima fase della procedura per la concessione di fido è la deliberazione di affidamento.
La decisione sulla proposta di concessione di fido spetta ad appositi organi deliberanti, solitamente formati da più persone e diversi a seconda dell’importo dell’affidamento da accordare.
Di norma, infatti, le singole dipendenze delle banche sono delegate ad istruire e deliberare direttamente le concessioni di fido entro determinati limiti di importo, mentre le pratiche di importo superiore devono essere sottoposte ad organi di livello più elevato. I limiti di importo, le facoltà e le denominazioni dei vari organi sono previsti nei singoli statuti e regolamenti di ciascuna banca.
Le procedure descritte sono codificate da decenni e, parimenti da decenni, sono note le tecniche di analisi.
Sulla base di quanto esposto, appare evidente che le banche disponevano di strumenti di indagine idonei a consentire loro una conoscenza realistica delle condizioni economiche e finanziarie della Federconsorzi.
Con l'ausilio di tali strumenti, le osservate e descritte anomalie di bilancio, non
In nota:Vedi retro Cap.quarto
potevano costituire ostacoli insormontabili alla conoscenza delle reali condizioni economiche, e, soprattutto finanziarie, della Federconsorzi.
Va, inoltre, rammentato che gli istituti di credito potevano giovarsi della conoscenza delle condizioni economiche e finanziarie dei principali clienti della Fedit: i consorzi agrari.
Sulla base di tali premesse, la Commissione ha chiesto, con una propria articolata nota, a tutte le banche italiane creditrici le ragioni per le quali concessero crediti così rilevanti senza nessuna garanzia da parte della Federconsorzi ed ha proceduto a raccogliere le valutazioni contenute nelle istruttorie, prodromiche alla concessione e/o al rinnovo degli affidamenti, condotte dal personale di ciascun istituto.
In nota :Sulla documentazione acquisita è stato condotto uno studio dettagliato trasfuso, per comodità di lettura, su supposto informatico(C.D.).
È stato, in tal modo, possibile eseguire la verifica dell’adeguatezza e completezza delle istruttorie eseguite da tutte banche.
In nota L’esame è stato limitato, in aderenza al mandato ricevuto dalla Commissione , al periodo dal 1982 in poi.
Passando, quindi, al loro esame, è emerso che i bilanci della Federconsorzi venivano valutati ogni anno, ma ne venivano tratte conclusioni infondatamente positive a seguito di analisi palesemente insufficienti e superficiali.
L’ammontare complessivo dell’indebitamento veniva sistematicamente sottovalutato; non si dava rilevanza al fatto che il credito aveva natura esclusivamente commerciale e non era destinato ad investimenti che potessero modificare positivamente il quadro economico.
Un significato di particolare rilievo sembra aver assunto agli occhi degli analisti delle banche la notevolissima consistenza del patrimonio immobiliare della Federconsorzi.
Si riteneva, non infondatamente, che esso fosse stato e fosse persino sottostimato nei bilanci e, quindi, veniva considerato una garanzia di solvibilità.
Significativamente, però, non ci preoccupava di stimarne il reale valore e di compararlo con l’ammontare dei debiti esposti e/o occultati.
Si è constatato l’affiorare, nelle relazioni degli organi tecnici di alcune banche, di timidi dubbi e di perplessità .
Non si è mai, però, riscontrato un adeguato approfondimento critico dei dati di bilancio e mai si è rinvenuta una rielaborazione eseguita sulla base degli indici tecnici, finalizzata a far emergere le reali condizioni economiche e finanziarie della Federconsorzi.
D'altra parte, a giustificazione del loro operato, le banche non avrebbero potuto invocare, sul piano tecnico, la circostanza che la Federconsorzi presentasse bilanci criptici e non veridici.
Come si è esposto, esse disponevano degli strumenti tecnici che avrebbero consentito di cogliere il reale stato dell’impresa, va piuttosto osservato che non è parso che fosse per loro decisivo conoscerlo.
Nessuna delle banche ha comunque affermato che la comune politica di non garantire i crediti fosse motivata da presunte buone condizioni economiche e finanziarie della Federconsorzi.
IN NOTA
In proposito il ragionier Luigi Scotti, già
direttore generale e presidente della Federconsorzi, dichiarava il 20 marzo 1995
alla Commissione ministeriale di indagine sulla Fedit: "(…) Le banche ci
davano i soldi senza una garanzia. Noi abbiamo ipotecato immobili solo per i
mutui agevolati o a lungo termine per gli altri non abbiamo dato garanzie. Solo
il Credito Italiano per i 250 miliardi ci chiese garanzie.
