Assolto Pellegrino Capaldo, ex Banca Roma
Il forzista Cantoni: «Finalmente si fa luce su un uomo di grande onestà»
ROMA - «Sono molto felice per l'assoluzione di Pellegrino Capaldo». Così il vicepresidente dei senatori di Forza Italia, Gianpiero Cantoni, commenta la decisione dei giudici di secondo grado di Perugia che ha portato all'assoluzione dell'ex presidente della Banca di Roma per la vicenda Federconsorzi. «Sin dall'inizio - aggiunge Cantoni - sono stato sicuro della sua correttezza professionale e umana. Con la decisione dei giudici finalmente è stata riconfermata la grande onestà di Capaldo». Per il vice presidente dei senatori di Forza Italia, «ora si può dire finalmente chiuso un capitolo non bello dell'economia italiana e si fa luce su un uomo di grande onestà e professionalità come è Capaldo. Per lui - conclude Cantoni provo sinceri sentimenti di stima». Anche il commento del responsabile del credito di Forza Italia, Guido Crosetto, commenta: «è un fatto positivo», «dopo fatti che hanno tentato di demolire la credibilità di una persona è positivo che ci sia stato un lieto fine». «L'assoluzione di Capaldo - aggiunge l'esponente azzurro - rappresenta un tassello in più per la riconquista della credibilità di una classe dirigente che troppo spesso viene infangata da calunnie». Così sono state considerate le accuse che avevano portato Ivo Greco, ex presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Roma, e Capaldo a una condanna in primo grado rispettivamente a 4 anni e 6 mesi e a 4 anni di reclusione per la presunta svendita della Fedit alla Sgr. Greco, inoltre era stato anche condannato per uno dei due episodi di soppressione di atti che gli erano stati contestati. Venerdì invece la sentenza d'appello ha ribaltato quella di primo grado assolvendo Capaldo e Greco. Capaldo, ex Presidente della Banca di Roma e della Società Gestione Realizzo, aveva sempre difeso la propria linea di condotta. In un'intervista apparsa sul Corriere della Sera pochi giorni dopo la condanna, il 5 ottobre 2002, ribadì i vantaggi dell'operazione Fedit-S.G.R. e sottolineò: «Lo rifarei non una, ma tre volte». Nell'intervista Capaldo, che tre giorni prima aveva rassegnato al ministro Letizia Moratti le sue dimissioni da professore universitario alla Sapienza di Roma, contestò la decisione dei magistrati di Perugia. «Mi sembra - disse Capaldo - che i giudici non abbiano saputo valutare i fatti e non ho ancora capito che cosa precisamente mi hanno addebitato». Sebbene si fosse dichiarato «amareggiato» per una vicenda processuale per lui «sconcertante», Pellegrino Capaldo si disse all'epoca «sereno e determinato» nel voler «ottenere giustizia» e nel pretendere «chiarezza» sull'operazione finanziaria da lui condotta. «Sono stato condannato per una bancarotta che non avrei neppure potuto commettere perché il ruolo che ho avuto nella vicenda, esclusivamente professionale e del tutto disinteressato, tecnicamente lo esclude». Capaldo ricordò al quotidiano di via Solferino che la soluzione tecnica adottata per risanare il dissesto della Federconsorzi «consentì a tanti piccoli agricoltori di recuperare i loro crediti al cento per cento, alleviò i problemi del personale, introdusse nella liquidazione dei beni della Federconsorzi procedure trasparenti ed efficienti, basate su aste pubbliche. E tutto questo - ribadì ancora l'ex presidente della Banca di Roma - a vantaggio delle persone interessate alla vicenda». Già in primo grado erano stati assolti dall'accusa di bancarotta l'ex presidente della Sgr, Francesco Carbonetti, e l'ex commissario di governo Stefano D'Ercole. Al centro dell'inchiesta, la cessione del patrimonio della Federconsorzi alla Sgr, Società gestione realizzo, per un prezzo effettivo, secondo l'accusa, inferiore a 2.000 miliardi di lire a fronte di un valore stimato dagli inquirenti in circa 4.800 miliardi. Ma anche la commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Melchiorre Cirami, nella relazione finale, definiva «congruo» il prezzo pagato per rilevare il patrimonio della Federazione dei Consorzi Agrari.