C'era una volta l'impero immobiliare della Dc
Svanì nelle mani di «Angiolino il faccendiere»
C'è il mediatore Zandomeneghi all'origine della giostra di società servite a far sparire i palazzi del partito
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

«A.A.A. Faccendiere moralità elastica precedenti oscuri esperto fallimenti scatole cinesi cercasi scopo sparizione ingentissimo patrimonio immobiliare. Astenersi offerte serie». Forse non fu con un annuncio come questo che i custodi di quello che era stato l'immenso impero edilizio dc cercarono l'uomo cui vendere (meglio: svendere) i palazzi e i terreni e gli appartamenti rimasti nelle «casseforti». Ma certo non potevano trovare un figuro che meglio rispondesse ai requisiti. Un disinvolto ometto dall'aspetto insignificante e dal nome ideale per far evaporare edifici per decine di miliardi in tante impalpabili nuvolette finanziarie: Angiolino. Se ancora non si sa come abbiano fatto a sceglierlo, si sa però come lui arrivò all'appuntamento col destino, un notaio di periferia sul Garda. Ed è per questo che, prima ancora di raccontare le folli tappe del disfacimento del tesoro scudocrociato nel casino seguito al disfacimento del partito, vale la pena di ricostruire la storia di questo personaggio che, col suo contorno di prestanome e di Gatti e di Volpi, è riuscito a mettere a segno uno dei colpi più clamorosi nella storia d'Italia.
Figlio di Silvio, un mediatore di terreni che aveva un frutteto a Colognola ai Colli, nell'ondulata campagna tra Soave e Verona, studi incerti, Angiolino Zandomeneghi debuttò negli affari nel 1986, quando non aveva ancora trent'anni. Svelto, taciturno, sfuggente, parla con gli occhi fissi sulla punta delle scarpe e non fa mistero di essere del tutto disinteressato ad altro che non sia il business : «Un giorno gli domandai: possibile che uno come te, che ha avuto tra gli antenati un pittore straordinario come Federico Zandomeneghi, non abbia un minimo di curiosità culturale?», racconta un compaesano. Rispose facendo spallucce: uff...
In compenso, ha idee chiarissime sul resto. Convinto che le leggi sian lì apposta per esser interpretate nel modo più fruttuoso, abile a tessere una fitta rete di rapporti politici (soprattutto coi dc, un tempo, anche se recentemente ha finanziato con 10 mila euro la Lega Nord), esordì spingendo una compaesana che faceva l'insegnante, Maria Pellegrini, a vendergli 100 mila metri quadrati, che sulla carta avrebbero potuto diventare fabbricabili se fosse passato un piano di lottizzazione.

Pochi anni e Angiolino finiva in manette. Era il marzo del 1992 e i carabinieri, su richiesta di Guido Papalia, lo arrestarono assieme al fratello minore Antonio e a un'altra decina di persone per truffa alla Cee. Inchiesta rognosa. Dalla quale uscì patteggiando una condanna a un anno e dieci mesi. Grazie probabilmente a qualche buona entratura politica, era riuscito a mettere in piedi uno spettacolare giro di rimborsi per enormi quantità di foraggi disidratati mai prodotti.
Da quel momento, le sue vicende si possono ricostruire attraverso una girandola di contratti di acquisto e vendita. Una via vai vertiginoso di notai e teste di legno imberbi o ottuagenarie, sigle misteriose e partite Iva, amministratori che apparivano e si sfilavano, società che dal nulla spuntavano e nel nulla di una sentenza di fallimento sparivano, come la «San Giacomo» e la «Euro Fruit», la «Euro Pool» e la «Momo Italia» e la «Verona intonaci»...
Un'ecatombe societaria con un tocco partenopeo. Dalla Lombardia o dal Veneto, le creature azionarie andavano infatti spesso a villeggiare nello stesso posto: una palazzina di piazza Cattaneo 9 a Sant'Anastasia, nell'hinterland napoletano. Soggiorno finale della «Immobiliare Centro Nord» e de «La Casa di Giulietta» e di «Progetto 3000» e dello «Sporting Club Villabella»... «Tutte qua finivano?», chiedono oggi gli inquilini. «Manco una ha mai avuto una targhetta sul campanello! Manco una!».

Una giostra. Coerente con la giostra di amici e soci e consulenti e amministratori che ruotavano intorno ad Angiolino, da quel Paolo Borgo appassionato di motoscafi d'altura che si vantava di avere una collezione d'orologi tra le prime diciotto d'Italia appena appena inferiore a quella dell'Avvocato, a Marino Corradi, un contadino veronese che a un certo punto è stato, sulla carta, il padrone di centinaia di immobili e oggi sbarra gli occhi incredulo: « Mi? Un impero mi? ». Conosce o no Angiolino? «Sì, certo, però...». Come finì in questa storia dei passaggi di proprietà? «Ah, no: sono barzellette che raccontano i giornalisti!». E le firme registrate? «Arrivederci».
Ma coerente, la giostra, soprattutto con la sede della Immobiliare Europa, la società individuata dagli amministratori del patrimonio dc come quella giusta per vendere al meglio l'ultima, immensa, eredità di edifici. C'erano in ballo miliardi su miliardi. Frutto sovente del sacrificio di tanta povera gente che si era tassata per comprare una sede paesana per il partito, una colonia in montagna per i seminari, un garage per tenerci le riunioni di sezione... C'erano in ballo miliardi e nessuno si prese la briga di sapere «chi» era Zandomeneghi, quante società aveva già portato al fallimento e dov'era la sede di questa prestigiosa «Immobiliare Europa» in via Villabella 78/d a San Bonifacio: un gabbiotto all'ingresso del parco acquatico «Sporting» oggi semi-abbandonato. Parco costato ad Angiolino, che spedisce in giro pignoline precisazioni come ogni bravo professionista dal profilo cristallino, il coinvolgimento in un'altra inchiesta, in corso, per bancarotta fraudolenta. Ci cascarono perché erano dei baccalà o perché ci vollero cascare? Cercheremo di capirlo nella prossima puntata.