Siccome le banche ricevevano i nostri bilanci e noi fornivamo le necessarie delucidazioni, se richieste, evidentemente si ritenevano soddisfatte".
La tesi del ragionier Scotti è coerente con l’assunto, suo e di altri, secondo il quale la Federconsorzi non era in stato di insolvenza e quindi non doveva essere commissariata: le banche avrebbero finanziato l’impresa a ragion veduta confidando nelle sua affidabilità economica e finanziaria ed anzi, in tal modo, attestandone la solidità.
La Commissione ha verificato che, in realtà, le condizioni della Federconsorzi erano da tempo di irreversibile decozione.
La Commissione ha così, maturato il documentato convincimento che le analisi, funzionali alla concessione ed ai rinnovi del crediti, furono condotte in maniera del tutto insufficiente, quasi in forma di un mero rituale d’obbligo, come se non fosse neppure da dubitarsi che la Federconsorzi, indipendentemente dall’andamento dell’impresa, dovesse godere degli affidamenti che chiedeva , senza nessun’altra garanzia oltre a quella del suo stesso nome.
La principale preoccupazione che traspare, infatti , con chiarezza, da tutti i documenti acquisiti non era costituita dall’affidabilità, ma dalla rilevanza del cliente e, quindi, dall’entità e dalla remuneratività dei flussi del lavoro che la Fedit poteva assicurare.
Nessuna banca, nessun operatore intendeva rimanere fuori dal giro Federconsorzi. Non si badava, quindi, ad acquisire garanzie ma ad acquisire o a non perdere l’ottimo cliente.
A riprova della natura rituale delle analisi condotte dagli istituti va osservato che, anche quando, eccezionalmente, le valutazioni tecniche assumevano un contenuto allarmante, nulla mutava.
Ed invero, negli atti della Cariplo si legge:
"(…) Nel contesto delle crescenti difficoltà dei Consorzi Agrari e della gestione ancora negativa della controllata Fedital, la Federconsorzi ha chiuso l’esercizio ’89 formalmente in pareggio ma sostanzialmente invece con un - forte disavanzo - che è stato ripianato con utilizzo fondi vari ed altri marchingegni che quantomeno suscitano perplessità (…)".La Cariplo non modificò la sua linea e, anzi, dimostrò massima disponibilità e fiducia nei confronti della Federconsorzi e della sua nuova gestione.
Le banche agirono, dunque, improvvidamente, non tutelando adeguatamente i loro azionisti pubblici e privati. Non levarono allarmi o moniti, che avrebbero costretto amministratori e politici ad affrontare tempestivamente il problema dell’indebitamento consentendo soluzioni meno dannose e traumatiche di quella che maturò il 17 maggio 1991.
1.3 La posizione delle banche creditrici italiane sull’assenza di garanzie a presidio degli affidamenti concessi alla Federconsorzi
Nel presente paragrafo, si esporranno sinteticamente le risultanze delle indicazioni specificamente fornite dalle banche sulle ragioni per le quali non ritennero di presidiare i loro crediti nei confronti della Fedit con garanzie e si riporteranno alcuni elementi significativianalisi dei rapporti di tutte le banche creditrici con la Federconsorzi e si riporteranno gli elementi più significativi, ddedotti dalla documentazione acquisita relativa agli affidamenti. ed alle ragioni di questi ultimi.
In nota: Lla Commissione ha chiesto a tutte le banche creditrici di trasmettere :::::e di valutazione di tutte le banche.
italiane creditrici le ragioni per le quali concessero crediti così rilevanti senza nessuna garanzia da parte della Federconsorzi ed a raccogliere le valutazioni contenute nelle istruttorie, prodromiche alla concessione e/o al rinnovo degli affidamenti, condotte dal personale di ciascun istituto.
È stato eseguito uno studio dettagliato di
Sulla tutta la documentazione acquisita è stato, di poi, eseguito uno studio dettagliato .
Un elenco …………………è stato trasfuso su supposto informatico.
LE BANCHE CREDITRICI / ANALISI
I rapporti con Federconsorzi furono avviati nel 1989 e furono oggetto di modesta movimentazione.
A garanzia delle linee di credito concesse non furono acquisite garanzie accessorie.
La Carige ha riferito che ciò avvenne
"(…) per uniformità con il comportamento seguito in precedenza dalle altre banche finanziatrici" appellandosi, quindi, a null’altro che alla prassi.Le note dell’area crediti speciali poste a base dell’istruttoria non denotano traccia di analisi tecniche.
