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L'Informatore Agrario
Sommario rivista Approfondimento
50
 19 - 25 Dic.

  2003
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POLITICA
Da Fedit a Parmalat passando per Cirio


Corrado Giacomini
La storia recente dimostra che chi rinuncia a fare l’industriale per diventare prestigiatore della finanza spesso fa una brutta fine. Ma l’agroalimentare italiano ha grandi capacità

Cirio, Parmalat e Banca di Roma (oggi Capitalia) e gli attori delle recenti vicende che hanno così duramente colpito la credibilità della nostra economia – Sergio Cragnotti, Calisto Tanzi e Cesare Geronzi – sono nomi ben noti al mondo agricolo e agroalimentare italiano e rimandano a un’altra storia che è stata a sua volta una pagina nera dell’economia italiana: la vicenda Federconsorzi.
È abbastanza singolare, ma è proprio negli ultimi giorni della vicenda Federconsorzi che inizia la serie di triangolazioni che legano i tre personaggi. È la Fedit in agonia che vende a Cragnotti la Fedital-Polenghi Lombardo, ceduta dopo qualche anno per un prezzo cinque volte superiore a Tanzi, ed è la Banca di Roma, di cui era presidente Pellegrino Capaldo, il futuro presidente anche di Sgr, la società che rileverà i beni di Federconsorzi, e direttore generale Cesare Geronzi, la banca che sostiene con robuste iniezioni di liquidità le spericolate operazioni finanziarie di Cragnotti. 
I rapporti tra i tre continuano anche successivamente con trasferimenti di altre aziende (tra queste, la Divisione latte della Cirio spa), intrecci in società partecipate da ambedue, e sempre con l’appoggio della Banca di Roma e poi di Capitalia, di cui diventerà presidente Geronzi.
Ma il mondo agricolo entra altre volte nella crescita della galassia di imprese che fa capo a Cragnotti e a Tanzi.
Già quindici anni fa, quando la Parmalat si trovò in un altro momento difficile e il patron Tanzi stava per venderla a Kraft, un fantasioso finanziere, Giuseppe Gennari, poi finito male con la sua Finanziaria Centro Nord, cercò di inserire Parmalat, grazie ai forti appoggi politici vantati da Tanzi in casa democristiana, nel famoso «Progetto Aquila» di Lo Bianco con un’improbabile proposta di coinvolgimento di Parmalat nel disegno del presidente della Coldiretti, che vedeva la creazione di una forte sistema di imprese agroalimentari italiane con al centro Federconsorzi. 
Morto il «Progetto Aquila» o piuttosto mai decollato, per fortuna di Tanzi arrivò un altro finanziere, Gianmario Roveraro, che con la sua Akros lo tirò fuori dalle sabbie mobili in cui si trovava.
È storia ancora più recente e ancora più fantasiosa quella di uno sconosciuto Carlo Lamiranda che si propone si rilevare la Cirio-Bertolli-De Rica dalla Sme con l’appoggio di una cordata di cooperative e con l’impegno, solo verbale, delle organizzazioni professionali agricole e che dopo la sceneggiata, perché solo di questo si trattava, passa poi il tutto a Cragnotti. 
Il cerchio di questa operazione si chiude con la nomina di Paolo Micolini a presidente di Cirio spa appena lasciata la presidenza della Coldiretti, travolto dalla contestazione dei Cobas del latte.
È una brutta storia, perché il capitalismo italiano (e non solo quello italiano!), dimostra ancora una volta di non disporre della cultura imprenditoriale ed etica, oltre che degli strumenti di controllo, di cui dovrebbe essere dotata una società industriale avanzata, ma è brutta soprattutto per tutti quei risparmiatori che hanno dato fiducia a imprese che con il loro marchio davano e danno ancora lustro all’agroalimentare italiano su tutti i mercati del mondo.
L’agroalimentare italiano ha però tante altre imprese, grandi e piccole, che continuano a farsi onore su tutti i mercati e molte di queste sono diretta espressione della produzione organizzata. Basta citarne alcune, e non me ne voglia chi non nominerò: Conserve Italia, Granarolo, Apo Fruit, Conerpo, Giv (Gruppo italiano vini), Caviro, Unibon, Italia Zuccheri. 
Quest’ultima è una bella storia che comincia all’inizio di quest’anno, che vede insieme la Sadam del Gruppo Maccaferri, la Finbieticola dell’Anb e di altre associazioni bieticole e il CoProB che insieme rilevano gli impianti dell’Eridania, il colosso dello zucchero in Italia. Il gruppo Maccaferri acquista poi il marchio Eridania e unisce un terzo degli impianti ex Eridania agli altri di Sadam e il resto diventa invece di proprietà di Italia Zuccheri, che risulta così il più grande gruppo saccarifero italiano.
È questa una bella storia, che ha visto agire assieme le organizzazioni professionali a vocazione generale, le associazioni di produttori e il mondo cooperativo. 
È la dimostrazione che quando il mondo agricolo sa organizzarsi, quando ha il coraggio di affidarsi a dei veri manager, non deve sentirsi inferiore a nessuno, soprattutto a coloro che rinunciano a fare gli industriali per diventare dei prestigiatori della finanza e, qualche volta, con carte taroccate.  


Sommario rivista Corrado Giacomini
E-mail: c.giacomini@informatoreagrario.it


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