LA VICENDA DELL’EX PRESIDENTE DELLA BANCA
DI ROMA
DARIO DEL PORTO
Si chiude con l’assoluzione dell’ex presidente della
Banca di Roma, Pellegrino Capaldo, e degli altri imputati il processo di secondo
grado sulla presunta svendita della Federconsorzi alla Sgr. Il verdetto, emesso
ieri pomeriggio alle 17 dalla Corte d’Appello di Perugia, scagiona dall’accusa
di concorso in bancarotta, oltre al banchiere campano, anche l’ex presidente
della sezione Fallimentare del Tribunale di Roma, Ivo Greco, e l’ex commissario
governativo della Sgr, Stefano D’Ercole. L’assoluzione è stata decisa con la
formula «perché il fatto non costituisce reato». Soltanto Greco è stato
condannato a otto mesi di reclusione, con il beneficio della sospensione
condizionale e della non menzione, per l’ipotesi residuale di falso per
soppressione.
I giudici hanno inoltre dichiarato inammissibile l’appello
presentato nei confronti dell’ex presidente della Sgr, Francesco Carbonetti, che
era stato assolto in primo grado. Anche D’Ercole era stato assolto al termine
del primo processo. Capaldo e Greco invece erano stati condannati: al banchiere
era stata inflitta la pena di quattro anni di reclusione; al magistrato la pena
ancor più severa di quattro anni e sei mesi di reclusione.
I fatti al centro
del processo riguardavano la cessione del patrimonio della Federconsorzi alla
Sgr (Società gestione realizzo): secondo l’accusa, l’operazione era stata
compiuta senza supporti di carattere tecnico e senza motivazioni sostanziali.
Tutti gli imputati hanno sin dal principio respinto le accuse. La sentenza di
ieri dà loro ragione. Dopo la condanna di primo grado, Capaldo, uno dei
banchieri italiani più conosciuti e stimati, decise di abbandonare l’incarico di
docente universitario e in una lunga intervista si disse «amareggiato» per
l’esito della vicenda. «Sono stato condannato - affermò all’epoca Capaldo - per
una bancarotta che non avrei potuto commettere perché il ruolo che ho avuto,
esclusivamente professionale e del tutto disinteressato, tecnicamente lo
esclude». Capaldo, che era difeso dagli avvocati Franco Coppi e Francesco
Vassalli, evidenziò che avrebbe rifatto tutto «non una ma tre volte», ricordando
che la tecnica adottata per risanare il dissesto della Federconsorzi aveva
consentito «a tanti piccoli agricoltori di recuperare i loro crediti al cento
per cento, alleviò i problemi del personale, introdusse nella liquidazione dei
beni della Federconsorzi procedure trasparenti ed efficienti, basate su aste
pubbliche. E tutto questo a vantaggio delle persone interessate alla vicenda».
L’assoluzione dall’ipotesi di concorso in bancarotta è stata commentata con
soddisfazione dal giudice Greco: «L’accusa di bancarotta fraudolenta era priva
di fondamento: il prezzo pagato era congruo, come accertato dal tempo dalla
Guardia di finanza su incarico di una commissione parlamentare».