L’istituto intrattenne rapporti con la Federconsorzi dal giugno del 1984. Dalla relazione della Banca sulla costituzione ed evoluzione del rapporto creditizio si rileva che
"(…) il parere favorevole si fonda su valutazioni positive in merito a: controparte pubblica (…) - compagine sociale costituita da 74 consorzi agrari provinciali e interprovinciali - organizzazione capillare sul territorio nazionale e presenza di uffici commerciali all’estero e presso la Cee - presenza attiva nella ricerca applicata e nella partecipazione / costituzione di nuove imprese (partecipazioni iscritte in bilancio per 62 miliardi) - bilanci 81/83 che evidenziano discreta liquidità e ottima patrimonializzazione, con indebitamento elevato ma inferiore al settore ed ai singoli consorzi; la redditività operativa negativa viene motivata dalle finalità "cooperative" dell’azienda che precludono il conseguimento di margini su commercializzazione; il conto economico chiude in utile con il concorso di redditi finanziari consistenti – trend di fatturato positivo in particolare per sementi e mangimi (…) – previsioni di ottenere operatività soddisfacente – elevato indebitamento sul sistema (88% del fatturato di cui garantito per l’11%) ma con utilizzi contenuti al 53 % - concessione recente di nuovi affidamenti per 230 miliardi circa da BNL e da Caisse Nationale de Credit Agricole per 76 miliardi".A fronte del considerevole fido accordato non fu richiesta nessuna garanzia.
A seguito di successivi riesami della posizione Federconsorzi, nel corso del rapporto, vennero evidenziati in qualche caso elementi di valutazione anche negativi.
Non fu però adottato nessun provvedimento di restrizione degli affidamenti ma, al contrario, fu allargato il fido sempre in assenza di garanzie.
In particolare si legge nella documentazione acquisita:
"(…) Il riesame ad agosto ’88 esamina il bilancio ’87, da cui si rileva un peggioramento della situazione con una non più sufficiente copertura delle immobilizzazioni da parte del capitale permanente, un forte incremento dell’indebitamento e riduzione della liquidità; il fatturato è comunque in ripresa e l’utile finale consegue da proventi finanziari e plusvalenze; la redditività è sempre negativa ed i margini si deteriorano a causa della riduzione registrata dai prezzi dei prodotti agricoli (da notizie di stampa si registrano situazioni deludenti e preoccupazioni sull’indebitamento dei consorzi); (…) con delibera del Comitato del 26/3/90 viene erogato un finanziamento in valuta di 5 miliardi, scadenza 10/10/90, con parere favorevole espresso in considerazione della durata e della destinazione del finanziamento (importazione di bovini da parte di alcuni consorziati)".Nella nota esplicativa trasmessa dall'istituto di commento si legge:
"(…) Dall’esame dell’evoluzione del rapporto creditizio appare chiaro come all’epoca la Banca nutrisse aspettative positive in merito alle capacità esdebitative della Fedit, tenuto conto da un lato della ripresa registrata nel Bilancio ’88 accompagnata da prospettive di sviluppo favorevoli e dall’altro dal tipo di controparte rappresentato da una figura istituzionale pubblica che non ha fatto ritenere necessaria l’acquisizione di garanzie a supporto del credito, nonché in considerazione della consistenza e regolarità dell’operatività appoggiata".Osserva in proposito la Commissione che il bilancio 1988 non poteva indicare un’inesistente ripresa.
La banca intrattenne con la Federconsorzi, a far data dal 1947, innumerevoli rapporti. Le motivazioni per le quali la banca non chiese garanzie sono state così esposte dall'istituto:
"(…) il rapporto fiduciario con tale contropartita ( la Federconsorzi – n.d.r.) si presentava quale relazione di elevato standing per tutto il ceto bancario, sia per la rilevante ampiezza del fatturato, sia per la consistente corrente dei flussi di lavoro utile, anche indotto, che potevano essere acquisiti, costituendo un preciso punto di riferimento nell’ambito dell’intero settore agricolo ed agroindustriale (…). Sin dall’origine delle operazioni si confidò sul fatto che i finanziamenti bancari fossero assistiti direttamente dalla garanzia dello Stato a favore delle banche (…) il perseguimento da parte della "Federconsorzi" di finalità di pubblico interesse nonché il quadro operativo generale comportante un’aspettativa di sorveglianza da parte dello Stato, hanno indubbiamente avuto riflessi sotto il profilo della valutazione del merito creditizio della relazione fiduciaria".
La Banca ha riferito che:
"(…) dall’esame dei libri fidi e della documentazione rinvenuta è emerso che gli affidamenti concessi alla Federconsorzi non sono stati mai assistiti da garanzia di terzi. Dalla stessa documentazione non è dato rilevare quali siano state le motivazioni che all’epoca indussero la Banca a concedere le facilitazioni in assenza di garanzie".
