Le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che è uscita in serata la sentenza della Cassazione che assolve con formula piena l’ex presidente della Banca di Roma Pellegrino Capaldo e Ivo Greco ex presidente del Tribunale Fallimentare di Roma.
Federconsorzi,
un nome che dice poco ai giovani, ma che è stato protagonista di 100 anni
di storia del nostro paese. Nel 1991 il tragico epilogo: a pochi mesi
dalla festa per il centenario della fondazione va in concordato preventivo
l’ente, che ebbe una posizione
chiave non solo per il “ventennio”che tanto amava l’Italia rurale,
ma anche per l’epopea Bonomiana della gestioni ammassi del dopoguerra.Le
banche estere, che con tanta interessata generosità l’avevano
foraggiata scoprono solo allora che non si trattava di una Longa manus
del ministero dell’agricoltura ma di una società cooperativa con un
capitale irrisorio.
Il
filone di inchiesta sulla responsabilità dei vecchi amministratori e
sindaci a distanza di 14 anni non è ancora arrivato al Tribunale di Roma
nemmeno al dibattimento di primo grado, che, ancora una volta si merita
l’appellativo di porto
delle nebbie; di certo è finito nel dimenticatoio mediatico.
La
vicenda su cui adesso è arrivata la decisione della cassazione riguarda,
invece i fatti successivi alla richiesta di concordato preventivo, che,
poiché vedeva coinvolto un magistrato romano, era finito nella competenza
del Tribunale di Perugia.
Appunto,
Ivo Greco già presidente della sezione fallimentare del Tribunale di
Roma, era rimasto impigliato in una condanna a 8 mesi per falso nella
sentenza della corte di appello di Perugia, per una vicenda assolutamente
secondaria: Secondo l’accusa aveva conservato nella propria borsa senza
protocollarla e poi aver restituito un’istanza di richiesta di apertura
della procedura di liquidazione societaria.
Sempre
secondo l’accusa se tale istanza fosse stata portata avanti si sarebbe
dovuto convocare l’assemblea dei soci (cioè dell’ottantina di
consorzi agrari) che sicuramente avrebbe dato una svolta diversa alla
decisione di affossare la Federconsorzi.
Più
complessa invece è il coinvolgimento del professor Capaldo nella vicenda:
Dapprima condannato a quattro anni di reclusione per bancarotta e poi
assolto dalla Corte d’Appello.
Proprio
negli anni in cui si perveniva alla fusione tra Banca di Santo Spirito,
Banco di Roma e Cassa di risparmio di Roma, l’illustre cattedratico era
stato l’ ideatore di un complesso piano in cui le banche creditrici
avrebbero rilevato per il prezzo di 2.500 mld di lire tutte le attività
della Federconsorzi.
Sempre
secondo l’accusa tale prezzo non era equo perché il valore reale dei
beni era di almeno 4.500 miliardi. Non si era svolta nessuna asta per la vendita dei beni stessi
ed in tal modo i piccoli creditori avevano visto sacrificati i loro
interessi a favore delle banche che avevano aderito all’iniziativa..
Nel processo in primo grado in ruoli minori erano coinvolti anche Geronzi,
e Cragnotti che tuttavia
erano stati assolti già dal giudice delle indagini preliminari.
La
Corte di Appello come abbiamo già detto pur asserendo che i valori di
cessione erano incongrui aveva assolto tutti gli imputati dal reato di
bancarotta per mancanza dell’elemento soggettivo (nella loro condotta
mancava il dolo).
L’unico
che aveva subito condanna era come abbiamo visto Ivo Greco, ma solo per la
questione della istanza che si asseriva essere stata “imboscata”.
I creditori aspettano ora di
leggere la sentenza della Cassazione per riuscire a capire la loro sorte.
Ora devono definitivamente perdere le residue speranze di un
risarcimento?.
Per
i creditori può essere che l’ultimo giro di valzer, ben in sintonia con
l’esordio della motivazione della sentenza del Tribunale di Perugia che
dice:“Parlare della Federconsorzi
dall’angolo visuale della procedura di concordato preventivo che ha
contrassegnato la fase finale della sua storia è come prendere parte a
una festa danzante della corte imperiale asburgica guardandola dal buco di
una serratura.Perché in realtà può già dirsi che almeno in una
determinata fase storica fu vera gloria, nonostante i molti detrattori.
“La crescita economica e sociale dell’Italia non può essere appieno compresa se si prescinde da quel contributo che quell’organismo seppe fornire, aiutando la produzione agricola e fornendole sbocchi commerciali “