INDICE EDIZIONI Sabato 12 Giugno 2004

LA VICENDA DELL’EX PRESIDENTE DELLA BANCA DI ROMA

DARIO DEL PORTO
Si chiude con l’assoluzione dell’ex presidente della Banca di Roma, Pellegrino Capaldo, e degli altri imputati il processo di secondo grado sulla presunta svendita della Federconsorzi alla Sgr. Il verdetto, emesso ieri pomeriggio alle 17 dalla Corte d’Appello di Perugia, scagiona dall’accusa di concorso in bancarotta, oltre al banchiere campano, anche l’ex presidente della sezione Fallimentare del Tribunale di Roma, Ivo Greco, e l’ex commissario governativo della Sgr, Stefano D’Ercole. L’assoluzione è stata decisa con la formula «perché il fatto non costituisce reato». Soltanto Greco è stato condannato a otto mesi di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale e della non menzione, per l’ipotesi residuale di falso per soppressione.
I giudici hanno inoltre dichiarato inammissibile l’appello presentato nei confronti dell’ex presidente della Sgr, Francesco Carbonetti, che era stato assolto in primo grado. Anche D’Ercole era stato assolto al termine del primo processo. Capaldo e Greco invece erano stati condannati: al banchiere era stata inflitta la pena di quattro anni di reclusione; al magistrato la pena ancor più severa di quattro anni e sei mesi di reclusione.
I fatti al centro del processo riguardavano la cessione del patrimonio della Federconsorzi alla Sgr (Società gestione realizzo): secondo l’accusa, l’operazione era stata compiuta senza supporti di carattere tecnico e senza motivazioni sostanziali. Tutti gli imputati hanno sin dal principio respinto le accuse. La sentenza di ieri dà loro ragione. Dopo la condanna di primo grado, Capaldo, uno dei banchieri italiani più conosciuti e stimati, decise di abbandonare l’incarico di docente universitario e in una lunga intervista si disse «amareggiato» per l’esito della vicenda. «Sono stato condannato - affermò all’epoca Capaldo - per una bancarotta che non avrei potuto commettere perché il ruolo che ho avuto, esclusivamente professionale e del tutto disinteressato, tecnicamente lo esclude». Capaldo, che era difeso dagli avvocati Franco Coppi e Francesco Vassalli, evidenziò che avrebbe rifatto tutto «non una ma tre volte», ricordando che la tecnica adottata per risanare il dissesto della Federconsorzi aveva consentito «a tanti piccoli agricoltori di recuperare i loro crediti al cento per cento, alleviò i problemi del personale, introdusse nella liquidazione dei beni della Federconsorzi procedure trasparenti ed efficienti, basate su aste pubbliche. E tutto questo a vantaggio delle persone interessate alla vicenda».
L’assoluzione dall’ipotesi di concorso in bancarotta è stata commentata con soddisfazione dal giudice Greco: «L’accusa di bancarotta fraudolenta era priva di fondamento: il prezzo pagato era congruo, come accertato dal tempo dalla Guardia di finanza su incarico di una commissione parlamentare».