I rapporti tra la Banca e la Federconsorzi risalgono al 1971.
L'istituto ha riferito che
"(…) non esistono garanzie a favore di questo Istituto, nell’interesse della Federazione italiana dei consorzi agrari, stanti l’ingente patrimonializzazione e la generalizzata indisponibilità di Fedit a rilasciarle al sistema". In merito all’istruttoria degli affidamenti, emblematica sembra una annotazione in calce ad un verbale del 27 gennaio 1988 di approvazione di un finanziamento in pool :"(…) valutati positivamente la convenienza ed il rischio dell’operazione – stante l’importanza del beneficiario – il Comitato unanime dispone l’intervento dell’Istituto con una quota di partecipazione di £. 2 miliardi".
La banca ha così motivato la mancata acquisizione di garanzie assumendo che::
"(…) la Federconsorzi era equiparata ad ente pubblico e pertanto le tre Aziende Bancarie confluite nella Banca di Roma non avevano ritenuto necessaria l’acquisizione di garanzie".
In merito alle ragioni della mancata acquisizione di garanzie si legge nella nota della Banca
"(…) non si è ritenuto di richiedere garanzie a sostegno degli affidamenti concessi. Si trattava, infatti, di controparte già in relazione con la maggioranza del sistema bancario per la cui acquisizione si rendeva opportuno da parte delle banche non ancora in rapporto praticare condizioni vantaggiose e competitive al fine di ottenere la canalizzazione di operatività".
In merito all’esistenza, natura ed entità delle garanzie acquisite la Banca Carime ha comunicato
"(…) le linee di credito ordinarie non erano assistite da alcuna garanzia trattandosi di affidamenti in prevalenza strutturati su forme tecniche autoliquidabili, validamente supportate dai crediti vantati dalla Fedit".
Nella nota della banca, in merito alle garanzie si legge:
"(…) posso affermare che i tre Istituti ritenessero Federconsorzi controparte solida ed affidabile in proprio, tant’è che i rapporti sono frutto di una azione di sviluppo (…)" .La Federconsorzi deteneva il 13 per cento circa del capitale sociale della Bna.
Nella relazione trasmessa in merito alle garanzie si legge:
"(…) la natura delle linee di credito concesse alla Federconsorzi, di per sé, escludeva l’acquisizione di ulteriori garanzie che non fossero la solidità dell’Ente e la sua configurazione giuridica sostanzialmente pubblica".
Molteplici e di rilevante importo furono i rapporti intercorsi tra l’istituto in esame e la Federconsorzi.
Le motivazioni poste a base delle delibere di affidamento fanno tutte indistintamente riferimento al ruolo svolto dalla Fedit nel settore agricolo in campo nazionale ed alla sua natura di organo "statale".
I rapporti ebbero inizio nell’anno 1988 ed ebbero contenuto minore.
Non furono acquisite garanzie.ad ad oggetto operazioni in pool, comodo di cassa ordinario su conto corrente, castelletto generico di portafoglio ecc..
Il rapporto ebbe inizio nell’anno 1989 con la Banca popolare abruzzese marchigiana, divenuta successivamente Banca popolare dell’Adriatico.
Dalla documentazione richiesta si evince che nessuna garanzia fu acquisita in merito alle operazioni di affidamento.
La Federconsorzi fu affidata per la prima volta nell’ottobre del 1986. Nessun. Anche i successivi affidamentoi non furono assistitoi da garanzie a supporto.
Nessun affidamento fu assistito da garanzie.
La banca ha subito sostanziali modificazioni per fusioni ed incorporazioni. La documentazione è stata prodotta dal 1989 in quanto proprio per effetto di tali fusioni non è stato possibile reperire quella per i periodi precedenti.
L’istituto, nato dalla fusione della Banca popolare di Bergamo e del Credito Varesino, ebbe con la Federconsorzi rapporti di scarso rilievo.
Alla data del commissariamento la posizione creditoria di tutti e tre gli istituti esaminati era globalmente pari a 5,5 miliardi, privi di garanzie accessorie.
I rapporti con la Federconsorzi ebbero inizio nell’anno 1987, con la concessione delle seguenti linee di credito: scoperto di conto corrente e castelletto per sconto o accredito salvo buon fine di portafoglio commerciale.
L’assenza di garanzie sussidiarie sugli affidamenti concessi è così motivata dalla banca:
"il n.s. Istituto ha concesso linee di credito nel corso del 1989 senza garanzie, peraltro non presenti sul sistema per analoghe tipologie di credito, nella convinzione che l’attività di Fedit ricoprisse un ruolo d’interesse pubblico salvaguardato dallo Stato".
