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 2003 | |
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| POLITICA |
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| Da Fedit a
Parmalat passando per
Cirio |
La
storia recente dimostra che chi rinuncia a fare
l’industriale per diventare prestigiatore della finanza
spesso fa una brutta fine. Ma l’agroalimentare italiano
ha grandi capacità
Cirio, Parmalat e Banca di
Roma (oggi Capitalia) e gli attori delle recenti vicende
che hanno così duramente colpito la credibilità della
nostra economia – Sergio Cragnotti, Calisto Tanzi e
Cesare Geronzi – sono nomi ben noti al mondo agricolo e
agroalimentare italiano e rimandano a un’altra storia
che è stata a sua volta una pagina nera dell’economia
italiana: la vicenda Federconsorzi. È abbastanza
singolare, ma è proprio negli ultimi giorni della
vicenda Federconsorzi che inizia la serie di
triangolazioni che legano i tre personaggi. È la Fedit
in agonia che vende a Cragnotti la Fedital-Polenghi
Lombardo, ceduta dopo qualche anno per un prezzo cinque
volte superiore a Tanzi, ed è la Banca di Roma, di cui
era presidente Pellegrino Capaldo, il futuro presidente
anche di Sgr, la società che rileverà i beni di
Federconsorzi, e direttore generale Cesare Geronzi, la
banca che sostiene con robuste iniezioni di liquidità le
spericolate operazioni finanziarie di
Cragnotti. I rapporti tra i tre continuano
anche successivamente con trasferimenti di altre aziende
(tra queste, la Divisione latte della Cirio spa),
intrecci in società partecipate da ambedue, e sempre con
l’appoggio della Banca di Roma e poi di Capitalia, di
cui diventerà presidente Geronzi. Ma il mondo
agricolo entra altre volte nella crescita della galassia
di imprese che fa capo a Cragnotti e a Tanzi. Già
quindici anni fa, quando la Parmalat si trovò in un
altro momento difficile e il patron Tanzi stava per
venderla a Kraft, un fantasioso finanziere, Giuseppe
Gennari, poi finito male con la sua Finanziaria Centro
Nord, cercò di inserire Parmalat, grazie ai forti
appoggi politici vantati da Tanzi in casa democristiana,
nel famoso «Progetto Aquila» di Lo Bianco con
un’improbabile proposta di coinvolgimento di Parmalat
nel disegno del presidente della Coldiretti, che vedeva
la creazione di una forte sistema di imprese
agroalimentari italiane con al centro
Federconsorzi. Morto il «Progetto Aquila» o
piuttosto mai decollato, per fortuna di Tanzi arrivò un
altro finanziere, Gianmario Roveraro, che con la sua
Akros lo tirò fuori dalle sabbie mobili in cui si
trovava. È storia ancora più recente e ancora più
fantasiosa quella di uno sconosciuto Carlo Lamiranda che
si propone si rilevare la Cirio-Bertolli-De Rica dalla
Sme con l’appoggio di una cordata di cooperative e con
l’impegno, solo verbale, delle organizzazioni
professionali agricole e che dopo la sceneggiata, perché
solo di questo si trattava, passa poi il tutto a
Cragnotti. Il cerchio di questa operazione si
chiude con la nomina di Paolo Micolini a presidente di
Cirio spa appena lasciata la presidenza della
Coldiretti, travolto dalla contestazione dei Cobas del
latte. È una brutta storia, perché il capitalismo
italiano (e non solo quello italiano!), dimostra ancora
una volta di non disporre della cultura imprenditoriale
ed etica, oltre che degli strumenti di controllo, di cui
dovrebbe essere dotata una società industriale avanzata,
ma è brutta soprattutto per tutti quei risparmiatori che
hanno dato fiducia a imprese che con il loro marchio
davano e danno ancora lustro all’agroalimentare italiano
su tutti i mercati del mondo. L’agroalimentare
italiano ha però tante altre imprese, grandi e piccole,
che continuano a farsi onore su tutti i mercati e molte
di queste sono diretta espressione della produzione
organizzata. Basta citarne alcune, e non me ne voglia
chi non nominerò: Conserve Italia, Granarolo, Apo Fruit,
Conerpo, Giv (Gruppo italiano vini), Caviro, Unibon,
Italia Zuccheri. Quest’ultima è una bella
storia che comincia all’inizio di quest’anno, che vede
insieme la Sadam del Gruppo Maccaferri, la Finbieticola
dell’Anb e di altre associazioni bieticole e il CoProB
che insieme rilevano gli impianti dell’Eridania, il
colosso dello zucchero in Italia. Il gruppo Maccaferri
acquista poi il marchio Eridania e unisce un terzo degli
impianti ex Eridania agli altri di Sadam e il resto
diventa invece di proprietà di Italia Zuccheri, che
risulta così il più grande gruppo saccarifero
italiano. È questa una bella storia, che ha visto
agire assieme le organizzazioni professionali a
vocazione generale, le associazioni di produttori e il
mondo cooperativo. È la dimostrazione che
quando il mondo agricolo sa organizzarsi, quando ha il
coraggio di affidarsi a dei veri manager, non deve
sentirsi inferiore a nessuno, soprattutto a coloro che
rinunciano a fare gli industriali per diventare dei
prestigiatori della finanza e, qualche volta, con carte
taroccate.
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