L’Istituto ebbe rapporti con la Federconsorzi sin dal 1982.
Non risultano essere mai state acquisite garanzie.
La banca non ha fornito nessuna informazione per quanto attiene alle comunicazioni alla Centrale Rischi in quanto: "(…) le norme allora vigenti stabilivano che le informazioni dovessero essere conservate per almeno un anno a decorrere dall’ultima trasmissione/ricezione/segnalazione con /da la Centrale dei Rischi".
Nella relazione dell'istituto si legge:
"(…) gli assecondamenti relativi alla gestione statale olio di semi e semi oleosi importati e le operazioni connesse alle campagne ammassi obbligatori grano e cereali minori sono stati concessi a valere sulla garanzia statale del loro ripianamento (…). Altri assecondamenti concessi alla Fedit nel periodo considerato sono stati concessi in via fiduciaria, sulla base delle risultanze di bilancio (…)".
?Nessuna garanzia????.
L’assenza di garanzie è stata così giustificata:
"rapporto di vecchia data, ampiamente sperimentato e con andamento regolare e corretto; nell’importanza del Gruppo (V gruppo alimentare in Europa); per la natura degli affidamenti (autoliquidabili) per la circostanza che uno degli Organi Vigilanti era il Ministero dell’Agricoltura e Foreste (…)".
La Federconsorzi godette, presso l’istituto in esame, di linee di credito cosiddetto "finanziamento ammassi" sia in forma di apertura di credito in conto corrente sia in forma di prestito cambiario nonché di linee di credito in forma di anticipazioni su effetti salvo buon fine; nessuna delle linee di credito era presidiata da garanzie reali o personali.
Le motivazioni poste a sostegno degli affidamenti sono sintetizzate in una nota nelinterna ala relazione dell’istituto del 14 dicembre 1988, nella quale ove si legge:
"il bilancio Federconsorzi è di non facile lettura e la situazione finanziaria influenzata da ritardi nell’incasso dei crediti verso lo Stato, tuttavia la ns. tranquillità di rischio si basa essenzialmente sul compito svolto dalla stessa, che riteniamo insostituibile e paragonabile a quello di in vero e proprio ente governativo (…)".
L’istituto ebbe rapporti con la Federconsorzi sin dal 1982, con l’accensione di conti correnti di gestione relativi alle campagne ammassi obbligatori per le annualità 1962-1963 e 1963-1964.
La documentazione trasmessa dalla banca in esame ha riguardato unicamente il Banco di Perugia, istituto incorporato dalla Banca Toscana spa in data 11 ottobre 1991.
L’assenza di garanzie specifiche in ordine alla concessione dei fidi deriva
"(…) dall’ingente patrimonio della cliente".
I rapporti tra la banca in esame e la Federconsorzi furono molteplici.
Nelle relazioni tecniche in calce alle singole delibere di affidamento, in merito alle motivazioni poste a base delle stesse per la formulazione di parere positivo, si rinviene la seguente considerazione, più volte ripetuta:
"considerata l’importanza rivestita dalla cliente in campo nazionale, nonché i compiti istituzionalmente attribuiti alla Federconsorzi a sostegno dell’economia agricola e che, a tal fine, affianca l’opera dei Consorzi Agrari, soci – ope legis – della stessa (…)".In merito alle garanzie, l’istituto ha precisato che non venivano acquisite in modo particolare per i finanziamenti di campagna, in relazione alle positive risultanze degli annuali studi di revisione e tenuto conto della correttezza e regolarità pluridecennale dei rapporti intrattenuti.
In merito alla mancanza di garanzie la banca ha scritto
"(…) dalla regolarità di andamento del rapporto nel corso degli anni, nonché infine dalla generica rispondenza comunque costituita dal patrimonio della Federconsorzi".
Il rapporto tra la banca in esame e la Federconsorzi può essere suddiviso nei seguenti raggruppamenti:
Le linee di credito di cui al punto a) fecero registrare un incremento da £. 9 miliardi del 1982 a ben £. 110 miliardi del 1989.
Il maggiore incremento interessò lo smobilizzo del portafoglio crediti sia attraverso l’apertura di credito contro cessione in garanzia degli effetti (+ 44 miliardi) sia attraverso lo sconto ex legge 28 novembre 1965, n. 1329, cosiddetta legge Sabatini (+ 30 miliardi).
Gli affidamenti concessi per smobilizzo crediti furono garantiti da firma dei trattatari; i restanti fidi di credito ordinario non furono assistiti da specifiche garanzie.
I dati comunicati riguardano l’azienda bancaria Cariplo, la sezione di credito agrario, l’Istituto bancario italiano, la Cassa di risparmio di Calabria e Lucania (Carical).
Anche nel caso in esame ed in ordine alle garanzie si legge:
"gli affidamenti accordati alla Fedit erano senza specifica garanzia, con l’eccezione delle aperture di credito concesse a fronte di ammassi volontari i cui utilizzi erano assistiti da privilegio sulle sementi e sulle somme ricavate dalla vendita ai sensi della legge 1297 del 20/11/51".Quanto alle motivazioni sulla concessione di affidamento nella relazione conclusiva di una delle pratiche testualmente si legge "(…) nel contesto delle crescenti difficoltà dei Consorzi Agrari e della gestione ancora negativa della controllata Fedital, la Federconsorzi ha chiuso l’esercizio ’89 formalmente in pareggio ma sostanzialmente invece con un – forte disavanzo – che è stato ripianato con utilizzo fondi vari ed altri marchingegni che quantomeno suscitano perplessità (…)" .
La nota della banca così recita:
"la Cassa riteneva, così come la totalità delle banche italiane e straniere (è ben nota la "querelle" in proposito sollevata sia in sede ABI sia da queste ultime), che la Federazione dei Consorzi Agrari fosse un’entità pubblica per la quale avrebbe – all’occorrenza – risposto lo Stato Italiano".
Dalla relazione agli atti si legge:
"(…) Preme precisare che i motivi che hanno portato gli Organi deliberanti di questa Banca ad affidare la Federazione italiana dei consorzi agrari sono riconducibili, oltre alla natura pubblica o semipubblica del consorzio stesso, alla bontà dei dati contabili esibiti in quel periodo ed al consistente patrimonio immobiliare intestato (…) al momento della concessione delle linee di credito gli Organi deliberanti non avevano alcun dubbio in merito al positivo rientro degli affidamenti concessi (…) queste motivazioni trovavano conforto anche negli affidamenti accordati nel periodo da altri Istituti facenti parte del sistema creditizio".
Il rapporto con la Federconsorzi ebbe inizio nell’anno 1982 e, fino al secondo semestre dell’anno 1990, il credito fu rappresentato esclusivamente da ammassi volontari e obbligatori e da campagne di commercializzazione.
In merito alla mancanza di garanzie accessorie si legge nella relazione trasmessa dalla banca:
"la posizione è stata ritenuta sicura sotto il profilo del rischio in considerazione dell’importanza della Federazione nel comparto agroalimentare in campo nazionale".La posizione Fedit non è mai stata assistita da alcun tipo di garanzia, né reale né personale.
In merito alle garanzie nella relazione trasmessa dalla banca si legge
"(…) Mentre per le linee di credito di tipo ordinario (apercredito in conto corrente e castelletto sconto) non erano previste forme di garanzie speciali, i finanziamenti agli ammassi erano supportati dagli specifici privilegi agrari disciplinati dalla legge. La mancata acquisizione di garanzie aggiuntive a fronte delle facilitazioni creditizie di tipo ordinario, era verosimilmente da collegare alla natura autoliquidante della forma tecnica prevalente (castelletto), avute per di più presenti le coobbligazioni cambiarie assunte dai vari Consorzi con l’emissione dei titoli scontati".
Fino all’anno 1982 le linee di credito concesse alla Federconsorzi ebbero la forma di "conti correnti temporanei" per il regolamento delle operazioni di finanziamento degli ammassi obbligatori e volontari effettuate sotto il coordinamento (operazioni in pool) dell’Istituto regionale di credito agrario Emilia Romagna di Bologna.
In ordine alle garanzie, nella relazione dell’istituto si legge:
"i disavanzi delle gestioni afferenti alle campagne di ammasso obbligatorio, commercializzazione ed importazione di prodotti agricoli avevano natura di - debito di Stato – e come tale non richiedevano ulteriori garanzie".
L’istituto in esame (ex Banca d’America e d’Italia) intrattennne con la Federconsorzi numerosi rapporti.
La mancanza di garanzie accessorie è così spiegata:
"il rapporto Fedit non era assistito da garanzie personali e/o reali, considerato il rischio attenuato insito in questa relazione, riconducibile alla tipologia in gran parte – autoliquidante – delle linee di credito ed al conseguente frazionamento del rischio a carico di soggetti terzi".Le note rilevate a margine delle delibere di affidamento fanno riferimento al ruolo della Federconsorzi nella economia nazionale, all’evidente supporto prestato da tutto il sistema bancario italiano ed alla notevole redditività del rapporto.
Nella delibera del Comitato esecutivo dell’11 luglio 1988, in merito al parere favorevole espresso sull’affidamento, testualmente si legge:
"quanto sopra nonostante il permanere di punti negativi, già evidenziati in passato, quali la situazione precaria di alcuni consorzi agrari (notizie di stampa riportate dalla nostra Sede cifrano a Lit.640 mil. l’esposizione Fedit), la gestione commerciale della Fedit, che risente, nonostante i programmi di ristrutturazione, della antica impostazione piuttosto politica che manageriale dell’attività produttiva, per finire la scarsa disponibilità di informazioni commisurate, come quantità e qualità, alle dimensioni del Gruppo e del nostro rischio. Sotto il profilo del controllo del rischio, e tenuto conto dei punti negativi sopra elencati, la nostra Sede ritiene di potersi basare, in mancanza di meglio, sulla reattività della cliente a richieste di rientro (…)".
Nella relazione trasmessa, la banca ha evidenziato che il rapporto di credito si sviluppò in una logica di accordato/utilizzato che non dava adito ad allarmismi.
Soltanto nell’anno 1988/89 vi fu un utilizzo pieno delle linee di credito.
Quanto alle garanzie:
"(…) la linea di credito non era assistita da alcuna garanzia trattandosi di affidamento a breve termine, valido fino a revoca".
Nella relazione trasmessa dalla banca si legge:
"(…) la nostra banca ha sempre considerato il rischio di credito verso Fedit, come un rischio verso il settore pubblico italiano per le seguenti ragioni:
Il giudizio globale, posto alla base delle concessioni degli affidamenti da parte della banca si rinviene nella deliberazione del Comitato esecutivo del 9 marzo 1989 nella quale si legge:
"(…) appare evidente che la Federconsorzi è una realtà economica molto importante in Italia in grado di indirizzare e condizionare l’intero settore agrario (…) l’ampia fiducia espressa dal sistema bancario che affida complessivamente l’esaminata per circa £.4.000/mld (…) la possibilità di entrare in rapporti d’affari con un primario gruppo (…)".
La banca non ha trasmesso le informazioni richieste dalla Commissione, necessarie per poter formulare adeguate valutazioni di merito.
La banca non ha trasmesso le informazioni richieste dalla Commissione, necessarie per poter formulare adeguate valutazioni di merito.
Il rapporto fiduciario con la Federconsorzi risulta iniziato nel gennaio 1974, ha avuto andamento sostanzialmente regolare e caratterizzato da periodiche oscillazioni nell’utilizzo delle linee di credito.
Non risultano acquisite garanzie a fronte degli affidamenti concessi.
Le note introduttive alle delibere di affidamento, pur facendo riferimento ad una situazione non rosea sotto il profilo dei risultati:
"(…) anche per il 1989 il rapporto costi/ricavi è risultato deludente (…) purtroppo anche nel 1989 non si sono verificate evoluzioni significative (…) il reale problema della società scaturisce però dall’esame della situazione patrimoniale il cui dato più significativo è rappresentato dalla elevatissima esposizione verso il sistema creditizio a breve, pari ad oltre 2.000 mld (…)"
si concludono con un parere favorevole alla concessione delle linee di credito, in relazione al ruolo svolto dalla Federconsorzi nel campo agricolo nazionale.
La Federconsorzi intrattenne rapporti con l’istituto a far data dal 1986.
Nella relazione agli atti in merito alla costituzione ed evoluzione del rapporto creditizio, la banca ha affrontato la questione dell’effettiva natura giuridica della Federconsorzi s, scrivendo chei legge::
"(…) benché la sua forma costitutiva fosse all’evidenza privatistica – in quanto costituita quale società cooperativa a responsabilità limitata – non poteva essere ignorata la circostanza che alla medesima fosse sicuramente attribuibile una rilevanza strategica di natura pubblica (…) i Consorzi e la Federazione debbono dare comunicazione al Ministero delle proposte di modifiche statutarie, dei bilanci, delle deliberazioni dei Consigli, dei Comitati e delle assemblee (…)" con il risultato che il loro operato era di fatto sottoposto al "controllo statale".Nessuna garanzia fu richiesta a sostegno dei fidi concessi.
1.4 Il ruolo "pubblico" della Federconsorzi
Nessuna delle banche interpellate ha rivendicato l’adeguatezza delle proprie determinazioni sul merito creditizio intrinseco della Federconsorzi.
Esso non ebbe, quindi, come già rilevato, un ruolo decisivo nell’erogazione dei crediti.
1.2 Le ragioni della concessione dei crediti
Nel paragrafo precedente si è esposta, in estrema sintesi, quella che la Commissione ritiene essere stata la ragione dell’indebitamento della Federconsorzi.
Le enunciazioni trovano amplio sviluppo in altri capitoli della presente relazione ed ad essi si rinvia per un approfondimento.
In questa sede s’intende dar risposta ad alcuni quesiti riguardanti l’azione delle banche, rammentando che alla data del commissariamento gran parte delle banche italiane erano di proprietà pubblica e che, proprio tra le banche a partecipazione diretta del Tesoro e di proprietà dell’IRI, si rivengono alcuni tra i maggiori creditori della Fedit e di Agrifactoring.
Due fatti sono incontrovertibili.
Non esisteva nessuna garanzia per crediti così ingenti: circa 4.000 miliardi nei confronti della sola Federconsorzi.
I crediti erano lievitati nel corso degli anni senza che una sola banca prendesse una qualche iniziativa a tutela del proprio credito.
Come era potuto accadere?
Avevano le banche avvertito che la situazione economica e finanziaria della Fedit si era progressivamente degradata e che, quindi, i loro crediti erano a esposti ad un rischio sempre maggiore d’insolvenza?
Perché non avevano chiesto garanzie e perché, invece di contenere l’esposizione l’avevano complessivamente e progressivamente aumentata?
Una risposta di parte a questi interrogativi era è stata data dal ragionier Luigi Scotti, già direttore generale e presidente della Federconsorzi, che dichiarava il 20 marzo 1995 alla Commissione ministeriale di indagine sulla Fedit: "(…) Le banche ci davano i soldi senza una garanzia. Noi abbiamo ipotecato immobili solo per i mutui agevolati o a lungo termine per gli altri non abbiamo dato garanzie. Solo il Credito Italiano per i 250 miliardi ci chiese garanzie.
Siccome le banche ricevevano i nostri bilanci e noi fornivamo le necessarie delucidazioni, se richieste, evidentemente si ritenevano soddisfatte".
La tesi del ragionier Scotti è coerente con l’assunto suo e di altri, secondo il quale la Federconsorzi non era in stato di insolvenza e che quindi non doveva essere commissariata:, le banche avevano finanziato l’impresa a ragion veduta confidando nelle sua affidabilità economica e finanziaria ed anzi, in tal modo, attestandone la solidità’affidabilità.
La Commissione ha verificato (cfr. cap. ) che, in realtà, le condizioni della Federconsorzi erano da tempo di irreversibile decozione e che la politica creditizia delle banche non confidava nella solidità dell’impresa.
La Commissione ha proceduto, infatti, a chiedere a tutte le banche italiane creditrici le ragioni per le quali avessero concessero crediti così rilevanti senza nessuna garanzia allada parte della Federconsorzi ed a raccogliere le valutazioni contenute nelle’ istruttoriae, prodromicahe alla concessione e/o al rinnovo degli affidamenti, condottea dal personale di ciascun istituto.
Nessuna delle risposte raccoltetrasmesse ha fatto riferimento a presunte positive condizioni della Federconsorzi.
Alcune banche si sono appellate alla prassi, come la Cassa di rRisparmio di Genova e Imperia, che ha riferito che non erano state acquisite garanzie "(…) per uniformità di comportamento seguito in precedenza dalle altre banche finanziatrici".
La Banca Fideuram ha posto in evidenza l’aspetto della concorrenza interbancaria: "(…) non si è ritenuto di richiedere garanzie a sostegno degli affidamenti concessi. Si trattava, infatti, di controparte già in relazione con la maggioranza del sistema bancario per la cui acquisizione si rendeva opportuno da parte delle Banche non ancora in rapporto praticare condizioni vantaggiose e competitive al fine di ottenere la canalizzazione di operatività".
Le banche , come si è esposto, hanno coralmente affermato Tutte le altre hanno riferito che finanziarono, e finanziarono senza garanzie formali, la Federconsorzi, ritenendo che essa espletasse una funzione pubblicistica e confidando, quindi, nel sostegno dello Stato, garanzia implicita che non richiedeva altre, più concrete garanzie.
In merito è illuminante un’antologiauna sintesi delle risposte pervenute.
La Cassa di rRisparmio di Torino ha tentato di collegarsi anche ad un dato economico scrivendo che: "Dall’esame dell’evoluzione del rapporto creditizio appare chiaro come all’epoca la Banca nutrisse aspettative positive in merito alle capacità esdebitative della FEDIT, tenuto conto da un lato della ripresa registrata nel Bilancio ’88 accompagnata da prospettive di sviluppo favorevoli e dall’altro dal tipo di controparte rappresentato da una figura istituzionale pubblica che non ha fatto ritenere necessaria l’acquisizione di garanzie a supporto del credito, nonché in considerazione della consistenza e regolarità dell’operatività appoggiata". I"n tal modo ma si è riferita ad una ripresa inesistente e si è spinta oltre ogni limite giuridico giung